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eugenio montale
Il caro Eugenio pare un figliolo buono a nulla
EUGENIO MONTALE BIO
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EUGENIO MONTALE "L'argomento della mia poesia (e credo di ogni possibile poesia) è la condizione umana in sé considerata; non questo o quello avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo; significa solo coscienza, e volontà, di non scambiare l'essenziale col transitorio. Non sono stato indifferente a quanto è accaduto negli ultimi trent'anni; ma non posso dire che se i fatti fossero stati diversi anche la mia poesia avrebbe avuto un volto totalmente diverso. Un artista porta in sé un particolare atteggiamento di fronte alla vita e una certa attitudine formale a interpretarla secondo schemi che gli sono propri Gli avvenimenti esterni sono sempre più o meno preveduti dall'artista; ma nel momento in cui essi avvengono cessano, in qualche modo, di essere interessanti. Fra questi avvenimenti che oso dire esterni c'è stato, e preminente per un italiano della mia generazione, il fascismo" augustea.org/dgabriele/italiano/lett_montale2.htm
insignito del premio Nobel nel 1975. La sua lunghissima carriera di poeta, scrittore, critico letterario e giornalista è da anni oggetto di attenti studi che hanno prodotto una sterminata bibliografia; ciò perchè egli ha saputo dare un'originalissima interpretazione alle inquietudini dell'uomo contemporaneo, ispirandosi ai maestri del Simbolismo e del Decantendismo, ma forse ancor più a Leopardi, e rendendo al contempo estremamente attuali le loro innovazioni. Allo stesso tempo, la sua influenza sui poeti italiani successivi è stata immensa e capillare. Nato a Genova nel 1896, dove compie gli studi classici, trascorre infanzia e giovinezza tra la città natale e lo splendido paese di Monterosso, nelle Cinque Terre. Dopo la prima guerra mondiale inizia a frequentare i circoli culturali liguri e torinesi, attirando l'attenzione di noti intellettuali. Nel 1927 si trasferisce a Firenze, prima collaboratore di Bemporad e in seguito direttore del Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux, posto da cui viene allontanto nel '38 per antifascismo. Mentre la sua fama di poeta cresce, si dedica anche a traduzioni di poesie e testi teatrali, in prevalenza inglesi. Dopo la guerra si iscrive al Partito d'Azione e inizia un'intensa
collaborazione con varie testate giornalistiche,
tra cui il Corriere della Sera, per conto del quale compie molti viaggi e si occupa di critica musicale. Montale ha
ormai raggiunto fama internazionale, come attestano le numerose traduzioni di sue poesie in svariate
lingue; nel 1967 viene nominato senatore a vita e nel 1975 ottiene il Nobel per la lette
Non certo risposte, nè tantomeno certezze. Tutt'al
più la coscienza di ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. La poesia ha valore in quanto documento
di un male di vivere dalle proporzioni cosmiche. Da queste premesse scaturiscono le scelte e le
intuizioni tecniche del poeta; il quale, rifuggendo ovviamente da uno stile alto e aulico, abbandona allo stesso
modo l'ermetismo di Ungaretti, fatto di versi spezzati e parole accostate per il loro valore analogico. Il
linguaggio di Montale mira a una "naturalistica precisione", fa uso di tecnicismi o anche termini dialettali; il
tono è discorsivo, e lascia spazio a descrizioni paesaggistiche che colgono l'ambiente ligure nella sua asprezza.
Con ciò egli intende trovare una rappresentazione simbolica al dato oggettivo, ossia riuscire a evocare
un'emozione attraverso la precisa descrizione di fatti e oggetti del mondo reale (come, ad esempio, nei famosi versi di
Meriggiare pallido e assorto: E andando nel sole che abbaglia / sentire con triste meraviglia / com'è
tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia). Ciò, tuttavia, non sposta di molto il pessimismo del poeta Egli si sente il prodotto, l'effetto di una serie di occasioni assolutamente incontrollabili e caotiche, alle quali non è possibile dare nessuna spiegazione. L'irruzione del ricordo nella poesia provoca uno spostamento del linguaggio e dello stile in senso più ermetico; il rifiuto di ogni abbandono sentimentale e lirico, tanto più presente in quanto il poeta attinge ora alla propria storia personale, lo porta infatti "nel chiuso cerchio di un'esperienza tutta individuale… quasi volutamente, aristocraticamente ermetica" (Manacorda). La memoria, pur sollecitata, viene tenuta sotto controllo e ridotta a "niente più che un pretesto per tendere a metafisiche significazioni" (Guglielmino). Durante gli anni della seconda guerra mondiale Montale compone i versi raccolti ne La bufera, che secondo Fortini sono tra i più difficili (in virtù di un recupero di Mallarmé e dei simbolisti francesi). L'eco del conflitto, qui, arriva a malapena; sembra che gli orrori e le morti non possano incidere in nulla su un pessimismo esistenziale già portato alle sue estreme conseguenze. Ciò non ha mancato di deludere quanti si attendevano dal poeta un impegno civile decisamente più vistoso, dato che durante la dittatura la sua poesia era stata considerata da molti una via di scampo ai trionfalistici e retorici strombazzamenti del regime. Ma Montale non abbandona il suo cammino solitario e si arrocca anzi su posizioni, se possibile, ancora più negative nelle quali fanno però capolino accenni nuovi; soprattutto l'ironia, probabilmente legata alla sua età. Col distacco di un vecchio, infatti, Montale può ora cedere il passo ai toni sarcastici con cui stigmatizza la moderna società, imbevuta di falsi miti e chiacchiere inutili. La sua lezione morale, dunque, resta sino alla fine lucida e coerente: da un mondo di ombre e parvenze, immaginiamo, il poeta si accomiata senza rimpianto
il pessimismo in Montale
autore più vicino ai giorni nostri, che vive l’orrore delle due guerre mondiali.
E’ una visione negativa data dalla sfiducia in una vita che non può essere
controllata, più simile a Svevo che a Leopardi o Foscolo. Tema fondamentale
della sua poesia è l’insanabile crisi del rapporto fra l’uomo contemporaneo e il
reale. Per Montale si parla di poesia antieloquente e in negativo, senza
certezze da rivelare, che si limita a registrare l’angoscia profonda del poeta.
A immagine di queste considerazioni bisogna citare la poesia “Non chiederci la
parola”, che apre la raccolta “Ossi di seppia”. Talvolta si intravede una
possibilità di salvezza (“l’anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che
finalmente ci metta / nel mezzo di una verità” da “I limoni”) ma si risolve
sempre con uno scacco. Anche lo stile richiama questi temi: le frasi ipotetiche
(in una sintassi complessa e ricca di subordinate) vanno intese come traduzione
linguistica della crisi di conoscenza presente nel poeta
Montale's first book of poems Ossi di seppia - 1925 Cuttlefish Bones expressed the bitter pessimism of the postwar period
In this book he used the symbols of the desolate and rocky Ligurian coast to
express his feelings. A tragic vision of the world as a dry, barren, hostile
wilderness not unlike T.S.
Eliot's The Waste Land inspired Montale's best early
poems.
montale
Although it has been suggested that the closed and
difficult style of hermetic poetry was a direct result of "inner
emigration" during fascism, there is no doubt that artistic tenets played a
dominant role in shaping it. Montale, who is one of the virtuosos of its
contrived technique of obscuration, found in the resulting bare and arid style
an apt vehicle for his pessimistic views of life that only in his later work
show signs of moderation.
To treat such events would mean for
Montale to mistake the essentials for their transitory aspects. Thus, his is the
poetry of a man who extricates himself from the accidentals of human existence
to perceive its essence. This notion no doubt contributed considerably to the "abstract"
and intellectual aspect of his poetry.
CONTRADDIZIONE DELL' "IO" E DEL "SE" PER UN ARTE MAGGIORE ... Eugenio Montale, come persona, appariva scettico nella sterile perplessità umana che non raccoglie l'occasione improvvisa di salvezza; però nella poesia invoca la compagnia, anche se della tristezza, auspicando all'uomo una discesa senza viltà; e pure cerca nelle immagini poetiche, create dal suo "IO" quella coesione necessaria per continuare a vivere, per sé e per gli altri, nelle "Ombre Evanescenti" che l'immersione delle mani nel secchio, colmo d'acqua, tirato su dal pozzo, evocano alla sua memoria.
Cigola la
carrucola del pozzo, Già in "Ossi di seppia" del 1925, colpisce in Eugenio Montale il conflitto per l'equilibrio tra creatività e ragione, un conflitto che è astrazione radicale del tempo, con le determinazioni più urgenti di una storia segnata da traumi dolorosi:
Nasceva In Noi
Un conflitto che definiremmo antidrammatico che ritorna alla memoria, nel voluto silenzio di quel mondo sovrastato dalle leggi meccaniche:
Non domandarci le formule che mondi possa aprirti Ma l'uomo continua ad andare sicuro, convinto di essere amico a sé stesso e agli altri:
e l'ombra sua non cura che la canicola
Questa rissa cristiana che non ha
Finisterre completa l'opera conflittuale preannunciata da
"Ossi di seppia" e continuata da "Occasioni". Lo stesso Poeta, chiarifica il
concetto dicendo che,
mancava a quei limoni, uno spicchio.
Vento sulla mezzaluna Reno Bromuro - http://digilander.libero.it/dailyopinions/daily_contraddizione_io.htm
Eugenio Montale Introverso, restio ad espansività e a forme scenografiche di autoesaltazione, si muove con circospezione, attento a tutto ciò che accade attorno dove ogni singolo elemento può essere espressione di una realtà nascosta, da rivelare. Intelligenza profonda, critica e nello stesso tempo intuitiva e analogica, sente gli oggetti come ostili, simboli indicanti l’immobilità e la negatività della propria natura che non ha speranza di accedere alla salvezza. (“cerca una maglia rotta nella rete che ci stringe…”tratto dalla raccolta Gli Ossi di Seppia) Secondo la tipologia Junghiana le funzioni predominante e ausiliaria sono l’Intuizione - Pensiero nell’apparato psichico introverso e dove la parte Ombra è la Sensazione. .................
Il filo tenace della memoria come preziosa
ma improbabile occasione di vita
in Montale è centrale
soprattutto nella raccolta "Le occasioni". Le cose non svelano il
segreto della loro presenza, rinviano piuttosto a un'incessante
vicenda di vita e di morte, di gioia e di dolore, che
costantemente ritorna e si chiude su se stessa, lasciando come
unico conforto l'immagine viva ma fragile di una speranza di
felicità.
Neppure la memoria, oscurata e cancellata
dall'inesorabile scorrere del tempo, riesce a recare conforto. La memoria ruota attorno
all'impossibile recupero di eventi cui è attribuito un particolare rilievo, in
quanto potrebbero mutare il corso uniforme e monotono dell'esistenza: ma il
miracolo non può compiersi per il poeta, al quale non resta che affidare ad
altri, ad enigmatiche figure femminili, la sua esile speranza. valsesiascuole.it annalisacima.com |
Milano, dicembre 1975, in casa del Poeta
INCONTRO CON EUGENIO MONTALE ALLA
VIGILIA DELLA SUA PARTENZA
PER STOCCOLMA DOVE GLI VIENE CONSEGNATO IL PREMIO NOBEL
ma dopo il frac potrò mettere la giacchetta?
Le confidenze del poeta mentre nella sua casa
milanese di via Bigli si stava preparando all'avventuroso viaggio
destinato a concludersi davanti al re di Svezia.
Eugenio Montale pochi giorni prima del «grande volo» a Stoccolma.
E' finita la «bagarre» delle interviste, sono terminati gli
assalti dei fotografi, dei cineoperatori alla ricerca
dell'espressione nascosta, dell'immagine «vera» di un
premio Nobel. Montale solo, come sempre. Tra le pareti del
suo appartamento in via Bigli, nel silenzio irreale di una Milano
che pudicamente resta fuori, quasi non lo lambisce. Come
non lo lambiscono neppure i toni alti, un po' striduli, della
vice imperiosa di Gina, la donna che da trent'anni è alle sue
dipendenze. Montale fatto di silenzi interrotti dal clic di un
accendino che dà il via a una nuova sigaretta; Montale nella
geografia di quella poltrona dove trascorre molto del suo
tempo, immobile, con gli occhi di un disperato celeste che
guardano nel vuoto, che inseguono immagini, pensieri, che
non conosceremo mai: occhi che non sorridono più, da anni. Il
Nobel per la letteratura viene assegnato a lui ma non gliene
importa molto. E' troppo caustico, disincantato, al di sopra
delle umane avventure per lasciarsi sorprendere da un diploma, un
assegno da novantasette milioni e uno show interpretato in
frac davanti al re di Svezia. In fondo, se non fosse condizionato
da certe convenzioni, naturalmente «borghesi», avrebbe
risposto così alla notizia della vittoria: «Chi era poi questo
Nobel? Ha inventato la dinamite, e allora?». Ma invece ha
commentato: «Questo premio non mi rende meno infelice di
quanto non lo sia di già». Qualcuno ha scritto che, se Eugenio
Montale fosse un animale col guscio, dentro quel guscio lui si
rinserrerebbe sempre per pudore, ritrosia, diffidenza,
insofferenza. Ed è così che lo incontriamo una mattina
stranamente luminosa, piena di sole. Se ne sta là, immobile sulla
poltrona, nella sala rettangolare, gustando l'aroma di una
sigaretta a brevi e lente boccate mentre un aggio di sole gli
accarezza i capelli bianchi. E' nel suo «guscio» di sempre quando
incontra qualcuno per la prima volta. Un saluto cortese, la
leggera stretta di mano della presentazione, eppoi ecco che il
volto di Eugenio Montale sembra tendersi, i suoi occhi rivelano
uno sguardo pieno di curiosità. Sta osservando, analizzando,
giudicando quell'atro uomo che è di fronte a lui. E' il suo
cerimoniale consueto, fatto di un lungo, imbarazzante silenzio.
E' il suo primo colloquio, muto, con chi ha preteso di entrare
nella sua casa. Sono frasi silenziose, dette con
l'espressione degli occhi, con impercettibili tic del volto,
anche con il modo di aspirare il fumo della sigaretta. In questi
momenti non si capirà mai se Montale faccia sul serio o giochi un
po', come nessuno saprà il giudizio che ha formulato sul nuovo
arrivato. E' troppo timido per rivelarlo. Ma lo farà
comprendere, lentamente, dal tono della sua voce, bassa,
profonda, da frasi apparentemente innocue, dette con studiato
candore e che invece ti colpiscono, ti feriscono: gli bastano due
parole per annientarti.
HO VIAGGIATO MOLTO POCO
Noi, forse, abbiamo superato il suo esame. Forse,
perché, improvvisamente sembra uscire dal «guscio» e diventare
loquace. Come lo può essere lui, con brevi discorsi e tante pause
di meditazione. Stamani, in questi giorni, Eugenio
Montale sente poi il bisogno di parlare con qualcuno. E' in
procinto di andare a Stoccolma per ritirare il «famoso»
Nobel e questo fatto lo mette in agitazione. «Quando si
hanno 79 anni e una salute che non è più delle migliori, un
viaggio in aereo di alcune ore può sconvolgere la quiete di una
vita molto ordinata», confessa pacatamente. Ed ecco allora
affiorare in lui tutte le curiosità, le attese, le
preoccupazioni che sollecita quel grande volo. Diventa l'uomo
Eugenio Montale che ha bisogno d'informazioni, di risolvere
dubbi e perplessità: «Lei che è già stato a Stoccolma, mi
dica: è una bella città? E' molto fredda? Non c'è grande chiasso,
vero? E neppure tante macchine? Come ci si veste là? Bisogna
essere sempre eleganti? Pensa che dopo la cerimonia della
premiazione potrò stare un po' con la mia giacchetta di tutti i
giorni?».
Tante, semplici, candide domande alle quali pretende una risposta
precisa, puntuale. Non gli importa che lo sia veramente,
gli basta che lo sembri perché ha bisogno di questa solidarietà
per mitigare l'agitazione della vigilia. «Sa, io ho viaggiato
molto poco», si giustifica Montale. Emerge la sua ironia e lui
rivela un cruccio, quasi una invidia che non ha mai
dimenticato. Come giornalista del "Corriere della Sera", Eugenio
Montale avrebbe voluto viaggiare molto ma non è mai riuscito a
fare questo e ha invidiato tanto chi correva da una parte e
dall'altra del globo. Anche lui, sì, li ha fatti i suoi viaggetti:
Francia, Gran Bretagna, Grecia, Spagna, Medio Oriente e un
po' di Stati Uniti. Ma gli sono sembrati poca cosa, briciole
quasi. E' il suo cruccio di giornalista, anzi di redattore
ordinario come ama precisare. «Ho sempre considerato questa la
mia professione», dice. «Sui documenti che cosa dovrei mettere:
professione, poeta? Sarebbe ridicolo». Ora che il
discorso è caduto sul giornalismo Eugenio Montale non esita ad
esprimere giudizi, a valutare, sottolineare anche un certo
malcostume che esiste nella «sua» professione. «Non arrivo a
capire perché le donne che fanno il giornalismo non riescano a
scrivere altro che articoli pieni di pettegolezzi», osserva.
«Forse è un difetto tutto femminile...» E sorride
soddisfatto.
Da quando Eugenio Montale ha ricevuto il premio Nobel per la
letteratura, non è cambiato nulla nella sua vita di tutti i
giorni. Dopo una settimana di congratulazioni e omaggi da parte
di tanti «amici» che si erano dimenticati di lui da anni si è
ritrovato solo, come sempre, nella sua casa silenziosa, protetta
dalla fedele Gina. E come sempre ha continuato a combattere con
la sua insonnia di tutte le notti, a svegliarsi, si fa per
dire, ogni mattina alle sette, a consumare il rito di quel primo
e unico caffè quotidiano, a trascorrere ore in silenzio sulla
poltrona del salotto, davanti alla libreria colma di libri. «Quei
volumi in realtà non li guardo mai, sono soltanto un
ornamento», confessa. «Faccio come quelle persone che comprano i
libri solo per arredamento».
MI HANNO SCRITTO TANTI
BAMBINI
Qualche ora della sua giornata Eugenio
Montale la trascorre poi nella sala da pranzo. E' là che lavora,
sul tavolo quadrato coperto da una tela cerata a scacchi verdi,
battendo lentamente sui tasti di una piccola macchina per
scrivere. deve rispondere alle tante lettere sincere che ha
ricevuto da gente semplice, comune, che si congratula per il suo
Nobel. «Mi hanno scritto i bambini di una intera classe
elementare e hanno inviato tanti loro disegni ispirati dalle mie
poesie», racconta con una punta di commozione. Lì, in quella
stanza, Montale ha appena finito di scrivere il breve discorso
che farà a Stoccolma. «Dirò soltanto poche parole», precisa. «Non
avrei voluto parlare ma poi hanno insistito tanto...»
Ora che ci conosciamo già un po' meglio, Eugenio Montale sembra
dimenticare la sua ritrosia, diffidenza, insofferenza. Accetta
quasi di sorridere davanti all'obiettivo di Dino Jarach e
osservando i suoi potenti flash elettronici esclama: «Mi sembrano
gli strumenti per un'esecuzione capitale». Poi si lascia
sorprendere mentre fa un gorgheggio con una voce baritonale
ancora buona, ben impostata, come quando, molti anni fa, era
deciso a diventare un cantante lirico. Sono attimi bellissimi e
indimenticabili questi di Eugenio Montale diventato
improvvisamente allegro, che ha dimenticatogli anni, le noie
della salute e che annuncia, in maniera quasi provocatoria, che
fumerà un'altra sigaretta. Una in più di quelle che gli concedono
quotidianamente il medico e la fedele Gina. E per qualche minuto
resta in silenzio ben deciso a gustare, a godere fino in
fondo quella ulteriore porzione di «vizio» che ha conquistato con
un colpo di mano.
Non vedo che volti devastati da una noia
che non ha nulla di esistenziale
è il frutto di una supina acquiescenza
a tutti gli aspetti peggiori del nostro tempo
un tempo che dopo tutto è stato fatto da noi
intervista - a.cima
NO
BEL LECTURE
E' ANCORA POSSIBILE LA POESIA ?
...Avevo
pensato di dare al mio breve discorso questo titolo: potrà
sopravvivere la poesia nell'universo delle communicazioni di
massa? ......Se invece ci limitiamo a quella che rifiuta con
orrore il termine di produzione,
quella che sorge quasi per miracolo e sembra imbalsamare
tutta un'epoca e tutta una situazione linguistica e
culturale, allora bisogna dire che non c'è morte possibile
per la poesia.........
Ma ora per concludere debbo una risposta alla domanda che ha
dato un titolo a questo breve discorso. Nella attuale
civiltà consumistica che vede affacciarsi alla storia
nuove nazioni e nuovi
linguaggi, nella civiltà dell'uomo robot,
quale può
essere la sorte della poesia?
Le risposte potrebbero essere molte. La poesia è l'arte
tecnicamente alla portata di tutti: basta un foglio di carta
e una matita e il gioco è fatto. .....Oggi nemmeno un
incendio universale potrebbe far sparire la torrenziale
produzione poetica dei nostri giorni.........
Diversa è la questione se ci si riferisce alla reviviscenza
spirituale di un vecchio testo poetico, il suo rifarsi
attuale, il suo dischiudersi a nuove interpreta-zioni. E
infine testa sempre dubbioso in quali limiti e confini ci si
muove parlando di poesia.
Molta poesia d'oggi
si esprime in prosa. Molti versi d'oggi sono prosa e cattiva
prosa. ........come si spiega il fatto che l'antica poesia
cinese resiste a tutte le traduzioni mentre la poesia
europea è incatenata al suo linguaggio originale? Forse il
fenomeno si spiega col fatto che noi crediamo di leggere Po
Chü-i e leggiamo invece il meraviglioso contraffattore
Arthur Waley? Si potrebbero moltiplicare le domande con
l'unico risultato che non solo la poesia, ma tutto il mondo
dell'espressione artistica o sedicente tale è entrato in una
crisi che è strettamente legata alla condizione umana,
al nostro esistere di esseri
umani, alla nostra certezza o illusione di crederci esseri
privilegiati, i soli che si credono padroni della loro sorte e
depositari di un destino che nessun'altra creatura vivente
può vantare. Inutile dunque chiedersi quale sarà il destino
delle arti. E' come chiedersi se l'uomo di domani, di un
domani magari lontanissimo, potrà risolvere le tragiche
contraddizioni in cui si dibatte fin dal primo giorno della
Creazione (e se di un tale giorno, che può essere un'epoca
sterminata, possa ancora parlarsi)
http://nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/1975/montale-lecture.html
È ancora possibile la poesia?
—
si chiedeva Montale — «In un mondo nel quale il
benessere è assimilabile alla disperazione e l’arte, ormai diventata bene di
consumo, ha perso la sua essenza primaria?». Questa domanda, rivolta
all’Accademia di Svezia il 12 dicembre del 1975, durante la cerimonia di
consegna del premio Nobel, lo colloca quale spirito antesignano rispetto ad un
futuro, oggi reale, inquietante e problematicamente terrificante, da lui
individuato e scandagliato con anticipo impressionante.
http://www.italialibri.net/autori/montalee.html
SUL LESSICO
DIALETTALE - LINGUA STRANIERA IN PATRIA
SI AVVERERÀ COSÌ, PER ALTRI VERSI, LA
PREMONIZIONE DI EUGENIO MONTALE, QUANDO RECENSENDO ANNI FA UN’EDIZIONE DI TESTI
DI CARLO PORTA EBBE AD ANNOTARE CHE PRESTO AVREMMO LETTO IL POETA DELLA
«NINETTA» COME I CLASSICI GRECI, VALE A DIRE COME QUALCOSA CHE NON APPARTIENE
PIÙ ALLA NOSTRA ESPERIENZA ESPRESSIVA DIRETTA.
www.cdt.ch
miraggi
Ma ora
se mi rileggo penso che solo l’ inidentità
regge il mondo
lo crea e lo distrugge
per poi rifarlo sempre più spettrale
e inconoscibile.
Resta lo spiraglio del quasi fotografico pittore
ad ammonirci che se qualcosa fu
non c’è distanza tra il millennio e l’istante
tra chi apparve e non apparve
tra che visse e chi non giunse al fuoco
del suo cannocchiale.
È poco e forse è tutto.
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