le parole se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia la carta
di Fabriano l'inchiostro
di china la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto le parole quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture sui margini
dei bollettini del lotto.
sulle partecipazioni
matrimoniali o di lutto le parole non chiedono di meglio
che l'imbroglio dei tasti
nell'Olivetti portatile
che il buio dei taschini
del panciotto che il fondo
del cestino ridottevi
in pallottole le parole non sono affatto felici
di essere buttate fuori
come zambracche e accolte
con furore di plausi
e disonore; le parole preferiscono il sonno
nella bottiglia al ludibrio
di essere lette vendute
imbalsamate ibernate le parole sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché c'è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari le parole dopo un'eterna attesa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute.
le parole - Satura II - 1962-1970
non chiederci la parola
non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un
polveroso prato.
ah l'uomo che se ne va sicuro
agli altri e a se stesso amico
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
non domandarci la formula
che mondi possa aprirti
sì. qualche storta sillaba e secca come un ramo.
codesto solo oggi possiamo dirti
ciò che non siamo ciò. che non vogliamo.
ossi di seppia
parafrasi
Non chiedere a noi poeti le parole che descrivano chiaramente la nostra anima
confusa e che con lettere luminose la definiscano e risplendano come un giallo
fiore di zafferano che si stacchi solitario in mezzo a un prato polveroso.
Fortunato l’uomo che avanza senza dubbi in accordo con gli altri e con sè stesso
e non si preoccupa dell’ombra che il sole cocente proietta su un muro
sbrecciato! Non chiederci una formula che sappia svelarti nuovi mondi bensì solo
qualche sillaba imprecisa e secca come un ramo. Solo questo oggi possiamo
rivelarti: quello che non siamo quello che non vogliamo.
presso un rovente muro d' orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.
osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
e andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com' é tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
OSSI DI SEPPIA
e' ridicolo credere
che gli uomini di domani
possano essere uomini
ridicolo pensare
che la scimmia sperasse
di camminare un giorno
su due zampe
é ridicolo
ipotecare il tempo
e lo é altrettanto
immaginare un tempo
suddiviso in più tempi
e più che mai
supporre che qualcosa
esista
fuori dall'esistibile
il solo che si guarda
dall'esistere.
SATURA II
felicità raggiunta si cammina
per te sul fil di lama.
agli occhi sei barlume
che vacilla
al piede, teso ghiaccio
che s'incrina
e dunque non ti tocchi
chi più t'ama.
se giungi sulle anime
invase
di tristezza e le
schiari
il tuo mattino è dolce e turbatore
come i nidi delle
cimase.
ma nulla paga il pianto
del bambino
a cui fugge il pallone
tra le case.
OSSI DI SEPPIA
altro effetto di luna
la trama del carrubo che
si profila
nuda contro l'azzurro sonnolento
il suono delle voci, la trafila delle
dita d'argento sulle soglie,
la piuma che si invischia, un trepestìo
sul molo che si sciogliere
la feluca già ripiega il volo
con le vele dimesse come spoglie. LE OCCASIONI
finestra fiesolana
qui dove il
grillo insidioso buca
i vestiti
di seta vegetale
e l'odor
della canfora non fuga
le tarme
che sfarinano nei libri
l'uccellino
s'arrampica a spirale
su per
l'olmo ed il sole fra le frappe
cupo
invischia. altra luce che non colma
altre vampe
o mie edere scarlatte.
LA BUFERA E ALTRO
spesso il
male di vivere
ho incontrato
era il
rivo strozzato che gorgoglia,
era
l'incartocciarsi della foglia
riarsa,
era il cavallo stramazzato.
bene non
seppi, fuori del prodigio
che
schiude la divina indifferenza:
era la
statua nella sonnolenza
del
meriggio e la nuvola e il falco alto levato.
OSSI DI SEPPIA
forse un mattino
forse un
mattino andando in un'aria di vetro
arida
rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo
il nulla
alle mie spalle il vuoto dietro
di me
con un terrore di ubriaco.
poi come
s'uno schermo
s'accamperanno
di gitto
alberi
case colli per l'inganno consueto.
ma sarà
troppo tardi ed io me n'andrò zitto
tra gli
uomini che non si voltano col mio segreto.
non recidere forbice quel volto
solo nella memoria che si sfolla
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.
un freddo cala... duro il colpo svetta.
e l'acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di novembre.
LE OCCASIONI
Cigola la carrucola del pozzo,
l'acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un'immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all'atro fondo,
visione, una distanza ci divide.
parafrasi
La carrucola del pozzo stride,l'acqua sale verso la luce: al suono si
sovrappone l'immagine. Un ricordo tremulo appare sulla superficie
dell'acqua del secchio pieno che per un attimo funge da specchio, sul
cerchio d'acqua s'intravede un'immagine ridente. Mi avvicino al volto al
volto sorridente che si dissolve: si scompone l'immagine, diventa
irrecuperabile il passato, appartiene ad un altro tempo. Ah,già la ruota
cigola di nuovo, ti conduce nel fondo cupo(pozzo=passato) , o cara
immagine, una distanza incolmabile ci divide.
Nixon a Roma
1970 In numero ristretto,
setacciati ma anche esposti a sassaiole e insulti
siamo invitati al banchetto
per l'Ospite gradito. Cravatta nera e niente
code e decorazioni. Non serve spazzolare
sciarpe e ciarpame. Saremo in pochi eletti
sotto i flash, menzionati dai giornali
del pomeriggio che nessuno legge.
Avremo i Corazzieri, un porporato,
le già Eccellenze e i massimi garanti
della Costituzione,
il consommè allo Sherrv, il salmone, gli asparagi
da prender con le molle, il Roederer brut,
i discorsi, gli interpreti, l'orchestra
che suonerà la Rapsodia in blu
e per chiudere Jommelli e Boccherini.
Il cuoco è stato assunto per concorso
e per lui solo forse siamo all'Epifania
di un Nuovo Corso.
L'Ospite è giunto; alcuni
negano che sia stato sostituito.
Gli invitati non sembrano gli stessi.
Può darsi che il banchetto sia differito. Ma
ai toast sorgiamo in piedi coi bicchieri
e ci guardiamo in volto. Se i Briganti
di Offenbach non si sono seduti ai nostri posti
tutto sembra normale. Lo dice il direttore
dei servizi speciali.
www.stefanoborselli.elios.net
PASQUETTA
La mia
strada è privilegiata
vi sono interdette le automobili
e presto anche i pedoni (a mia eccezione
e di pochi scortati da gorilla).
O beata solitudo disse il Vate.
Non ce n'è molta nelle altre strade.
L'intellighenzia a cui per mia sciagura
appartenevo si è divisa in due.
C'est emmerdant si dice da una parte
e dall'altra. Chi sa da quale parte
ci si immerda di meno. La questione
non è d'oggi soltanto. Il saggio sperimenta
le due alternative in una volta sola.
Io sono troppo vecchio per sostare
davanti al bivio. C'era forse un trivio
e mi ha scelto. Ora è tardi per recedere.
quaderno di quattro anni
19.4.1975
Crisalide
L'albero verdecupo
si stria di giallo tenero e s'ingromma.
Vibra nell'aria una pietà per l'avide
radici, per le tumide cortecce.
Son vostre queste piante
scarse che si rinnovano
all'alito d'Aprile, umide e liete.
Per me che vi contemplo da quest'ombra,
altro cespo riverdica, e voi siete.
Ogni attimo vi porta nuove fronde
e il suo sbigottimento avanza ogni altra
gioia fugace; viene a impetuose onde
la vita a questo estremo angolo d'orto.
Lo sguardo ora vi cade su le zolle;
una risacca di memorie giunge
al vostro cuore e quasi lo sommerge. Lunge risuona un grido: ecco precipita il
tempo, spare con risucchi rapidi
tra i sassi, ogni ricordo è spento; ed io
dall'oscuro mio canto mi protendo
a codesto solare avvenimento.
Voi non pensate ciò che vi rapiva
come oggi, allora, il tacito compagno
che un meriggio lontano vi portava.
Siete voi la mia preda, che m'offrite
un'ora breve di tremore umano.
Perderne, non vorrei neppure un attimo:
è questa la mia parte, ogni altra è vana.
La mia ricchezza è questo sbattimento
che vi trapassa e il viso
in alto vi rivolge; questo lento
giro d'occhi che ormai sanno vedere.
Così va la certezza d'un momento
con uno sventolio di tende e di alberi
tra le case; ma l'ombra non dissolve
che vi reclama, opaca. M'apparite
allora, come me, nel limbo squallido
delle monche esistenze; e anche la vostra
rinascita è uno sterile segreto,
un prodigio fallito come tutti
quelli che ci fioriscono d'accanto.
E il flutto che si scopre oltre le sbarre
come ci parla a volte di salvezza;
come può sorgere agile
l'illusione, e sciogliere i suoi fumi.
Vanno a spire sul mare, ora si fondono
sull'orizzonte in foggia di golette.
Spicca una d'esse un volo senza rombo,
l'acque di piombo come alcione profugo
rade. Il sole s'immerge nelle nubi,
l'ora di febbre, trepida, si chiude.
Un glorioso affanno senza strepiti
ci batte in gola: nel meriggio afoso
spunta la barca di salvezza, è giunta:
vedila che sciaborda tra le secche,
esprime un suo burchiello che si volge
al docile frangente - e là ci attende.
Ah crisalide, com'è amara questa
tortura senza nome che ci volve
e ci porta lontani - e poi non restano
neppure le nostre orme sulla polvere;
e noi andremo innanzi senza smuovere
un sasso solo della gran muraglia;
e forse tutto è fisso, tutto è scritto,
e non vedremo sorgere per via
la libertà, il miracolo,
il fatto che non era necessario!
Nell'onda e nell'azzurro non è scia.
Sono mutati i segni della proda
dianzi raccolta come un dolce grembo.
Il silenzio ci chiude nel suo lembo
e le labbra non s'aprono per dire
il patto ch'io vorrei
stringere col destino: di scontare
la vostra gioia con la mia condanna.
È il voto che mi nasce ancora in petto,
poi finirà ogni moto. Penso allora
alle tacite offerte che sostengono
le case dei viventi; al cuore che abdica
perché rida un fanciullo inconsapevole;
al taglio netto che recide, al rogo
morente che s'avviva
d'un arido paletto,
e ferve trepido
ossi di seppia
I LIMONI
Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di
ricchezza
ed è l'odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce. Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rurnorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità. scritta tra il 1921 e
il 1922 - ossi di seppia
I Limoni
- commenti
I poeti
laureati
sono i poeti onorati
pubblicamente ed i nomi poco usati indicano una
poesia intesa ad abbellire la realtà . " io per me "
indica un poeta non laureato , vale a dire lo stesso
Montale .
All'inizio della lirica , il poeta afferma che egli
rifiuta " le piante dai nomi poco usati " preferiti
da " i poeti laureati" , anzì ama un ambiente povero
, un paesaggio di incolore esistenza : I ragazzi che
acciuffano sparute anguille fra le pozzanghere di
aree suburbane grigie dimenticate come i piccoli
orti , con gli alberi – e col profumo – dei limoni .
www.mahmag.org
Rifiuto della poesia aulica
Il significato programmatico
del testo consiste nel rifiuto di una versificazione
aulica e sublime, qual è quella, ufficiale e
tradizionale, propria dei "poeti laureati", fatta di
nobili presenze e di termini selezionati. Ad essa
Montale contrappone una realtà comune, costituita da
un paesaggio povero e scabro, che vive di presenze
consuete e concrete:
"erbosi / fossi "
" pozzanghere / mezzo seccate "
(con " qualche sparuta anguilla ")
" viuzze "
" ciglioni "
" ciuffi delle canne "
" orti " http://balbruno.altervista.org
poesia descrittiva e
riflessiva..
il poeta si sofferma a
osservare gli aspetti della realtà per trovare il
varco che lo porti a scoprire il mistero della
natura. È un’illusione che dura poco, ma essa può
rinnovarsi nei momenti più impensati, per esempio,
quando, all’improvviso, nel gelo dell’inverno, da
un cortile ci appaiono i gialli dei limoni, dandoci
un momento di rara ebbrezza. tellusfolio.it
a liuba che parte
(un amico ebreo che lascia
l'italia)
non il grillo ma
il gatto
del focolare
or ti consiglia
splendido
lare
della dispersa tua famiglia.
la casa che tu rechi
con te ravvolta
gabbia o cappelliera?,
sovrasta i ciechi tempi come il flutto
arca leggera e basta al tuo riscatto.
1939 LE OCCASIONI
primo mottetto
lo sai: debbo
riperderti e non posso.
come un tiro aggiustato mi sommuove
ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
salino che straripa
dai moli e fa l'oscura primavera di sottoripa.
paese di ferrame e alberature
a selva nella polvere del vespro.
un ronzìo lungo viene dall'aperto,
strazia com'unghia ai vetri. cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch'ebbi in grazia da te.
e l'inferno è certo.
zacinto.it
per finire
raccomando ai miei posteri
(se ne saranno) in sede letteraria
il che resta improbabile
di fare un bel falò di tutto che riguardi
la mia vita i miei fatti i miei nonfatti
non sono un leopardi
lascio poco da ardere
ed è già troppo vivere in percentuale
vissi al cinque per cento
non aumentate la dose.
troppo spesso invece piove sul bagnato
DIARIO 71 E 72
Montale
considerava
La bufera e altro
il suo libro
«più alto»
uscito nel 1956, diversi anni dopo la
conclusione della seconda guerra mondiale, di quella barbarie, di quella bufera,
è il diario sofferto e allucinato. Satura,
la raccolta pubblicata nel 1971 dopo un lungo silenzio, è la cronaca di una
guerra diversa, non convenzionale e forse più perfida e distruttiva per
l’individuo: a dichiararla è una società che si avvia a diventare moderna
potenza economica. L’antico «male di vivere» si chiama adesso alienazione,
fastidio, noia. corriere.it
…Che la poesia abbia sempre il
carattere di un dono e che pertanto essa presupponga la dignità di chi lo
riceve, questo è forse il maggior insegnamento che DANTE ci abbia lasciato.
E se è vero ch’egli volle essere poeta e nient’altro che poeta, resta quasi
inspiegabile alla nostra moderna cecità il fatto che quanto più il suo mondo si
allontana da noi, di tanto si accresce la nostra volontà di conoscerlo e di
farlo conoscere a chi è più cieco di noi.