eugenio montale

 

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le parole
se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia la carta
di Fabriano l'inchiostro
di china la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto

le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture sui margini
dei bollettini del lotto.
sulle partecipazioni
matrimoniali o di lutto

le parole
non chiedono di meglio
che l'imbroglio dei tasti
nell'Olivetti portatile
che il buio dei taschini
del panciotto che il fondo
del cestino ridottevi
in pallottole

le parole
non sono affatto felici
di essere buttate fuori
come zambracche e accolte
con furore di plausi
e disonore;

le parole
preferiscono il sonno
nella bottiglia al ludibrio
di essere lette vendute
imbalsamate ibernate

le parole
sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché c'è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari

le parole
dopo un'eterna attesa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute
.
le parole - Satura II - 1962-1970

 

 


non chiederci la parola

 
non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco

perduto in mezzo a un polveroso prato.
ah l'uomo che se ne va sicuro
agli altri e a se stesso amico
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
non domandarci la formula

che mondi possa aprirti
sì. qualche storta sillaba e secca come un ramo.
codesto solo oggi possiamo dirti
ciò che non siamo ciò. che non vogliamo
.

ossi di seppia

parafrasi


Non chiedere a noi poeti le parole che descrivano chiaramente la nostra anima confusa e che con lettere luminose la definiscano e risplendano come un giallo fiore di zafferano che si stacchi solitario in mezzo a un prato polveroso. Fortunato l’uomo che avanza senza dubbi in accordo con gli altri e con sè stesso e non si preoccupa dell’ombra che il sole cocente proietta su un muro sbrecciato! Non chiederci una formula che sappia svelarti nuovi mondi bensì solo qualche sillaba imprecisa e secca come un ramo. Solo questo oggi possiamo rivelarti: quello che non siamo quello che non vogliamo.

 

seieditrice.com 

 

 

 

 

meriggiare pallido e assorto

audio  lettura EM

.

presso un rovente muro d' orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.
osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
e andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com' é tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

OSSI DI SEPPIA

 

e' ridicolo credere

 

che gli uomini di domani

possano essere uomini

ridicolo pensare

che la scimmia sperasse

di camminare un giorno

su due zampe

é ridicolo

ipotecare il tempo

e lo é altrettanto

immaginare un tempo

suddiviso in più tempi

e più che mai

supporre che qualcosa

esista

fuori dall'esistibile

il solo che si guarda

dall'esistere.

SATURA II

 

 

felicità raggiunta si cammina

 

per te sul fil di lama.

agli occhi sei barlume che vacilla

al piede, teso ghiaccio che s'incrina

e dunque non ti tocchi chi più t'ama.

se giungi sulle anime invase

di tristezza e le schiari

il tuo mattino è dolce e turbatore

come i nidi delle cimase.

ma nulla paga il pianto del bambino

a cui fugge il pallone tra le case.

OSSI DI SEPPIA

 

altro effetto di luna

 

la trama del carrubo che si profila
nuda contro l'azzurro sonnolento
il suono delle voci, la trafila delle
dita d'argento sulle soglie,
la piuma che si invischia, un trepestìo
sul molo che si sciogliere
la feluca già ripiega il volo
con le vele dimesse come spoglie.
LE OCCASIONI

finestra fiesolana

 

qui dove il grillo insidioso buca

i vestiti di seta vegetale

e l'odor della canfora non fuga

le tarme che sfarinano nei libri

l'uccellino s'arrampica a spirale

su per l'olmo ed il sole fra le frappe

cupo invischia. altra luce che non colma

altre vampe o mie edere scarlatte.

LA BUFERA E ALTRO 

spesso il male di vivere

ho incontrato

 

era il rivo strozzato che gorgoglia,

era l'incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio e la nuvola e il falco alto levato.

OSSI DI SEPPIA

forse un mattino

 

forse un mattino andando in un'aria di vetro

arida rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo

il nulla alle mie spalle il vuoto dietro

di me con un terrore di ubriaco.

poi come s'uno schermo

 s'accamperanno di gitto

alberi case colli per l'inganno consueto.

ma sarà troppo tardi ed io me n'andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano col mio segreto.

OSSI DI SEPPIA

 

non recidere forbice quel volto

audio lettura EM

 

 
.

non recidere forbice quel volto
solo nella memoria che si sfolla
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.
un freddo cala... duro il colpo svetta.
e l'acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di novembre.

LE OCCASIONI

 

 

Cigola la carrucola del pozzo,
l'acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un'immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all'atro fondo,
visione, una distanza ci divide.

parafrasi
La carrucola del pozzo stride,l'acqua sale verso la luce: al suono si sovrappone l'immagine. Un ricordo tremulo appare sulla superficie dell'acqua del secchio pieno che per un attimo funge da specchio, sul cerchio d'acqua s'intravede un'immagine ridente. Mi avvicino al volto al volto sorridente che si dissolve: si scompone l'immagine, diventa irrecuperabile il passato, appartiene ad un altro tempo. Ah,già la ruota cigola di nuovo, ti conduce nel fondo cupo(pozzo=passato) , o cara immagine, una distanza incolmabile ci divide.
   

http://balbruno.altervista.org/index-237.html

 

 

Majakovskij   

avendo letto una o più mie poesie

tradotte in lingua russa avrebbe detto

 Ecco un poeta che mi piace  

Vorrei poterlo leggere in italiano

 

 Nixon a Roma  1970
In numero ristretto,
setacciati ma anche esposti a sassaiole e insulti
siamo invitati al banchetto
per l'Ospite gradito. Cravatta nera e niente
code e decorazioni. Non serve spazzolare
sciarpe e ciarpame. Saremo in pochi eletti
sotto i flash, menzionati dai giornali
del pomeriggio che nessuno legge.
Avremo i Corazzieri, un porporato,
le già Eccellenze e i massimi garanti
della Costituzione,
il consommè allo Sherrv, il salmone, gli asparagi
da prender con le molle, il Roederer brut,
i discorsi, gli interpreti, l'orchestra
che suonerà la Rapsodia in blu
e per chiudere Jommelli e Boccherini.
Il cuoco è stato assunto per concorso
e per lui solo forse siamo all'Epifania
di un Nuovo Corso.
L'Ospite è giunto; alcuni
negano che sia stato sostituito.
Gli invitati non sembrano gli stessi.
Può darsi che il banchetto sia differito. Ma
ai toast sorgiamo in piedi coi bicchieri
e ci guardiamo in volto. Se i Briganti
di Offenbach non si sono seduti ai nostri posti
tutto sembra normale. Lo dice il direttore
dei servizi speciali.

www.stefanoborselli.elios.net

 

 

 

 

PASQUETTA

 

La mia strada è privilegiata
vi sono interdette le automobili
e presto anche i pedoni (a mia eccezione
e di pochi scortati da gorilla).
O beata solitudo disse il Vate.
Non ce n'è molta nelle altre strade.
L'intellighenzia a cui per mia sciagura
appartenevo si è divisa in due.
C'est emmerdant si dice da una parte
e dall'altra. Chi sa da quale parte
ci si immerda di meno. La questione
non è d'oggi soltanto. Il saggio sperimenta
le due alternative in una volta sola.
Io sono troppo vecchio per sostare
davanti al bivio. C'era forse un trivio
e mi ha scelto. Ora è tardi per recedere.

quaderno di quattro anni  19.4.1975

 

 

 

 

 

Crisalide


L'albero verdecupo
si stria di giallo tenero e s'ingromma.
Vibra nell'aria una pietà per l'avide
radici, per le tumide cortecce.
Son vostre queste piante
scarse che si rinnovano
all'alito d'Aprile, umide e liete.
Per me che vi contemplo da quest'ombra,
altro cespo riverdica, e voi siete.

Ogni attimo vi porta nuove fronde
e il suo sbigottimento avanza ogni altra
gioia fugace; viene a impetuose onde
la vita a questo estremo angolo d'orto.
Lo sguardo ora vi cade su le zolle;
una risacca di memorie giunge
al vostro cuore e quasi lo sommerge.
Lunge risuona un grido: ecco precipita
il tempo, spare con risucchi rapidi
tra i sassi, ogni ricordo è spento; ed io
dall'oscuro mio canto mi protendo
a codesto solare avvenimento.

Voi non pensate ciò che vi rapiva
come oggi, allora, il tacito compagno
che un meriggio lontano vi portava.
Siete voi la mia preda, che m'offrite
un'ora breve di tremore umano.
Perderne, non vorrei neppure un attimo:
è questa la mia parte, ogni altra è vana.
La mia ricchezza è questo sbattimento
che vi trapassa e il viso
in alto vi rivolge; questo lento
giro d'occhi che ormai sanno vedere.

Così va la certezza d'un momento
con uno sventolio di tende e di alberi
tra le case; ma l'ombra non dissolve
che vi reclama, opaca. M'apparite
allora, come me, nel limbo squallido
delle monche esistenze; e anche la vostra
rinascita è uno sterile segreto,
un prodigio fallito come tutti
quelli che ci fioriscono d'accanto.

E il flutto che si scopre oltre le sbarre
come ci parla a volte di salvezza;
come può sorgere agile
l'illusione, e sciogliere i suoi fumi.
Vanno a spire sul mare, ora si fondono
sull'orizzonte in foggia di golette.
Spicca una d'esse un volo senza rombo,
l'acque di piombo come alcione profugo
rade. Il sole s'immerge nelle nubi,
l'ora di febbre, trepida, si chiude.
Un glorioso affanno senza strepiti
ci batte in gola: nel meriggio afoso
spunta la barca di salvezza, è giunta:
vedila che sciaborda tra le secche,
esprime un suo burchiello che si volge
al docile frangente - e là ci attende.

Ah crisalide, com'è amara questa
tortura senza nome che ci volve
e ci porta lontani - e poi non restano
neppure le nostre orme sulla polvere;
e noi andremo innanzi senza smuovere
un sasso solo della gran muraglia;
e forse tutto è fisso, tutto è scritto,
e non vedremo sorgere per via
la libertà, il miracolo,
il fatto che non era necessario!

Nell'onda e nell'azzurro non è scia.
Sono mutati i segni della proda
dianzi raccolta come un dolce grembo.
Il silenzio ci chiude nel suo lembo
e le labbra non s'aprono per dire
il patto ch'io vorrei
stringere col destino: di scontare
la vostra gioia con la mia condanna.
È il voto che mi nasce ancora in petto,
poi finirà ogni moto. Penso allora
alle tacite offerte che sostengono
le case dei viventi; al cuore che abdica
perché rida un fanciullo inconsapevole;
al taglio netto che recide, al rogo
morente che s'avviva
d'un arido paletto,
e ferve trepido

ossi di seppia

 

I LIMONI

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rurnorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.
scritta tra il 1921 e il 1922 - ossi di seppia

I Limoni  - commenti

I poeti laureati

sono i poeti onorati pubblicamente ed i nomi poco usati indicano una poesia intesa ad abbellire la realtà . " io per me " indica un poeta non laureato , vale a dire lo stesso Montale .
All'inizio della lirica , il poeta afferma che egli rifiuta " le piante dai nomi poco usati " preferiti da " i poeti laureati" , anzì ama un ambiente povero , un paesaggio di incolore esistenza : I ragazzi che acciuffano sparute anguille fra le pozzanghere di aree suburbane grigie dimenticate come i piccoli orti , con gli alberi – e col profumo – dei limoni .

www.mahmag.org




Rifiuto della poesia aulica

Il significato programmatico del testo consiste nel rifiuto di una versificazione aulica e sublime, qual è quella, ufficiale e tradizionale, propria dei "poeti laureati", fatta di nobili presenze e di termini selezionati. Ad essa Montale contrappone una realtà comune, costituita da un paesaggio povero e scabro, che vive di presenze consuete e concrete:
"erbosi / fossi "
" pozzanghere / mezzo seccate "
(con " qualche sparuta anguilla ")
" viuzze "
" ciglioni "
" ciuffi delle canne "
" orti "

http://balbruno.altervista.org




poesia descrittiva e riflessiva..

il poeta si sofferma a osservare gli aspetti della realtà per trovare il varco che lo porti a scoprire il mistero della natura. È un’illusione che dura poco, ma essa può rinnovarsi nei momenti più impensati, per esempio, quando, all’improvviso, nel gelo dell’in­verno, da un cortile ci appaiono i gialli dei limoni, dandoci un momento di rara ebbrezza.
tellusfolio.it

 

 

la donna di picche    a eugenio montale

 

i tuoi acini d'oro

limoni  perduti

nel grembo di altre donne

che ti hanno solo sognato.

capita anche a me maestro

di aver fatto l'amore

con quelli

che non ho mai conosciuto.

clinica dell'abbandono  - einaudi           

 

 ALDA MERINI

a liuba che parte
(un amico ebreo che lascia l'italia)

non il grillo ma il gatto
del focolare
or ti consiglia

splendido lare

della dispersa tua famiglia.
la casa che tu rechi
con te ravvolta

gabbia o cappelliera?,
sovrasta i ciechi tempi come il flutto
arca leggera  e basta al tuo riscatto.

1939  LE OCCASIONI

primo mottetto

 

lo sai: debbo riperderti e non posso.
come un tiro aggiustato mi sommuove
ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
salino che straripa
dai moli e fa l'oscura primavera di sottoripa.
paese di ferrame e alberature
a selva nella polvere del vespro.
un ronzìo lungo viene dall'aperto,
strazia com'unghia ai vetri. cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch'ebbi in grazia da te.
e l'inferno è certo.

zacinto.it

per finire

 

raccomando ai miei posteri
(se ne saranno) in sede letteraria
il che resta improbabile

di fare un bel falò di tutto che riguardi
la mia vita  i miei fatti  i miei nonfatti
non sono un leopardi

lascio poco da ardere
ed è già troppo vivere in percentuale
vissi al cinque per cento 

non aumentate la dose.

troppo spesso invece piove sul bagnato

DIARIO 71 E 72

 

 

 

Montale

considerava La bufera e altro il suo libro «più alto»

uscito nel 1956, diversi anni dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, di quella barbarie, di quella bufera, è il diario sofferto e allucinato.
Satura, la raccolta pubblicata nel 1971 dopo un lungo silenzio, è la cronaca di una guerra diversa, non convenzionale e forse più perfida e distruttiva per l’individuo: a dichiararla è una società che si avvia a diventare moderna potenza economica. L’antico «male di vivere» si chiama adesso alienazione, fastidio, noia.
corriere.it

…Che la poesia abbia sempre il carattere di un dono e che pertanto essa presupponga la dignità di chi lo riceve, questo è forse il maggior insegnamento che DANTE ci abbia lasciato.

E se è vero ch’egli volle essere poeta e nient’altro che poeta, resta quasi inspiegabile alla nostra moderna cecità il fatto che quanto più il suo mondo si allontana da noi, di tanto si accresce la nostra volontà di conoscerlo e di farlo conoscere a chi è più cieco di noi.  

EM       Ilquotidiano.it   2005

 

 

 

 

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