almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto
ad ogni gradino
anche così è stato breve
il nostro lungo viaggio
il mio dura tuttora
né più mi occorrono
le coincidenze le prenotazioni
le trappole gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede ho sceso milioni di scale
dandoti il braccio
non già perchè con quattr'occhi
forse si vede di più
con te le ho scese perchè
sapevo che di noi due
le sole vere pupille
sebbene tanto offuscate
erano le tue
satura xenia II - 1967
analisi
Il suo tono dimesso non
cade mai nella retorica, così come il tono ironico di certi passaggi non
scade mai nel frivolo, non diventa mai parodia. Il personaggio di
"mosca", il caro piccolo insetto della prima poesia degli "Xenia", è una
presenza calda e affettuosa, ma non ha nulla di ideale né di
trascendente, eppure non perde nulla della sua forza lirica
nell’accostamento a oggetti e situazioni di tipo quotidiano. L’ironia di
Montale agisce, a ben vedere, in profondità, con uno scarto appena
accennato dal discorso che ne ribalta, inaspettatamente, l’apparente
assertività: è così per la chiusura della prima strofa dove
improvvisamente i piccoli gesti quotidiani della donna, quelli che
riempiono di senso la discesa di un milione di scale diventano trappole,
scorni, sono ricondotti a una mentalità che ritiene la realtà di tali
gesti l’unica possibile. Lo stesso si può dire di due punti della
seconda strofa: il "forse" del v. 9, che limita l’enunciato "con quattr’occhi...
si vede di più" è a sua volta inserito in una frase che sembra essa
stessa una preterizione, un negare per affermare; il "sebbene tanto
offuscate" limita la sentenziosità dell’ultima asserzione.
alepalma67.com
Here in "Xenia"
he addresses
his dead wife ' Mosca '
Your arm in mine
I've descended a million stairs at least
and now that you're not here
a void yawns at every step.
Even so our long journey was brief.
I'm still en route with no further need
of reservations connections ruses
the constant contempt of those
who think reality is what one sees.
lashmarket.com
Scendere le scale al braccio
della Mosca diventa emblema di tutto il breve, lungo viaggio nella vita,
compiuto avendo per guida la donna dalle pupille offuscate.
Anche qui il
dare il braccio alla donna perché non inciampi lungo le scale si rivela
un’azione reciproca e non si può dunque sapere chi è la guida e chi il
guidato.
La scomparsa della donna rivela adesso che chi vedeva di più
era quella che vedeva di meno, ma ormai non c’è più nemmeno bisogno di
scendere tante scale, i viaggi sono finiti e rimane solo da terminare il
viaggio di questa vita, ed egli sa ormai benissimo che la realtà non è
soltanto quella che si vede.
tellusfolio.it
Il Diario postumo
è
tutto percorso da una grande fantasia familiare in cui il poeta opera una
sorta
di triangolazione mobile tra la moglie morta ("la
mosca"), se stesso e
l'interlocutrice,
chiamata anche con appellativi al maschile ("Agile
messaggero", "mio
guerriero", "smarrito
adolescente").
In questoPEZZO familiare
egli assume il ruolo
ora di padre ora di madre. Una delle liriche più dense del libro è enigmaticamente intitolata Come madre,
dove la madre è appunto lo stesso poeta,
.....Ma è anche vero che la madre nel libro
potrebbe essere anche la mosca
o la stessa interlocutrice che,
come madre, potrebbe salvare
il poeta dal naufragio o dal nubifragio (tema dell'Infinito
leopardiano capovolto ... )
Al mio grillo
Che direbbe il mio grillo
dice la Gina
osservando il merlo
che becca larve e bruchi dentro i vasi
da fiori del balcone e fa un disastro
Ma il più bello è che il grillo eri tu
Finché vivesti e lo sapemmo in pochi
Tu senza occhietti a spillo di cui porto
un doppio, un vero insetto di celluloide
con due palline che sarebbero gli occhi
due pistilli e ci guarda da un canterano
Che ne direbbe il grillo d'allora
del suo sosia E del merlo?
È per lei che sono qui
Dice la Gina e scaccia con la scopa
il merlaccio
Poi s'alzano le prime saracinesche.
È giorno
diario 71 e 72
gina tiossi era la governante
avevamo studiato per l'aldilà
un fischio un segno di riconoscimento
mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo
non ho mai capito se io fossi
il tuo cane fedele e incimurrito
o tu lo fossi per me
per gli altri no
eri un
insetto miope
smarrito nel blabla
dell'alta società
erano ingenui
quei furbi e non sapevano
di essere loro il tuo zimbello
di esser visti anche al buio
e smascherati da un tuo senso
infallibile
dal tuo radar di
pipistrello
caro piccolo insetto
che chiamavano
mosca non so perché
stasera quasi al
buio
mentre leggevo il
deuteroisaia
***
sei ricomparsa
accanto a me
ma non avevi
occhiali
non potevi vedermi
né potevo io senza
quel luccichio
riconoscere te
nella foschia
satura - xenia I
***
Deuteroisaia, cioè secondo Isaia,
viene chiamato l'anonimo autore dei capitoli 40-55 del libro di Isaia vissuto in
esilio a Babilonia due secoli dopo il profeta Isaia di cui si sente
spiritualmente discepolo.
prima di chiudere gli occhi mi hai detto pirla
una parola gergale
non traducibile
Da allora
me la porto addosso
come un marchio che resiste alla pomice
Ci sono anche altri pirla nel mondo
ma come riconoscerli ?
I pirla non sanno di esserlo
Se pure ne fossero informati
tenterebbero di scollarsi
con le unghie
quello stimma diario del 71 - a
sua moglie 'mosca'
nota:
secondo la nostra legge è vietato dare del pirla .. in quanto
lesivo dell'onore e della dignità .
termine usato nel dialetto principalmente
milanese_piacentino
con varianti tipo pirlèta .. pirlone .. pirlun
piu' amichevole scherzoso persino affettuoso
.
in origine significava 'trottola'
da cui deriva 'pirlare'
- 'girare'
'pirlare per casa' - 'girare per casa a vuoto'
IL RICORDO DELLA MOGLIE
Ma un velo di tristezza appanna i suoi occhi. Eugenio Montale
diventa silenzioso senza spiegarne il perché.
Forse quei due animaletti impagliati gli hanno improvvisamente evocato ricordi
lontani. Forse si è scoperto a compiere gli stessi gesti, gli stessi
discorsi di qualche anno fa, quando non era solo, quando accanto a lui vi
era ancora sua moglie, la sua «mosca». Era questo il soprannome di quella donna
piccola, magra, molto miope che Eugenio Montale ha amato e continua ad amare
con tutto se stesso, che ha ispirato al poeta, dopo la sua morte, forse i versi
più belli che abbia mai scritto. E' bastato questo flash della memoria,
del sentimento, perché Montale si sia rinchiuso nel «guscio» della sua
solitudine.
Torna ad essere cortese, cordiale, distaccato. L'incontro con il più grande e il
più triste poeta che abbiamo in Italia deve volgere al termine. Uno
sguardo ai suoi piccoli quadri che lui dipingeva con i materiali più
diversi: «Ora non mi dedico più all'hobby della pittura». Un augurio per il suo
viaggio a Stoccolma: «Finalmente potrò conoscere Anders Österling,
il mio traduttore svedese, l'uomo che, dicono, abbia fatto molto per farmi
assegnare il Nobel. E' una persona simpatica, vero? Ha 91 anni, ma sembra che li
porti molto bene, mi raccontano». Una stretta di mano ed eccoci sulla
porta di casa mentre Gina, in cucina, sta preparando il pranzo del poeta:
ravioli e zabaione.
Stiamo per uscire quando Eugenio Montale non rinuncia ad un'ultima battuta piena
di ironia.
Guardando il fotografo carico delle borse con le macchine ed i riflettori, dice
a bruciapelo, con un bel sorriso stampato sulle labbra: «Sembra un ladro in
procinto di lasciare un appartamento saccheggiato».
la vita oscilla tra il sublime e l'immondo
con qualche propensione per il secondo
le stagioni
il mio sogno
non è
nelle quattro stagioni
non nell'inverno
che spinge accanto a stanchi termosifoni
e spruzza di ghiaccioli i capelli già grigi,
e non nei falò accesi nelle periferie
dalle pandemie erranti, non nel fumo
d'averno che lambisce i cornicioni
e neppure nell'albero di natale
che sopravvive, forse, solo nelle prigioni. il mio sogno
non è nella primavera
l'età di cui ci parlano antichi
fabulari,
e non nelle ramaglie
che stentano a metter
piume,
non nel tinnulo strido della marmotta
quando s'affaccia dal suo buco
e neanche nello schiudersi
delle osterie e dei crotti
nell'illusione che ormai più non piova
o pioverà forse altrove, chissà dove. il mio sogno
non è nell'estate
nevrotica di falsi miraggi e
lunazioni
di malaugurio, nel fantoccio nero
dello spaventa passeri e nel reticolato
del tramaglio squarciato dai delfini,
non nei barbagli afosi dei suoi mattini
e non nelle subacquee peregrinazioni
di chi affonda con sé e col suo passato. il mio sogno
non è nell'autunno
fumicoso, avvinato, rinvenibile
solo nei calendari o nelle fiere
del barbanera, non nelle sue nere
fulminee sere, nelle processioni
vendemmiali o liturgiche, nel grido dei pavoni,
nel giro dei frantoi, nell'intasarsi
della larva e del ghiro. il mio sogno
non sorge mai dal
grembo
delle stagioni, ma nell'intemporaneo
che vive dove muoiono le ragioni
e dio sa s'era tempo; o s'era inutile
satura II 1962 - 1970
piove
Piove È uno stillicidio
senza tonfi
di motorette o strilli
di bambini. Piove da un cielo che non ha
nuvole. Piove sul nulla che si fa
in queste ore
di sciopero
generale. Piove sulla tua tomba
a San Felice
a Ema
e la terra non trema
perché non c’è terremoto
né guerra. Piove non sulla favola bella
di lontane stagioni,
ma sulla cartella
esattoriale, piove sugli ossi di seppia
e sulla greppia nazionale. Piove sulla Gazzetta Ufficiale
qui dal balcone aperto, piove sul Parlamento, piove su via Solferino, piove senza che il vento
smuova le carte. Piove in assenza di ermione
se Dio vuole, piove perché l’assenza
è universale
e se la terra non trema
è perché Arcetri a lei
non l’ha ordinato. Piove sui nuovi epistemi
del primate adue piedi,
sull’uomo indiato, sul cielo
ominizzato, sul ceffo
dei teologi in tuta
o paludati, piove sul progresso
della contestazione, piove sui work in regress, piove sui cipressi malati
del cimitero,
sgocciola
sulla pubblica opinione. Piove ma dove appari
non è acqua né atmosfera, piove perché se non sei
è solo la mancanza
e può affogare. tutte le poesie - 1996
Montale afferma che la felicità non si trova nelle quattro stagioni ma può trovarsi solo fuori dal tempo
e precisamente nell’Intemporaneo
là dove muoiono le ragioni degli uomini
e Dio sa s’era tempo o s’era inutile
creare il mondo l’universo e gli uomini ..... Nella seconda sezione di Satura l’entropia la
polverizzazione degli oggetti simbolici un tempo caratterizzanti la poesia di
Montale si accompagnerà anche a quella delle idee e del mondo sociale come
ridottosi a quinta grottesca di una scena deittica. Si tratti del bagaglio del
volgar-marxismo o del metamorfismo cattolico di Teilhard de Chardin, dei voli
interplanetari o dello sciopero generale, della storia o della poesia intesa
come istituzione marco fortiitalialibri.net
... Il poeta ligure utilizza la struttura
metrica e i rimandi alla pioggia per ribadire la sua concezione
pessimistica sull’uomo e la natura. ... Nella poesia di Montale la
pioggia non offre refrigerio e la donna è morta, sta in una tomba, in un
piccolo cimitero. La pioggia di Montale è immaginaria e serve a
sottolineare con il suo immaginario cadere le pene che come un continuo
stillicidio c travagliano l’uomo nella vita quotidiana. ... la presenza
asfissiante della donna tanto da preferire la sua assenza, la prosopopea
degli uomini di cultura, scienziati o teologi che siano, la
contestazione degli studenti, le nuove discipline letterarie,
l’inquinamento e la pubblica opinione registrata dai giornali. tellusfolio.it
Godi se il vento ch'entra nel pomario
vi rimena l'ondata della vita
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie
orto non era ma reliquiario.
Il frullo che tu senti non è un volo
ma il commuoversi dell'eterno grembo
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.
Un rovello è di qua dall'erto muro.
Se procedi t'imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva
si compongono qui le storie gli atti
scancellati pel giuoco del futuro. Cerca una maglia rotta nella rete che ci stringe tu balza fuori fuggi!
Va, per te l'ho pregato - ora la sete
mi sarà lieve meno acre la ruggine…
il tempo dello scrittore
è tutto il tempo per scrivere
il tempo del lettore è tutto
il tempo
jonathan galassi - farrar
straus giroux - translator editor di eugenio montale - rainews24 -
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