SERGE LATOUCHE maitre a penser

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globalizzazione&pluriversalismo

roy arundhati      hans magnus enzensberger    noam chomsky   zygmunt bauman  

serge latouche      peter singer  

 

 

 

Serge Latouche

nato a Vannes nel 1940 - insegna Storia del Pensiero Economico presso l'Università Jean Monnet di Parigi XI e conduce attività seminariale presso l’IEDES (Institut d’ Étude du Économique et Social) di Parigi. Esperto di cooperazione allo sviluppo, e specialista del Terzo Mondo e dell’epistemologia delle scienze sociali

 

 

 

 

L'OCCIDENTE A RISCHIO GLOBALIZZAZIONE

....l´aumento costante della disuguaglianza tra nord e sud del pianeta, si può considerare come la principale causa dei mali che affliggono il nostro mondo.     Dopo il crollo del muro di Berlino si pensava che avremmo vissuto tutti meglio e soprattutto in pace. La "mega macchina" economico-tecnologica invece ha cominciato a lavorare per annullare le culture, ed imporne una propria. Anche chi si è schierato contro questa globalizzazione l´ha in qualche modo favorita continuando a parlare di multiculturalità, favorendo in questo modo la radicalizzazione della diversità. La parola giusta da usare e da applicare al problema è pluriuniversalità, che significa conoscere ed accettare il diverso. Perché davvero se tutte le culture avessero lo stesso spazio ci sarebbe convivenza pacifica.            

 

new-global

mondiale ..."morale" economica priva di etica (se non quella del mercato) che gioca su disparità e ingiustizie: il fine giustifica i mezzi? quale fine? quali mezzi? "economia giusta" o "società giusta"? ...  

intervista di Paola Bonora   www.arcoiris.tv

PROCESSO ALLA GLOBALIZZAZIONE

La fede nel progresso ci possiede a tal punto da sembrarci inconcepibile non andare avanti. Siamo saliti su un bolide che sembra non aver più né marcia indietro, né freno, né conducente. Il suo motore? La mondializzazione liberale. Il suo obiettivo? La mercificazione del mondo. I suoi effetti? La crisi di mucca pazza, gli orrori degli organismi geneticamente modificati, l'instabilità economica, il surriscaldamento della terra, i terribili attentati all'ambiente. La presente opera, di una notevole varietà e ricchezza, riunisce i più grandi specialisti mondiali di tutte le materie trattate.

EDWARD GOLDSMITH PREFAZIONE DI SERGE LATOUCHE

peacelink.it


                                                                                                                                                                                                                

universalismo

sembra una parola bellissima, ma è bellissima per noi occidentali perché l’abbiamo inventata nel Settecento, è la parola d’ordine dell’illuminismo. Ma oggi si verifica che non tutti si riconoscono in queste aspirazioni cosiddette universalistiche, perché l’universalismo alla fine è l’ideologia occidentale, anche con i diritti dell’uomo. Un amico, che è un teologo famoso, Raimon Panikkar, dice che in tutte le civiltà ci sono delle aspirazioni più o meno condivise che hanno delle affinità: sono equivalenti, ma non identiche. Per esempio gli indiani, che pensano che la mucca sia molto più importante di altre cose, hanno un’aspirazione alla dignità che si traduce nel termine dharma. Ma non è esattamente la stessa cosa che i diritti dell’uomo, e noi occidentali, abbiamo imposto questa ideologia universalistica che di fatto è l’ideologia occidentale. E penso che se vogliamo la convivenza delle culture, dobbiamo pensare a un dialogo vero, non ad un imperialismo, non a un imperialismo culturale, perché oggi viviamo in un tempo di imperialismo culturale occidentale sotto la forma dell’universalismo imposto. Così si può fare un gioco di parole con universalismo, pensiero unico, mondo unico, universo unico. "Pluriversalismo" significa che c’è un’aspirazione comune nella diversità: un vero pluralismo culturale fondato su una vera democrazia delle culture. Tutte sono diverse, uguali e condividono naturalmente la volontà di tolleranza reciproca.

prom.it        rainews24 incontri        edscuola.it

 

 

Il ritorno dell’etnocentrismo e la necessità di un pluriversalismo
Serge Latouche insegna all’Università di Parigi XI e presso l’IEDES (Institut d’Etude du Developpement Economique et Social, Parigi).Specialista del Terzo Mondo e della epistemologia delle scienze sociali, è tra i fondatori del Mauss (Movimento anti-utilitarista).
 

cscsalerno.org/progettoCISP.htm

 

il multiculturalismo è il cosmetico della mondializzazione
Mi riferisco a un certo discorso multiculturalista, quello, ad esempio, sviluppato dalle agenzie di viaggio, che promuove la "scoperta di nuove culture" come una cosa fantastica, e parla di una diversità che non si era mai vista nella storia dell'uomo. Questa è una forzatura, un errore storico. Il multiculturalismo non è stato una scoperta della modernità, né della postmodernità. Ci sono già state esperienze di convivenza tra culture diverse, e non così livellatrici come quella di oggi. L'antropologo Marco Aime lo dice bene. A Venezia, fra il XIII e il XV secolo, c'erano albanesi, c'erano ottentotti, che vivevano in certi quartieri, gli ebrei vivevano nel ghetto, ma non era una condizione realmente escludente. Nessuno era uguale, e ognuno era differente in rapporto al potere. Non voglio dire che tutto funzionasse, ma c'erano dei meccanismi di bilanciamento e di compensazione.
Quello che va demistificato è l'uso che si fa del multiculturalismo per nascondere il terribile dramma dell'uniformazione planetaria: la diffusione generalizzata di McDonald's, della Coca-Cola, di un modo di vita occidentale che viene presentato come ideale, e che colonizza le menti delle persone distruggendo al tempo stesso i loro mezzi di sussistenza. Quando si fa bere la Coca-Cola a delle popolazioni africane o latino-americane, si distruggono le imprese locali, l'artigianato locale, le tradizioni locale, in cui ci sono bevande particolari come succhi di frutta o succo di canna da zucchero, etc. La stessa cosa avviene per l'alimentazione, con McDonald's e il fast food. Questa è un'uniformazione culturale. E la stessa cosa avviene per la musica: si esalta la musica folk, la musica etnica, ma tutto ciò in realtà passa attraverso una formattazione hollywoodiana, americana…
 



Ci sono iniziative possibili?
«Io vedo tre percorsi possibili

Innanzitutto mi pare che per noi che viviamo in Occidente ci sia una necessità di sopravvivenza, il che significa accettare compromessi, senza per questo venir meno alle nostre più radicate convinzioni. Credo poi profondamente nella efficacia dei movimenti di resistenza come questo Forum di Firenze. Avendone però ben chiari i limiti. La contestazione antimondializzazione è tutta e solamente occidentale. Non vi prende parte la Cina, non vi prendono parte l'India o il mondo islamico. E gli africani che vi vengono coinvolti sono nostri amici occidentalizzati ai quali di solito paghiamo il biglietto. Infine la mia piena fiducia va a tutte le iniziative che chiamo di dissidenza e che spingono a sperimentare modi di vita diversi, alternativi. Penso alla Banca etica, al commercio solidale, alla crescita del Terzo settore, alla protesta ecologica. Credo molto alla possibilità che da queste iniziative diffuse, dal “basso”, possano scaturire un modo di vivere diverso, un'altra civiltà»    

www.unita.it    uniba.it

 

 

Si dovrebbe ciononostante sapere

che non esistono valori che siano trascendenti rispetto alla pluralità delle culture, per la semplice ragione che un valore esiste come tale solo in un contesto culturale dato. Questa situazione è stata resa possibile dalla demonizzazione degli eccessi di ritorno che la stessa mondializzazione genera: crescita degli integralismi e dei terrorismi etnicisti. I ripiegamenti identitari provocati dalla uniformizzazione planetaria e la messa in concorrenza esacerbata degli spazi e dei gruppi sono tanto più violenti quanto la base storica e culturale è più fragile (o anche inesistente, come nel caso limite della Padania). Amplificati dai media, questi fenomeni hanno provocato una tale repulsione, senza dubbio legittima, che ne risulta esaltato un universalismo beatificato e tutto d'un ROMANZo , di essenza esclusivamente occidentale, con la ripetizione magica di slogan vuoti.  

www.carta.org

 

 

Il pensiero unico uccide la giustizia
Il suo ultimo libro tradotto in italiano si intitola Giustizia senza limiti una formula che Serge Latouche ha abilmente «rubato» a George Bush (Enduring Justice era il primo nome con cui il presidente americano indicò la reazione americana all’11 settembre), rovesciandone il senso. In questo libro Latouche fa un’analisi dell’economia nell’era della mondializzazione e ne denuncia la fondamentale ingiustizia. Ma introduce sin dall’inizio un concetto caro al pensiero ecologista, quello di «limite».
Che relazioni ci sono fra giustizia e limite, ai tempi della mondializzazione?
«Le due cose, a mio parere, sono strettamente legate: se la giustizia, come dice il titolo del mio libro, si presenta “senza limiti”, è perché viviamo in una società senza limiti, con un’economia senza limiti, che tende a formare un mondo unico con un pensiero unico, e immagina che questo basti per avere una società giusta. Questa è l’ideologia liberale e, dunque, dopo aver denunciato l’impostura del mondo ridotto a mercato, mi sono sentito chiamato a denunciare l’impostura di un mondo che vorrebbe essere giusto, ma “senza limiti”. Perché io credo che la giustizia sia, prima di tutto, una questione di limiti. La giustizia, come indicò già Aristotele, risiede essenzialmente nella misura: un mondo senza limiti è legato all’atteggiamento che i greci hanno chiamato hybris, qualcosa appunto che è eccessivo, “fuori misura”, sia per quanto riguarda la giustizia che la società più in generale.  

articolo 21

 

Serge Latouche E' più pessimista

«Purtroppo non cambierà niente. Se con Kerry avevamo una piccola speranza che qualche progresso si sarebbe fatto, adesso abbiamo la certezza che non ci sarà alcun cambiamento. E l’America, con la sua immagine di “potenza impero” darà il brutto esempio agli altri paesi: così Berlusconi e compagnia potranno seguire nella loro convinzione che il progresso scientifico e tecnologico troveranno da soli la soluzione ai problemi ambientali. Per fortuna l’opinione pubblica ha un potere molto forte: in fondo siamo noi come consumatori che facciamo funzionare il sistema. Ma il problema è che la società stessa ha poco potere perché è manipolata dalla pubblicità, dalla propaganda e dalla disinformazione».

 

 

la società della crescita e' una trappola insostenibile per l’umanità e la corsa indiscriminata al profitto economico distrugge l’ambiente e porta disuguaglianze sociali. Anche la cosiddetta 'crescita sostenibile' e' insostenibile e l'unica via di salvezza e' uscire dall’economia che colonizza l’immaginario e mettere in discussione questo dominio

 

 

DECOLONOZZARE L'IMMAGINARIO   

una delle menti più lucide dell'economia mondiale, vero e proprio "maitre a penser" dei nostri giorni. Dopo aver scritto alcuni testi fondamentali sul rapporto tra economia, società e sviluppo sostenibile, Latouche affronta in questo libro il significato del fare giustizia in un'economia globalizzata. Un testo coraggioso, che ha il merito di andare a fondo della verità che si cela dietro le apparenze. Un grido di allarme che non risparmia nessuno e che non teme alcuna critica, fondandosi sull'evidenza che sta sotto gli occhi di quanti sanno vedere.

"Lo sviluppo è sempre insostenibile"  Movimento antiutilitarista Latouche
Sin dagli anni Settanta l'economista "eterodosso" Serge Latouche constata il fallimento del progetto occidentale di sviluppo in Africa. Nel 1981 fonda con Alain Caillé il "Mauss" (Movimento Antiutilitarista nelle Scienze Sociali). Oggi non risparmia le sue critiche a chi vorrebbe aggiungere una dimensione etica all'economia senza metterne in discussione i fondamenti. E loda l'Argentina per aver ripudiato il debito. Il suo ultimo appello consiste nel "decolonizzare l'immaginario" - come recita il titolo del nuovo libro pubblicato in italiano da Emi - da concetti come "progresso" e "sviluppo", compreso lo "sviluppo sostenibile".  

peacelink.it            www.identitaeuropea.org/

 

 

MANIFESTO DEL DOPOSVILUPPO   -    Oltre lo sviluppo
Parlare di doposviluppo non è soltanto lasciar correre l'immaginazione su ciò che potrebbe accadere in caso di implosione del sistema, fare della fantapolitica o esaminare un problema accademico. È parlare della situazione di coloro che attualmente al Nord come al Sud sono esclusi o sono in procinto di diventarlo, di tutti coloro, dunque, per i quali il progresso è un'ingiuria e una ingiustizia, e che sono indubbiamente i più numerosi sulla faccia della Terra. Il doposviluppo si delinea già tra noi e si annuncia nella diversità.
Il doposviluppo, in effetti, è necessariamente plurale. Si tratta della ricerca di modalità di espansione collettiva nelle quali non sarebbe privilegiato un benessere materiale distruttore dell'ambiente e del legame sociale. L'obiettivo della buona vita si declina in molti modi a seconda dei contesti. In altre parole, si tratta di ricostruire nuove culture. Questo obiettivo può essere chiamato l'humran (crescita/rigoglio) come in Ibn Khald?n, swadeshi-sarvo-daya (miglioramento delle condizioni sociali di tutti) come in Gandhi, o bamtaare (stare bene assieme) come dicono i toucouleurs, o in altro modo. L'importante è esprimere la rottura con l'impresa di distruzione che si perpetua sotto il nome di sviluppo oppure, oggi, di mondializzazione. Per gli esclusi, per i naufraghi dello sviluppo, può trattarsi soltanto di una sorta di sintesi tra la tradizione perduta e la modernità inaccessibile. Queste creazioni originali di cui si possono trovare qua e là degli inizi di realizzazione aprono la speranza di un doposviluppo. Bisogna al tempo stesso pensare e agire globalmente e localmente. È solo nella mutua fecondazione dei due approcci che si può tentare di sormontare l'ostacolo della mancanza di prospettive immediate.

Il doposviluppo e la costruzione di una società alternativa non si declinano necessariamente nello stesso modo al Nord e al Sud. Proporre la decrescita conviviale come uno degli obiettivi globali urgenti e identificabili attualmente e mettere in opera alternative concrete localmente sono prospettive complementari

www.decrescita.it/ilmanifesto.php   


L'antiutilitarismo  

nel pensiero del suo più qualificato e profondo interprete, Serge Latouche   -- indagando sulla genealogia dell'economicismo non può che intrecciarsi con quella parte minoritaria, ma qualificata, del pensiero ecologista. Il reinserimento dell'economia nel sociale, la risacralizzazione del vivente e il conseguente re-incanto del mondo sono punti di riferimento condivisi, che d'altra parte assumono un sano realismo antiutopistico nel negare sia la razionalizzazione dell'ambiente ridotto a risorsa economica che l'idilliaco rispetto dell'incontaminato. Solo un equilibrio è possibile, tra cultura e natura: lo sbilanciamento per una delle parti in causa rafforza la vettoriale dialettica progresso/reazione a scapito della ciclicità, del senso del limite dell'armonico, che si incarna nel valore della giustizia condiviso nel bene comune. La critica dell'esistente non può identificarsi con la negazione della realtà, patologia genetica e germinalmente totalitaria degli ideologismi positivi, sia idealistici che materialistici.
italy.peacelink.org 


Giustizia senza limiti
Serge Latouche è oramai entrato nella maturità della sua riflessione in una prospettiva di critica genealogica al concetto stesso di civilizzazione. È dal Social forum di Parigi del novembre 2003, che dichiara “il mondo è entrato nella quinta estinzione della specie”, nel corso della quale proprio l’uomo sarà la vittima designata. A meno che non si riesca ad abbandonare repentinamente la strada senza uscita della crescita. La “decrescita sostenibile” deve essere una cosa reale, un passaggio epocale dalla società dello sviluppo a quella del post-sviluppo. Si tratta di fare “di necessità virtù”: da una parte frenare lo sviluppo per evidenti motivi ecologici, dall’altra creare una realtà in cui cresca la qualità della vita, una società in cui, gli uomini lavorino solo il necessario. Una società in cui la reciprocità metabolizzi l’individualismo e l’accumulo, ma questo richiede una rivoluzione culturale, una decolonizzazione economica delle nostre menti.

www.estovest.net



femministe
A volte vengo aggredito da qualche femminista, che mi rimprovera di non parlare delle donne. Be', rispondo dicendo che non ne ho parlato perché non sono una donna, siete voi donne che ne dovete parlare. Si comincia a parlare dall'"io sono non è vero?
Secondariamente, c'è un malinteso su questo punto quando si apre un dialogo con altre culture, perché anche il femminismo è nato in una società occidentale, ed è nato a partire dalla visione individualista della nostra cultura, che sacralizza l'individuo a scapito delle altre dimensioni, di gruppo o anche personali. Per noi l'individuo è tutto, ma non è così per altre società, per altre culture, che spesso hanno una visione olistica, integrale, del rapporto fra gli esseri umani e il mondo.
Perciò riconosco la legittimità del movimento femminista all'interno del mondo occidentale, che concepisce la società come un'associazione di individui. È normale che in una situazione come questa le donne, per così dire, rivendichino la loro parte; ma al tempo stesso bisogna comprendere che può non essere lo stesso in altre società, in cui il rapporto fra i sessi, il rapporto fra uomini e donne, è concepito a partire da una visione globale: in queste società non è detto che le donne stesse maturino un punto di vista "femminista" all'occidentale. Malgrado tutto, siamo sempre alienati. Alienati può essere un altro termine per designare una situazione in cui tutto è formattato, in un modo o in un altro. Se non si è formattati in un certo modo lo si è in un altro. Da questo punto di vista l'individualismo è una forma di alienazione.

www.socialpress.it

 

 

chi non trova il proprio posto i

n questo universo uniformizzato

è semplicemente condannato a scomparire


“Quando ho scritto questa frase pensavo prima di tutto ai popoli cosiddetti indigeni come gli indiani dell’Amazzonia o altri popoli che sono in via di estinzione che non vogliono inserirsi nella logica occidentale o non possono farlo e sono più o meno distrutti sia fisicamente che culturalmente. Invece tu dici che questo oggi non è totalmente vero, che si vede che anche gli occidentali sono condannati per questo processo uniformizzante a sparire e che i popoli che hanno conservato più legami con la tradizione, con la cultura, la terra e la propria identità culturale, hanno un futuro. Questo lo penso anch’io, ma possiamo fare una distinzione temporale da questo processo di occidentalizzazione del mondo.

Quelli che hanno rifiutato di fare compromessi con l’occidente sono spariti, mentre quelli che hanno potuto farne, che si sono più o meno occidentalizzati ed hanno conservato anche le loro radici, hanno fatto sia la resistenza che la dissidenza in rapporto al rullo compressore occidentale, hanno forse davanti a loro un futuro più sicuro.
www.bloom.it


La forma politica della modernità

ha scritto Serge Latouche, è allo stremo perché ha finito la sua corsa. La destra e la sinistra hanno realizzato il loro programma nei suoi aspetti essenziali. La destra illuminata e la sinistra rivendicavano l’eredità dei Lumi, ma né l’una né l’altra la rivendicavano interamente. Ciascuno ha visto realizzarsi la sua parte di programma. La sinistra, il cui immaginario si ricollega al versante radicale dei Lumi, adorava il progresso, la scienza e la tecnica; da Condorcet a Saint-Simon, si ritrovano i medesimi temi. La destra liberale ed illuminata, da Montesquieu a Tocqueville, esaltava la libertà individuale e la concorrenza economica. La sinistra reclamava il benessere per tutti, e la destra la crescita e il diritto di godere del frutto delle proprie imprese. Non senza sussulti e crisi, lo Stato moderno ha realizzato tutto ciò.
www.girodivite.it

 

L'INVENZIONE DELL'ECONOMIA
... L’individualismo è il tratto più specifico dell’Occidente dopo il Rinascimento. È la condizione dell’emergere dell’economico e, di conseguenza, del lavoro. L’individualismo, come noi lo intendiamo, implica che l’umanità sia costituita da una pluralità di atomi identici che si trova di fronte a una natura fondamentalmente ostile. La sopravvivenza di queste “particelle elementari” passa per la lotta contro la natura e la sua trasformazione aggressiva. Questa lotta faticosa e universale si chiama lavoro. L’individuo dunque non è una persona con le sue radici, la sua storia, i suoi legami e i suoi progetti, ma un essere anonimo fatto di bisogni di cui l’homo oeconomicus è il prototipo. Sebbene di fatto, anche nelle società moderne, sia ripartito in modo estremamente ineguale tra i cittadini, il lavoro implica pur sempre un’uguaglianza fondamentale di tutti, un’uguaglianza primordiale di fronte alla lotta per la vita e la sopravvivenza. Di qui il suo carattere universale e astratto. E di qui anche il fatto che la società moderna è anzitutto una società “lavorista”. Il fatto che tutti gli uomini diventano formalmente dei “lavoratori” altro non è che la realizzazione concreta del concetto stesso di lavoro

rassegna.it - 2010

 

 

 

 

 

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