Márcia TheÓphilo

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***

 

Questa è la mia vita

La mia vita è inventariare le parole della foresta

Adesso  devo fare qualcosa che gli altri non possono fare ossia entrare nell’anima della  nonna paterna  - sciamano della foresta - che mi sia da guida e che mi dia la possibilità di creare l’emozione e di sensibilizzare il mondo per tentare di salvare la foresta.   Questo è il mio compito.
multiversoweb.it - incontro uniud - 2012

Attraverso i racconti di mia nonna India ho appreso il significato del profondo legame con la foresta e attraverso le mie esperienze sono stata portata a studiare le origini della cultura india. Mio padre è nato in Amazzonia nell' Acre    nella terra dove è anche nato il mitico guardiano della foresta Chico Mendes.    Nel mio lavoro ho cercato di fare una fusione tra memoria emotiva e culturale tra poesia e documentazione tra mondo arcaico e contemporaneo. Penso che senza la poesia non si possa raggiungere l'anima della foresta . L'antropologia è una disciplina che ha privilegiato gli oggetti e la cultura materiale .    Io ho privilegiato il soggetto più leggero :  l'anima.   

Non a caso sono poeta antropologa.

theophilo-amazonia-e-poesia.info

Mia nonna mi ha insegnato l’idea allegra di vivere, cercando nella foresta, negli alberi, nell’acqua del fiume, negli uccelli e negli altri animali, anche un rapporto di simbiosi e di armonia.
Un’altra cosa che mi ha fatto conoscere sono gli odori e i sapori dei frutti e a mescolarli con il mio pensiero, ossia, senza separarli dal mio pensiero.
L’abiu, dolce e simile alla nespola o i giallo-rossi caju che una volta maturi, ad un minimo sfioramento dell’albero, lasciano colare il succo a pioggia, l’açai, piccolo fruttino nero-violaceo o la pitanga, piccolo e a forma di stellina rossa, più buono della ciliegia...questi sono i primi sapori-colori che animano la mia memoria più remota.
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Mio padre è nato in Amazzonia, nell’Acre. E Yanoà era sua madre.      Yanoà mi ha insegnato il linguaggio della foresta che non è fatto soltanto dalle parole native indie ma anche dalla sonorità dei rituali e dai versi degli animali che abitano gli alberi, i quali, vengono chiamati con i nomi dei versi dei loro abitanti:   Muru muru muruì (agouti-paca).    Nella sua voce mille voci, umane e non, le grandi visioni della foresta e del fiume:     l'albero muricí, la liana guaraná, i pappagalli, le orchidee, il fulmine, la musica del vento, i canti di moltitudini d’uccelli, le metamorfosi della luna.      Le parole erano incollate nella sua pelle.      La memoria di mia nonna era come un dizionario parallelo dove apprendere l’antica vita dell’Amazzonia, dove non esisteva differenza fra quello che diceva e quello che viveva.       Da allora le parole respirano naturalmente insieme a me.

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A soli cinque anni ho imparato a scrivere e da allora venni eletta dalla mia famiglia, dal mio clan, la scrivana. Per questo mi veniva portato rispetto e il mio lavoro aveva la debita considerazione. Scrivevo lettere per mia nonna, poesie per le amiche da dedicare a loro fidanzati, racconti da recitare.

Ero Márcia la scrivana. Ho cominciato a scrivere le prime poesie a tredici anni.

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Sono stata coinvolta nei principali fatti sociali e politici del mio Paese. Ero giornalista nell'epoca di una legge di censura imposta dalla dittatura militare.    Negli anni Settanta finisco in Italia il dottorato in Antropologia. E dopo i disastri,e le dittature, il poeta tenta un inizio, avanza verso un nuovo giorno.   Vengo da luoghi lontani.    Mia nonna era nativa dell'Amazzonia e mi ha raccontato durante la mia infanzia i fatti della foresta che più tardi ho capito che non erano favole.    Il reale è l'immaginario, quel che appare strabiliante a un europeo, per un brasiliano che abita vicino alla grande foresta è un evento quotidiano.    Vengo da luoghi antichi, quei luoghi che vado ancora percorrendo, perlustrando .
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http://youtu.be/zPXpmi5ULvM 

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Nel mio lavoro ho cercato di fare una fusione tra memoria emotiva e memoria culturale, tra poesia e documentazione, tra mondo arcaico e mondo contemporaneo, creando un tutt'uno in cui tutte queste materie si compenetrano. Penso però, che senza la poesia non si può arrivare all'anima della foresta. L'antropologia è una disciplina che ha finito con il privilegiare gli oggetti e la cultura materiale. Io ho privilegiato il soggetto più leggero, l'anima, la poesia.
festivaletteratura.it

Ho sempre creduto che entrare nel mondo di un poeta è come entrare in un bosco intricato e stabilire un contatto che non ha timori davanti ai temi dell’amore e della morte ma apre uno spazio alla conoscenza che va al di là del tempo e del transitorietà delle cose.
fb/mt - 20.1.2018

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La mia poesia scaturisce dalla mia nascita: sono una meticcia, ho ascendenza india, mia nonna era un’india.    Penso che la terra sceglie le voci che possano difendere la sua vita.   L’Amazzonia ha scelto me.    È un’illusione che siamo noi a scegliere; in realtà noi veniamo scelti.    Mio padre era poeta che improvvisava versi.    Io li scrivo, ma prima li penso e li sento.    Nascono dentro di me come voci della foresta.    Non faccio altro che registrare le parole che sgorgano da una fonte interiore che non so come definire se non 'me stessa'.     Vado alla ricerca dei miei archetipi.    La vera cultura emerge dall’interiorità senza che l’autore abbia piena coscienza di quel che va dicendo.    Una ricerca – per quanto mi riguarda – arcana e arcaica, che è più contemporanea della modernità.    Noi siamo il momento attuale della storia, che significa inquinamento e distruzione .
https://youtu.be/sfaPwSxHx7E   - fb/mt - 15.5.2018

 

 

 

dedicata alla nonna paterna
 

Non avvicinatevi al fiume
quando il sole tramonta
non avvicinatevi al fiume
perché c'è Yara che vi invita
coi capelli verdi

colore delle pietre miraquitãs

L'oro del fiume li bagnava di luce
"State attenti, figli miei

- diceva la vecchia india -
vi trascina all'incontro col suo canto

e la sua magia
il suo canto che non finisce mai
e i suoi occhi e i suoi capelli
fanno parte del suo canto
State attenti figli miei, se Yara vi chiama,
perché Yara è fuoco dentro l'acqua,
è luna,
è un canto che non finisce,
guardatevi da Yara

quando vi chiama per nome
sono abissi
evocazioni

per le quali non si è mai preparati
guardatevi da Yara

quando vi chiama per nome
il ritmo del suo cantare

produce ondulazioni
che modificano l'aria
portano tempeste da luoghi sconosciuti
da mari sconosciuti
evocazioni
non avvicinatevi al fiume
quando il sole tramonta
Guanumbì, ascolta bene
io sono vecchia, così vecchia
che già non si contano
le lune della mia età."


 

 

Olocausto degli alberi

Jerimum il Sole che nasce
gonfiando il vermiglio del cielo
Floresta piena di colori
rodendo le viscere della terra
con le sue radici vive
Kupahúba ha radici
Non va incontro al vento
è il vento che l'abbraccia
portando l'odore del bacába,
frutto carnoso,
del mangaba, polpa aromatica,
di pitanga, di murici..
Nel cielo rosso-arancio
il silenzio oscura la luce
Kupahúba vede un fiume espandersi
sgorgando dalla casa del sole.
Il vento porta una luce splendente
e fumo nero e caldo incandescente
e penetra tra gli alberi
le foglie ardono muovendosi
in mezzo al disordine della foresta
tra caos e fumo
Tutto è fuoco...gli alberi cadono...
tutto è cenere:
In questo ritmo frenetico

anche il cielo cadrà.
Lo sterminio non cessa:
Kupahúba attende il fuoco ferma,
legata alle sue radici.
Sente il fuoco scorrere nei suoi rami
il suo corpo verde trema e sente dolore
lei che lenisce il dolore sente
il fuoco gemere nel suo tronco
bruciare le sue radici
e la terra morta della foresta devastata,
rovine...
L'olocausto di una moltitudine di alberi.
Il vento non porta musiche conosciute
disturbi di verde e azzurro
ritornate ritornate ritmi antichi

 

Il verde

invade le Foreste e i boschi
E' un’ immensità

di ossigeno e di profumi
che con il vento

si dirama fra le pianure

e fra la gente.
fiori purpurei brillano

costellazioni di stelle



Vento
Il vento continua
a divorare la notte
è là, reale e mutevole
dentro di lui la musica dei rami
Il vento arriva
esplodono sonorità
sfogliano il suo corpo
fa ondeggiare i rami
corpo del vento avvolge e incurva
distende l'amato corpo
astratte e concrete le sue foglie
Si versano sinuose
cascate di vento dentro il bosco
Io danzo, e tu?
Risuona, balla, fischia e canta
è fra gli alberi
nasce come un frutto
nasce come un bambino
le sue risate hanno il ritmo
dell'acqua sulla pietra
prima dolce quasi monotona
dopo forte e piena di risonanze
qualcosa di vago
fumo e sapori somiglianti

Il vento apre la sua bocca
le nuvole producono piogge
neve, o anche ghiaccio

Il delfino ondeggia sotto il corpo del vento.
Avvolge e distende tra le nubi
le sue pinne, ali sinuose
reale e mutevole in lui
la musica del vento sulle acque

 

*

 Il vento porta odore
il vento porta piogge
il vento porta parole
il vento sussurra
il vento porta la guerra
qualche volta la pace
Nel nostro pianeta
anelli saturnini
anelli di sabbia
anelli di nebbia

 

*

 

Gabbiano, vola

porta i miei occhi sulle tue ali
Nel sogno azzurro celeste

che abbraccia la terra
nel sogno sereno ed alto
Che solo gli uccelli accoglie

 

La pioggia

ha sapore amaro
sassi, foglie e nuvole
nuvole carnose
pioggia, perché non sei più dolce come prima?
E l’anima dell’acqua diviene vento

 

 

Gli Indios rinascono
Sulle rive del fiume, le canoe
onde di spuma, Il tuo sorriso aperto
quando tutti entrano, comincia il cammino
tortuoso dei morti e dei vivi, i saluti
le memorie, i primi canti
Kupaùba perde la testa
piange, piange, piange
il suo villaggio distrutto.
Parole si spandono sulle sue spalle
eppure il suo sguardo è senza odio
deve ricominciare, da sola.
Io vi amo, pensava
ed era così energico il suo sguardo
che i coccodrilli, le offrivano, il dorso
come fossero cani
i giaguari le facevano le fusa
come gatti domestici.
Io vi amo, ripeteva
e i suonatori terminavano:
Gli indios morti fanno germogliare
culture sommerse, per secoli e secoli
dentro l'arida terra
le tribù sementi rinascono
con la pioggia, migliaia di fiori
e il deserto torna a fiorire.

 

 

 

pietre

Io sono una pietra e vivo in ogni angolo
Sono un uccello e non conosco l’inverno
.Sono aria, acqua e vengo dalle viscere della terra
Io sono viva e voglio che lo sappiano
l’umido della pioggia, il calore
e la frescura del vento.
Sono un uccello che vola solo
perché è tutto.
Sono il frutto d’un albero.

Di certo quando il sole batte
le pietre brillano
allegro va aprendosi il sole
molecole incantate
Dov’è il suo nido? Navigando fra le foglie
archi cipressi lo raggiunge in delirio
togliendogli il respiro: nuvola lei
polpa di frutta matura
odori selvaggi e colori.
Tocca il fondo del fiume, cavalca travolto
dalle acque, inonda gli arbusti nell'isola.
Dissetatevi, saziatevi d’azzurro
pensiero emotivo ritmo forte
per capire meglio i colori
che mutano le pietre piccoline
ad una ad una

 

 

 

 

Spalancano il paradiso. Andiamo
Parlano dentro di noi, liberi
i piccoli folletti della foresta
ci spingono a un canto, a un ritmo
fuori del tempo e delle ansie
Ogni giorno viviamo tutte le stagioni
l’acqua zampilla, gorgoglia ai nostri piedi
tutti dentro ci fanno allegri e vivi.
Il giorno dopo sono mutati i pensieri
animali ci corrono nella memoria senza fermarsi,
sono presenti tutti, di tutte le età
frutti e fiori, accompagnano l’idillio.
Tutto è qui:la tempesta, la pioggia, le spiagge
i sentimenti muovono i nostri corpi.
Un fiume in piena sono le nostre voci.
Una luce incerta tinge il tramonto
e il sole con le sue ombre.
Tutto continua, non si conoscono soste:
primavera, autunno, inverno qui sono estate .
fb/mt - 11.6.2018

 

 

 

Isola di Marajó
Le donne, ondeggiando in un mare di foglie,
si nascondono e fuggono, leggere danzano
in onore del sole, curiosa danza
imita i macachi, eccitate sospirano
ridono, una mano pendente, e l'altra
sulle spalle. Tre curumins portano ceste
ricolme d'açaí e muricí. Fanno due passi
al secondo, sulla punta dei piedi,
il riso delle donne, il riso dei bambini
volti che appaiono e scompaiono.
Ricomincia la danza. Altre voci:
suoni d'altri animali, acqua che scorre,
rami che si spezzano.

La musica, lenti strumenti
Al boto abbracciata

Kupaùba seguiva l'onda del fiume

della corrente il flusso fino al mare.
Marajó, spazi di sole ardente, ritorno
stelle cadenti, marombos, carapanàs,
ritorno sempre in luoghi lontani, ebbrezza
di cauìm che ubriaca piano
piano, senza fare male, insipido
vischioso scivola in gola.
Dorati banani e mamoeiros,
voci di Marajó, lamenti,
piccoli grida di Cacaué

ma dove vuole andare?
Per cinque fiumi è andata Kupaùba
durante cinque lune ha camminato
mille verdi sentieri ha attraversato
solo per arrivare a Marajó e vedere il mare.

 

Folle risata
Folle risata la tua, dall'eco affilata
Manioca selvaggia è il tuo riso
le tue carezze, il tuo acuto piacere,
Kupahùba vive, va e viene
Fino a che il sole scompare.
Di giorno tra foglie, erbe, insetti,
decomposte materie vegetali:
ci moltiplicheremo.
Il movimento non è deserto, è fiume
ruba, saccheggia, bevi ciò che vuoi
questo fiume è abbondante
non si ferma, ma continua
per cantare il suono delle parole
Açanà, Yanà, Nacaìra
Cajà, Pacoba, Maçarandùba
ogni parola un essere, parole che scrivo
la foresta è il mio dizionario
parole vive e masticate
aspre di cammini già percorsi
Açanà, Tapajurà, Igarapé
ogni parola un essere, risuona affilata.
Kupahùba aprì gli occhi e apprese a leggere.

 

 

gli uccelli cantano fra gli alberi
di giorno e di notte
Otto o dieci uccellini di colore azzurro
si cullano sui rami di un albero.
Un coro di penne increspate
di becchi socchiusi.
Cresce il cinguettio.

 

la mia mente è un albero
colmo d'uccelli
la mia mente colma d'uccelli
straripa
e giunge lontano
ai confini
dell'orizzonte oscuro
l'intreccio dei rami
si sgretola
al limitare dei monti

 

 

 

 

DIA DO RIO - GIORNO DEL FIUME
Il dio delle acque non piange
reclama un’idea che si trasformi
in allegria
e dai colori sommersi dei ruscelli
una voce si ascolta tra le altre :
è il dio delle acque fatto cascata
con le sue risa segue
il movimento dell’acqua .
fb/mt - 24.11.2017

 

 

 

In principio non c’era la notte

Non si conosceva
la notte. C’era soltanto la luce ed era
così intensa, ai tropici pareva di andare
per ere di azzurro, di vermiglio, di verde.
Era così forte la luce

che pareva di fluttuare
nei colori   nelle piante.
Quel che non aveva parola si parlava
si parlavano gli alberi e pensavano coi fiori.
Nessuno conosceva il nero
soltanto esistevano i colori
che emanavano luce

che distribuivano energia-pensiero
Ma non si dormiva
l’uomo non conosceva stanchezza
ma non sapeva la dolcezza del riposo
il silenzio e la musica
perché la musica nacque

con la conoscenza dei primi ritmi
e con la notte nacque il primo canto.

Il parto della foresta

Dal corpo contratto, dal pieno del ventre
dalle viscere, sulle rive tra il fogliame
sono i profumi della foresta e il sangue
ad avvolgere il suo corpo:
l'aiutano, le donne del villaggio
la selva è una galassia che ascolta il suo vagito
tra le braccia Kupaùba-albero.
Gambe e bacino di nuovi impregnati
degli odori sono un continente
il suo nido, piccolo corpo che pulsa.
Il sole rischiara la foresta e il fiume
"Quanto tempo è passato?" vanno indagando
"la sua anima a chi mai è appartenuta?"
Le danze si prolungano fino a notte alta
il vento passa lieve, una voce, un sussurro
loda Tupã e annuncia: "Kupaùba è nata".

 

 

si riuniscono

quattro petali rosa
ondeggiando
nel rosso e nel giallo
si difendono
da una fine sbriciolata
annientata

 

 

Un albero della foresta

è un insieme di storie
di civiltà

di bisogni e di risorse.
Sull’albero passano gli uccelli
sotto gli alberi

vivono milioni di animali
nascono milioni di piante e fiori
si diffondono

milioni di rumori versi voci.

 

 

 

 

LA VITA E UNA ETERNITA BREVE

fb/mt - 2018


Dentro una foglia
Bevo acqua di rugiada
Io, uccellino


Verdi le acque
Quando inizia l’autunno
Sono dorate

segue POESIE  .pdf

i BAMBINI GIAGUARO -  noi alberi - delfino rosa - madre acqua - carnevale

amazzonia - respiro del mondo


  

L’Amazzonia è ricca

di milioni di specie vegetali e animali

E l’albero è il suo simbolo

 

 

.

 

 

noi siamo alberi 

FRATELLO ALBERO, SORELLA DOROTHY STANG

 https://youtu.be/AKlF3VLmECA

   
fb/mt - 19.10.2018

 

 

Alberi-flauto
inno agli alberi e ai suoni della foresta, alla magia della natura che sa rinascere dopo il violento incendio
...
presentazione di antonio canu  - presidente wwf oasi - illustrazioni di aldo turchiaro e di iole eulalia rosa.
fb/mt - 2014

Se un albero rappresenta l’ideale stesso della bellezza incarna quella idea di sacro che ogni artista immagina e ritrova.   Ma la cosa più importante è che attraverso la visione della bellezza si ritrova la sostanza di un più intimo rapporto con il mondo e da questo la possibilità di dialogo d’amore con i suoi simili e con l’uomo stesso.

Un albero, per chi ama la natura è più bello di una statua greca .
fb/mt - 18.4.2018

.

Ho aperto gli occhi nella foresta e la foresta è stata il mio primo, ricchissimo dizionario
Si tratta di un immenso ecosistema che tutti dobbiamo proteggere. Il problema è che noi crediamo che la foresta sia qualche cosa di lontano, noi che oggi siamo qui a parlare di poesia crediamo che l'Amazzonia sia un altrove che ha poco a che fare con la nostra quotidianità. In realtà la foresta siamo tutti noi, noi che dobbiamo riappropriarci di un'identità con la natura, noi che siamo acqua, luce, aria, non entità separate, ma respiro e vita comune

noi siamo alberi .

...

L'albero è come se fosse un grande corpo in trasmutazione. In un periodo di post-umanesimo in cui l’uomo è cosciente di non essere l’unico centro dell’universo, gli alberi cominciano ad avere una voce e a gridare il pericolo che corrono . Una moltitudine di persone, riunite tutte insieme in una piazza, si somigliano e si confondono tanto da sembrare un solo corpo, mentre prese singolarmente hanno ciascuno una propria individualità. Anche gli alberi esistono come individui.
Ognuno di essi ci appartiene, è una parte di noi, è il nostro stesso respiro. È un’entità che ha bisogno di essere protetta. Le loro foglie, i loro rami e i loro germogli si protendono spinti dalla sete, cercano torrenti e fiumi pescosi o anche fangosi, ruscelli, fonti d’acqua che a ogni passo irrigano la vegetazione offrendole gradito ristoro.
Gli alberi siamo tutti noi -   noi che dobbiamo riaffermare l'identità con la natura, noi che siamo acqua, luce, aria, non entità separate, ma respiro e vita comune .

...

In un periodo di post-umanesimo in cui l’uomo è cosciente di non essere l’unico centro dell’universo, gli alberi e gli animali cominciano ad avere una voce e a gridare il pericolo che corrono.
Tante le varietà di alberi, ne scelgo alcuni per rappresentarla e perché si presentino a noi nella loro individualità. Una moltitudine di persone, riunite tutte insieme in una piazza, si somigliano e si confondono tanto da sembrare un solo corpo mentre presi singolarmente hanno ciascuna una propria individualità. Anche gli alberi esistono come individui. Ognuno di essi ci appartiene, è una parte di noi, è il nostro stesso respiro. È un’entità che ha bisogno di essere protetta.
Le loro foglie, i loro rami e i loro germogli si protendono spinte dalla sete, cercano torrenti e fiumi pescosi o anche fangosi, ruscelli, fonti d’acqua che a ogni passo irrigano la vegetazione offrendole gradito ristoro.

fb/mt - 10.5.2018

 

Alberi !      Io vi chiamerò per nome
Claraybas, Maçaranduba, Jacarandà, Pitanga, Araçà-mirì, Ibirapitanga
E Acero Montano, Faggio, Roverella, Quercia, Pioppo, Olmo Campestre
canteranno tutti assieme
da l'aquila - 14.4.2009

AD OGNI FIUME CHE ATTRAVERSA  L'AMAZZONIA

HA DEDICATO UNA POESIA

 

Ogni parola, Un Essere   - portoghese_italiano
dizionario poetico-scientifico della foresta amazzonica con 100 voci: ogni nome una poesia, una foto e la descrizione della specie. 208 pagine per immergersi nella foresta amazzonica e i suoi incredibili esseri viventi.
- Con la mia poesia cerco l'origine antica del nome degli alberi, degli animali e dei fiumi. Ascolto la mia memoria e fra i suoi meandri ricerco delle parole che abbiano il suono e il significato delle cose dette dai popoli antichi della foresta. Scrivo queste parole e questi suoni e ad essi seguono sogni e sentimenti di estasi, terrori, abbagli.
fb/mt - 2017



Tatù-bola  - armadillo brasiliano

Divertente guerriero
corazzato e prudente
quotidiana fatica
di grande scavatore
uno scrigno, il suo corpo
nelle notti di luna
s’infila nella terra …

.

Boto - delfino rosa
Nei lunghi mesi di pioggia quelle voci
sibilanti tra spume: i delfini
nascono dalle acque profonde.
Corpo vermiglio-rosato corre, vola
la pelle, frutto tenero e liscio  …

bruno elpis - qlibri - 2018



timorosa bestiola
divertente guerriero
corazzato e prudente
quotidiana fatica
di grande scavatore
uno scrigno, il suo corpo
nelle notti di luna
s'infila nella terra
timorosa bestiola
con grande abilità
getta terra all'indietro
un tunnel, suo rifugio e dimora
lo protegge dal giorno
all'imbrunire apppare
dentro la terra, tetto a forma di cono
mentre la luna va senza memoria
ogni parola un essere

 

 

 

Mario Luzi  - 1996

 

Gregory Corso - 1990

Kupahúba -  albero dello Spirito Santo
È impossibile attribuire a un essere distinto la voce che parla, loda, alloquisce, descrive, esalta, colorisce nella foresta nella quale tutta la vita vegetale, animale, elementare si accende della sua compresenza e sacralità.
Ogni presenza è testimone del suo permanere e del suo tramutare e trasformarsi nelle ore e nelle vicende della luce - e da ogni dove si leva la parola e il suo commento (alberi, fiori, animali, voci di uccelli, frutti, luoghi, rumori, ondeggiamenti d’acqua, fruscii di vento). La vitalità ininterrotta e simultanea di tutta la foresta parla a se stessa da ogni sua creatura - il linguaggio è al di là dell’umano e questo è testato e significato dalla sensibilità tesa, dalla sapienza duttile di Márcia Theóphilo che ha concertato questo poema prevalentemente arboreo. E la stessa durata del corposo poema è in questo caso un tributo alla illimitatezza e alla perennità dello scenario e del tema della foresta amazzonica.
Eppure questa celebrazione del mondo integro e primario nella fantasia dei suoi stessi abitanti è un mitico canto di memoria viva al cospetto della sua perdita e della sua progressiva rovina.
La poetessa che ha ordito sull’emozione immanente della forza e della esuberanza la sua tela costante e variabile allo stesso tempo è anche una spettatrice impietosa del deperire di quell’universo ad opera della speculazione spregiudicata e delle conseguenze nefaste della “civiltà” moderna che ha coinvolto anche quelle regioni.
Márcia Theóphilo ha agito su due fronti con pari generosità: quello della antropologia che ha pratica in studi delle parole indias e in analisi del fenomeno, catastrofico per le popolazioni indigene, e quello poetico del grande canto su una realtà umana e un ordine naturale distrutti e, ahimè, prossimi a essere cancellati. Questo pathos lo aveva già fatto sentire in due cospicui volumi, Io canto l’Amazzonia e I bambini giaguaro. Una vasta polifonia possiamo chiamare questo poema Kupahúba, in cui la gamma delle tonalità liriche già apprezzate, della Theóphilo si spiegano e si rispondono. La traduzione in italiano della stessa Theóphilo fa pensare piuttosto a un testo dal doppio versante. E non è un piccolo pregio, dal momento che l’autrice si inserisce bene nel sistema ritmico e timbrico dell’italiano non sacrificando minimamente, a mio parere, il ritmo e il suono dell’originale portoghese del Brasile.
introduzione  - mario luzi

A PIER PAOLO PASOLINI
La tua persona che non sa il riparo
si proietta lungo il corso
dei grandi fiumi,dei grandi deserti
ora fluiscono soavi le parole
come acqua che sgorga
da una fonte pura
quando i tuoi passi vanno, lentamente
il suolo sembra aprirsi
e il tuo profondo pensiero è una semente
che abbarbica radici e tesse fiori
Deserto immenso dalle sabbie bianche
Lungo giorni pieni di colori e voci e ritmi.
Osservo nei risvolti del tuo viso
i solchi di cammini scavati nella roccia
come orbite profonde
che lacrimano sangue
In ognuno di noi gira in uno spazio vitale
entro un confine vago di coscienti
e di inconsci
iniziato in leggendarie ricerche
riferimento assurdo ad un tuo pensiero
complesso, dove archiviato
tu ritrovi il quotidiano
Nitidi suoni si ripercuotono
in connessione con una scienza antica
molto antica: musica e parole
memorie che confondono.
Il ritmo dell’onda
chiaramente indicativa
della tua ribellione.
Io non posso parlare ora del poeta
senza scandire chiare le parole
così come ogni suo gesto
dal corpo quasi immobile, appare
contaminato da una luce intensa.


Io voglio il mio canto tra il sole e le stelle
ricorda tutti i giorni che l'onda è la mia forma

 

http://youtu.be/6w8Cgb53iVI  - INTERVISTA - AMAZZONIA -  2014

https://youtu.be/MDI4tonjhnQ   -  FESTIVAL POESIA CIVILE - 2015

   


 


Ycamiaba
Nel cielo è rimasta l'acqua delle piogge
ti ha concepito il ventre della terra
congregando energie sessuali
per aprire e fecondare l'universo
legno rosso dell'albero Ibirapitanga
brasilaçù, brasilete, brasileto
brace ardente, Brasile.

Le capanne vicino al lago Yaciura,
vicino alle sorgenti
del fiume Yamundà, il fiume sacro.
Ycamiabas, donne senza uomo
Temute e coraggiose guerriere
I figli maschi dati ai genitori
Dalla luna, Yaci.
Amàzzoni, hanno lottato contro gli Iberici
Amazzonia, designata regione
dell'Asia Minore
Ycamiabas, le figlie di Yací
le figlie della luna
nel fiume Yamundá
Amazzoni, figlie di Yací
donne guerriere, Ycamiabas.
Le loro sementi, radici della vita
concepiscono il legno vivo come la brace
vento della notte, aroeira, murta
araçá, cresce dal tuo ventre
fertilità nasce dall'acqua
battaglia dall'eco immensa, mormorio
Tarumá, arití, tarumá
colore giallo, brace, Brasile
lo spirito dei venti, i tuoni
la naturale lentezza
serrado, serrado
serra oh pau-brasil
oh luna Yací
serrado, serrado
pau-brasil
oh Yací, o Yacì
madre di Ycamiaba
color verde, giallo, azzurro, d'estate
nasce il suolo brasiliano
radice, sapore aromatico, legno
"Tu magnifica Ycamiaba,
io ti proclamo Amazzone".

Radici, sapore aromatico, legno
"tu, magnifica Ycamiaba,
io ti proclamo Amàzzone" quando
il lussureggiante verde delle acque
degli alberi, lussureggianti uccelli
ricchezza che nasce dal tuo ventre

Yacamiaba, figlia della luna
Allegra gente natìa
la lontra, l'irara, il tamanduà,
il capivara, l'armadillo, il cuatì,
magnifica Ycamiaba
figlia della Luna.
 



Catueté Curupira
ieri per la prima volta apparvero
le prime rughe sul volto della terra
stravolta nelle viscere
le navi le acque
si moltiplicano senza fine.
Catueté Curupira
le foreste ti chiamano
a punire quelli che atterrano
e abbattono gli animali
e spaventano gli alberi
facendoli credere soli

in mezzo al bosco
gli alberi affamati
gli alberi allucinati
in mezzo al bosco
in mezzo al cemento gli alberi t'implorano
tamacueré yndayara Catueté Curupira

molti alberi trovati affamati
moribondi
raccontando storie cupe e fantastiche
di città distrutte
sono gli unici testimoni vivi o semi-vivi
di quello che rimane dell'uomo
tim tim he taya boya
le ombre in curve rigide
i rami secchi all'estremità
si tendono a cogliere gli uomini più teneri
divorandoli
l'uomo impaurito continua
cavalcando motociclette
che emettono un forte grugnito
prima della partenza
e fanno fuggire gli animali
uccidendo il verde.
Il verde continua a crescere sotto la polvere
sugli alberi coperti di chiodi e di calce
il verde rinasce primavera
insistendo nel suo ultimo grido
viso senza colore e senza sangue
i fiumi marciscono
i vecchi assistono ansiosi
ai comodi e alle voglie dei giovani
il mondo mostra le sue ferite
attraverso un apparecchio che ripete
immagini di distruzione.

Catueté Curupira
le foreste ti chiamano.
 

Tutti i fiumi della Terra
Portano i cesti con la manioca, le donne,
ssfiorando con i piedi le rive del fiume.
Kuambu vede passare Kupahúba
e un fiume immaginario gli percorre
la mente: è una corrente che trascina
in sé tutti i fiume della terra.
Ardeva la sua pelle, chiuse gli occhi
il sole silenziose carezze sul corpo
di Kupahúba, toccando i piccoli seni.
E' ancora una fanciulla Kupahúba e lui
dovrà aspettare il rito di iniziazione
amorosa. Con la sua mente viaggia
nell' aria e tra le nuvole. Ieri ha sognato
un dente che volava e un odore mai sentito.
Sullo spiazzo con le altre Kupahúba si prepara
per essere iniziata. Per tre mesi
lui non potrà vederla. Tutto gira, gira.
lei si avvicina e lui sorride.
Dentro il suo corpo una forza divora
le acque di fiumi e di laghi.
È lui Mboi-Guaçu dai mille occhi
avvincerà e stringerà Kupahúba
ma l'Amore Attenuerà la forza.
"Vattene, Mboi-Guaçu". Implora Kupauba.


Flauti e maracas

cominciano a suonare
ritmo lento all'inizio, poi frenetico.
Kuambù pensa alla profezia: "Kupahúba
sarà amata dal mito" vuole gridare
ma nessun suono arriva alla gola.
Tutto cominciò al mattino.
Il tempo prometteva pioggia.
Dal cajueiro odorosi i frutti pendevano
nell'umida e densa calura:
Kupahúba attrasse Mboi-Guaçu,
serpente-arcobaleno, con il suo incanto.
Lui farà offerte alla divinità giaguaro
perché mantenga sempre vivo in lei
il fuoco del suo desiderio
e morbida la sua pelle.
Vivande e offerte di fiori nel rituale
brillanti i mille occhi di Mboi-Guaçu
toni d'azzurro e turchese e giallo
illuminano gli abbracci.
Questo è un fuoco che vuole proseguire,
sostanza sessuale del sole,
che penetra
le bacche profumate di araticum
e con il suo profumo
diviene più seducente.
"portami con i miei mille occhi fra le stelle
fa che un altro guerriero, un dio terreno,
non possa guardarla".
Prega Mboi-Guaçu e inizia
il suo cammino lungo il corpo di Kupahúba.

Terra dove non si muore
Verso la Terra dove non si muore
in marcia il popolo amerindio
invocando Tupã e gli altri dèi
fugge la loro voce al suono del borè
figli di Giaguaro, agili e flessuosi,
dalla costa dei mari in direzione Nord.
Erano tre milioni nel Brasile
gli indios Caetès e Tupinambàs
fuggirono verso il Maranhão e il Parà
attraversarono tutto il territorio
si fermarono alle sponde del fiume
sono i Tapirapès in movimento
con gli occhi aperti, esausti
ed ansimanti arrivano al fiume Araguaia
si addentrano nella foresta, si ritirano.
Piume gialle, marrone, foglie rosse
sono migliaia gli alberi giganti
milioni in marcia il popolo amerindo
figli di Giaguaro, agili e flessuosi,
attraversano il territorio senza fermarsi
dalla costa dei mari, in direzione Nord
con gli occhi ben aperti ansimanti
esausti arrivano, sono i Tapirapès
si addentrano nella foresta, tutti uniti,

in direzione della "Terra dove non si muore".
 

 


Kupahúba ora crede di sognare
neppure ha salutato la pintassilga
né la saracura. Tutti conoscono
la devastazione che al suo passare
Mboi-Guaçu lascia in un villaggio.
Senza pietà il tempo scorre nel corpo
di piante e animali, Mboi-Guaçu
ha perduto i suoi colori accesi,
solo il brillio dei suoi occhi rimane
sotto il chiarore lunare.
Dondolato dal vento, il muricì
scrolla i frutti dai rami.
sconvolte le bestiole che abitano
gli alberi, vivono lo scompiglio.
Ora il canto si fa sempre più alto
dai maracas i pajés intonano invocazioni.
Il sole si insinua con i suoi raggi
lo accompagna il canto degli uccelli
il grido degli animali. E la foresta
respira. La foresta respira sollevata.
Mboi-Guaçu è scomparso

 

Il dio delle acque non piange
reclama un’idea che si trasformi
in allegria
e dai colori sommersi dei ruscelli
una voce si ascolta tra le altre
è il dio delle acque fatto cascata
con le sue risa segue
il movimento dell’acqua

 

 

 

 

 

 

Farfalle
migliaia di farfalle
volteggianti
avanzano in onde
una nuvola di ali
occhi-foglie

Sulla spiaggia
l’acqua scintilla di colori
e le farfalle si uniscono
in una sola anima
che segue la corrente.


As borboletas
milhares de borboletas
giram, giram
avançam em ondas
uma nuvem de asas
olhos-folhas

 

 

 

Farfalla

mosaico di sensazioni
ritmo il tuo batter d’ali
il tuo piccolo corpo pieno d’immagini
e il vento del mattino nelle tue ali, farfalla.
Sussurra un fiore con il tuo palpitare
bacia il fiore, porta via il polline
feconda di baci altri fiori
bacia farfalla infinitamente.

 

 

 

 

 

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