LUCA CAVALLI SFORZA
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Ognuno di noi ha diritto a disporre della propria vita
fino a quando questo non danneggia gli altri.
sono favorevole
all'eutanasia. Certo
servirebbero sistemi di controllo rigorosi per evitare errori e resterebbe
sempre la possibilità di abusi. è un prezzo da pagare per garantire i
diritti
http://espresso.repubblica.it
intervista
.....l’uomo
potrà modificare anche i meccanismi dell’intelligenza Geni del cervello
immutati da due milioni di anni Ma dalla Preistoria la massa cerebrale pesa
il triplo.
Merito di linguaggio e Internet
E se in passato l’uomo di
Neanderthal è stato spazzato via dal migratore Homo sapiens, oggi vi sono
pericoli analoghi legati ai problemi di integrazione tra culture e religioni
diverse?
Ho sentito parlare di muri. Gli
unici muri che andrebbero innalzati devono essere quelli contro i criminali
e l’ignoranza
—dice il genetista Luigi
Luca Cavalli Sforza, una delle autorità internazionali nel campo della
genetica delle popolazioni —www.corriere.it
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CHI SIAMO
storia della
diversità umana
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PERCHE' LA SCIENZA ?
bilancio del suo percorso scientifico e
s'interroga sul ruolo che lo sviluppo della conoscenza ha avuto nella storia
dell'uomo. E in un'età in cui ancora troppo spesso ci si affida a teorie e
credenze irrazionali e spiritualistiche per interpretare i grandi enigmi
della nostra esistenza, ci invita a riflettere sull'importanza di ricondurre
al sempre più ricco e ampio mondo del sapere scientifico tutte le grandi
domande intorno alla vita e alla morte.
www.unilibro.it
Primo Premio Letterario Galileo
per la divulgazione scientifica
- Padova 2007
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Genes Controlling Longevity in Centenarians
DR. CAVALLI-SFORZA proposes that centenarians may have a constellation of
genes that give them resistance
to many causes of stress and
disease, or may simply have one or more genes affecting the duration of
their life. To detect new DNA polymorphisms, his group has used a special
apparatus, DHPLC or Denaturing High Performance Liquid Chromatography,
developed in his lab by Peter Oefner and Peter Underhill. Looking first at
the gene that causes Werner disease, a disease of premature aging, they
found a large set of polymorphisms not previously known, but none was found
to lengthen lifespan. The group also looked at genes known to increase
resistance to stress. For one of these stress genes, HSP70, the researchers
found an allele that is unfavorable to longevity, but only in women. They
also explored the male/female ratio among centenarians in Italy. In most
studies around the world the male/female ratio ranges between 1:4 and 1:7.
By contrast, a 1:2 ratio was observed in Calabria, a Southern Italian region.
Using data of the Italian Institute of Statistics, Dr. Cavalli-Sforza and
colleagues found that the centenarians' male/female ratio gradually
decreases from South to North. This pattern significantly correlated with
the genetic structure of the Italian population as outlined by principal
component analysis, indicating the presence of potential genetic factors.
Luca Cavalli-Sforza, MD Stanford University School of Medicine
1998 Senior Scholar in Aging
ellisonfoundation.org
Potere del comportamento - Congresso di psiconeuroendocrinoimmunologia
Il ruolo dei comportamenti è fondamentale: sono in
grado di cambiare alcune delle condizioni su cui si esercita la selezione
naturale.
geni - lattosio
È noto che soprattutto in Italia centro-meridionale molte persone sono
intolleranti al lattosio, accusando numerosi disturbi. Il fatto è che nell'uomo,
come in tutti i mammiferi, dopo il secondo anno di vita il gene smette di
funzionare: l'enzima non viene più prodotto e il lattosio non viene digerito. Ma
noi sappiamo che, per esempio, quasi il 100% degli abitanti della penisola
scandinava ha l'enzima attivo anche in età adulta. "Questa circostanza è il
frutto di una o più mutazioni in punti particolari del genoma che hanno
consentito, in un'epoca relativamente antica (circa 13.000 anni fa) e in
territori con scarsità cibo, di nutrirsi da un'abbondante fonte di calorie e
nutrienti come il latte".....Questo
dimostra la validità della teoria della selezione naturale (solo gli individui
con la mutazione favorevole sono sopravvissuti in ambienti con scarsità di cibo
e abbondanza di latte) e anche che un comportamento (decidere di consumare il
latte degli animali allevati) può dirigere l'evoluzione biologica.
adnkronos.com
NIENTE E GIA SCRITTO
A vostro avviso, quanto della nostra natura e del
nostro futuro è ancora nascosto nel Dna?
Tra l’80% e il 90%. Questo è ciò che ancora ignoriamo del
Dna. Grossolanamente, il Dna inciderà in media per il 50% su salute e
malattia, Il resto dipende dall’ambiente fisico e sociale, cioè dalle
nostre abitudini
La componente genetica è
fondamentale. Quindi, decifrarlo conterà moltissimo nell'affrontare meglio
numerose patologie.
luca vaglio - canali.libero.it
anche quando le malattie hanno una forte causa
ereditaria sono comunque connesse a fattori ambientali e alla storia individuale
della persona. Così «nessun uomo è figlio solo dei suoi geni», il nostro destino
non è scritto una volta per sempre nel Dna
Giacomo Samek Lodovici - avvenire.it - 2010
FOXP2 L’EVOLUZIONE DELLA
CULTURA
"La forza delle idee continua a trasformare il nostro patrimonio genetico. La
scoperta del fuoco ha reso inutile il pelo e la scarsità di vitamina D ha
sbiancato la pelle"
Lei teorizza che l’evoluzione culturale è
determinata dalla somma delle innovazioni e dalla loro accettazione sociale,
misurabile con cambiamenti statistici. Ma come si trasmettono i saperi?
«I geni si trasmettono dai genitori ai figli
attraverso i gameti (gli spermatozoi e le cellule ovo), con leggi scoperte da
Mendel. Le idee si trasmettono per via culturale, cioè attraverso l’imitazione o
per comunicazione e insegnamento, attraverso alcune regole».
«Si deve distinguere chi trasmette e chi riceve l’informazione culturale.
Semplificando, l’atto elementare di trasmissione può avvenire in tre modi.
Primo: da pochi a pochi
individui, come nelle malattie contagiose o nella
diffusione delle barzellette. Secondo: da uno solo,
o pochissimi, a molti, come nell’insegnamento, con i giornali, la radio e la tv.
I protagonisti sono persone di prestigio o autorità che devono essere obbedite.
Terzo: da molti a pochi. Avviene con le influenze
di tipo conformistico dell’ambiente sociale: tendono a sopprimere le novità e
mantengono le tradizioni. La velocità di diffusione di una nuova idea è media
nel primo caso, alta nel secondo e scarsa nel terzo. Ma da quando c’è Internet
si deve aggiungere un quarto modo: da molti a molti. Qui la velocità è quasi
istantanea».
«Per parlare all’uomo sono occorsi organi e funzioni
nuove, che hanno una base biologica e hanno impiegato molto tempo a svilupparsi.
FOXP2 è un indizio che potrebbero esserci stati sviluppi recenti nella capacità
di complicare certi aspetti strutturali del linguaggio. Ma lo studio
dell’evoluzione delle lingue è ancora troppo recente per dare risposte certe».
gabriele beccaria lastampa.it
LA CULTURA ITALIANA
La trattazione racconta e descrive le peculiarità del nostro essere italiani e
rende anche conto della specificità e della ricchezza delle singole culture e
identità regionali che contribuiscono ad accrescere la grandezza e il fascino
del nostro Paese.
L’approccio è scientifico/evolutivo e per questo, la direzione dell’opera è
stata affidata alla voce più autorevole nel campo degli studi sull’evoluzione:
il professor Luigi Luca Cavalli Sforza.
ma.gu. -
riviera.24.it
Quali sono le conseguenze del
passaggio dalla società solida dei produttori a quella liquida dei consumatori?
«In una società di
produttori i profitti venivano generati dall’incontro tra il capitale e il
lavoro, e in un certo senso il capitalismo era un fattore di risentimento
collettivo. Nella società dei produttori, i profitti vengono dall’incontro tra
la merce e il cliente; si tratta di un evento solitario, che promuove
l’interesse personale piuttosto che la solidarietà e l’unione. Formati
socialmente innanzitutto come consumatori e solo in secondo luogo come
produttori, siamo addestrati a modellare le relazioni interumane sul modello
della relazione del consumatore con i beni di consumo. Ciò porta alla fragilità
e alla temporaneità dei legami interumani. Inoltre, per raggiungere il rango di
consumatori, ognuno di noi deve trattare se stesso come una merce vendibile, il
che intensifica la continua frammentazione e atomizzazione della società. Per
finire, segue la fascinazione per il Pil (che misura soprattutto le attività di
consumo): la società dei consumatori non conosce altro modo per “risolvere i
problemi” e affrontare i problemi sociali che incoraggiare la “crescita
economica”, ingrandendo all’infinito la pagnotta da affettare piuttosto che
dividerla giudiziosamente ed equamente».
giuliano battiston - lettera22.it - unita.it - 2011
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HOMO SAPIENS - 2011
LA CULTURA ITALIANA - 2010
LA SPECIE PREPOTENTE - 2010
ITINERARI DI SCIENZA DELLA NATURA - 2 VOL - 2010
l'evoluzione della cultura - 2009
Ragioni e limiti della diversità genetica - 2008
Il caso e la
necessità. Ragioni e limiti della diversità genetica - 2007
NATURA -
2006 - VOL 1-2 3-4
GALAPAGOS
-
2006
Perché la scienza? L'avventura di un ricercatore - 2005
STORIA E GEOGRAFIA DEI GENI UMANI - 2000
CHI SIAMO - 1999
GENI POPOLI LINGUE - 1999
La scienza della felicità - 1997
History and Geography of Human Genes - 1996
ANALISI STATISTICA PER MEDICI E BIOLOGI - 1992
La transizione neolitica e la genetica di popolazioni in Europa -
1986
PRINCIPALI Libri scientifici
balzan
unilibro.it bol.it
libreriauniversitaria.it
http://www.balzan.org/

LCS e il figlio francesco |
un programma informatico
ricostruirà la storia dell'uomo
Il software, messo a punto sotto la guida del
genetista italiano Luca Cavalli-Sforza, considera le migrazioni dei popoli
tenendo conto della regole demografiche
Sarà un programma per computer a raccontarci la vera storia sull'origine
dell'Uomo e sui suoi viaggi alla conquista del mondo. L'ha messo appunto
l'equipe del massimo esperto in materia di genetica di popolazioni, Luca
Cavalli-Sforza, che oggi è professore emerito alla Stanford University
School of Medicine.
Il software, come riferito sulla rivista Proceedings of the National Academies
of Science, è capace di scoprire il luogo, oltre che la data di nascita, di
ogni cambiamento genetico intervenuto nel Dna umano.
Studiando la distribuzione geografica delle mutazioni genetiche avvenute nel
tempo, i genetisti potranno ricostruire i flussi migratori dei primi uomini
moderni e raccontarci come questi si sono incontrati e scambiati materiale
genetico e cultura.
Ammettendo costante nel tempo la velocità con cui le mutazioni si accumulano
sul Dna umano, finora i genetisti sapevano stimare la data di una certa
mutazione, un'informazione buona sì, ma non completa, spiega Cavalli-Sforza
precisando che 'se noi siamo in grado di conoscere anche il luogo in cui
essa è comparsa allora sappiamo quasi tutto del nostro passato'.
E tanto ha fatto che ha raggiunto questo scopo progettando con l'aiuto di
Christopher Edmonds, progettista di software, e di Anita Lillie, esperta di
statistica, un programma che riproduce il mondo in miniatura, come una
griglia di quadrati che rappresentano i diversi Paesi. Il programma ha messo
in scena le migrazioni dei popoli tenendo conto di regole demografiche e,
dopo che gli scienziati gli hanno fatto eseguire 64.000 simulazioni di
espansioni geografiche di gruppi di individui, ha fornito loro un modello
teorico per ricavare il luogo di nascita di ogni mutazione, una specie di
formula matematica che produce notizie spaziali al posto di un risultato
numerico.
Adesso quindi basterà solo mettere in moto i calcolatori e in un click il
software potrà dare l'indicazione cercata dicendo 'noi eravamo qui' per ogni
gruppo etnico di interesse e ricostruendo così i movimenti di migliaia di
anni fa dei nostri antenati umani.
2004
newton.corriere.it
conoscere la genetica per
sconfiggere il razzismo

Tu sei stato genetista batterico
all'inizio della tua carriera.
Ti sei occupato del sesso dei batteri. Hai
scoperto il primo episoma, F, che infetta le cellule batteriche che ne sono
sprovviste, generando la capacità di scambi genetici fra di loro, ed è anche
capace di integrarsi nel cromosoma batterico. Ti sei anche occupato di
resistenza agli antibiotici e hai dimostrato che tutta la resistenza batterica
ad un antibiotico origina per mutazioni del DNA. Come mai hai abbandonato la
genetica batterica in cui avevi fatto un buon inizio, per passare a quella
dell'uomo?
Io ho scoperto la genetica
batterica quando ancora non esisteva, grazie ad un libro che Adriano
Buzzati-Traverso, prima di partire come militare per la guerra in Libia, aveva
lasciato ad Emilio Veratti, professore di patologia generale a Pavia, perché lo
passasse a uno studente interessato. Il libro era costituito dagli atti di un
simposio in cui un gruppo di microbiologi discuteva la possibilità di studiare
la genetica dei microorganismi. Io avevo cominciato il quarto anno di medicina
e, insieme con il mio compagno e amico Giovanni Magni, mancato purtroppo
prematuramente alla fine dell'anno scorso, abbiamo studiato attentamente il
libro e deciso di dedicarci a questo argomento, cominciando ad occuparcene
insieme in laboratorio.
Buzzati è tornato dalla Libia prima
della fine della guerra perché soffriva di asma. Io sono diventato "allievo
interno" del suo laboratorio e ho cominciato a lavorare in genetica della
Drosofila. Alla fine della guerra non vi erano possibilità di lavoro
all'Università, ma trovai un posto all'Istituto Sieroterapico Milanese ove potei
occuparmi di genetica dei batteri. Fu di questo argomento che continuai ad
interessarmi quando trovai, e tenni dal 1948 al 1950, un posto di assistente al
Dipartimento di Genetica dell'Università di Cambridge, con il celebre professore
R. A. Fisher. Ma qui ebbi anche occasione di rinforzare le mie conoscenze di
statistica e di genetica di popolazioni, che coltivavo da un po' di tempo
accanto all'attività sperimentale sui batteri.
Anche il lavoro di genetica
batterica andava, all'inizio, molto bene; però ero considerato, non solo tra i
batteriologi italiani, ma anche, all'inizio, tra quelli inglesi, pazzo ad
occuparmi di genetica batterica (bisogna pensare che a quell'epoca molti
credevano ancora che i batteri non avessero nucleo). Intorno al 1953 le ricerche
sul sesso batterico, che erano state iniziate da Lederberg nel 1946 e a cui io
avevo cominciato a dare i miei primi contributi nel 1949, provocarono uno
scoppio di interesse sull'argomento. I migliori laboratori e cervelli d'Europa e
d'America si lanciarono sulla genetica di Escherichia coli e il ritmo delle
scoperte si fece frenetico. Intanto la mia situazione al Sieroterapico Milanese
cominciò a peggiorare con un nuovo direttore, che si interessava solo
diapplicazioni di scarso interesse. Le mie ricerche non gli piacevano e perciò
scelse di rendermi la vita difficile. Proprio allora cominciò la decadenza di
questo istituto la cui attività si concluse qualche anno fa. Data la situazione,
all'inizio del 1957 decisi di andarmene ed associarmi all'iniziativa di Buzzati
che aveva cominciato a Pavia dei corsi paragonabili ad un Ph. D. in genetica.
Divisi così il mio tempo fra Parma e Pavia, finché divenni professore di ruolo a
Pavia nel 1962. In quell'epoca Buzzati stava trasportando il suo Istituto a
Napoli, fuori dell'Università, creandovi quel Laboratorio del CNR (LIGB) poi
divenuto Istituto Internazionale di Genetica eBiofisica (IIGB), che acquistò ben
presto fama internazionale. Io ereditai da Buzzati un istituto di Genetica vuoto
di apparecchi e con pochissimo personale, ma con l'aiuto validissimo di Magni fu
possibile riportarlo rapidamente ad un ottimo livello, creando anche un
Laboratorio (poi Istituto) del CNR che continua ad essere adiacente al
Dipartimento di Genetica, a condividerne la biblioteca e mantenere una stretta
collaborazione, anche dopo il trasferimento di ambedue, laboratorio CNR e
dipartimento, nel nuovo campus dell'Università di Pavia. In quell'epoca
cominciai ad avere impegni didattici e amministrativi abbastanza pesanti ed
uscii dal campo della genetica battericaper concentrarmi su quella delle
popolazioni umane. La ricerca sui dati di archivi cattolicidivenne sempre più
importante; è continuata e non è finita neanche oggi. Sto ora scrivendo un libro
dal titolo Inbreeding, Consaguineity and Drift in Italy, che riassume le
ricerche con Moroni e molti altri collaboratori, tra cui Gianna Zei, Rosalba
Guglielmino, Italo Barrai e Franco Conterio, e terminando le analisi statistiche
cominciate quarantaquattro anni fa. Il mio principale svago sono state numerose
spedizioni che ho condotto quasi ogni anno in Africa tra il 1966 e il 1985, con
l'idea di spostare le mie ricerche sul campo della genetica di popolazioni umane
dalla valle del Parma, ove le avevo cominciate, alla foresta tropicale africana.
Motivoprincipale di nteresse è che vi vivono ancora i Pigmei, uno dei pochi
esempi di popolazioni che non hanno ancora completamente abbandonato la vita di
caccia e la raccolta di vegetali. Questo è stato, per più di un milione di anni,
il modo corrente di vita dei nostri antenati finoall'invenzione
dell'agricoltura, avvenuta solo meno di diecimila anni fa e diffusasi lentamente
a partire da pochi centri di origine.
Quanto grande è la variazione
genetica e perché è importante studiarla?
Sappiamo che il DNA preso a caso da
individui diversi può differire per un nucleotide su millecirca. Ognuno di noi
riceve da ogni genitore un "genoma" fatto di tre miliardi di nucleotidi (più
esattamente, paia di nucleotidi, ma il conto non cambia, poiché in ogni paio
basta conoscere uno dei due nucleotidi per prevedere l'altro).
Quindi tra due individui ci si
attendono tre milioni di differenze. Una variazione di questo gigantesco ordine
di grandezza assicura lavoro per un tempo lunghissimo.
Lo studio della variazione genetica
è indissolubilmente connesso con quello dell'evoluzione e permette di
ricostruire la storia biologica delle popolazioni, aiutando così anche
l'archeologia, la linguistica e le altre discipline coinvolte nella storia
dell'Uomo. Il razzismo è basato sull'ignoranza della genetica ed è proprio lo
studio della variazione che fornisce le armi più sicure per distruggerlo.
Molte malattie sono dovute a
variazione genetica. I confini tra variazione "normale" e "patologica" sono
vaghi; ce ne stiamo accorgendo soprattutto ora che cominciamo ad avere le armi
per attaccare le malattie genetiche più difficili da studiare (dette poligeniche),
al cui determinismo contribuiscono parecchi geni, che da soli non hanno attività
patogena, ma in certe combinazioni fra loro o con eventi di natura non genetica,
possono divenire deleteri.
http://www.area.fi.cnr.it/r&f/n7/cavalli.htm
uniba.it
L’albero genealogico del dna per capire la
nostra storia
..... Da
questo ceppo, insediatosi 17mila anni fa in Toscana e Lunigiana, discenderebbero
molti abitanti della costa mediterranea e dell’Europa Occidentale, quasi un
europeo ogni dieci. Questa genealogia "estrema" praticata da Brian Sykes
s’inserisce nella ricostruzione degli alberi genetici dei singoli popoli
condotta sin dal 1977 dalla squadra di genetisti di Standford sotto la direzione
di Luca Cavalli–Sforza, che ha proposto, una decina di anni fa, l’atlante
storico e geografico dei geni dell’uomo. Una sorta di foto aerea delle
popolazioni del mondo, un'immensa "analisi del sangue" fatta catalogando al
computer centinaia di migliaia di campioni di dna di popolazioni diverse, che
ricostruisce le nostre origine e le ondate migratori. Se la
tesi delle "sette figlie di Eva"
non svela nulla di rivoluzionario dal punto di
vista scientifico sulla vicenda dell’evoluzione umana, la novità degli studi di
Sykes sta nell'individuazione di un metodo per semplificare e rendere
riproducibile l'identità e il tasso di variazione del dna mitocondriale. Ovvero
il materiale genetico ereditato esclusivamente per via materna che rimane
inalterato salvo errori di riproduzioni o legati all’ambiente.
.....
www.repubblica.it
patrizia feletig
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Cavalli-Sforza
II: Seven Dumb
Ideas about Race
By Steve Sailer
Race is a topic of such enormous importance that it's essential to think clearly
about it.
Yet much of the intelligentsia now attempts to deal with the problem
by defining race as merely a mass hallucination afflicting the entire human race
- other than we few members of the Great and the Good. As we saw in last week's
column on the schizophrenic writings of the leading population geneticist, Luigi
Luca Cavalli-Sforza, much of the professoriat now publicly deny the very reality
of race. Prominent anthropologist C. Loring Brace asserts, "There is no such
thing as a biological entity that warrants the term 'race.'" The American
Association of Physical Anthropologists recently announced: "… old biological
concepts of race no longer provide scientifically valid distinctions…" Similarly,
the American Anthropological Association proclaimed " … differentiating species
into biologically defined 'races' has proven meaningless and unscientific as a
way of explaining variation…”
Well, wishing isn't
going to make race vanish into thin air. Let's review some of the major myths
about race.
If
races exist, then one must be supreme.
Much of the Race Does
Not Exist cant stems from the following logic (if you can call it logic): “If
there really are different racial groups, then one must be The Master Race,
which means -- oh my God – that Hitler Was Right! Therefore, we must promote
whatever ideas most confuse the public about race. Otherwise, they will learn
the horrible truth and they'll all vote Nazi.”
Look, this is one big
non-sequiter: Of course, there are different racial groups. And of course
their members tend to inherit certain different genes, on average, than the
members of other racial groups. And that means racial groups will differ, on
average, in various innate capabilities. But that also means that no
group can be supreme at all jobs. To be excellent at one skill frequently
implies being worse at something else. So, there can't be a Master Race. Sports
fans can cite countless examples. Men of West African descent monopolize the
Olympic 100m dash, but their explosive musculature, which is so helpful in
sprinting, weighs them down in distance running, where they are also-rans.
Similarly, there are far more Samoans in the National Football League than
Chinese, simply because Samoans tend to be much, much bigger. But precisely
because Samoans are so huge, they'll never do as well as the Chinese in
gymnastics.
Every person falls into a single clear-cut racial group.
This one is so silly
that I doubt that anybody who has thought about race in the real world for more
than ten minutes believes this. Nobody can agree on how many racial groups there
are, exactly who is in each one, or what to call them.
Since nobody can agree on how many racial groups there are, exactly who is in
each one, or what to call them, then race does not exist.
This one's equally
daft. Outside of mathematics, and of human inventions like the law, categories
almost always fall across continuous dimensions. Where does "young" end and
"old" begin? It all depends on the situation. For example, among female gymnasts,
18 is "old." Among architects, 45 is "young." Yet that does not mean that "age"
is meaningless. Further, categories are typically fuzzy. Few people are 100% "sick"
or 100% "well." But "health" is still a useful concept.
The best example of
the fuzziness of natural categories is the concept of "extended family." All the
criticisms made about the fuzziness of racial groups apply in spades to extended
families. How many extended families do you belong to? Well, at least two: your
mom's and your dad's. But they each belonged to their parents' two extended
families, so maybe you belong to four. And your grandparents each belonged to
two …
And what are the
boundaries of your various extended families? If the question at hand is who
you'd give a spare kidney to, you'd probably draw the limits rather narrowly.
But, when making up your Christmas card list, you probably toss in the
occasional third cousin, twice removed. And exactly what's the appropriate name
for all these extended families anyway?
In fact, extended
families are even less clear-cut than racial groups. Yet, nobody goes around
smugly claiming that extended families don't exist.
But why is extended
family such a perfect analogy for race? Because it's not an analogy. They are
the same thing: kin, individuals united by common descent. There's no natural
law defining where extended families end. A racial group is merely an extended
family (often an extremely extended family) that inbreeds to some extent. It's
this tendency to marry within the group that makes racial groups somewhat more
coherent, cohesive, and longer lasting than smaller-scale extended families.
Genetic differences between the races can't exist because there hasn't been
enough time for them to evolve in the 50,000 to 200,000 years since modern
humans first emerged from Africa.
The popularity of this
argument is bizarre, since genetic differences between the races are written on
the faces of the people you see every day. If there wasn't enough time for these
racially characteristic traits to evolve, how exactly did they come into
existence? Magic? It's particularly amusing to hear paleontologist Stephen Jay
Gould assert this since his one major contribution to science has been to
document that evolution sometimes occurs at the speed of revolution.
In the History and
Geography of Human Genes, Cavalli-Sforza calculates the surprisingly short
time in which a version of a gene that leads to more offspring can spread from
1% to 99% of the population. If a rare variant of a gene produces just 1% more
surviving offspring, it will become nearly universal in a human group in 11,500
years. But, if it provides 10% more "reproductive fitness it will come to
dominate in just 1,150 years. A classic example is the gene for
lactose-tolerance. It was almost nonexistent until humans started milking cattle
about 10,000 years ago. Today, its prevalence ranges from negligible among East
Asians to 97% among Danes.
Race is only skin deep.
I'm sure this bit of
conventional wisdom is most comforting to Jews suffering from Tay-Sachs disease,
to blacks enduring sickle cell anemia, and to American Indians battling
alcoholism. In reality, there is absolutely nothing that restricts racial
differences to "mere cosmetics." Races can differ in any of the ways that
families can differ from each other.
Most variation is within racial groups, not between racial groups. Two members
of the same race are likely to differ from each other more than the average
member of their race differs from the average member of another race.
Sure, but so what? No
single human category can account for a majority of all the many ways humans
differ from each other. Try substituting other categories like "age:" "Most
variation is within age groups, not between age groups." Yup, that's true, too.
But, it doesn't mean that Age Does Not Exist.
You often hear that
between-group racial differences only account for 15% of genetic variation. This
number comes from a 1972 study by Richard Lewontin of 17 blood types, comparing
variation between continental-scale races and between national-scale racial
groups (e.g., Swedes vs. Italians). Now, blood types are, I suppose, important,
but they hardly represent all we want to know about human genetic diversity.
Certain other traits are known to be more racially determined -- the figure for
skin color, not surprisingly, is 60%. What the overall number is for all the
important genes remains unknown.
Still, let's assume
that Lewontin's 15% solution is widely applicable. That's like going to a casino
that has American Indian and African American croupiers, and 85% of the time the
roulette spins are random, but 15% of the time the ball always comes up red for
Indian croupiers and black for the black croupiers -- pretty useful information,
huh?
Most of the human race's genetic variation is among black Africans.
This chestnut is true
only for junk genes, the DNA that doesn't do anything. Junk genes are highly
useful to population geneticists tracing the genealogies of racial groups, but
they don't affect anything in the real world.
Then, are black
Africans highly diverse physically? Well, that depends upon who you are lumping
together. There are indeed some highly unusual peoples in Africa, but almost
none of them were brought to America as slaves. The most genetically distinct
people in sub-Saharan Africa are the Khoisan. These are the yellowish-brown,
tongue-clicking Bushmen and Hottentots of the Southern African wastelands, the
remnants of a great race that once dominated most of Africa before the blacks
ethnically cleansed them from the more desirable lands. The most striking
contrast in Africa is between the tiny Pygmies and the ultra-tall herding tribes
of East Africa. But except for the 7'7", 190-pound basketball novelty Manute Bol,
few of either group made it to America. In contrast, the West African tribes
that did provide the vast majority of American slaves are relatively homogenous.
Cavalli-Sforza sums up the situation on the ground like this, "… differences
between most sub-Saharan Africans other than Khoisan and Pygmies seem rather
small."
This does not exhaust
the list of dumb ideas about race that I've collected. But it does give a taste
of how anthropologists try to make race disappear by closing their eyes and wishing. Well, race won't go away, because it's an inevitable outgrowth of
family. Our only hope to manage the problems of race is to study it honestly.
www.area.fi.cnr.it/r&f/n7/cavalli.htm
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