LUCA CAVALLI SFORZA

 

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Ognuno di noi ha diritto a disporre della propria vita fino a quando questo non danneggia gli altri.  sono favorevole all'eutanasia.  Certo servirebbero sistemi di controllo rigorosi per evitare errori e resterebbe sempre la possibilità di abusi. è un prezzo da pagare per garantire i diritti

http://espresso.repubblica.it

 

 

intervista

.....l’uomo potrà modificare anche i meccanismi dell’intelligenza Geni del cervello immutati da due milioni di anni Ma dalla Preistoria la massa cerebrale pesa il triplo.

Merito di linguaggio e Internet
E se in passato l’uomo di Neanderthal è stato spazzato via dal migratore Homo sapiens, oggi vi sono pericoli analoghi legati ai problemi di integrazione tra culture e religioni diverse?

Ho sentito parlare di muri. Gli unici muri che andrebbero innalzati devono essere quelli contro i criminali e l’ignoranza  

—dice il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, una delle autorità internazionali nel campo della genetica delle popolazioni —www.corriere.it

 

 

CHI SIAMO

storia della

diversità umana

PERCHE' LA SCIENZA ?

bilancio del suo percorso scientifico e s'interroga sul ruolo che lo sviluppo della conoscenza ha avuto nella storia dell'uomo. E in un'età in cui ancora troppo spesso ci si affida a teorie e credenze irrazionali e spiritualistiche per interpretare i grandi enigmi della nostra esistenza, ci invita a riflettere sull'importanza di ricondurre al sempre più ricco e ampio mondo del sapere scientifico tutte le grandi domande intorno alla vita e alla morte.

www.unilibro.it

 

Primo Premio Letterario Galileo per la divulgazione scientifica - Padova 2007

 

 

 

Genes Controlling Longevity in Centenarians
DR. CAVALLI-SFORZA proposes that centenarians may have a constellation of genes that give them resistance

to many causes of stress and disease, or may simply have one or more genes affecting the duration of their life. To detect new DNA polymorphisms, his group has used a special apparatus, DHPLC or Denaturing High Performance Liquid Chromatography, developed in his lab by Peter Oefner and Peter Underhill. Looking first at the gene that causes Werner disease, a disease of premature aging, they found a large set of polymorphisms not previously known, but none was found to lengthen lifespan. The group also looked at genes known to increase resistance to stress. For one of these stress genes, HSP70, the researchers found an allele that is unfavorable to longevity, but only in women. They also explored the male/female ratio among centenarians in Italy. In most studies around the world the male/female ratio ranges between 1:4 and 1:7. By contrast, a 1:2 ratio was observed in Calabria, a Southern Italian region. Using data of the Italian Institute of Statistics, Dr. Cavalli-Sforza and colleagues found that the centenarians' male/female ratio gradually decreases from South to North. This pattern significantly correlated with the genetic structure of the Italian population as outlined by principal component analysis, indicating the presence of potential genetic factors.
Luca Cavalli-Sforza, MD Stanford University School of Medicine 

1998 Senior Scholar in Aging               

ellisonfoundation.org

 

 

 

Potere del comportamento - Congresso di psiconeuroendocrinoimmunologia

Il ruolo dei comportamenti è fondamentale: sono in grado di cambiare alcune delle condizioni su cui si esercita la selezione naturale.
geni - lattosio
È noto che soprattutto in Italia centro-meridionale molte persone sono intolleranti al lattosio, accusando numerosi disturbi. Il fatto è che nell'uomo, come in tutti i mammiferi, dopo il secondo anno di vita il gene smette di funzionare: l'enzima non viene più prodotto e il lattosio non viene digerito. Ma noi sappiamo che, per esempio, quasi il 100% degli abitanti della penisola scandinava ha l'enzima attivo anche in età adulta. "Questa circostanza è il frutto di una o più mutazioni in punti particolari del genoma che hanno consentito, in un'epoca relativamente antica (circa 13.000 anni fa) e in territori con scarsità cibo, di nutrirsi da un'abbondante fonte di calorie e nutrienti come il latte".....
Questo dimostra la validità della teoria della selezione naturale (solo gli individui con la mutazione favorevole sono sopravvissuti in ambienti con scarsità di cibo e abbondanza di latte) e anche che un comportamento (decidere di consumare il latte degli animali allevati) può dirigere l'evoluzione biologica.
adnkronos.com

 

 

NIENTE E GIA SCRITTO

A vostro avviso, quanto della nostra natura e del nostro futuro è ancora nascosto nel Dna?
Tra l’80% e il 90%. Questo è ciò che ancora ignoriamo del Dna.  Grossolanamente, il Dna inciderà in media per il 50% su salute e malattia,  Il resto dipende dall’ambiente fisico e sociale, cioè dalle nostre abitudini
La componente genetica è fondamentale. Quindi, decifrarlo conterà moltissimo nell'affrontare meglio numerose patologie.

luca vaglio - canali.libero.it

anche quando le malattie hanno una forte causa ereditaria sono comunque connesse a fattori ambientali e alla storia individuale della persona. Così «nessun uomo è figlio solo dei suoi geni», il nostro destino non è scritto una volta per sempre nel Dna
Giacomo Samek Lodovici - avvenire.it - 2010

 

 

 

FOXP2 L’EVOLUZIONE DELLA CULTURA
"La forza delle idee continua a trasformare il nostro patrimonio genetico. La scoperta del fuoco ha reso inutile il pelo e la scarsità di vitamina D ha sbiancato la pelle"

Lei teorizza che l’evoluzione culturale è determinata dalla somma delle innovazioni e dalla loro accettazione sociale, misurabile con cambiamenti statistici. Ma come si trasmettono i saperi?
«I geni si trasmettono dai genitori ai figli attraverso i gameti (gli spermatozoi e le cellule ovo), con leggi scoperte da Mendel. Le idee si trasmettono per via culturale, cioè attraverso l’imitazione o per comunicazione e insegnamento, attraverso alcune regole».
«Si deve distinguere chi trasmette e chi riceve l’informazione culturale. Semplificando, l’atto elementare di trasmissione può avvenire in tre modi.
Primo: da pochi a pochi individui, come nelle malattie contagiose o nella diffusione delle barzellette. Secondo: da uno solo, o pochissimi, a molti, come nell’insegnamento, con i giornali, la radio e la tv. I protagonisti sono persone di prestigio o autorità che devono essere obbedite. Terzo: da molti a pochi. Avviene con le influenze di tipo conformistico dell’ambiente sociale: tendono a sopprimere le novità e mantengono le tradizioni. La velocità di diffusione di una nuova idea è media nel primo caso, alta nel secondo e scarsa nel terzo. Ma da quando c’è Internet si deve aggiungere un quarto modo: da molti a molti. Qui la velocità è quasi istantanea».
«Per parlare all’uomo sono occorsi organi e funzioni nuove, che hanno una base biologica e hanno impiegato molto tempo a svilupparsi. FOXP2 è un indizio che potrebbero esserci stati sviluppi recenti nella capacità di complicare certi aspetti strutturali del linguaggio. Ma lo studio dell’evoluzione delle lingue è ancora troppo recente per dare risposte certe».

gabriele beccaria  lastampa.it

 

 

 

 

LA CULTURA ITALIANA
La trattazione racconta e descrive le peculiarità del nostro essere italiani e rende anche conto della specificità e della ricchezza delle singole culture e identità regionali che contribuiscono ad accrescere la grandezza e il fascino del nostro Paese.
L’approccio è scientifico/evolutivo e per questo, la direzione dell’opera è stata affidata alla voce più autorevole nel campo degli studi sull’evoluzione: il professor Luigi Luca Cavalli Sforza.

ma.gu. - riviera.24.it

Quali sono le conseguenze del passaggio dalla società solida dei produttori a quella liquida dei consumatori?
«In una società di produttori i profitti venivano generati dall’incontro tra il capitale e il lavoro, e in un certo senso il capitalismo era un fattore di risentimento collettivo. Nella società dei produttori, i profitti vengono dall’incontro tra la merce e il cliente; si tratta di un evento solitario, che promuove l’interesse personale piuttosto che la solidarietà e l’unione. Formati socialmente innanzitutto come consumatori e solo in secondo luogo come produttori, siamo addestrati a modellare le relazioni interumane sul modello della relazione del consumatore con i beni di consumo. Ciò porta alla fragilità e alla temporaneità dei legami interumani. Inoltre, per raggiungere il rango di consumatori, ognuno di noi deve trattare se stesso come una merce vendibile, il che intensifica la continua frammentazione e atomizzazione della società. Per finire, segue la fascinazione per il Pil (che misura soprattutto le attività di consumo): la società dei consumatori non conosce altro modo per “risolvere i problemi” e affrontare i problemi sociali che incoraggiare la “crescita economica”, ingrandendo all’infinito la pagnotta da affettare piuttosto che dividerla giudiziosamente ed equamente».
giuliano battiston - lettera22.it - unita.it - 2011

 

 

 

 

HOMO SAPIENS - 2011

LA CULTURA  ITALIANA  - 2010

LA SPECIE PREPOTENTE - 2010

ITINERARI DI SCIENZA DELLA NATURA -  2 VOL - 2010

l'evoluzione della cultura   -   2009

Ragioni e limiti della diversità genetica  - 2008

Il caso e la necessità. Ragioni e limiti della diversità genetica  -  2007

NATURA  -  2006   -  VOL 1-2  3-4

GALAPAGOS  -  2006
Perché la scienza? L'avventura di un ricercatore  -  2005

STORIA E GEOGRAFIA DEI GENI UMANI - 2000

CHI SIAMO - 1999

GENI POPOLI LINGUE - 1999
La scienza della felicità   -  1997
History and Geography of Human Genes   -  1996

ANALISI STATISTICA PER MEDICI E BIOLOGI - 1992

La transizione neolitica e la genetica di popolazioni in Europa - 1986

 

PRINCIPALI Libri scientifici balzan

unilibro.it     bol.it     libreriauniversitaria.it

http://www.balzan.org/ 

 



LCS  e il  figlio francesco

 

 

 

un programma informatico ricostruirà la storia dell'uomo

Il software, messo a punto sotto la guida del genetista italiano Luca Cavalli-Sforza, considera le migrazioni dei popoli tenendo conto della regole demografiche
Sarà un programma per computer a raccontarci la vera storia sull'origine dell'Uomo e sui suoi viaggi alla conquista del mondo. L'ha messo appunto l'equipe del massimo esperto in materia di genetica di popolazioni, Luca Cavalli-Sforza, che oggi è professore emerito alla Stanford University School of Medicine.
Il software, come riferito sulla rivista Proceedings of the National Academies of Science, è capace di scoprire il luogo, oltre che la data di nascita, di ogni cambiamento genetico intervenuto nel Dna umano.
Studiando la distribuzione geografica delle mutazioni genetiche avvenute nel tempo, i genetisti potranno ricostruire i flussi migratori dei primi uomini moderni e raccontarci come questi si sono incontrati e scambiati materiale genetico e cultura.
Ammettendo costante nel tempo la velocità con cui le mutazioni si accumulano sul Dna umano, finora i genetisti sapevano stimare la data di una certa mutazione, un'informazione buona sì, ma non completa, spiega Cavalli-Sforza precisando che 'se noi siamo in grado di conoscere anche il luogo in cui essa è comparsa allora sappiamo quasi tutto del nostro passato'.
E tanto ha fatto che ha raggiunto questo scopo progettando con l'aiuto di Christopher Edmonds, progettista di software, e di Anita Lillie, esperta di statistica, un programma che riproduce il mondo in miniatura, come una griglia di quadrati che rappresentano i diversi Paesi. Il programma ha messo in scena le migrazioni dei popoli tenendo conto di regole demografiche e, dopo che gli scienziati gli hanno fatto eseguire 64.000 simulazioni di espansioni geografiche di gruppi di individui, ha fornito loro un modello teorico per ricavare il luogo di nascita di ogni mutazione, una specie di formula matematica che produce notizie spaziali al posto di un risultato numerico.
Adesso quindi basterà solo mettere in moto i calcolatori e in un click il software potrà dare l'indicazione cercata dicendo 'noi eravamo qui' per ogni gruppo etnico di interesse e ricostruendo così i movimenti di migliaia di anni fa dei nostri antenati umani.
2004

newton.corriere.it

 

 

conoscere la genetica per sconfiggere il razzismo

Luca Cavalli Sforza

Tu sei stato genetista batterico all'inizio della tua carriera.

Ti sei occupato del sesso dei batteri. Hai scoperto il primo episoma, F, che infetta le cellule batteriche che ne sono sprovviste, generando la capacità di scambi genetici fra di loro, ed è anche capace di integrarsi nel cromosoma batterico. Ti sei anche occupato di resistenza agli antibiotici e hai dimostrato che tutta la resistenza batterica ad un antibiotico origina per mutazioni del DNA. Come mai hai abbandonato la genetica batterica in cui avevi fatto un buon inizio, per passare a quella dell'uomo?

Io ho scoperto la genetica batterica quando ancora non esisteva, grazie ad un libro che Adriano Buzzati-Traverso, prima di partire come militare per la guerra in Libia, aveva lasciato ad Emilio Veratti, professore di patologia generale a Pavia, perché lo passasse a uno studente interessato. Il libro era costituito dagli atti di un simposio in cui un gruppo di microbiologi discuteva la possibilità di studiare la genetica dei microorganismi. Io avevo cominciato il quarto anno di medicina e, insieme con il mio compagno e amico Giovanni Magni, mancato purtroppo prematuramente alla fine dell'anno scorso, abbiamo studiato attentamente il libro e deciso di dedicarci a questo argomento, cominciando ad occuparcene insieme in laboratorio.

Buzzati è tornato dalla Libia prima della fine della guerra perché soffriva di asma. Io sono diventato "allievo interno" del suo laboratorio e ho cominciato a lavorare in genetica della Drosofila. Alla fine della guerra non vi erano possibilità di lavoro all'Università, ma trovai un posto all'Istituto Sieroterapico Milanese ove potei occuparmi di genetica dei batteri. Fu di questo argomento che continuai ad interessarmi quando trovai, e tenni dal 1948 al 1950, un posto di assistente al Dipartimento di Genetica dell'Università di Cambridge, con il celebre professore R. A. Fisher. Ma qui ebbi anche occasione di rinforzare le mie conoscenze di statistica e di genetica di popolazioni, che coltivavo da un po' di tempo accanto all'attività sperimentale sui batteri.

Anche il lavoro di genetica batterica andava, all'inizio, molto bene; però ero considerato, non solo tra i batteriologi italiani, ma anche, all'inizio, tra quelli inglesi, pazzo ad occuparmi di genetica batterica (bisogna pensare che a quell'epoca molti credevano ancora che i batteri non avessero nucleo). Intorno al 1953 le ricerche sul sesso batterico, che erano state iniziate da Lederberg nel 1946 e a cui io avevo cominciato a dare i miei primi contributi nel 1949, provocarono uno scoppio di interesse sull'argomento. I migliori laboratori e cervelli d'Europa e d'America si lanciarono sulla genetica di Escherichia coli e il ritmo delle scoperte si fece frenetico. Intanto la mia situazione al Sieroterapico Milanese cominciò a peggiorare con un nuovo direttore, che si interessava solo diapplicazioni di scarso interesse. Le mie ricerche non gli piacevano e perciò scelse di rendermi la vita difficile. Proprio allora cominciò la decadenza di questo istituto la cui attività si concluse qualche anno fa. Data la situazione, all'inizio del 1957 decisi di andarmene ed associarmi all'iniziativa di Buzzati che aveva cominciato a Pavia dei corsi paragonabili ad un Ph. D. in genetica. Divisi così il mio tempo fra Parma e Pavia, finché divenni professore di ruolo a Pavia nel 1962. In quell'epoca Buzzati stava trasportando il suo Istituto a Napoli, fuori dell'Università, creandovi quel Laboratorio del CNR (LIGB) poi divenuto Istituto Internazionale di Genetica eBiofisica (IIGB), che acquistò ben presto fama internazionale. Io ereditai da Buzzati un istituto di Genetica vuoto di apparecchi e con pochissimo personale, ma con l'aiuto validissimo di Magni fu possibile riportarlo rapidamente ad un ottimo livello, creando anche un Laboratorio (poi Istituto) del CNR che continua ad essere adiacente al Dipartimento di Genetica, a condividerne la biblioteca e mantenere una stretta collaborazione, anche dopo il trasferimento di ambedue, laboratorio CNR e dipartimento, nel nuovo campus dell'Università di Pavia. In quell'epoca cominciai ad avere impegni didattici e amministrativi abbastanza pesanti ed uscii dal campo della genetica battericaper concentrarmi su quella delle popolazioni umane. La ricerca sui dati di archivi cattolicidivenne sempre più importante; è continuata e non è finita neanche oggi. Sto ora scrivendo un libro dal titolo Inbreeding, Consaguineity and Drift in Italy, che riassume le ricerche con Moroni e molti altri collaboratori, tra cui Gianna Zei, Rosalba Guglielmino, Italo Barrai e Franco Conterio, e terminando le analisi statistiche cominciate quarantaquattro anni fa. Il mio principale svago sono state numerose spedizioni che ho condotto quasi ogni anno in Africa tra il 1966 e il 1985, con l'idea di spostare le mie ricerche sul campo della genetica di popolazioni umane dalla valle del Parma, ove le avevo cominciate, alla foresta tropicale africana. Motivoprincipale di nteresse è che vi vivono ancora i Pigmei, uno dei pochi esempi di popolazioni che non hanno ancora completamente abbandonato la vita di caccia e la raccolta di vegetali. Questo è stato, per più di un milione di anni, il modo corrente di vita dei nostri antenati finoall'invenzione dell'agricoltura, avvenuta solo meno di diecimila anni fa e diffusasi lentamente a partire da pochi centri di origine.

Quanto grande è la variazione genetica e perché è importante studiarla?

Sappiamo che il DNA preso a caso da individui diversi può differire per un nucleotide su millecirca. Ognuno di noi riceve da ogni genitore un "genoma" fatto di tre miliardi di nucleotidi (più esattamente, paia di nucleotidi, ma il conto non cambia, poiché in ogni paio basta conoscere uno dei due nucleotidi per prevedere l'altro).

Quindi tra due individui ci si attendono tre milioni di differenze. Una variazione di questo gigantesco ordine di grandezza assicura lavoro per un tempo lunghissimo.

Lo studio della variazione genetica è indissolubilmente connesso con quello dell'evoluzione e permette di ricostruire la storia biologica delle popolazioni, aiutando così anche l'archeologia, la linguistica e le altre discipline coinvolte nella storia dell'Uomo. Il razzismo è basato sull'ignoranza della genetica ed è proprio lo studio della variazione che fornisce le armi più sicure per distruggerlo.

Molte malattie sono dovute a variazione genetica. I confini tra variazione "normale" e "patologica" sono vaghi; ce ne stiamo accorgendo soprattutto ora che cominciamo ad avere le armi per attaccare le malattie genetiche più difficili da studiare (dette poligeniche), al cui determinismo contribuiscono parecchi geni, che da soli non hanno attività patogena, ma in certe combinazioni fra loro o con eventi di natura non genetica, possono divenire deleteri.

http://www.area.fi.cnr.it/r&f/n7/cavalli.htm 

uniba.it

 

L’albero genealogico del dna per capire la nostra storia

..... Da questo ceppo, insediatosi 17mila anni fa in Toscana e Lunigiana, discenderebbero molti abitanti della costa mediterranea e dell’Europa Occidentale, quasi un europeo ogni dieci. Questa genealogia "estrema" praticata da Brian Sykes s’inserisce nella ricostruzione degli alberi genetici dei singoli popoli condotta sin dal 1977 dalla squadra di genetisti di Standford sotto la direzione di Luca Cavalli–Sforza, che ha proposto, una decina di anni fa, l’atlante storico e geografico dei geni dell’uomo. Una sorta di foto aerea delle popolazioni del mondo, un'immensa "analisi del sangue" fatta catalogando al computer centinaia di migliaia di campioni di dna di popolazioni diverse, che ricostruisce le nostre origine e le ondate migratori. Se la tesi delle "sette figlie di Eva" non svela nulla di rivoluzionario dal punto di vista scientifico sulla vicenda dell’evoluzione umana, la novità degli studi di Sykes sta nell'individuazione di un metodo per semplificare e rendere riproducibile l'identità e il tasso di variazione del dna mitocondriale. Ovvero il materiale genetico ereditato esclusivamente per via materna che rimane inalterato salvo errori di riproduzioni o legati all’ambiente. ..... 

www.repubblica.it   patrizia feletig  

 

 

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Cavalli-Sforza II: Seven Dumb Ideas about Race

By Steve Sailer
Race is a topic of such enormous importance that it's essential to think clearly about it.

Yet much of the intelligentsia now attempts to deal with the problem by defining race as merely a mass hallucination afflicting the entire human race - other than we few members of the Great and the Good. As we saw in last week's column on the schizophrenic writings of the leading population geneticist, Luigi Luca Cavalli-Sforza, much of the professoriat now publicly deny the very reality of race. Prominent anthropologist C. Loring Brace asserts, "There is no such thing as a biological entity that warrants the term 'race.'" The American Association of Physical Anthropologists recently announced: "… old biological concepts of race no longer provide scientifically valid distinctions…" Similarly, the American Anthropological Association proclaimed " … differentiating species into biologically defined 'races' has proven meaningless and unscientific as a way of explaining variation…”
Well, wishing isn't going to make race vanish into thin air. Let's review some of the major myths about race.

If races exist, then one must be supreme.

Much of the Race Does Not Exist cant stems from the following logic (if you can call it logic): “If there really are different racial groups, then one must be The Master Race, which means -- oh my God – that Hitler Was Right! Therefore, we must promote whatever ideas most confuse the public about race. Otherwise, they will learn the horrible truth and they'll all vote Nazi.

Look, this is one big non-sequiter: Of course, there are different racial groups. And of course their members tend to inherit certain different genes, on average, than the members of other racial groups. And that means racial groups will differ, on average, in various innate capabilities. But that also means that no group can be supreme at all jobs. To be excellent at one skill frequently implies being worse at something else. So, there can't be a Master Race. Sports fans can cite countless examples. Men of West African descent monopolize the Olympic 100m dash, but their explosive musculature, which is so helpful in sprinting, weighs them down in distance running, where they are also-rans. Similarly, there are far more Samoans in the National Football League than Chinese, simply because Samoans tend to be much, much bigger. But precisely because Samoans are so huge, they'll never do as well as the Chinese in gymnastics.

Every person falls into a single clear-cut racial group.

This one is so silly that I doubt that anybody who has thought about race in the real world for more than ten minutes believes this. Nobody can agree on how many racial groups there are, exactly who is in each one, or what to call them.

Since nobody can agree on how many racial groups there are, exactly who is in each one, or what to call them, then race does not exist.

This one's equally daft. Outside of mathematics, and of human inventions like the law, categories almost always fall across continuous dimensions. Where does "young" end and "old" begin? It all depends on the situation. For example, among female gymnasts, 18 is "old." Among architects, 45 is "young." Yet that does not mean that "age" is meaningless. Further, categories are typically fuzzy. Few people are 100% "sick" or 100% "well." But "health" is still a useful concept.

The best example of the fuzziness of natural categories is the concept of "extended family." All the criticisms made about the fuzziness of racial groups apply in spades to extended families. How many extended families do you belong to? Well, at least two: your mom's and your dad's. But they each belonged to their parents' two extended families, so maybe you belong to four. And your grandparents each belonged to two …

And what are the boundaries of your various extended families? If the question at hand is who you'd give a spare kidney to, you'd probably draw the limits rather narrowly. But, when making up your Christmas card list, you probably toss in the occasional third cousin, twice removed. And exactly what's the appropriate name for all these extended families anyway?

In fact, extended families are even less clear-cut than racial groups. Yet, nobody goes around smugly claiming that extended families don't exist.

But why is extended family such a perfect analogy for race? Because it's not an analogy. They are the same thing: kin, individuals united by common descent. There's no natural law defining where extended families end. A racial group is merely an extended family (often an extremely extended family) that inbreeds to some extent. It's this tendency to marry within the group that makes racial groups somewhat more coherent, cohesive, and longer lasting than smaller-scale extended families.

Genetic differences between the races can't exist because there hasn't been enough time for them to evolve in the 50,000 to 200,000 years since modern humans first emerged from Africa.

The popularity of this argument is bizarre, since genetic differences between the races are written on the faces of the people you see every day. If there wasn't enough time for these racially characteristic traits to evolve, how exactly did they come into existence? Magic? It's particularly amusing to hear paleontologist Stephen Jay Gould assert this since his one major contribution to science has been to document that evolution sometimes occurs at the speed of revolution.

In the History and Geography of Human Genes, Cavalli-Sforza calculates the surprisingly short time in which a version of a gene that leads to more offspring can spread from 1% to 99% of the population. If a rare variant of a gene produces just 1% more surviving offspring, it will become nearly universal in a human group in 11,500 years. But, if it provides 10% more "reproductive fitness it will come to dominate in just 1,150 years. A classic example is the gene for lactose-tolerance. It was almost nonexistent until humans started milking cattle about 10,000 years ago. Today, its prevalence ranges from negligible among East Asians to 97% among Danes.

Race is only skin deep.

I'm sure this bit of conventional wisdom is most comforting to Jews suffering from Tay-Sachs disease, to blacks enduring sickle cell anemia, and to American Indians battling alcoholism. In reality, there is absolutely nothing that restricts racial differences to "mere cosmetics." Races can differ in any of the ways that families can differ from each other.

Most variation is within racial groups, not between racial groups. Two members of the same race are likely to differ from each other more than the average member of their race differs from the average member of another race.

Sure, but so what? No single human category can account for a majority of all the many ways humans differ from each other. Try substituting other categories like "age:" "Most variation is within age groups, not between age groups." Yup, that's true, too. But, it doesn't mean that Age Does Not Exist.

You often hear that between-group racial differences only account for 15% of genetic variation. This number comes from a 1972 study by Richard Lewontin of 17 blood types, comparing variation between continental-scale races and between national-scale racial groups (e.g., Swedes vs. Italians). Now, blood types are, I suppose, important, but they hardly represent all we want to know about human genetic diversity. Certain other traits are known to be more racially determined -- the figure for skin color, not surprisingly, is 60%. What the overall number is for all the important genes remains unknown.

Still, let's assume that Lewontin's 15% solution is widely applicable. That's like going to a casino that has American Indian and African American croupiers, and 85% of the time the roulette spins are random, but 15% of the time the ball always comes up red for Indian croupiers and black for the black croupiers -- pretty useful information, huh?

Most of the human race's genetic variation is among black Africans.

This chestnut is true only for junk genes, the DNA that doesn't do anything. Junk genes are highly useful to population geneticists tracing the genealogies of racial groups, but they don't affect anything in the real world.

Then, are black Africans highly diverse physically? Well, that depends upon who you are lumping together. There are indeed some highly unusual peoples in Africa, but almost none of them were brought to America as slaves. The most genetically distinct people in sub-Saharan Africa are the Khoisan. These are the yellowish-brown, tongue-clicking Bushmen and Hottentots of the Southern African wastelands, the remnants of a great race that once dominated most of Africa before the blacks ethnically cleansed them from the more desirable lands. The most striking contrast in Africa is between the tiny Pygmies and the ultra-tall herding tribes of East Africa. But except for the 7'7", 190-pound basketball novelty Manute Bol, few of either group made it to America. In contrast, the West African tribes that did provide the vast majority of American slaves are relatively homogenous. Cavalli-Sforza sums up the situation on the ground like this, "… differences between most sub-Saharan Africans other than Khoisan and Pygmies seem rather small."

This does not exhaust the list of dumb ideas about race that I've collected. But it does give a taste of how anthropologists try to make race disappear by closing their eyes and wishing. Well, race won't go away, because it's an inevitable outgrowth of family. Our only hope to manage the problems of race is to study it honestly.

www.area.fi.cnr.it/r&f/n7/cavalli.htm

 

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