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VINCENZO CARDARELLI
NAZARENO CALDARELLI
welcome cardarelli
alle origini della mia
poco felice esistenza
c'è un ROMANZO
che non ho mai avuto voglia di raccontare |
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viviamo
d'un fremito d'aria
d'un filo di luce
dei più vaghi e fuggevoli
moti del tempo
di albe furtive
di amori nascenti
di sguardi inattesi
e per esprimere
quel che sentiamo
c'è una parola sola
disperazione |
biografia
1887
Vincenzo
Cardarelli nasce a Corneto Tarquinia (Viterbo) il primo maggio. Da
giovane pratica diversi mestieri e studia in modo irregolare.
1905
E' l’anno della morte del padre.
Abbandona il paese natale, al quale fu per sempre legato da un rapporto
di odio e amore, a causa dell'infanzia infelice e solitaria che vi aveva
trascorso, lui afflitto da una menomazione al braccio sinistro e
affidato spesso alla carità e alla cura di estranei.
1906 Giunge a Roma, privo di una regolare
istruzione, in cerca di fortuna; si accosta agli ambienti socialisti
iniziando una attività giornalistica che lo porterà alla redazione dell’
"Avanti!". Inizia la relazione amorosa con la scrittrice Sibilla
Aleramo, che si esaurirà nel 1912..... fallisce il progetto a lungo
vagheggiato di dare vita a una nuova rivista. ....
Ma sarebbe difficile, e probabilmente arbitrario voler isolare nella sua
produzione questo o quel titolo di una singola opera, perché Cardarelli
è soprattutto il creatore di uno stile. A tale esigenza massima egli
subordina, quando era in vita, ogni altra ambizione e ogni ricerca di un
successo facile ed effimero.
1916 Esce "Prologhi", una raccolta di
brevissime prose. Nel medesimo anno collabora alla "Voce" di Giuseppe De
Robertis, maturando via via quelle convinzioni di un ritorno all’ordine
e alla tradizione da cui nascerà nel 1919 l’esperienza decisiva della
"Ronda". Della rivista Cardarelli fu fra i più strenui ispiratori,
dirigendola fino al 1923, quando cessò definitivamente le pubblicazioni.
1929 Vince il Premio letterario Bagutta per
il libro "Il sole a picco"
"Io nacqui forestiero in Maremma, di padre
marchigiano, e crebbi come un esiliato, assaporando con commozione
tristezze e indefinibili nostalgie. Non mi ricordo la mia famiglia, né
la casa dove son nato, esposta a mare, nel punto più alto del paese,
buttata giù in una notte come dall'urto di un ciclone, quando io avevo
due anni appena.
Sono venuto a conoscere mio padre un giorno che, nientedimeno, aveva
sposato, e io soffiavo nel fornello a tutto andare, con una ventola
nuova nuova. Ci fu un tempo ch'io vissi sotto la protezione d'un angelo
custode e non ne ho altro ricordo se non che ero un ragazzo come tutti
gli altri, curato, ben vestito e corretto con severità ed amore. Il
destino, dopo avermi tolto la madre mi aveva regalato in compenso una
matrigna, tutta d'oro, dal cuore alle mani. Me la aveva portata da
lontano, parlava un dialetto settentrionale.
Tutta questa felicità durò poco, tre anni appena. Un dopo pranzo, che
tornavo dalla scuola, passando davanti alla camera dove la mia cara
madre giaceva malata e mentre son lì per entrare (ma già mi aveva
sorpreso il lenzuolo che le avevano tirato fin sopra il capo) due
braccia mi sollevarono e mi deposero nella camera accanto, dove una
sorella della morta stava, in quel momento, levandosi di letto, dopo
aver trascorso la notte vicino a lei. Erano quelle di mio padre.
Da allora la mia esistenza si complicò. I confini della mia famiglia si
confusero e si dispersero. Non potendo badare a me, mio padre si vide
costretto a collocarmi ora qui ora là, a dozzina. Conobbi altre case,
dove fui accolto e trattato quasi in qualità di parente, attesa la mia
facilità a familiarizzare. Il mondo mi allevò. ...
Per farla corta, mio padre pretendeva che io diventassi nient'altro che
un buon commerciante, alla sua maniera. Ecco la ragione vera per cui non
volle che studiassi e fece, senz'accorgersene, la mia rovina. ...
A sedici anni, cioè un anno avanti che mio padre morisse, ero già
lontano da lui e dal mio paese. ...
Per vivere, nei primi anni, dovetti fare i mestieri più vari: addetto a
vigilare l'andamento delle sveglie in un deposito d'orologi; ammanuense
nello studio d'un bisbetico avvocato piemontese e socialista; impiegato
nella segreteria della Federazione metallurgica; contabile; infine
giornalista.
1948 "Villa Tarantola" vince il
Premio Strega per la prosa
1959 Muore il 18 giugno nell’Ospedale del
Policlinico di Roma. Egli riposa ora nel cimitero di Tarquinia, di
fronte alla Civita etrusca secondo la volontà espressa nel testamento.
La Civita etrusca, che il poeta ha così di
frequente evocato nelle sue poesie e nelle sue prose, aveva ai suoi
occhi più il valore di un simbolo morale che non di un tema
autobiografico: era stato il faro che lo aveva guidato durante la sua
avventurosa navigazione tra gli scogli dell’esistenza.
visse nella povertà e
nella solitudine e morì a settantadue
anni ancora più povero e più solo
Vincenzo Cardarelli a Roma mentre
l’Urbe cambia
Venticinque inediti con prefazione di Giulio Andreotti.
impressioni di un giovane intellettuale appena giunto a Roma mentre
un’altra sezione di testi ne rileva il carattere ombroso e polemico. ... foto rare dell’epoca della capitale.
inedito curato da mimmo
caporilli -
newtuscia.it - 2009
Partito dal mio paese a diciannove anni con sette lire in tasca senza sapere
cosa sarei venuto a fare nella Città Eterna come sempre ci giungevo troppo
tardi a festa finita.
I temi della poesia
I temi ricorrenti nelle sue liriche sono il trascorrere delle stagioni,
avvertito come simbolo dell’eterna mutevolezza delle cose, lo sfiorire
dell'adolescenza e della bellezza, i vagheggiamenti dell’infanzia e dei
paesaggi ad essa collegati. Sia nell’esplosione della vitalità estiva o sia
nel malinconico disfarsi del paesaggio autunnale, il trascorrere delle ore
del giorno e delle stagioni diventa simbolo delle vicissitudini della vita.
Come scrive nella prima strofa di Ottobre:
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OTTOBRE
Un tempo, era d’estate
era a quel fuoco a quegli ardori
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all’autunno
Dal colore che inebria
Amo la stanca stagione
Che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia
Nulla più mi consola
Di quest’aria che odora
Di mosto e di vino
Di questo vecchio sole settembrino
Che splende nelle vigne saccheggiate.
Sole
d'autunno inatteso
che
splendi come in un di là
con tenera
perdizione
e
vagabonda felicità
tu ci
trovi fiaccati
vòlti al
peggio e la morte nell'anima.
Ecco
perché ci piaci
vago sole
superstite
che non
sai dirci addio
tornando
ogni mattina
come un
nuovo miracolo
tanto più
bello quanto più t'inoltri
e sei lì
per spirare.
E di
queste incredibili giornate
vai
componendo la tua stagione
ch'è tutta
una dolcissima agonia.
cronologia.leonardo.it/storia/biografie/cardarel.htm
grazie alla scheda compilata dagli allievi
dell'ISTITUTO RICCATI - TREVISO
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autunno
già lo sentimmo venire
nel vento d'agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti,
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
ora passa e declina,
in quest'autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.
estiva
distesa estate
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell'albe senza rumore
ci si risveglia come in un acquario
dei giorni identici,astrali
stagione la meno dolente
d'oscuramenti e di crisi
felicità degli spazi
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca
stagione estrema,che cadi
prostrata in riposi enormi
dai oro ai più vasti sogni
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno
e sembri mettere a volte
nell'ordine che procede
qualche cadenza dell'indugio eterno
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visse nella povertà
e nella solitudine
e morì a settantadue
anni ancora più povero e più solo
   

VINCENZO CARDARELLI (Nazareno Caldarelli)
Corneto Tarquinia (Viterbo) 1887 Roma 1959 poeta e letterato
Inizia la sua carriera letteraria a Roma come giornalista politico. Ben presto
entra dell’ambiente vociano, collaborando
con "Il Marzocco" e "Lirica", dove nel 1913 pubblica le prime poesie. Nel 1919
fonda, insieme a Riccardo Bacchelli, Antonio Baldini, Bruno
Barilli, Emilio
Cecchi, Lorenzo Montano e Aurelio Saffi, la
rivista "La nobile e severa mente classica" (G. Barberi Squarotti). Il suo modello è, come per gli altri rondisti, il Leopardi delle
Operette morali. Punti di tangenza si possono trovare con le ricerche del
"ritorno all’ordine" in pittura e letteratura.
DAL 1949 AL 1959 FU DIRETTORE DE La
Fiera letteraria - Settimanale delle lettere delle arti e delle scienze
CHE SI PUBBLICAVA la domenica.
Tra le opere principali ricordiamo Il sole a picco, 1928; Prologhi - Viaggi
- Favole, 1929, la cui copertina è disegnata da Scipione..Nel 1931 Giansiro
Ferrata scrive della sua opera sul primo numero di "Fronte" la rivista di Mazzacurati e
Scipione , che, dimostrando un vivo interesse
per la sua attività letteraria lo invitano a collaborare al secondo numero della
rivista.
Cardarelli compare nel ritratto di gruppo Gli amici al caffè, e in un altro
dipinto di Amerigo Bartoli. Nella caricatura degli Amici al caffè disegnata da
Scipione il letterato è il secondo da sinistra
e spara in
aria per chiamare il cameriere.
scuolaromana.it

Premio
Internazionale Tarquinia Vincenzo Cardarelli
Cardarelli, che ne pensa dei premi letterari?
Non mi faccia domande cretine.
Dunque, è contrario ai premi letterari?
Se si tratta di un regalo, no. Se si tratta di un
giudizio, sì. Io trovo indecente che degli scrittori si riuniscano per
giudicare l’opera di un altro scrittore. Comunque … se proprio volete
premiare gli scrittori migliori, allora ogni tanto dovete bastonarne
qualcuno dei peggiori.
Ma i grandi premi? Il Premio Nobel, per esempio?
I grandi premi non vengono mai dati allo
scrittore, ma ai suoi lettori. Poveracci, se li meritano.
oltrepensiero.mikronetservice.com
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ballata
Ecco la casa ov’io vidi la luce
e la chiesa lì accanto,
dove fui battezzato.
Consolanti evidenze!
Qui antiche donne vivono,
mai sazie
di ricordare.
E narrano una storia
ch’io so a memoria e non vorrei sapere.
Narrano la mia storia famigliare.
Dicono che una notte,
col cuore fasciato
di crudeltà e d’ira fredda,
un uomo fece guasto
senza pietà nei suoi affetti più sacri,
disperse una famiglia appena in fiore.
E la casa natale era al mattino
tranquilla e disertata
come se visitata
l’avessero le streghe.
Il tempo come un ciclone
spazzò da questi luoghi
le care immagini.
Di ciò che fu non rimane
che un tacito agitarsi
di memorie e di ombre.
Ma quelle voci ch’io dico
sono implacabili e vive.
Lamentose quale un funebre canto,
alla pietà l’invettiva alternando,
mi rammentano come, ancora in fasce,
m’abbia poco la sorte vezzeggiato.
. gabbiani
Non so dove i
gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro com'essi l'acqua
ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
i gabbiani di eugenio montale
adolescente
su te, vergine adolescente,
sta come un'ombra sacra.
nulla è più misterioso
e adorabile e proprio
della tua carne spogliata.
ma ti recludi nell'attenta veste
e abiti lontano
con la tua grazia
dove non sai chi ti raggiungerà.
certo non io. se ti veggo passare
a tanta regale distanza,
con la chioma sciolta
e tutta la persona astata,
la vertigine mi si porta via.
sei l'imporosa e liscia creatura
cui preme nel suo respiro
l'oscuro gaudio della carne che appena
sopporta la sua pienezza.
nel sangue, che ha diffusioni
di fiamma sulla tua faccia,
il cosmo fa le sue risa
come nell'occhio nero della rondine.
la tua pupilla è bruciata
dal sole che dentro vi sta.
la tua bocca è serrata.
non sanno le mani tue bianche
il sudore umiliante dei contatti.
e penso come il tuo corpo
difficoltoso e vago
fa disperare l'amore
nel cuor dell'uomo!
pure qualcuno ti disfiorerà,
bocca di sorgiva.
qualcuno che non lo saprà,
un pescatore di spugne,
avrà questa perla rara.
gli sarà grazia e
fortuna
il non averti cercata
e non sapere chi sei
e non poterti godere
con la sottile coscienza
che offende il geloso iddio.
oh sì, l'animale sarà
abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti.
e tutto è così.
tu anche non sai chi sei.
e prendere ti lascerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,
per ridere un poco insieme.
come fiamma si perde nella luce,
al tocco della realtà
i misteri che tu prometti
si disciolgono in nulla.
inconsumata passerà
tanta gioia!
tu ti darai, tu ti perderai,
per il capriccio che non indovina
mai, col primo che ti piacerà.
ama il tempo lo scherzo
che lo seconda,
non il cauto volere che indugia.
così la fanciullezza
fa ruzzolare il mondo
e il saggio non è che un fanciullo
che si duole di essere cresciuto.
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sopra una tomba
Tutto un inverno ho
sofferto
pensando alla fradicia zolla
dove tu riposavi
in provvisoria fossa
ch’era il tuo purgatorio.
Piovose notti insonni
conobbero il mio rimorso.
E a te volavo, o madre,
cui non piacque la terra
per l’ultima dimora,
la terra faticosa,
la terra che patisti oltre la morte.
Ora esaudita, emersa
dal confuso elemento,
tu sei come redenta.
Non più l’informe grembo
travaglierà le tue spoglie.
Tu che vivente avesti incerto asilo,
sicuro loco avrai or che sei morta,
fin che l’umana pietà lo conceda.
attesa
Oggi
che t'aspettavo
non sei venuta
e la tua assenza so quel che mi dice
la tua assenza che tumultuava
nel vuoto che hai lasciato
come una stella
dice che non vuoi amarmi
quale un estivo temporale s'annuncia
e poi s'allontana
così ti sei negata alla mia sete
l'amore sul nascere
ha di questi improvvisi pentimenti
silenziosamente ci siamo intesi
amore, amore
come sempre
vorrei coprirti di fiori
e d'insulti.
passato
i ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
e tu non sei più che un ricordo.
sei trapassata nella mia memoria.
ora sì, posso dire che
che m'appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
tutto finì, così rapito!
precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
dovevamo saperlo che l'amore
brucia la vita e fa volare il tempo.
distacco
Io ti sento tacere da lontano.
Odo nel mio silenzio il tuo silenzio.
Di giorno in giorno assisto
all’opera che il tempo,
complice mio solerte, va compiendo.
E già quello che ieri era presente
divien passato e quel che ci pareva
incredibile accade.
Io e te ci separiamo.
Tu che fosti per me più che una sposa!
Tu che volevi entrare
nella mia vita, impavida,
come in inferno un angelo
e ne fosti scacciata.
Ora che t’ho lasciata,
la vita mi rimane
quale un’indegna, un’inutile soma,
da non poterne avere più alcun bene.
poesie -
1942
abbandono
volata sei, fuggita
come una colomba
e ti sei persa, là, verso oriente.
Ma sono rimasti i luoghi che ti videro
e l'ore dei nostri incontri.
Ore deserte,
luoghi per me divenuti un sepolcro
a cui faccio la guardia.

cardarelli - ritratto
di a.bartoli 1934 ca
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la speranza è nell'opera
io sono un
cinico a cui rimane per la sua fede questo al di là
io sono un cinico che ha fede in quel che fa
da poesie - mondadori
1959 - 2009 - 50°
anniversario

links
VIDEO
www.club.it/autori/grandi/vincenzo.cardarelli/indice-i.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Vincenzo_Cardarelli
www.girodivite.it/antenati/xx2sec/_cardare.htm
www.giuseppecirigliano.it/cardarelli.html
www.arengario.it/
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