marina ivanova cvetaeva

Марина Цветаева

Цветаева Марина Ивановна

Марина Ивановна Цветаева

 

mosca  8 ottobre  1892 - elabuga  31 agosto 1941

 

 

welcome cvetaeva                                                                

pronuncia zvietàeva

marina ivanova zwetajewa

marina tswëtaeva

marina ivanovna cvetaeva

marina tsetaeva

marina ivanova tsvetaeva

marina tsvietaeva

marina  ivanovna tsvétaïéva

marina tsvetayeva

 

Tutto il mio scrivere è un continuo prestare orecchio

un poeta a proposito della critica

 

 

' Io sono molti poeti... ' diceva di sé Marina Cvetaeva e ancora:

«... da me si potrebbero ritagliare almeno sette poeti,  per non parlare dei prosatori...».   Sette poeti? - certamente di più.

La giovinezza poetica di Marina è smagliante polifonia di voci. In un itinerario orgogliosamente autonomo («non sono mai stata sotto l'influsso di nessuno, ho cominciato non dal leggere i poeti, ma dallo scrivere poesie...»), sorda ai richiami delle mode e delle scuole, aveva saggiate, una dopo l'altra, una accanto all'altra, tutte le possibilità di un precocissimo dono.

 

per loro disseminati nella polvere dei negozi

- ove nessuno li ha mai presi e mai li prenderà -

per i miei versi come per i vini pregiati

verrà il momento

 

 

Ora ci credono tutti ma per anni, per una vita, ci ha creduto soltanto lei fino a sopportare disagi di ogni genere: è un esempio di quanto si può subire per non rinunciare alle proprie idee, è un atto di eroismo spinto fino al sacrificio della vita per salvare ciò che avviene nell’interiorità dell’anima.
Una ribelle, uno spirito libero ha accettato gli infiniti vincoli che la sorte le aveva riservato, un’artista che avrebbe voluto vivere di sé si è impegnata per gli altri e se improvvisamente ha smesso di farlo significa che continuare a credere nelle proprie cose in una situazione simile era stato un dramma e che era durato fin troppo.

edscuola.com

À la différence du syllabisme pur propre à la versification française, les vers de Pushkin dans les versions de Cvetaeva (PVC) revêtent un caractère nettement syllabo-tonique, comportant toutes les variantes rythmiques rencontrées dans les originaux. (La correspondance de Cvetaeva à ce sujet démontre que c'est là un processus délibéré de sa part.) En revanche, il n'y a aucune corrélation apparente dans la répartition de ces variantes par rapport à celle observée dans les originaux russes. Le caractère syllabo-tonique des PVC est plus marqué que celui rencontré dans d'autres versions analogues. Cela dit, même ces autres versions tendent vers un rythme syllabo-tonique de base, surtout si l'on les compare avec un poème original fiançais de type analogue (ici, « Le chat » de Baudelaire). L'auteur se limite à une analyse objective des éléments métriques et rythmiques en jeu, estimant que tout jugement de valeur relève de la compétence du seul lecteur francophone.
monderusse.revues.org

 

 

 

I POETI

Ci sono al mondo i superflui, gli aggiunti,
non registrati nell’ambito della visuale.
- Che non figurano nei vostri manuali,
per cui una fossa da scarico è la casa .
Ci sono al mondo i vuoti, i presi a spintoni,
quelli che restano muti: letame,
chiodo per il vostro orlo di seta!
Ne ha ribrezzo il fango sotto le ruote!
Ci sono al mondo gli apparenti – invisibili,
- il segno: màcula da lebbrosario !
ci sono al mondo i Giobbe, che Giobbe
invidierebbe se non fosse che:
noi siamo i poeti – e rimiamo con i paria,
ma, straripando dalle rive,
noi contestiamo Dio alle Dee
e la vergine agli Dei !

 

 

 


Da dove tutta questa tenerezza ?
Non è la prima volta che accarezzo
Questi riccioli, e ho conosciuto labbra
Più tenebrose delle tue.
Le stelle sono sorte e tramontate
Da dove tutta questa tenerezza ?
Due occhi sono sorti e tramontati
Così vicini ai miei.
Io ancora non avevo udito mai
Inni del genere, nella notte buia
Mentre ero incoronata
o tenerezza !
Proprio sul petto del cantore.
Da dove tutta questa tenerezza
E cosa devo farne   malizioso
Adolescente    forestiero aedo
Dalle ciglia  -  c’è cosa di più lungo?
a Osip Mandel'stam -  18 febbraio 1916

 

 

È solo quando si è a corto - di tenerezza o di qualsiasi altra forza - che se ne riconosce l' inesauribilità .
Più diamo, più ci resta. Dilapidando arricchiamo. Sanguiniamo - ed eccoci fonte viva . 

le notti fiorentine 1922

 

what shall I do

singer and first-born

in a world where the deepest black is grey
and inspiration is kept in a thermos  ?
with all this immensity in a measured world ?
the poet -  trans. elaine feinstein   -  great.russian-women.net

 



l
a piccola cvetaeva

Mosca 1916

marito Sergej e Alja

 

 

Praga  1923

 

A Mosca 1940

 

 

 



Io sono io
io e la mia mano maschile
con le dita quadrate
io e il mio naso con la gobba
Io
e più esattamente io non sono
né i capelli né la mano né il naso
io sono io
ciò che è invisibile.
...
Io voglio invece
leggerezza libertà comprensione
non trattenere nessuno
e che nessuno mi trattenga.
Tutta la mia vita
è una storia d'amore
con la mia anima
con la città in cui vivo
con l'albero al bordo della strada
con l'aria.
e sono infinitamente felice.
da lettere 1909 - 1925


*


Alla mia povera fragilità
guardi senza sprecar parole.
Tu sei di pietra, ma io canto.
Tu sei un monumento, ma io volo.
Io so che il più tenero maggio
all'occhio dell'Eternità è nulla.
Ma io sono un uccello
e non incolparmi
se una facile legge m'è imposta.

16.5.1920


Con me non bisogna parlare
ecco le labbra  -  date da bere
Ecco i miei capelli -  carezzali
Ecco le mani -  si possono baciare
Meglio però -  fatemi dormire


*

In modo inimitabile la vita sa mentire
al di là di attese e smentite …
Ma dal tremito di tutte le vene
lo puoi capire -  è viva !

Come stesi sull’erba -  azzurro, afa …
- Irretiti? che importa? – cielo, suono …
Ronzio di cento pungiglioni …
Rallégrati ! Sei stato tu a chiamare !

Non biasimarmi, amore, se in noi corpi
l’anima è stregabile a tal punto
che la fronte, ecco, inclina al sogno.
Sei stato tu a cantare !

Nel bianco libro dei tuoi silenzi
nell’argilla selvaggia dei tuoi  'sì'
quieta reclino l’aggetto della fronte
giacché il palmo della mano è vita .
dopo la russia - paris 1928



Io sono una pagina per la tua penna.
Tutto ricevo. Sono una pagina bianca.
Io sono la custode del tuo bene
lo crescerò e lo ridarò centuplicato.
Io sono la campagna, la terra nera.
Tu per me sei il raggio e l’umida spiaggia.
Tu sei il mio Dio e Signore, e io
Sono terra nera e carta bianca.

 

Quello che voi chiamate amore - sacrificio -  fedeltà -  gelosia 

tenetelo in serbo per gli altri -  per un’altra -  io non ne ho bisogno

posso amare solo la persona che in una giornata di primavera

a me

preferirà una betulla
il paese dell’anima -
lettere 1909-1925

 

 


Marina Ivanovna Cvetaeva  -  mosca 8 ottobre  1892 - elabuga  31 agosto 1941

nacque a Mosca il 26 settembre  - 8 ottobre (?) -  1892, figlia di Ivan Vladimirovic Cvetaev (1847-1913, filologo e storico dell'arte, creatore e direttore del Museo Rumjancev, oggi Museo Pushkin) e della sua seconda moglie, Marija Mejn, pianista di talento, polacca per parte di madre. Marina trascorse l'infanzia, insieme alla sorella minore Anastasija (Asja) e ai fratellastri Valerija e Andrej, figli del primo matrimonio del padre, in un ambiente ricco di sollecitazioni culturali. A sei anni cominciò a scrivere poesie. Seguendo la madre, gravemente malata di tubercolosi, ebbe modo di soggiornare a lungo all'estero (in Italia nel 1902; in seguito Marina e Asja studiarono dapprima a Losanna, poi a Friburgo). Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1906, Marina si iscrisse a un ginnasio di Mosca, ma la sua carriera scolastica fu travagliata, segnata da numerosi trasferimenti - ancora adolescente la Cvetaeva rivelò un carattere imperiosamente autonomo e ribelle; agli studi preferiva intense e appassionate letture private: Pushkin, Goethe, Heine, Hölderlin, Hauff, Dumas-padre, Rostand, la Baskirceva... Nel 1910, ancora studentessa liceale, pubblicò Vecernij al'bom (Album serale): poesie scritte dai quindici ai diciassette anni. Il volumetto, stampato in poche copie e a proprie spese, attirò l'attenzione di poeti come Brjusov, Gumilëv, Voloshin. Quest'ultimo ebbe in seguito una parte rilevante anche nella vita privata della Cvetaeva: nella sua dacia di Koktebel', in Crimea (di cui fu ospite assidua fino al 1917), Marina incontrò per la prima volta, nel 1911, Sergej Jakovlevic Efron, uno studente diciassettenne. L'anno dopo, contro il parere del padre, Marina lo sposò; di lì a poco comparve la sua seconda raccolta di liriche, Volsebnyj fonar' (Lanterna magica) e nel 1913 Iz dvuch knig (Da due libri). Intanto, il 5 settembre 1912, era nata la prima figlia, Ariadna - Alja. Le poesie scritte dal 1913 al 1915 avrebbero dovuto vedere la luce in un volume, Junoseskie stichi (Juvenilia), che restò inedito durante la vita della Cvetaeva. Agli inizi del 1916, dopo un viaggio a Pietroburgo (il marito si era intanto arruolato come volontario su un treno sanitario) si rafforzò l'amicizia con Osip Mandel'stam e si ruppe bruscamente l'intenso rapporto amoroso che per circa due anni l'aveva legata alla poetessa Sofija Parnok.
Dopo l'ottobre 1917, mentre il marito raggiunge l'esercito dei volontari «Bianchi», la Cvetaeva resta bloccata a Mosca dalla guerra civile; per la coppia cominciava una lunghissima separazione, per Marina un periodo di terribili difficoltà materiali che dovevano acuire la sua incapacità di accettare il nuovo regime, incapacità alimentata dalla coscienza di appartenere a un ormai mitico passato di preziosi valori individuali, dalla fedeltà agli ideali del marito e, infine, da un tratto tipico del suo carattere: la volontà di essere sempre controcorrente, sempre dalla parte dei vinti, mai dei vincitori. Tra le atroci privazioni allora comuni al popolo russo (nel febbraio 1920 morì di denutrizione in un asilo per l'infanzia Irina, la sua seconda figlia, nata nel 1917), dopo un sùbito fallito tentativo di lavorare in un'organizzazione statale, la Cvetaeva continuò a scrivere e a mantenere sia pur saltuari rapporti con il mondo letterario e artistico della capitale. Dal 1918 al 1919, nel periodo della sua amicizia con gli attori del II studio del Teatro d'Arte di Mosca, lavorò alle pièces del ciclo «ROMANtico» Metel' (La tormenta), Feniks (La fenice), Prikljucenie (Un'avventura), Fortuna, Cervonnyj valet (Il fante di cuori), Kamennyj angel (L'angelo di pietra). I frammenti narrativi del progettato volume Zemnye primety (trad. it. Indizi terrestri, Milano, 1980) che videro la luce solo su riviste, sono un prezioso «diario» della vita di Marina negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione d'ottobre. Nel 1920 scrisse il poema-fiaba Car'-devica (Lo Zar-fanciulla, pubblicato nel 1922) e Lebedinyj stan (L'accampamento dei cigni), un ciclo lirico sull'Armata Bianca (anche questo libro vedrà la luce solo postumamente). I versi del 1917-'20 furono raccolti in Versty 2 (Verste), che vide la luce a Mosca, per i tipi di una casa editrice privata, nel 1921.
Nel luglio 1921 la Cvetaeva ebbe per la prima volta la notizia che il marito era vivo e aveva trovato asilo in Boemia. Nel maggio dell'anno successivo lei e la figlia lasciarono la Russia alla volta di Berlino; nell'agosto 1922 la famiglia Efron si stabilì in Boemia. Sergej Efron studiava all'università di Praga e Marina riceveva un modesto appannaggio dal governo ceco. Tra continui trasferimenti, difficoltà finanziarie, separazioni (la malattia di Sergej Efron che lo costringeva a lunghi soggiorni in sanatori; il profondo amore che legò Marina a Konstantin Rodzevic, un ex compagno d'armi del marito, conosciuto a Praga nel 1923), la famiglia Efron visse in Boemia fino alla fine del 1925. Intanto la fama della Cvetaeva tra i letterati russi dell'emigrazione si era andata sempre più consolidando: nel 1922 uscirono a Mosca la raccolta Verste (1) e la pièce Konec Kazanovy (La fine di Casanova); a Berlino Stichi k Bloku (Poesie per Block) e Razluka (Separazione); nel 1923 a Berlino videro la luce le raccolte liriche Remeslo (Mestiere) e Psicheja (Psiche); nel 1924 la Cvetaeva scrive il Poema della montagna e il Poema della fine, pubblica Ariadna (Arianna), la prima parte di una progettata trilogia di tragedie in versi, e il poema Mólodec (Il prode), di cui più tardi appronterà una libera versione francese, tuttora inedita. Con queste e altre sue opere (più tardi: Krysolov, 1925; trad. it. L'accalappiatopi, Roma, 1983; la tragedia Fedra, 1928, Natal'ja Goncarova, 1929; trad. it. Milano, 1981), la Cvetaeva diviene assidua collaboratrice delle riviste dell'emigrazione russa, tra Berlino, Praga, Parigi. È proprio in quest'ultima città che nel novembre 1925 si trasferisce con Alja e Georgij, il bambino nato nel febbraio di quell'anno, dapprima pensando di trattenervisi solo per un breve soggiorno. Lì la raggiungerà il marito che dal 1926 al 1929 insieme ad altri esponenti del gruppo «eurasico» redigerà tre almanacchi letterari dal titolo Verste. La particolare tendenza ideologica degli eurasici (su Verste apparivano alcune tra le più interessanti opere che si andavano pubblicando in Unione Sovietica) sospettati di connivenza col regime sovietico, il carattere sempre intransigente e altero della donna, nemica di ogni conformismo e aliena dal viscerale antisovietismo della maggioranza degli emigrati, le crearono gradatamente intorno una pesante atmosfera di ostilità; l'isolamento della Cvetaeva era rallegrato da poche amicizie e soprattutto da intensi rapporti epistolari (nel 1922 ebbe inizio quello con Pasternak, essenziale per la sua vita di donna e poeta;

il carteggio incrociato tra la     Cvetaeva, Rilke e Pasternak è stato pubblicato in Italia col titolo Il settimo sogno   

Lettere del 1926, Roma, 1980). L'ultima raccolta di versi della Cvetaeva, Posle Rossii (Dopo la Russia) esce a Parigi nel 1928 (una scelta di traduzioni da questo volume è già stata pubblicata nell'«Almanacco dello Specchio», 1981, 10, mentre fino ad oggi l'unica raccolta antologica dell'opera della Cvetaeva in italiano è Poesie, Milano, 1967).
Negli anni Trenta la Cvetaeva pubblica quasi esclusivamente prose: saggi critici e critico-memorialistici (in italiano si veda il volumetto Incontri, Milano, 1982), di estetica (in italiano, il volume Il poeta e il tempo, Milano, 1984), racconti «autobiografici» condotti sul doppio filo dell'invenzione e della memoria (in italiano: Il diavolo e altri racconti, Roma, 1981; il Racconto di Sonecka 1938; trad. it. Milano, 1982) e cerca invano di trovare un nuovo pubblico con alcune prose in francese destinate a rimanere inedite per mezzo secolo (Neuf lettres e Lettre à l'Amazone, testo francese e trad. it. in Le notti fiorentine, Milano, 1983); intanto, molte riviste dell'emigrazione cui la Cvetaeva collaborava avevano cessato di esistere per mancanza di fondi, privando così gli Efron di una delle  poche fonti di guadagno. In quegli anni Marina e la famiglia vissero (per lo più in case dei sobborghi parigini: Meudon, Clamart, Vanves) in condizioni disperate, di vera e propria indigenza.
All'inizio del 1937 Ariadna, fervente sostenitrice delle idee del padre, nel frattempo divenuto dirigente di un'associazione che favoriva il ritorno in patria degli esuli russi, partì per l'Unione Sovietica. Nel settembre dello stesso anno Sergej Efron fu coinvolto in un clamoroso caso politico-spionistico: l'assassinio di un ufficiale della GPU (la polizia politica segreta sovietica) che in Francia aveva disertato e nella cui morte Efron, da tempo passato al servizio della «patria» aveva avuto un ruolo decisivo. Poco dopo il marito della Cvetaeva scomparve dalla Francia. Sottoposta a un ormai violento ostracismo da parte della
colonia russa, sconvolta dalle prime imprese europee del nazismo, ostinatamente fedele al ricordo del marito che qualcuno diceva trovarsi a Mosca, sollecitata dalle insistenze del figlio, la Cvetaeva lasciò la Francia nel giugno 1939. A Mosca la attendevano nuove e terribili prove (Alja venne arrestata nel novembre '39 e poi mandata al confino: poté tornare a Mosca solo dopo il '56; Efron, arrestato quasi contemporaneamente alla figlia, morì, probabilmente fucilato, in una data che resta ancora ignota), nuove privazioni, acuite dalle tragiche difficoltà del periodo prebellico. Aiutata da pochissimi amici fedeli, la donna sopravvisse grazie a sporadici lavori di traduzione. Nonostante l'abbattimento, la disperazione di quel periodo di miseria e solitudine, continuò a lavorare a una raccolta della propria produzione poetica che non vide mai la luce
Seguendo l'ondata dell'evacuazione, il 21 agosto del 1941 la Cvetaeva e il figlio giunsero a Elabuga, capitale della repubblica autonoma socialista tatara. I due trovarono una precaria sistemazione presso una coppia di contadini del luogo.     Il
31 agosto, mentre il figlio e i padroni di casa si trovavano al lavoro in un campo vicino, Marina Cvetaeva si impiccò a una trave dell'isba. Il suo corpo fu sepolto in una fossa comune.           

mondadori.it

Fu costretta a fronteggiare numerose spiacevoli vicende, tra cui anche la perdita di un’altra figlia.  Senza lavoro e disperata chiese ad alcuni scrittori di aiutarla a trovare lavoro e a trasferirsi da Elabuga.  Rimasta sola  la Cvetaeva non riuscì a sopportare la sua difficile condizione e decise di togliersi la vita impiccandosi.  Lasciò un biglietto poi scomparso negli archivi della milizia. Nessuno andò ai suoi funerali  svoltisi tre giorni dopo nel cimitero cittadino e non si conosce il punto preciso dove fu sepolta.

libreriamo.it - 2013

La sua bisessualità affrontata più volte nella sua opera venne per anni sorvolata se non addirittura negata ...  Il suo primo grande amore fu la poetessa Sophia Parnok e la rottura tra le due venne considerata dalla Cvetaeva come la prima grande catastrofe della sua vita.
Seguirono due matrimoni, altri amori gay, la nascita di due figli e l’esilio a Parigi dove la
Cvetaeva venne progressivamente isolata, guardata con sospetto o freddezza anche dai rifugiati russi a causa delle simpatie filo sovietiche del marito. Il rientro in Russia fu ancora più drammatico, marito e figlia vennero arrestati ed accusati di spionaggio. L’uomo fu subito condannato a morte, mentre la primogenita della poetessa se la cavò con otto anni di internamento.
Ancora una volta isolata e senza mezzi di sostentamento la Cvetaeva decise di farla allora finita impiccandosi.
Ancora oggi rimangono tuttavia alcuni sospetti sulla sua morte ed il convincimento di molti che la poetessa venne in realtà costretta ad uccidersi dagli agenti del servizio segreto russo ...

giorgio - queerblog.it - 2014

La domenica 31 agosto del 1941 rimasta da sola a casa la Cvetaeva salì su una sedia rigirò una corda attorno ad una trave e si impiccò.

Lasciò un biglietto poi scomparso negli archivi della milizia.  Nessuno andò ai suoi funerali svoltisi tre giorni dopo nel cimitero cittadino e non si conosce il punto preciso dove fu sepolta.  

http://biografieonline.it/biografia.Marina+Cvetaeva

www.vanillamagazine.it/lo-strano-caso-del-suicidio-di-marina-cvetaeva-poetessa-rivoluzionaria

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L'Accalappiatopi
Il tema nordico del Pifferaio magico è il pretesto che la grande poeta russa coglie per orchestrare le aspre dissonanze di una “satira lirica” contro il filisteismo.
L’accalappiatopi esprime l’antinomia fondamentale della poetica di Marina Cvetaeva: il conflitto tra l’Anima-Poesia e il corpo, ovvero il quotidiano, che esige dal poeta la resa assoluta. Composto negli anni dell’emigrazione fra Praga e Parigi, L’accalappiatopi è l’ultimo poema di Marina Cvetaeva ispirato a un motivo del folclore, la leggenda del Pifferaio magico. Ammaliati dal suono del flauto – seduzione femminile della Musica – i topi sognano di una rivoluzione mondiale in un’India favolosa. Seguono il Pifferaio incantati da miraggi d’Oriente. Incalzante il ritmo del Flauto e dell’intero poema, musica demònica che conduce alla morte non morte nel regno della libertà. L’originale interpretazione della fiaba vuole che i topi siano salvati dall’imborghesimento e i bambini di Hameln sottratti per sempre all’orrore della ripetizione. Il loro esodo verso una terra promessa, Paradiso della Poesia, Eden e Sesamo, avviene in un tripudio di azzurro, mitico colore dell’Anima romantica. Il tema nordico del Pifferaio magico è il pretesto per orchestrare le aspre dissonanze di una “satira lirica” contro il filisteismo. L’accalappiatopi esprime l’antinomia fondamentale della poetica di Marina Cvetaeva: il conflitto tra l’Anima-Poesia e il corpo, ovvero il quotidiano, che esige dal poeta la resa assoluta. Così avvenne per Majakovskij, così per la Cvetaeva, suicida ad Elabuga nel 1941, dopo il suo rientro in URSS. Lo scontro si dinamizza nel tessuto poetico, dispiegato lungo un ampio registro, che alterna toni alti e bassi, dizione biblica e modi colloquiali o gergali.
ibs.it

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lettere di marina cvetaeva a rainer maria rilke  -   https://youtu.be/_m1YBpnd0ac
L’anno finisce con la tua morte ?    fine ?    inizio !    sei tu a te stesso l’anno più nuovo.     caro, lo so, tu mi stai leggendo ancora prima che io scriva -  rainer, ecco, sto piangendo, sei tu che mi sgorghi dagli occhi.   caro, se tu sei morto – vuol dire che non esiste nessuna morte  - o nessuna vita ! -.
non voglio rileggere le tue lettere, altrimenti mi verrà voglia di raggiungerti, di venire là – e non oso volerlo: tu sai bene che cosa è legato a questo “volere”.   rainer, ti sento immancabilmente dietro la mia spalla destra.
hai mai pensato a me  ? – sì, sì, sì –.   domani è l’anno nuovo, rainer – il 1927 ... come sono infelice ma non devo affliggermi !      stanotte, a mezzanotte, brinderò con te.  - tu sai come, colpirò il tuo bicchiere piano piano ! -
Caro, fai in modo che io ti sogni spesso – anzi, no, non è giusto: vivi nel mio sogno. adesso hai il diritto di desiderare e di fare.    Io e te non abbiamo mai creduto nel nostro incontro qui sulla terra – come non abbiamo mai creduto in questa vita, non è vero  ?   Tu mi hai preceduto  - è stato più bello ! -  e per accogliermi bene mi hai prenotato non una stanza, non una casa, ma un intero paesaggio. ti bacio sulle labbra ?   sulle tempie  ?   sulla fronte  ?    naturalmente – sulle labbra, veramente, come un vivo.
caro, amami più forte e diversamente da tutto. non arrabbiarti – ti devi abituare a me, a come sono. cosa, ancora ?
non è vero:   non sei ancora in alto e lontano, sei proprio qui accanto, la fronte sulla mia spalla.    non sarai mai lontano: l’irraggiungibile non è mai alto.    sei il mio caro ragazzo adulto.    rainer, scrivimi !  -   e’ abbastanza stupida la mia richiesta, vero ? - .     ti auguro buon anno e uno splendido paesaggio celeste !
marina - bellevue 31 dicembre 1926 - 10 di sera
rainer. sei ancora sulla terra. non è ancora passato un giorno intero.
marina - il settimo sogno

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Che cosa voglio da Te Rainer ?   Nulla.    Tutto.   Che tu mi conceda di sollevare lo sguardo verso di Te ogni istante della mia vita, come verso un monte che mi protegge - un angelo custode di pietra ! - .   Finchè non ti conoscevo, potevo farne a meno, ora che ti conosco mi è necessario un Tuo permesso.
...
Che cose voglio da Te ?   E’ quanto chiedo a tutta la poesia e ad ogni verso poetico: la verità di un di questo istante.  La verità non va oltre.   Non diventa mai legno, incenerisce sempre.

...
Che dire: tutte le mie parole, le mie parole, tutte, anelano a venire subito da Te, nessuna vuol cedere il passo all’altra.

...

Rainer ieri sera sono uscita a ritirare il bucato, stava per piovere. E ho accolto fra le braccia tutto il vento, anzi, tutto il nord. E aveva il Tuo nome.    (Domani sarà il sud ! ).    Non l’ho accolto in casa, se n’è rimasto sulla soglia.    Non è entrato in casa, ma mi ha portato con sé sul mare, appena mi sono addormentata.     E comunque tutto ciò non significa altro se non:  Ti Amo. Marina.
1926

...
Rilke stava morendo di leucemia . dicembre 1926
serenavitale.it    -   aetnanet.org

LETTERE

CVETAEVA RILKE PASTERNAK   .PDF  

Sappiate che esistono solo omicidi

Al mondo nessuno si è mai suicidato

 

 

 

 

 



 

Bride of Ice - la casa di ghiaccio
La casa di ghiaccio" è un'immagine della Russia del passato (XVIII e XIX secolo) e insieme un atto lucido, d'impietoso amore per la terra divenuta, dopo tanti anni di consuetudine con i suoi massimi scrittori, seconda patria spirituale dell'autrice. Lasciati sullo sfondo, quasi comparse, i grandi protagonisti della storia, Serena Vitale ridà vita a una variegata folla di personaggi apparentemente marginali nelle cui gesta, l'"anima russa" si rivela con l'evidenza dell'incubo o della follia. Il libro è basato su documenti e rigorose ricerche storiche, a dimostrare i misteriosi e complessi rapporti tra verità dei fatti e finzione romanzesca.
ibs

 

 

Alla piccola ombra
Uno straordinario rapporto, umano non meno che letterario, in una stagione crudele del Novecento russo: è quanto questo libro riesce a ricostruire, gettando una luce abbagliante sul laboratorio poetico e sulla storia disperata e commovente di una delle più grandi poetesse del XX secolo, Marina Cvetaeva. Nel punto d'osservazione è rappresentato dal legame, fortissimo e complesso, con la figlia Ariadna, grafica e pittrice. Dalle poesie di Marina, dalle pagine di un diario e infine dalle addolorate lettere alla figlia, prigioniera politica nei campi di lavoro, emergono la forza e il coraggio di una donna che seppe illuminare con potenza visionaria la tragedia di un'epoca, prima di abbandonarsi alla morte volontaria nel 1941. A fare da controcanto alle parole altissime di Marina, quelle della figlia, consegnate alle pagine memoriali sulla madre e alle lettere su di lei scambiate con Pasternak. Il risultato è un intreccio irripetibile di sentimenti, passioni, verità che, così ricomposto, ci appare come una delle più potenti pagine letterarie e testimoniali del Novecento.

lafeltrinelli.it

 

Tu sarai innocente e leggera
Incantevole
- a tutti estranea !
Un’ amazzone impetuosa
Una padrona - ammaliatrice
.
E le tue trecce probabilmente
Tu le porterai come un elmo
Tu sarai la regina del ballo
E di tutti i giovani poemi
.
E molti trafiggerà, regina
La tua lama d'ironia
E tutto ciò - che io sogno solo
Tu l’avrai ai tuoi piedi
.

Tutto ti sarà dovuto
Tutti in soggezione - davanti a te
.
Tu - come me  di certo -
Anche meglio scriverai versi
...
Ma ti stringerai - chissà -
Le tempie mortalmente
?
Ecco, come ora le stringe
La tua giovane madre
.

5 giugno 1914

non so dove sei tu e dove sono io .
le stesse canzoni e gli stessi affanni .

cosi amiche noi due !
cosi orfane tutt'e due !
e stiamo cosi bene insieme noi due .
senza casa   senza sonno    e grezze ...
due uccelli - appena alzate cantiamo .
due pellegrine - il mondo ci nutre .

poesie per la figlia ariadna efron - alja





 

 

Quando le Donne vengono coinvolte

esse realizzano il miracolo di vincere su ogni cosa

 


Io
mi identificherei
unicamente nell'amore
di chi mi avesse scelta
fra tutte le creature
passate presenti future
maschili femminili
creature dell'acqua del fuoco
dell'aria della terra del cielo.
E fra tutte le altre ancora
giacché esistono altri pianeti !
Così sono io.
Se vi do pena
perdonatemi di essere.

le notti fiorentine



Amico caro
la mia furia non è di parole
ma non è neanche di atti
sono passioni dell’anima
assolutamente diverse dalle altre.
Nella vita - in una stanza -
io sono tranquilla educata
sfioro appena gli altri con lo sguardo
e con la voce
e non prendo mai per prima una mano.
Con un essere umano
io sono ciò che lui vede
per avermi vera
bisogna vedere la me vera
in me ci sono troppe anime - tutte
.
a volte senza volerlo induco in errore ...

 

un bianco sole

e basse basse nubi
lungo gli orti  dietro il muro bianco
un cimitero.
e sulla sabbia file di

spauracchi di paglia
sotto le traverse a statura d'uomo.
e penzolandomi oltre

i paletti dello steccato
vedo strade alberi soldati sbandati
una vecchia contadina

cosparso di sale grosso
mastica e mastica

un tozzo di pane nero...
come hanno potuto incolleriti
queste nere capanne signore !

e perchE a tanti mitragliare il petto?
passa un treno e ulula e si mettono
a ululare i soldati
e leva polvere

leva polvere la strada che indietreggia...
no  morire ! meglio non essere mai nati
che questo lamentoso penoso
carcerario ululato
per le belle dalle nere ciglia. 
ah e pure cantano
adesso i soldati !   oh  signore dio mio!

3 luglio 1916



Superficialità !
Caro peccato
Compagna mia e nemica mia carissima!
Tu versasti il sorriso nei miei occhi
E la mazurka in tutte le mie vene.
Da te ho imparato a non tener l’anello
Non m’avrebbe la vita presa in sposa!
A cominciare a caso dalla fine,
E a finire però sempre daccapo.
A essere fuscello, e essere acciaio
In questa vita in cui si può sì poco...
A scioglier la tristezza
con la cioccolata
E a sorridere in viso
a chiunque passa!

3 marzo 1915

russianecho.net

 

 

 

Marina Ivanovna Cvetaeva nacque a Mosca il 26 settembre - 8  ottobre (?) - 1892.

A sei anni cominciò a scrivere poesie. Seguendo la madre, gravemente malata di tubercolosi, ebbe modo di soggiornare a lungo all'estero  - in Italia nel 1902; in seguito Marina e Asja studiarono dapprima a Losanna, poi a Friburgo. Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1906, Marina si iscrisse a un ginnasio di Mosca.
Marina Cvetaeva    Dopo la Russia Poesia del Novecento
A Parigi, nel 1928, veniva pubblicato il libro più importante di Marina Cvetaeva (1892-1941), Dopo la Russia, che riuniva le poesie scritte dal 1922 - l'anno in cui la Cvetaeva lasciò la Russia per raggiungere in Boemia il marito - al 1925, quando si trasferì a Parigi con la famiglia.
L'esilio dava nuove ragioni al suo costituzionale ROMANticismo, al culto del poeta-paria, contemporaneo solo dell'eterno. Dai grandi ROMANtici mutuava la nozione di poesia come pratica dell'assoluto, esperienza dell'indicibile. E, sempre, come negazione: della vita quotidiana e di tutti i suoi "indizi terrestri", del tempo e dello spazio - del reale. Scandagliando e sondando con rigoroso furore la forma dell'assoluto, Marina Cvetaeva - ignorata dalla sua epoca, ignara della sua epoca, - raggiunge il cuore segreto del nostro tempo. La sua poesia matura, dove si fondono ROMANticismo, avanguardia postsimbolista, folclore e un arcano disegno neoclassico, scrive un decisivo capitolo della lirica europea del Novecento.
Il presente volume, esemplarmente curato e tradotto da Serena Vitale, insieme a un'ampia scelta delle liriche di Dopo la Russia, raccoglie il Poema della montagna e il Poema della fine - mirabili racconti in versi sull'amour impossible, scritti entrambi nel 1924 -, e propone anche ciò che la Cvetaeva scrisse in poesia negli anni successivi (Dopo la Russia rimase l'ultima raccolta di versi pubblicata in vita), ultime scintille di un'avventura intellettuale tragica e vertiginosa.

mondadori.it

 

gay.ru

 

amate la poesia?
se la risposta è no
leggete solo l'indice

marina cvetaeva

 

La lettura è innanzitutto con-creazione …

Sei stanco della mia cosa

vuol dire che hai letto bene

e  hai letto una cosa buona .

La stanchezza del lettore

non è una stanchezza che svuoti ma creativa .

Con-creativa .   Fa onore al lettore e a me .
pag 40 poesie marina cvetaeva - trad. e cura dipietro a. zveteremich

 

 

krugosvet.ru

 

 

There were others who cheated Stalin, such as the poets Vladimir Mayakovsky (who shot himself in the heart), Marina Tsetaeva (who hanged herself) and Sergei Esenin (who wrote his last poem in the blood of his cut wrists--a wave of sympathetic suicides swept Russia days after)
wweek.com

 

poesie 1916 - 1924

 

ditemi  

come va con l'altra?
Meglio? meno grane? - Mano ai remi! -
Vana linea costiera s'assottiglia,
scompare la memoria estrema
di me, isola fluttuante
(per cielo, non per mare...)
Anime, anime: sorelle! Anime:
amiche - mai più amanti!
Come vi va con la creatura
semplice? Senza divinità? E poi?
Voi, sceso dal trono, voi
che avete deposto la regina,
come vivete? Non c'è male?

Non più beghe?

E bevete - quanto, adesso?

E la cucina?°
Il dazio della mediocrità immortale
come lo pagate, poveretto?
"Basta con le scenate, con gli eccessi -
cambio casa, vado via!"
Con la qualunque - come state
di che vivete, voi - mio eletto?
Mangiate - e dopo pranzo un sonnellino?
- Non lamentarti quando sarai sazio!...-
Con il simulacro come state
voi che avete dissacrato
il Sinai? Come vivete con la donna
terrestre? Per la costola vi piace?
Non vi frusta la fronte la vergogna?
La briglia di Giove vi dà pace?
E la salute? E i nervi? Senza
problemi? A letto tutto bene?
L'immortale piaga della coscienza
come la curate, poveretto?
Come vivete con la merce da mercato?
Troppo cara la vita? Vi assilla
l'alto prezzo? Dopo i marmi di Carrara
che ve ne fate del tritume
di gesso? (E' in pezzi
il dio scolpito nell'argilla...)
Come ci state con la milleunesima
voi - che avete conosciuto Lilith?
Già v'annoia l'ultima trovata
della moda? Sottratto all'incantesimo,
dite, come ve la passate
con l'umana senza il sesto senso?
In coscienza - sei felice?
No? In quel disastro senza dei
come stai, amore? E' dura? Sì?
Come per me con l'altro?

 

 

domenica
disgelo
sì, pensiamo
è andata così
in mezzo alla pioggia
per rastrellare
un po’ di emozioni
incapace
di mercanteggiare
smarrito
con un vestito sciupato
probabilmente
camminando
sulla sabbia
a piedi nudi

 

 

mi alzo
il vago grigiore
della finestra
il freddo
la polvere della strada
la notte si affila
s’interroga di colpo
mentre si riscaldano
le foglie sui rami
assumono luminosità
tagliente
la voce
la complessione
soldi indizi tracce
la corda tesa vibra
per questo slancio
per quell’altezza
alla base
uno sguardo
verticale
assoluto

 

 

 

cercati meno esigenti amiche
più tenere in fatto di prodigi.
So che Venere è un fatto di mani
artigiano, conosco il mio mestiere
dal silenzio più solenne fino
a sterminare l'anima - tutta
la divina scala -

da: mio respiro!

a: non respirare!

dopo la russia

 

 


you're me in the way. i used to
wlak so, without looking up.
stop, passerby! don't refuse to.
i beg and i pray you -- stop!
you'll read, as you lay the glowing
red blossoms on the mound of grass:
marina. and then more slowly:
the dates -- of my birth and death.
yes, there is a grave, but leave it
and hount you i won't, no fear.
i too, you can well believe it,
once laught in the midst of tears.
the blood through my veins coursed freely,
the locks curled around my face.
stop, passerby! can't you feel it?
i too, passerby, once was.
a strawberry. pluck it, eat it!
it's there, near the very ground.
no berries are ever sweeter
then those in a graveyard found.
but only no gloom, no tightly
closed lips, do not brood or fret.
think lightly on me, and lightly
my name, passerby, forget.
the sun's dust-like beams caress you,
your shoulders and head they lave.
please don't let the voice distress you
that cames to you from grave.

 

cammini a me somigliante
gli occhi puntando in basso.
Io li ho abbassati - anche!
Passante, fermati!

Leggi - di ranuncoli
e di papaveri colto un mazzetto
- che io mi chiamavo Marina
e quanti anni avevo.

Non credere che qui sia - una tomba
che io ti apparirò minacciando...
A me stessa troppo piaceva
ridere quando non si può !
E il sangue fluiva alla pelle
e i miei riccioli s'arrotolavano ...
Anch'io esistevo, passante !
Passante, fermati !

Strappa uno stelo selvatico per te
e una bacca - subito dopo.
Niente è più grosso e più dolce
d'una fragola di cimitero.
Solo non stare così tetro
la testa chinata sul petto.
Con leggerezza pensami
con leggerezza dimenticami.
Come t'investe il raggio di sole !
Sei tutto in un polverio dorato ...
E che almeno però non ti turbi
la mia voce di sottoterra.

epitaffio scritto il 3 maggio 1913 a 20 anni

'vedendosi'  morta e sepolta

 

 

 

 

 

ecco ancora una finestra
dove ancora non dormono.
Forse - bevono vino
forse - siedono così.
O semplicemente - le due
mani non staccano.
In ogni casa, amico
c'è una finestra così.
Non candele o lampade

hanno acceso il buio:
ma gli occhi insonni!
Grido di distacchi e d'incontri:
tu, finestra nella notte !
Forse, centinaia di candele
forse, tre candele ...
Non c'è, non c'è per la mia
mente quiete.
Anche nella mia casa
è entrata una cosa come questa.
Prega, amico, per la casa insonne
per la finestra con la luce.

poesie 1979

nell'ora che il mio caro fratello
Passò l'ultima meta
(Di sospiri immaginari - Indietro !)
Erano le lacrime - più grandi degli occhi.
Nell'ora che il mio caro amico
Doppiava l'ultimo promontorio
(Di sospiri immaginari: - Ritorna !)
Erano i movimenti - più grandi delle braccia !
Le braccia vogliono scappare - dalle spalle !
Le labbra vogliono inseguire - scongiurare !
Ha disperso i suoni il discorso
Ha disperso le dita una falange
Nell'ora che l'ospite caro ...
- Guardaci, o Signore ! -
Erano le lacrime - più grandi degli occhi
Degli uomini - e delle stelle
Atlantiche ...

 

amore
fuoco   uragano  terremoto?
andiamoci più piano...
dolore noto come agli occhi

il palmo della mano

e alle labbra
il nome del proprio bambino ...

 

L’ultra-assurda parola
separarsi - Una delle cento?
Semplicemente una parola di quattro sillabe
dietro le quali c’è - il vuoto.
poema della fine

 

 

notte 

... la luce   ti amo   perspicace notte.
dammi voce per cantare o progenitrice
delle canzoni nella cui mano

è la briglia dei quattro venti.
chiamando te  glorificandoti  sono soltanto
una conchiglia dove ancora

non s’è taciuto l’oceano.
notte! ho gia scrutato a sazietà

nelle pupille umane.
inceneriscimi  nero sole – notte !

 

 

 

non aveva paura di niente

stava ritto in piedi e gridava

e più forte gridava, più lo ascoltavano le masse

più le masse l’ascoltavano, più forte gridava
a majakovskij   : 

Con il suo passo veloce è arrivato lontano, molto lontano

dal nostro tempo, e da qualche parte, dietro qualche

angolo, gli toccherà aspettarci ancora a lungo .

-MC

 

 

A Majakovskij
Più alto delle croci e dei tubi
Battezzato nel fuoco e nel fumo
Arcangelo dal passo pesante -
Salve nei secoli, Vladimir !

Egli cocchiere e cavallo
Egli capriccio e ragione .
Sospirò, sputò sul palmo :
- Resisti, gloria da tiro !
Cantore di prodigi di piazza -
Salve, superbo e sporco
Che la pesante pietra hai scelto
Sdegnando il diamante .
Salve, rombo di selci !
Ha sbadigliato, si è vantato - e di nuovo
Rema con le stanghe - l’ala
D’un arcangelo da tiro .

18 settembre 1921

 



La testa ad altro
– diverso e mai trovato come un tesoro -
decapitavo passo dopo passo
tutto il giardino.
Farà lo stesso la morte
distratta
sui bordi di un campo d’estate
staccherà la mia testa
sul suo cammino.

5-6 settembre 1936

 

 


tutti i poeti sono ebrei
cioè ogni poeta è fuori luogo
in viaggio
non appartenenza
erranza
tutti i poeti sono in esilio

.
poema della fine


indizi
Come spostando pietre
geme ogni giuntura !
Riconosco l’amore dal dolore
lungo tutto il corpo.
Come un immenso campo
aperto alle bufere.
Riconosco l’amore dal lontano
di chi mi è accanto.
Come se mi avessero scavato
dentro fino al midollo.
Riconosco l’amore dal pianto delle vene
lungo tutto il corpo.
Vandalo in un’aureola di vento !
Riconosco l’amore dallo strappo
delle più fedeli corde vocali
ruggine, crudo sale
nella strettoia della gola.
Riconosco l’amore dal boato
- dal trillo beato -
lungo tutto il corpo !
23 marzo 1923

 

 

 

LA PAROLA - IL MIO SERVO PIU' FEDELE

 

8 OTTOBRE

 

 

 

 

 

 

links

www.poetryloverspage.com/poets/tsvetaeva/tsvetaeva_ind.html   poesie

http://it.wikipedia.org/wiki/Marina_Ivanovna_Cvetaeva

http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=300&biografia=Marina+Cvetaeva

http://caponnetto-poesiaperta.blogspot.it/2013/02/marina-cvetaeva-sette-poesie.html

www.peoples.ru/art/literature/poetry/contemporary/tsvetaeva

www.controappuntoblog.org/cvetaeva-poesie-in-italiano

 

 

 

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