|

« Io sono molti poeti...», diceva di sé Marina Cvetaeva, e ancora:
«...
da me si potrebbero ritagliare almeno sette poeti,
per non parlare dei prosatori...».
Sette
poeti? - certamente di più.
La giovinezza poetica di Marina è
smagliante polifonia di voci. In un itinerario orgogliosamente
autonomo («non sono mai stata sotto l'influsso di nessuno, ho
cominciato non dal leggere i poeti, ma dallo scrivere poesie...»),
sorda ai richiami delle mode e delle scuole, aveva saggiate,
una dopo l'altra, una accanto all'altra,
tutte le possibilità di un precocissimo dono.
per loro disseminati
nella polvere dei negozi
(ove nessuno li ha mai
presi e mai li prenderà)
per i miei versi
come per i vini pregiati
verrà il momento
Ora ci credono tutti ma per anni, per
una vita, ci ha creduto soltanto lei fino a sopportare
disagi di ogni genere: è un esempio di quanto si può
subire per non rinunciare alle proprie idee, è un atto di
eroismo spinto fino al sacrificio della vita per salvare
ciò che avviene nell’interiorità dell’anima.
Una ribelle, uno spirito libero ha accettato gli infiniti
vincoli che la sorte le aveva riservato, un’artista che
avrebbe voluto vivere di sé si è impegnata per gli altri
e se improvvisamente ha smesso di farlo significa che
continuare a credere nelle proprie cose in una situazione
simile era stato un dramma e che era durato fin troppo.
www.edscuola.com
À la différence du syllabisme pur
propre à la versification française, les vers de Pushkin
dans les versions de Cvetaeva (PVC) revêtent un caractère
nettement syllabo-tonique, comportant toutes les
variantes rythmiques rencontrées dans les originaux. (La
correspondance de Cvetaeva à ce sujet démontre que c'est
là un processus délibéré de sa part.) En revanche, il n'y
a aucune corrélation apparente dans la répartition de ces
variantes par rapport à celle observée dans les originaux
russes. Le caractère syllabo-tonique des PVC est plus
marqué que celui rencontré dans d'autres versions
analogues. Cela dit, même ces autres versions tendent
vers un rythme syllabo-tonique de base, surtout si l'on
les compare avec un poème original fiançais de type
analogue (ici, « Le chat » de Baudelaire). L'auteur se
limite à une analyse objective des éléments métriques et
rythmiques en jeu, estimant que tout jugement de valeur
relève de la compétence du seul lecteur francophone.
monderusse.revues.org
La domenica 31 agosto del 1941 rimasta da sola
a casa la Cvetaeva salì su una sedia rigirò una corda attorno ad una trave e si impiccò.
Lasciò un biglietto poi scomparso negli archivi della milizia.
Nessuno andò ai suoi funerali svoltisi tre
giorni dopo nel cimitero cittadino e non si conosce il
punto preciso dove fu sepolta.
http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=300&biografia=Marina+Cvetaeva


what
shall I do
singer and first-born
in a world where the deepest black is
grey
and inspiration is kept in a thermos ?
with all this immensity in a measured world ?
The Poet trans. by Elaine Feinstein
http://great.russian-women.net
marina
cvetaeva - la
vita

la piccola cvetaeva |
Mosca 1916
marito Sergej e Alja
|

Praga
1923
|

A Mosca
1940
|
Marina Ivanovna Cvetaeva
nacque a Mosca il 26 settembre
(9 ottobre) 1892, figlia di Ivan Vladimirovic Cvetaev
(1847-1913, filologo e storico dell'arte, creatore e
direttore del Museo Rumjancev, oggi Museo Pushkin) e
della sua seconda moglie, Marija Mejn, pianista di
talento, polacca per parte di madre. Marina trascorse
l'infanzia, insieme alla sorella minore Anastasija (Asja)
e ai fratellastri Valerija e Andrej, figli del primo
matrimonio del padre, in un ambiente ricco di
sollecitazioni culturali. A sei anni cominciò a scrivere
poesie. Seguendo la madre, gravemente malata di
tubercolosi, ebbe modo di soggiornare a lungo all'estero
(in Italia nel 1902; in seguito Marina e Asja studiarono
dapprima a Losanna, poi a Friburgo). Dopo la morte della
madre, avvenuta nel 1906, Marina si iscrisse a un
ginnasio di Mosca, ma la sua carriera scolastica fu
travagliata, segnata da numerosi trasferimenti - ancora
adolescente la Cvetaeva rivelò un carattere
imperiosamente autonomo e ribelle; agli studi preferiva
intense e appassionate letture private: Pushkin, Goethe,
Heine, Hölderlin, Hauff, Dumas-padre, Rostand, la
Baskirceva... Nel 1910, ancora studentessa liceale,
pubblicò Vecernij al'bom (Album serale): poesie scritte
dai quindici ai diciassette anni. Il volumetto, stampato
in poche copie e a proprie spese, attirò l'attenzione di
poeti come Brjusov, Gumilëv, Voloshin. Quest'ultimo ebbe
in seguito una parte rilevante anche nella vita privata
della Cvetaeva: nella sua dacia di Koktebel', in Crimea
(di cui fu ospite assidua fino al 1917), Marina incontrò
per la prima volta, nel 1911, Sergej Jakovlevic Efron,
uno studente diciassettenne. L'anno dopo, contro il
parere del padre, Marina lo sposò; di lì a poco comparve
la sua seconda raccolta di liriche, Volsebnyj fonar'
(Lanterna magica) e nel 1913 Iz dvuch knig (Da due
libri). Intanto, il 5 settembre 1912, era nata la prima
figlia, Ariadna (Alja). Le poesie scritte dal 1913 al
1915 avrebbero dovuto vedere la luce in un volume,
Junoseskie stichi (Juvenilia), che restò inedito durante
la vita della Cvetaeva. Agli inizi del 1916, dopo un
viaggio a Pietroburgo (il marito si era intanto arruolato
come volontario su un treno sanitario) si rafforzò
l'amicizia con Osip Mandel'stam e si ruppe bruscamente
l'intenso rapporto amoroso che per circa due anni l'aveva
legata alla poetessa Sofija Parnok.
Dopo l'ottobre 1917, mentre il marito raggiunge
l'esercito dei volontari «Bianchi», la Cvetaeva resta
bloccata a Mosca dalla guerra civile; per la coppia
cominciava una lunghissima separazione, per Marina un
periodo di terribili difficoltà materiali che dovevano
acuire la sua incapacità di accettare il nuovo regime,
incapacità alimentata dalla coscienza di appartenere a un
ormai mitico passato di preziosi valori individuali,
dalla fedeltà agli ideali del marito e, infine, da un
tratto tipico del suo carattere: la volontà di essere
sempre controcorrente, sempre dalla parte dei vinti, mai
dei vincitori. Tra le atroci privazioni allora comuni al
popolo russo (nel febbraio 1920 morì di denutrizione in
un asilo per l'infanzia Irina, la sua seconda figlia,
nata nel 1917), dopo un sùbito fallito tentativo di
lavorare in un'organizzazione statale, la Cvetaeva
continuò a scrivere e a mantenere sia pur saltuari
rapporti con il mondo letterario e artistico della
capitale. Dal 1918 al 1919, nel periodo della sua
amicizia con gli attori del II studio del Teatro d'Arte
di Mosca, lavorò alle pièces del ciclo «ROMANtico» Metel'
(La tormenta), Feniks (La fenice), Prikljucenie
(Un'avventura), Fortuna, Cervonnyj valet (Il fante di
cuori), Kamennyj angel (L'angelo di pietra). I frammenti
narrativi del progettato volume Zemnye primety (trad. it.
Indizi terrestri, Milano, 1980) che videro la luce solo
su riviste, sono un prezioso «diario» della vita di
Marina negli anni immediatamente successivi alla
rivoluzione d'ottobre. Nel 1920 scrisse il poema-fiaba
Car'-devica (Lo Zar-fanciulla, pubblicato nel 1922) e
Lebedinyj stan (L'accampamento dei cigni), un ciclo
lirico sull'Armata Bianca (anche questo libro vedrà la
luce solo postumamente). I versi del 1917-'20 furono
raccolti in Versty 2 ( Verste), che vide la luce a Mosca,
per i tipi di una casa editrice privata, nel 1921.
Nel luglio 1921 la Cvetaeva ebbe per la prima volta la
notizia che il marito era vivo e aveva trovato asilo in
Boemia. Nel maggio dell'anno successivo lei e la figlia
lasciarono la Russia alla volta di Berlino; nell'agosto
1922 la famiglia Efron si stabilì in Boemia. Sergej Efron
studiava all'università di Praga e Marina riceveva un
modesto appannaggio dal governo ceco. Tra continui
trasferimenti, difficoltà finanziarie, separazioni (la
malattia di Sergej Efron che lo costringeva a lunghi
soggiorni in sanatori; il profondo amore che legò Marina
a Konstantin Rodzevic, un ex compagno d'armi del marito,
conosciuto a Praga nel 1923), la famiglia Efron visse in
Boemia fino alla fine del 1925. Intanto la fama della
Cvetaeva tra i letterati russi dell'emigrazione si era
andata sempre più consolidando: nel 1922 uscirono a Mosca
la raccolta Verste (1) e la pièce Konec Kazanovy (La fine
di Casanova); a Berlino Stichi k Bloku (Poesie per Block)
e Razluka (Separazione); nel 1923 a Berlino videro la
luce le raccolte liriche Remeslo (Mestiere) e Psicheja
(Psiche); nel 1924 la Cvetaeva scrive il Poema della
montagna e il Poema della fine, pubblica Ariadna
(Arianna), la prima parte di una progettata trilogia di
tragedie in versi, e il poema Mólodec (Il prode), di cui
più tardi appronterà una libera versione francese,
tuttora inedita. Con queste e altre sue opere (più tardi:
Krysolov, 1925; trad. it. L'accalappiatopi, Roma, 1983;
la tragedia Fedra, 1928, Natal'ja Goncarova, 1929; trad.
it. Milano, 1981), la Cvetaeva diviene assidua
collaboratrice delle riviste dell'emigrazione russa, tra
Berlino, Praga, Parigi. È proprio in quest'ultima città
che nel novembre 1925 si trasferisce con Alja e Georgij,
il bambino nato nel febbraio di quell'anno, dapprima
pensando di trattenervisi solo per un breve soggiorno. Lì
la raggiungerà il marito che dal 1926 al 1929 insieme ad
altri esponenti del gruppo «eurasico» redigerà tre
almanacchi letterari dal titolo Verste. La particolare
tendenza ideologica degli eurasici (su Verste apparivano
alcune tra le più interessanti opere che si andavano
pubblicando in Unione Sovietica) sospettati di connivenza
col regime sovietico, il carattere sempre intransigente e
altero della donna, nemica di ogni conformismo e aliena
dal viscerale antisovietismo della maggioranza degli
emigrati, le crearono gradatamente intorno una pesante
atmosfera di ostilità; l'isolamento della Cvetaeva era
rallegrato da poche amicizie e soprattutto da intensi
rapporti epistolari (nel 1922 ebbe inizio quello con
Pasternak, essenziale per la sua vita di donna e poeta;
il carteggio incrociato tra la Cvetaeva, Rilke e
Pasternak è stato pubblicato in Italia col titolo Il
settimo sogno, Lettere del 1926, Roma, 1980). L'ultima
raccolta di versi della Cvetaeva, Posle Rossii (Dopo la
Russia) esce a Parigi nel 1928 (una scelta di traduzioni
da questo volume è già stata pubblicata nell'«Almanacco
dello Specchio», 1981, 10, mentre fino ad oggi l'unica
raccolta antologica dell'opera della Cvetaeva in italiano
è Poesie, Milano, 1967).
Negli anni Trenta la Cvetaeva pubblica quasi
esclusivamente prose: saggi critici e
critico-memorialistici (in italiano si veda il volumetto
Incontri, Milano, 1982), di estetica (in italiano, il
volume Il poeta e il tempo, Milano, 1984), racconti
«autobiografici» condotti sul doppio filo dell'invenzione
e della memoria (in italiano: Il diavolo e altri
racconti, Roma, 1981; il Racconto di Sonecka 1938; trad.
it. Milano, 1982) e cerca invano di trovare un nuovo
pubblico con alcune prose in francese destinate a
rimanere inedite per mezzo secolo (Neuf lettres e Lettre
à l'Amazone, testo francese e trad. it. in Le notti
fiorentine, Milano, 1983); intanto, molte riviste
dell'emigrazione cui la Cvetaeva collaborava avevano
cessato di esistere per mancanza di fondi, privando così
gli Efron di una delle
poche fonti di guadagno. In quegli anni Marina e la
famiglia vissero (per lo più in case dei sobborghi
parigini: Meudon, Clamart, Vanves) in condizioni
disperate, di vera e propria indigenza.
All'inizio del 1937 Ariadna, fervente sostenitrice delle
idee del padre, nel frattempo divenuto dirigente di
un'associazione che favoriva il ritorno in patria degli
esuli russi, partì per l'Unione Sovietica. Nel settembre
dello stesso anno Sergej Efron fu coinvolto in un
clamoroso caso politico-spionistico: l'assassinio di un
ufficiale della GPU (la polizia politica segreta
sovietica) che in Francia aveva disertato e nella cui
morte Efron, da tempo passato al servizio della «patria»
aveva avuto un ruolo decisivo. Poco dopo il marito della
Cvetaeva scomparve dalla Francia. Sottoposta a un ormai
violento ostracismo da parte della
colonia
russa, sconvolta dalle prime imprese europee del nazismo,
ostinatamente fedele al ricordo del marito che qualcuno
diceva trovarsi a Mosca, sollecitata dalle insistenze del
figlio, la Cvetaeva lasciò la Francia nel giugno 1939. A
Mosca la attendevano nuove e terribili prove (Alja venne
arrestata nel novembre '39 e poi mandata al confino: poté
tornare a Mosca solo dopo il '56; Efron, arrestato quasi
contemporaneamente alla figlia, morì, probabilmente
fucilato, in una data che resta ancora ignota), nuove
privazioni, acuite dalle tragiche difficoltà del periodo
prebellico. Aiutata da pochissimi amici fedeli, la donna
sopravvisse grazie a sporadici lavori di traduzione.
Nonostante l'abbattimento, la disperazione di quel periodo di miseria e solitudine, continuò a lavorare
a una raccolta della propria produzione poetica che non
vide mai la luce
Seguendo l'ondata dell'evacuazione, il 21 agosto del 1941
la Cvetaeva e il figlio giunsero a Elabuga, capitale
della repubblica autonoma socialista tatara. I due
trovarono una precaria sistemazione presso una coppia di
contadini del luogo. Il 31
agosto, mentre il figlio e i padroni di casa si trovavano
al lavoro in un campo vicino, Marina Cvetaeva si impiccò
a una trave dell'isba. Il suo corpo fu sepolto in una
fossa comune. www.mondadori.it
lettera di marina cvetaeva a rainer maria
rilke
L’anno finisce con la tua morte? fine? inizio! sei tu a te stesso l’anno
più nuovo. (caro, lo so, tu mi stai leggendo ancora prima che io
scriva).
rainer, ecco, sto piangendo, sei tu che mi sgorghi dagli occhi.
caro, se tu sei morto – vuol dire che non esiste nessuna morte (o
nessuna vita!).
non voglio rileggere le tue lettere, altrimenti mi verrà voglia di
raggiungerti, di venire là – e non oso volerlo: tu sai bene che cosa è
legato a questo “volere”.
rainer, ti sento immancabilmente dietro la mia spalla destra.
hai mai pensato a me? – sì, sì, sì –. domani è l’anno nuovo,
rainer – il 1927...come sono infelice ma non devo affliggermi!
stanotte, a mezzanotte, brinderò con te. (tu sai come, colpirò il tuo
bicchiere piano piano!).
Caro, fai in modo che io ti sogni spesso – anzi, no, non è giusto: vivi
nel mio sogno. adesso hai il diritto di desiderare e di fare.
Io e te non abbiamo mai creduto nel nostro incontro qui sulla terra –
come non abbiamo mai creduto in questa vita, non è vero? Tu mi hai
preceduto (è stato più bello!) e per accogliermi bene mi hai prenotato
non una stanza, non una casa, ma un intero paesaggio. ti bacio sulle
labbra? sulle tempie? sulla fronte? naturalmente – sulle labbra,
veramente, come un vivo.
caro, amami più forte e diversamente da tutto. non arrabbiarti – ti devi
abituare a me, a come sono. cosa, ancora?
non è vero: non sei ancora in alto e lontano, sei proprio qui accanto,
la fronte sulla mia spalla. non sarai mai lontano: l’irraggiungibile non
è mai alto. sei il mio caro
ragazzo adulto. rainer, scrivimi! (e’ abbastanza
stupida la mia richiesta, vero?). ti auguro buon
anno e uno splendido paesaggio celeste!
marina
Bellevue 31 dicembre 1926 - 10 di sera
rainer. sei ancora sulla terra. non è ancora passato un giorno intero.
il settimo sogno
Rilke stava morendo di leucemia, quelli di
Pasternak e di Marina affondavano in una vita quotidiana (la Russia per
l’uno, l’esilio per l’altra) che trapela nelle lettere, senza spazio,
senza fiato, senza speranza .
serenavitale.it
aetnanet.org
Bride of Ice - la casa di ghiaccio
La casa di ghiaccio" è un'immagine della Russia del passato (XVIII e XIX
secolo) e insieme un atto lucido, d'impietoso amore per la terra
divenuta, dopo tanti anni di consuetudine con i suoi massimi scrittori,
seconda patria spirituale dell'autrice. Lasciati sullo sfondo, quasi
comparse, i grandi protagonisti della storia, Serena Vitale ridà vita a
una variegata folla di personaggi apparentemente marginali nelle cui
gesta, l'"anima russa" si rivela con l'evidenza dell'incubo o della
follia. Il libro è basato su documenti e rigorose ricerche storiche, a
dimostrare i misteriosi e complessi rapporti tra verità dei fatti e
finzione romanzesca.
ibs
Quando le Donne vengono coinvolte esse realizzano il
miracolo di vincere su ogni cosa
|
MARINA CVETAEVA

|
un bianco sole e basse
basse nubi
lungo gli orti
dietro il muro bianco
un cimitero.
e sulla sabbia file di
spauracchi di paglia
sotto le traverse a statura d'uomo.
e penzolandomi oltre
i paletti dello steccato
vedo strade alberi soldati sbandati
una vecchia contadina
cosparso di sale grosso
mastica e mastica
un tozzo di pane nero...
come hanno potuto incolleriti
queste nere capanne signore !
e perchE a tanti
mitragliare il petto?
passa un treno e ulula e si mettono
a ululare i soldati
e leva polvere
leva polvere la strada che
indietreggia...
no morire ! meglio non essere mai nati
che questo lamentoso penoso
carcerario ululato
per le belle dalle nere ciglia.
ah e pure cantano
adesso i soldati ! oh signore dio mio!
3 luglio 1916
|
Superficialità !
Caro peccato
Compagna mia e nemica mia carissima!
Tu versasti il sorriso nei miei occhi
E la mazurka in tutte le mie vene.
Da te ho imparato a non tener l’anello
Non m’avrebbe la vita presa in sposa!
A cominciare a caso dalla fine,
E a finire però sempre daccapo.
A essere fuscello, e essere acciaio
In questa vita in cui si può sì poco...
A scioglier la tristezza con la cioccolata
E a sorridere in viso
a chiunque passa!
3 marzo 1915
russianecho.net |
Marina Ivanovna Cvetaeva
nacque a Mosca il 26
settembre (9 ottobre) 1892. A sei anni cominciò a
scrivere poesie. Seguendo la madre, gravemente malata di
tubercolosi, ebbe modo di soggiornare a lungo all'estero
(in Italia nel 1902; in seguito Marina e Asja studiarono
dapprima a Losanborder="0"na, poi a Friburgo). Dopo la
morte della madre, avvenuta nel 1906, Marina si iscrisse
a un ginnasio di Mosca. 
Marina Cvetaeva Dopo la Russia
Poesia del Novecento
A Parigi, nel 1928, veniva pubblicato il libro più
importante di Marina Cvetaeva (1892-1941), Dopo la
Russia, che riuniva le poesie scritte dal 1922 - l'anno
in cui la Cvetaeva lasciò la Russia per raggiungere in
Boemia il marito - al 1925, quando si trasferì a Parigi
con la famiglia.
L'esilio dava nuove ragioni al suo costituzionale
ROMANticismo, al culto del poeta-paria, contemporaneo
solo dell'eterno. Dai grandi ROMANtici mutuava la nozione
di poesia come pratica dell'assoluto, esperienza
dell'indicibile. E, sempre, come negazione: della vita
quotidiana e di tutti i suoi "indizi terrestri", del
tempo e dello spazio - del reale. Scandagliando e
sondando con rigoroso furore la forma dell'assoluto,
Marina Cvetaeva - ignorata dalla sua epoca, ignara della sua epoca, -
raggiunge il cuore segreto del nostro tempo. La sua poesia matura, dove
si fondono ROMANticismo,
avanguardia postsimbolista, folclore e un arcano disegno
neoclassico, scrive un decisivo capitolo della lirica
europea del Novecento.
Il presente volume, esemplarmente curato e tradotto da
Serena Vitale, insieme a un'ampia scelta delle liriche di
Dopo la Russia, raccoglie il Poema della montagna e il
Poema della fine - mirabili racconti in versi sull'amour
impossible, scritti entrambi nel 1924 -, e propone anche
ciò che la Cvetaeva scrisse in poesia negli anni
successivi (Dopo la Russia rimase l'ultima raccolta di
versi pubblicata in vita), ultime scintille di
un'avventura intellettuale tragica e vertiginosa.
http://www.mondadori.it/
|

gay.ru/art/literat/books/tr_tsv.htm
|
amate la poesia?
s e
la risposta è no
leggete solo
l'indice
marina cvetaeva
what shall i do singer
and first-born
in a world where the deepest
black
is grey
and inspiration is kept
in a thermos?
with all this immensity
in a measured world?
'the poet' translation elaine feinstei
|

krugosvet.ru
articles/103/1010361/0009646G.ht |
There were others who cheated Stalin,
such as the poets Vladimir
Mayakovsky (who shot himself in the heart), Marina
Tsetaeva (who hanged herself) and Sergei Esenin (who
wrote his last poem in the blood of his cut wrists--a
wave of sympathetic suicides swept Russia days after).
wweek.com
poesie
1916 - 1924
|
ditemi:
come va con l'altra?
Meglio? meno grane? - Mano ai remi! -
Vana linea costiera s'assottiglia,
scompare la memoria estrema
di me, isola fluttuante
(per cielo, non per mare...)
Anime, anime: sorelle! Anime:
amiche - mai più amanti!
Come vi va con la creatura
semplice? Senza divinità? E poi?
Voi, sceso dal trono, voi
che avete deposto la regina,
come vivete? Non c'è male?
Non più beghe?
E bevete - quanto, adesso?
E la cucina?°
Il dazio della mediocrità immortale
come lo pagate, poveretto?
"Basta con le scenate, con gli eccessi -
cambio casa, vado via!"
Con la qualunque - come state
di che vivete, voi - mio eletto?
Mangiate - e dopo pranzo un sonnellino?
- Non lamentarti quando sarai sazio!...-
Con il simulacro come state
voi che avete dissacrato
il Sinai? Come vivete con la donna
terrestre? Per la costola vi piace?
Non vi frusta la fronte la vergogna?
La briglia di Giove vi dà pace?
E la salute? E i nervi? Senza
problemi? A letto tutto bene?
L'immortale piaga della coscienza
come la curate, poveretto?
Come vivete con la merce da mercato?
Troppo cara la vita? Vi assilla
l'alto prezzo? Dopo i marmi di Carrara
che ve ne fate del tritume
di gesso? (E' in pezzi
il dio scolpito nell'argilla...)
Come ci state con la milleunesima
voi - che avete conosciuto Lilith?
Già v'annoia l'ultima trovata
della moda? Sottratto all'incantesimo,
dite, come ve la passate
con l'umana senza il sesto senso?
In coscienza - sei felice?
No? In quel disastro senza dei
come stai, amore? E' dura? Sì?
Come per me con l'altro? |
domenica
disgelo
sì, pensiamo
è andata così
in mezzo alla pioggia
per rastrellare
un po’ di emozioni
incapace
di mercanteggiare
smarrito
con un vestito sciupato
probabilmente
camminando
sulla sabbia
a piedi nudi
mi alzo
il vago grigiore
della finestra
il freddo
la polvere della strada
la notte si affila
s’interroga di colpo
mentre si riscaldano
le foglie sui rami
assumono luminosità
tagliente
la voce
la complessione
soldi indizi tracce
la corda tesa vibra
per questo slancio
per quell’altezza
alla base
uno sguardo
verticale
assoluto
cercati meno esigenti amiche,
più tenere in fatto di prodigi.
So che Venere è un fatto di mani,
artigiano, conosco il mio mestiere:
dal silenzio più solenne fino
a sterminare l'anima - tutta
la divina scala - da:
mio respiro! a: non respirare!
|
|
you're me in the way. i used to
wlak so, without looking up.
stop, passerby! don't refuse to.
i beg and i pray you -- stop!
you'll read, as you lay the glowing
red blossoms on the mound of grass:
marina. and then more slowly:
the dates -- of my birth and death.
yes, there is a grave, but leave it
and hount you i won't, no fear.
i too, you can well believe it,
once laught in the midst of tears.
the blood through my veins coursed freely,
the locks curled around my face.
stop, passerby! can't you feel it?
i too, passerby, once was.
a strawberry. pluck it, eat it!
it's there, near the very ground.
no berries are ever sweeter
then those in a graveyard found.
but only no gloom, no tightly
closed lips, do not brood or fret.
think lightly on me, and lightly
my name, passerby, forget.
the sun's dust-like beams caress you,
your shoulders and head they lave.
please don't let the voice distress you
that cames to you from grave.
|
cammini, a me somigliante,
gli occhi puntando in basso.
Io li ho abbassati- anche!
Passante, fermati!
Leggi - di ranuncoli
e di papaveri colto un mazzetto
- che io mi chiamavo Marina
e quanti anni avevo.
Non credere che qui sia - una tomba,
che io ti apparirò minacciando...
A me stessa troppo piaceva
ridere quando non si può!
E il sangue fluiva alla pelle,
e i miei riccioli s'arrotolavano...
Anch'io esistevo, passante!
Passante, fermati!
Strappa uno stelo selvatico per te
e una bacca - subito dopo.
Niente è più grosso e più dolce
d'una fragola di cimitero.
Solo non stare così tetro,
la testa chinata sul petto.
Con leggerezza pensami,
con leggerezza dimenticami.
Come t'investe il raggio di sole!
Sei tutto in un polverio dorato...
E che almeno però non ti turbi
la mia voce di sottoterra.
|
|
ecco ancora una finestra,
dove ancora non dormono.
Forse - bevono vino,
forse - siedono così.
O semplicemente - le due
mani non staccano.
In ogni casa, amico,
c'è una finestra così.
Non candele o lampade
hanno acceso il buio:
ma gli occhi insonni!
Grido di distacchi e d'incontri:
tu, finestra nella notte!
Forse, centinaia di candele,
forse, tre candele...
Non c'è, non c'è per la mia
mente quiete.
Anche nella mia casa
è entrata una cosa come questa.
Prega, amico, per la casa insonne,
per la finestra con la luce. |
nell'ora che il mio caro fratello
Passò l'ultima meta
(Di sospiri immaginari - Indietro!)
Erano le lacrime - più grandi degli occhi.
Nell'ora che il mio caro amico
Doppiava l'ultimo promontorio
(Di sospiri immaginari: - Ritorna!)
Erano i movimenti - più grandi delle braccia!
Le braccia vogliono scappare - dalle spalle!
Le labbra vogliono inseguire - scongiurare!
Ha disperso i suoni il discorso,
Ha disperso le dita una falange,
Nell'ora che l'ospite caro...
- Guardaci, o Signore! -
Erano le lacrime - più grandi degli occhi
Degli uomini - e delle stelle
Atlantiche... |
|
amore
fuoco uragano terremoto?
andiamoci più piano...
dolore noto come agli occhi
il palmo della mano
e alle labbra
il nome del proprio bambino... |
notte
.....la luce ti amo perspicace notte.
dammi voce per cantare o progenitrice
delle canzoni nella cui mano
è la briglia dei quattro venti.
chiamando te glorificandoti sono soltanto
una conchiglia dove ancora
non s’è taciuto l’oceano.
notte! ho gia scrutato a sazietà
nelle pupille umane.
inceneriscimi nero sole – notte!
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