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claudio
magris
AMBASCIATORE
DELLA CULTURA ITALIANA NEL MONDO
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Claudio Magris -
Professore Ordinario
Letteratura Tedesca
Moderna e Contemporanea
Studio: Via Lazzaretto Vecchio 8, III piano, Stanza 309
Telefono: 040-558 7252
www.units.it
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per me scrivere al computer è
innaturale. io uso ancora la penna.
la penna segue il corso
del pensiero che scorre fisicamente attraverso la mano con una sua
armonia. battere
sui tasti del computer invece è come pensare una parola alla volta.
per me è come parlare in inglese invece che in italiano tedesco o
francese. lingue in cui il mio pensiero scorre senza pensare a
quello che dirò fra poco.
rainews24.it 2005
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bio
Nato a Trieste. Saggista italiano, è
docente di Letteratura Tedesca all'Università di Trieste e collabora
al Corriere della Sera e a diversi altri quotidiani e riviste. Ha
contribuito, con numerosi studi, a diffondere in Italia la
conoscenza della cultura mitteleuropea e della letteratura del "mito
absburgico" ed è, anche, autore di testi narrativi. Tra i maggiori
intellettuali del Novecento, ha la capacità di comprendere e
interpretare i grandi sistemi storici e sociali e letterari
rendendoli accessibili anche al lettore meno esperto
www.festivaletteratura.it/
Claudio Magris, germanista e critico, è finissimo letterato di vasta
cultura, e uno dei più profondi saggisti contemporanei, oltre che
persona dotata di grande umanità e sensibilità, come è testimoniato
anche dai suoi interventi sul Corriere della Sera. Insegna alla
facoltà di Lettere e filosofia dell'Università di Trieste, città che
molto ha inciso sulla formazione di Magris che ha scritto diversi
libri tra i quali bisogna ricordare almeno "Microcosmi", "Danubio",
"Un altro mare", "Itala e oltre" e "Illazioni su una sciabola".
Senatore della Repubblica dal 1994 al 1996 è socio di varie
Accademie italiane e straniere; Officer de l'Ordre des Art et
Lettres da la République Française; Cavaliere di Gran Croce della
Repubblica Italiana. Non si contano i premi e i riconoscimenti che
gli sono stati attribuiti; varie anche le lauree ad honorem a
Strasburgo, Copenhagen, Klagenfurt e Szeged.
messaggeroveneto.repubblica.it
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Scrivere è trasformare
la vita
in passato
cioè invecchiare
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intervista ...
Nel suo monologo il protagonista
dice: “Quando ho letto quella storia ho capito chi sono, quando l’ho
riletta perché l’ho anche scritta”. Come è uscito lei da questa
scrittura e dalla rilettura che poi ne ha fatto?
Non so se sono in grado di rispondere. La domanda è fondamentale,
quella che i tedeschi chiamano la Gretchen Frage, quando Margherita
chiede a Faust: “Credi in Dio?” E Faust scantona, scantona come sto
scantonando io, non per paragonarmi a Faust ma per una ragione:
perché è troppo presto.
Un libro, qualsiasi sia
il suo risultato, anche un libro fallito, un libro su cui uno ha
investito molto, che non è semplicemente un libro su qualcosa, ma
che nasce dalla propria vita, incide sempre sull’esistenza, cambia,
fa scoprire alcune cose, ne fa perdere altre.
Una studentessa cinese mi ha chiesto una volta a Xian, quando ero lì
per la traduzione di Microcosmi in cinese, mi ha chiesto:
Cosa si perde scrivendo? Domanda geniale.
Io so cosa ha significato Il mito asburgico, Il Danubio, Un altro
mare anche La Mostra, ma questo è troppo vicino. Certo, c’è
l’emozione di veder uscire un libro, come viene accolto, insomma
tutta questa incertezza che si ha perché uno non sa bene cosa ha
detto e fatto. Però è troppo presto per vedere come la personalità
si riassesta in quella visione del mondo che non è solo sul
comunismo, perché quando a questo si mescola il vissuto, la vita
condivisa, i sentimenti che si provano, che si sono provati, agli
affetti, agli affetti antichi, agli affetti nuovi, all’amicizia
sarebbe grottesco se volessi… non lo so, ecco.
rainews24.it
La letteratura è l'unico territorio di
conoscenza vera perché nella letteratura vera autore e lettore
vanno a cercare quel che si è - e i confini esistono per essere
superati - scrivere è spostare i limiti - scoprire
nuovi spazi - esplorarli ..
e .....citando Dante ...
l'amore maggiore era per Firenze ma
scriveva che nostra patria è il mondo come per i pesci il
mare....
gazzettadelsud.it
PREGIUDIZI IN LETTERATURA
Si decide a priori –
o viene suggerito e imposto a priori dal meccanismo editoriale e
mediatico – quali libri sono importanti prima che siano
stati letti - quali sono i libri che si devono leggere.
Non è l’opera che letta giustifica il suo autore -
bensì è l’autore se famoso, a
giustificare una sua opera anche eventualmente priva di qualità
o estranea alla letteratura.
cm
CorriereSera
Bobbio
è un grande laico
non nel senso
stupido e scorretto in cui viene correntemente usata questa parola,
quasi significasse l’opposto di credente o religioso. Bobbio ha
insegnato che laicità non è un credo filosofico specifico, ma la
capacità di distinguere... ciò che spetta alla Chiesa da ciò che
spetta allo Stato, ciò che appartiene alla morale da ciò che deve
essere regolato dal diritto, ciò che è dimostrabile razionalmente da
ciò che è oggetto di fede». ..Magris, del suo maestro torinese,
portava come esempio la «testimonianza appassionata e lucida - da
vero laico, in un clima di intollerante faziosità abortista - della
realtà della vita nascente e dei conseguenti diritti del nascituro».
corriere.it - 2004
Laicità
significa tolleranza, dubbio rivolto anche
alle proprie certezze, capacità di credere fortemente in alcuni
valori sapendo che ne esistono altri, pur essi rispettabili; di non
confondere il pensiero e l'autentico sentimento con la convinzione
fanatica e con le viscerali reazioni emotive; di ridere e sorridere
anche di ciò che si ama e si continua ad amare; di essere liberi
dall'idolatria e dalla dissacrazione, entrambe servili e coatte. Il
fondamentalismo intollerante può essere clericale (come lo è stato
tante volte, anche con feroce violenza, nei secoli e continua
talora, anche se più blandamente, ad esserlo) o faziosamente
laicista, altrettanto antilaico
corriere.it - gen 2008
il modo corretto di vivere la frontiera
è anche quello di sentirsi un pò dall'altra parte
Scoprire che si è un pò anche l'altro

CONFINI
muoiono e risorgono
- si spostano - si cancellano e riappaiono inaspettati. Segnano
l'esperienza il linguaggio
lo
spazio dell'abitare il corpo con la sua salute e le sue malattie
la
psiche con le sue scissioni e i suoi riassestamenti
la politica con la sua spesso assurda cartografia
l'io con
la pluralità dei suoi frammenti e le loro faticose ricomposizioni
la
società con le sue divisioni
l'economia con le sue
invasioni e le sue ritirate
il pensiero con le sue mappe dell'ordine
brunomondadori.com
UTOPIA E DISINCANTO
La fine e l’inizio di
millennio hanno bisogno di utopia e disincanto
Il destino di ogni uomo, e
della Storia stessa, rassomiglia a quello di Mosè, che non
raggiunse la Terra Promessa, ma non smise di camminare nella sua
direzione. Utopia significa non arrendersi alle cose così come
sono e lottare per le cose così come dovrebbero essere.........
Il disincanto, che corregge l’utopia, rafforza il suo elemento
fondamentale, la speranza... che rischiara il grigiore del
presente...
tarcisio bertone - lastampa.it
La
società odierna è molto attenta alle problematiche che la
scienza solleva e si interroga continuamente sulle conseguenze
che potrebbero derivare dall'applicazione delle conoscenze
scientifiche alla realtà. Le domande dei profani anche se
concettualmente errate o poste in modo sbagliato sono legittime
ed è indispensabile che gli esperti forniscano risposte
esaurienti e chiare
http://ulisse.sissa.it/
Viviamo nel segno della stanchezza
creativa
perché in questo periodo storico c'è la tendenza a creare tanti
remake?
Spesso c'è mancanza di nostalgia, non
tanto del passato, ma di un valore senza tempo. E si avverte
anche il rifiuto della morte. Si dice infatti di Leopardi come
di Skakespeare che è un poeta, non che era un poeta.
iltempo.ilsole24ore.com
ACcade spesso di credere
di parlare con se stessi o con Dio
e di parlare, invece,
soltanto con i miseri e presuntuosi fantasmi delle proprie paure
o dei propri idoli e di scambiare l’eco del proprio delirio per
la voce della verità; in un salotto è almeno più facile
accorgersi di essere fatui e banali come gli altri che stanno
intorno, mentre in un soliloquio si rischia di convincersi di
ascoltare una verità assoluta e divenirne il profeta e lo
schiavo.
larivieraonline.com
Mi sento europeo ma...
Mi sento europeo, ma con l’Europa succede quello
che Sant’Agostino affermava del tempo Quando non mi domandano
cos’è, so cos’è. Quando me lo domandano, non lo so più». Oggi i
Paesi europei condividono gli stessi problemi e tendenze: la
moneta, la disoccupazione, le mode e la cultura. In questo senso
Magris non vede l’ora che «l’Europa sia uno Stato, forse uno
stato federale, ma con un Parlamento vero». Ed è necessario che
questo si verifichi al più presto perché l’Europa, al contrario
di grandi civilità orientali o americane, mantiene «un peculiare
rapporto tra l’individuo e il tutto: una società in cui
l’accento è stato sempre posto sull’individuo, ma non in maniera
selvaggiamente anarchica». L’Europa vive di un’eredità
culturale, storica, sociale e letteraria che porta le persone ad
«un egoismo progressivo, in cui l’io coinvolge anche la
comunità.
giulio zucchini
-
cafebabel.com
la crisi globale
è figlia di un aziendalismo universale che
danneggia l’economia, implicando una riduzione della visione del
mondo e comprimendo gli spazi per la programmazione futura. Ma è
l’economia essa stessa causa di una sorta di mercatismo diffuso
che livella una serie infinita di ambiti veicolandoli
esclusivamente sul piano finanziario. Poiché tutto diventa
azienda: l’ospedale, l’ateneo. E tutti diventano clienti, gli
ammalati e gli studenti con i loro crediti.
francesco de
palo - ffwebmagazine.it - 2010
WWF festeggia il 40° anno
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tra i premiati claudio
magris - 2006
 
Il gatto non fa nulla
semplicemente è
come un re Il gatto sta
per stare
come ci si stende davanti
al mare
solo per essere lì
distesi e abbandonati
E’ un dio dell’ora
indifferente
irraggiungibile
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Babbo Natale falso ottimista
cm
Se ne avessi il potere, proibirei per legge — quale offesa alla
pietas di una tradizione che per generazioni ha fatto sentire
all'infanzia quanto vicini e interscambiabili siano il sacro, il
favoloso e il familiare — l'immagine e il termine stesso di Babbo
Natale. C'è un limite di decenza pure per la secolarizzazione.
Trasformare il mistero dell'incarnazione— l'eterno che si fa storia,
tempo fugace, carne fragile e peritura — o anche solo l'infantile
poesia di Gesù Bambino o dell'angelo che porta i doni nella figura
di un vecchio panciuto e svampito, dal viso rubizzo e giulivamente
ebete, è un po' troppo.
Se proprio ci si vuole sbarazzare del Cristianesimo — del linguaggio
e delle figure che esso ha dato per secoli alla rappresentazione
della vita —meglio tornare allo Yule, alla nordica festa pagana del
solstizio d'inverno col suo culto delle demoniche forze elementari,
che Lovecraft, nei suoi racconti dell'orrore assai poco natalizi,
sentiva ancor vive e minacciosamente in agguato sotto la crosta
della civiltà. Non a caso, al tempo della mia infanzia, catechisti e
sacerdoti della parrocchia scoraggiavano e deprecavano, sia pur
blandamente, l'albero di Natale, l'abete di remota ascendenza
boreale e pagana, contrapponendogli il cristiano, cattolico e
italico Presepe; palme e cammelli d'Oriente e dolce terra
umbro-francescana contro la neve del Settentrione. Mi sarei dunque
atteso una più energica riprovazione ecclesiastica — almeno pari a
quella delle zucche di Halloween — del paonazzo fantoccio da
supermarket, con le sue renne fatte per tirare la slitta a Cortina e
non in Lapponia.
Se Babbo Natale, con rispetto parlando, deriva da Santa Claus ovvero
San Nicolò, come triestino mi sento corresponsabile del suo trionfo,
visto che a Trieste San Nicolò, col suo manto rosso, porta i doni
nella notte tra il 5 e il 6 dicembre, ma quel rosso del santo di
Bari ha almeno una sua regalità, da re pastore e non da insegna
luminosa di supermarket. Quest'ultimo, ovviamente, può essere
altrettanto sacro, con buona pace dei fustigatori del consumismo
nostalgici della miseria dei tempi andati. Nessun oggetto, nessuna
istituzione, nessun rito sono di per sé sacri; sacro è solo il senso
di amore e soprattutto di rispetto per gli uomini. Comperare un
panettone a un supermarket, pensando alla tavolata con persone
amate, non èmeno poetico che preparare un pasto in una capanna di
pastori o in una casa contadina. Sono i simboli della vita a dire il
significato che le attribuiamo.
Sotto questo profilo, il ridanciano e scampanellante Babbo Natale è
un segno della crescente scristianizzazione; della perdita della
memoria, del linguaggio, del senso che il Cristianesimo dà al mondo.
Non è solo il vituperato consumismo, simboleggiato da Babbo Natale,
che disturba. Pure in passato il pranzo e i regali natalizi
obbedivano alla logica del consumo, di per sé nient'affatto
disdicevole, e non è un merito se la penuria, subìta e non certo
scelta, costringeva a consumi più modesti. E' quel sorriso giocondo
e soddisfatto nel roseo faccione che nega il Natale. Le feste di un
tempo univano il piacere — per un bambino, anche l'incanto
misterioso dei doni sotto l'albero o davanti al Presepe — e la
malinconia della ripetizione, che scandisce il fluire e lo svanire
del tempo quanto più cerca di catturarlo e fermarlo nel rito sempre
uguale. La festa—e il Natale è quella più grande—fa (soprattutto
faceva) sentire che la festa della vita finisce, che l'esistenza è
il precipitare della gioia e degli affetti nel buio del tempo e del
nulla, così come nel grande abete, che un magico zio travestito da
angelo mi allestiva nella mia infanzia, una cascata di caramelle
bianche come la neve cadeva e spariva nella folta ombra dei rami e
le gocce di cera delle candele accese cadevano una sull'altra e si
consumavano.
Ogni anno tante gocce d'oblio, mentre la tavolata famigliare si
arricchiva di nuovi venuti e ancor più si spopolava di altri che se
ne andavano lasciando seggiole vuote. La festa diceva la tenerezza e
anche gli acri, amari malintesi della vita di famiglia; era
occasione in cui emergevano e poi si sopivano rancori antichi,
acerbamente conviventi con gli affetti, che il bambino captava
sgomento e poi rasserenato, imparando a capire il nesso
inestricabile di amore e avversione che lega gli uomini.
Protagonista e vezzeggiata, l'infanzia era anche vagamente oppressa
da quella ripetizione e da quella mistura di gioia e malinconia,
immortalata in tragiche e debolmente sorridenti foto di famiglia.
Anche in quei Natali tradizionali si violava e negava, senza
saperlo, il significato del Natale, che è preludio di Buona Novella
e di liberazione e non malinconia; tempo annunciato e vissuto come
pienezza, come compimento di attese e valori, e non quale
stillicidio di minuti e di anni nel nulla. Ma tutto ciò era almeno
riscattato dalla malinconia; l'angelo—anche quello che porta i
regali—è sempre malinconico, figura del mondo caduto e imperfetto.
Babbo Natale invece è sinistramente allegro; è persuaso e vuole
persuadere gli altri che tutto va bene e andrà sempre meglio; che il
nostro mondo, la nostra società, il nostro benessere, il nostro
denaro, la nostra democrazia, il nostro teatro quotidiano siano i
migliori e gli unici possibili, una crescita destinata ad
accrescersi trionfalmente sempre più, una scorpacciata senza limiti
garantita da pillole digestive sempre più efficaci, un progresso
inarrestabile, uno stadio definitivo e un ordine immutabile, un oggi
scambiato per l'eterno. Incubi di pranzi in cui l'obbligato
ingozzarsi insinua nell'animo una pesantezza di morte, quintali di
biglietti augurali e cassette di vini e di dolciumi che ingombrano
la casa dei fortunati destinatari di omaggi con la violenza
dell'invasione.
Il Natale è la nascita di un bambino, di un salvatore che sarà
crocifisso e conoscerà l'estremo abbattimento del Getsemani; la
gioia che esso annuncia non è una truffa, perché non nasconde il
dolore, il crollo del mondo. Uno dei più grandi racconti di Natale
di ogni letteratura, «Cristallo di rocca» di Stifter, dice — come ha
scritto Maria Fancelli in un memorabile saggio — «che
l'attraversamento del nulla è necessario ». Babbo Natale vuole
invece farci dimenticare che siamo sull'orlo di un vulcano, il quale
potrebbe eruttare fuoco distruttore da un momento all'altro; che le
tensioni del mondo si vanno facendo insopportabili e
incontrollabili; che davanti al Presepe premono, per entrare in
quella capanna che è il cuore del mondo, più persone di quante essa
possa accogliere. Babbo Erode non si turba per le stragi di
innocenti. Il fasullo scampanellìo della sua slitta cerca di
sopraffare il coro degli angeli che annunciano gloria a Dio
nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.
Cerca di coprirlo perché, se lo si sente, si rimane sbigottiti dalla
smentita che quell'annuncio riceve sulla Terra, dove la pace è quasi
sempre negata agli uomini di buona volontà e semmai concessa ai
farabutti. Quel canto da sempre smentito va invece sempre ascoltato
e seguito, per continuare a credervi contro ogni evidenza, a sperare
contro ogni vittoriosa negazione, con quell'autentica speranza che
passa sotto le forche caudine della disperazione e rifiuta le
stampelle del tronfio e menzognero ottimismo.
24 dicembre 2007
corriere.it |