claudio magris

 

  AMBASCIATORE DELLA CULTURA ITALIANA NEL MONDO 

 

 

 

Claudio Magris - Professore Ordinario

Letteratura Tedesca Moderna e Contemporanea
Studio: Via Lazzaretto Vecchio 8, III piano, Stanza 309

Telefono: 040-558 7252
www.units.it

 

 

per me scrivere al computer è innaturale. io uso ancora la penna. la penna segue il corso del pensiero che scorre fisicamente attraverso la mano con una sua armonia. battere sui tasti del computer invece è come pensare una parola alla volta.  per me è come parlare in inglese invece che in italiano tedesco o francese. lingue in cui il mio pensiero scorre senza pensare a quello che dirò fra poco.   

rainews24.it   

 

bio

Nato a Trieste. Saggista italiano, è docente di Letteratura Tedesca all'Università di Trieste e collabora al Corriere della Sera e a diversi altri quotidiani e riviste. Ha contribuito, con numerosi studi, a diffondere in Italia la conoscenza della cultura mitteleuropea e della letteratura del "mito absburgico" ed è, anche, autore di testi narrativi. Tra i maggiori intellettuali del Novecento, ha la capacità di comprendere e interpretare i grandi sistemi storici e sociali e letterari rendendoli accessibili anche al lettore meno esperto  

www.festivaletteratura.it/

Claudio Magris, germanista e critico, è finissimo letterato di vasta cultura, e uno dei più profondi saggisti contemporanei, oltre che persona dotata di grande umanità e sensibilità, come è testimoniato anche dai suoi interventi sul Corriere della Sera. Insegna alla facoltà di Lettere e filosofia dell'Università di Trieste, città che molto ha inciso sulla formazione di Magris che ha scritto diversi libri tra i quali bisogna ricordare almeno "Microcosmi", "Danubio", "Un altro mare", "Itala e oltre" e "Illazioni su una sciabola". Senatore della Repubblica dal 1994 al 1996 è socio di varie Accademie italiane e straniere; Officer de l'Ordre des Art et Lettres da la République Française; Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana. Non si contano i premi e i riconoscimenti che gli sono stati attribuiti; varie anche le lauree ad honorem a Strasburgo, Copenhagen, Klagenfurt e Szeged.

messaggeroveneto.repubblica.it

 

Scrivere è trasformare

la vita  in passato

cioè invecchiare

 

intervista ...

Nel suo monologo il protagonista dice: “Quando ho letto quella storia ho capito chi sono, quando l’ho riletta perché l’ho anche scritta”. Come è uscito lei da questa scrittura e dalla rilettura che poi ne ha fatto?
Non so se sono in grado di rispondere. La domanda è fondamentale, quella che i tedeschi chiamano la Gretchen Frage, quando Margherita chiede a Faust: “Credi in Dio?” E Faust scantona, scantona come sto scantonando io, non per paragonarmi a Faust ma per una ragione: perché è troppo presto.
Un libro, qualsiasi sia il suo risultato, anche un libro fallito, un libro su cui uno ha investito molto, che non è semplicemente un libro su qualcosa, ma che nasce dalla propria vita, incide sempre sull’esistenza, cambia, fa scoprire alcune cose, ne fa perdere altre. Una studentessa cinese mi ha chiesto una volta a Xian, quando ero lì per la traduzione di Microcosmi in cinese, mi ha chiesto: Cosa si perde scrivendo? Domanda geniale. Io so cosa ha significato Il mito asburgico, Il Danubio, Un altro mare anche La Mostra, ma questo è troppo vicino. Certo, c’è l’emozione di veder uscire un libro, come viene accolto, insomma tutta questa incertezza che si ha perché uno non sa bene cosa ha detto e fatto. Però è troppo presto per vedere come la personalità si riassesta in quella visione del mondo che non è solo sul comunismo, perché quando a questo si mescola il vissuto, la vita condivisa, i sentimenti che si provano, che si sono provati, agli affetti, agli affetti antichi, agli affetti nuovi, all’amicizia sarebbe grottesco se volessi…    non lo so, ecco.

rainews24.it   

 

 

La letteratura è l'unico territorio di conoscenza vera perché nella letteratura vera autore e lettore vanno a cercare quel che si è - e i confini esistono per essere superati -  scrivere è spostare i limiti -  scoprire nuovi spazi -  esplorarli  ..

e  .....citando Dante ...  l'amore maggiore era per Firenze ma scriveva che nostra patria è il mondo come per i pesci il mare....

gazzettadelsud.it  

PREGIUDIZI IN LETTERATURA

Si decide a priori – o viene suggerito e imposto a priori dal meccanismo editoriale e mediatico – quali libri sono importanti  prima che siano stati letti -  quali sono i libri che si devono leggere.    Non è l’opera che letta giustifica il suo autore  -  bensì è l’autore se famoso,     a giustificare una sua opera anche eventualmente priva di qualità o estranea alla letteratura.  cm
CorriereSera

 

 

 

Bobbio è un grande laico

non nel senso stupido e scorretto in cui viene correntemente usata questa parola, quasi significasse l’opposto di credente o religioso. Bobbio ha insegnato che laicità non è un credo filosofico specifico, ma la capacità di distinguere... ciò che spetta alla Chiesa da ciò che spetta allo Stato, ciò che appartiene alla morale da ciò che deve essere regolato dal diritto, ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è oggetto di fede». ..Magris, del suo maestro torinese, portava come esempio la «testimonianza appassionata e lucida - da vero laico, in un clima di intollerante faziosità abortista - della realtà della vita nascente e dei conseguenti diritti del nascituro».    

corriere.it

Laicità

significa tolleranza, dubbio rivolto anche alle proprie certezze, capacità di credere fortemente in alcuni valori sapendo che ne esistono altri, pur essi rispettabili; di non confondere il pensiero e l'autentico sentimento con la convinzione fanatica e con le viscerali reazioni emotive; di ridere e sorridere anche di ciò che si ama e si continua ad amare; di essere liberi dall'idolatria e dalla dissacrazione, entrambe servili e coatte. Il fondamentalismo intollerante può essere clericale (come lo è stato tante volte, anche con feroce violenza, nei secoli e continua talora, anche se più blandamente, ad esserlo) o faziosamente laicista, altrettanto antilaico

corriere.it - gen 2008

 

 

  il modo corretto di vivere la frontiera è anche quello di sentirsi un pò dall'altra parte

  Scoprire che si è un pò anche l'altro

 

 

 

CONFINI

muoiono e risorgono -  si spostano -  si cancellano e riappaiono inaspettati. Segnano l'esperienza il linguaggio lo spazio dell'abitare il corpo con la sua salute e le sue malattie la psiche con le sue scissioni e i suoi riassestamenti    la politica con la sua spesso assurda cartografia     l'io con la pluralità dei suoi frammenti e le loro faticose ricomposizioni    la società con le sue divisioni   l'economia con le sue invasioni e le sue ritirate    il pensiero con le sue mappe dell'ordine

brunomondadori.com

UTOPIA E DISINCANTO

La fine e l’inizio di millennio hanno bisogno di utopia e disincanto

Il destino di ogni uomo, e della Storia stessa, rassomiglia a quello di Mosè, che non raggiunse la Terra Promessa, ma non smise di camminare nella sua direzione. Utopia significa non arrendersi alle cose così come sono e lottare per le cose così come dovrebbero essere......... Il disincanto, che corregge l’utopia, rafforza il suo elemento fondamentale, la speranza... che rischiara il grigiore del presente...
tarcisio bertone - lastampa.it

 

 

La società odierna è molto attenta alle problematiche che la scienza solleva e si interroga continuamente sulle conseguenze che potrebbero derivare dall'applicazione delle conoscenze scientifiche alla realtà. Le domande dei profani anche se concettualmente errate o poste in modo sbagliato sono legittime ed è indispensabile che gli esperti forniscano risposte esaurienti e chiare
http://ulisse.sissa.it/ 

 

Viviamo nel segno della stanchezza creativa
perché in questo periodo storico c'è la tendenza a creare tanti remake?
Spesso c'è mancanza di nostalgia, non tanto del passato, ma di un valore senza tempo. E si avverte anche il rifiuto della morte. Si dice infatti di Leopardi come di Skakespeare che è un poeta, non che era un poeta.
iltempo.ilsole24ore.com

 

ACcade spesso di credere di parlare con se stessi o con Dio

e di parlare, invece, soltanto con i miseri e presuntuosi fantasmi delle proprie paure o dei propri idoli e di scambiare l’eco del proprio delirio per la voce della verità; in un salotto è almeno più facile accorgersi di essere fatui e banali come gli altri che stanno intorno, mentre in un soliloquio si rischia di convincersi di ascoltare una verità assoluta e divenirne il profeta e lo schiavo.
larivieraonline.com  

 


Mi sento europeo ma...
Mi sento europeo, ma con l’Europa succede quello che Sant’Agostino affermava del tempo Quando non mi domandano cos’è, so cos’è. Quando me lo domandano, non lo so più». Oggi i Paesi europei condividono gli stessi problemi e tendenze: la moneta, la disoccupazione, le mode e la cultura. In questo senso Magris non vede l’ora che «l’Europa sia uno Stato, forse uno stato federale, ma con un Parlamento vero». Ed è necessario che questo si verifichi al più presto perché l’Europa, al contrario di grandi civilità orientali o americane, mantiene «un peculiare rapporto tra l’individuo e il tutto: una società in cui l’accento è stato sempre posto sull’individuo, ma non in maniera selvaggiamente anarchica». L’Europa vive di un’eredità culturale, storica, sociale e letteraria che porta le persone ad «un egoismo progressivo, in cui l’io coinvolge anche la comunità.

giulio zucchini   -     cafebabel.com  

 

 

la crisi globale

è figlia di un aziendalismo universale che danneggia l’economia, implicando una riduzione della visione del mondo e comprimendo gli spazi per la programmazione futura. Ma è l’economia essa stessa causa di una sorta di mercatismo diffuso che livella una serie infinita di ambiti veicolandoli esclusivamente sul piano finanziario. Poiché tutto diventa azienda: l’ospedale, l’ateneo. E tutti diventano clienti, gli ammalati e gli studenti con i loro crediti.
francesco de palo - ffwebmagazine.it - 2010

 

 

 

WWF festeggia il 40° anno - tra i premiati claudio magris - 2006

 

 

 

Il gatto non fa nulla

semplicemente è

 

 come un re Il gatto sta

per stare

 come ci si stende davanti al mare

solo per essere lì

distesi e abbandonati

 

E’ un dio dell’ora

 indifferente

 irraggiungibile

 

 

Claudio Magris ha vinto l'edizione 2010 del Premio letterario

Milovan Vidakovic - quarto Festival internazionale di prosa 'Prozefest'

a Novi Sad - Voivodina - nord della Serbia

ansa 2010

Babbo Natale falso ottimista
cm

Se ne avessi il potere, proibirei per legge — quale offesa alla pietas di una tradizione che per generazioni ha fatto sentire all'infanzia quanto vicini e interscambiabili siano il sacro, il favoloso e il familiare — l'immagine e il termine stesso di Babbo Natale. C'è un limite di decenza pure per la secolarizzazione. Trasformare il mistero dell'incarnazione— l'eterno che si fa storia, tempo fugace, carne fragile e peritura — o anche solo l'infantile poesia di Gesù Bambino o dell'angelo che porta i doni nella figura di un vecchio panciuto e svampito, dal viso rubizzo e giulivamente ebete, è un po' troppo.

Se proprio ci si vuole sbarazzare del Cristianesimo — del linguaggio e delle figure che esso ha dato per secoli alla rappresentazione della vita —meglio tornare allo Yule, alla nordica festa pagana del solstizio d'inverno col suo culto delle demoniche forze elementari, che Lovecraft, nei suoi racconti dell'orrore assai poco natalizi, sentiva ancor vive e minacciosamente in agguato sotto la crosta della civiltà. Non a caso, al tempo della mia infanzia, catechisti e sacerdoti della parrocchia scoraggiavano e deprecavano, sia pur blandamente, l'albero di Natale, l'abete di remota ascendenza boreale e pagana, contrapponendogli il cristiano, cattolico e italico Presepe; palme e cammelli d'Oriente e dolce terra umbro-francescana contro la neve del Settentrione. Mi sarei dunque atteso una più energica riprovazione ecclesiastica — almeno pari a quella delle zucche di Halloween — del paonazzo fantoccio da supermarket, con le sue renne fatte per tirare la slitta a Cortina e non in Lapponia.

Se Babbo Natale, con rispetto parlando, deriva da Santa Claus ovvero San Nicolò, come triestino mi sento corresponsabile del suo trionfo, visto che a Trieste San Nicolò, col suo manto rosso, porta i doni nella notte tra il 5 e il 6 dicembre, ma quel rosso del santo di Bari ha almeno una sua regalità, da re pastore e non da insegna luminosa di supermarket. Quest'ultimo, ovviamente, può essere altrettanto sacro, con buona pace dei fustigatori del consumismo nostalgici della miseria dei tempi andati. Nessun oggetto, nessuna istituzione, nessun rito sono di per sé sacri; sacro è solo il senso di amore e soprattutto di rispetto per gli uomini. Comperare un panettone a un supermarket, pensando alla tavolata con persone amate, non èmeno poetico che preparare un pasto in una capanna di pastori o in una casa contadina. Sono i simboli della vita a dire il significato che le attribuiamo.

Sotto questo profilo, il ridanciano e scampanellante Babbo Natale è un segno della crescente scristianizzazione; della perdita della memoria, del linguaggio, del senso che il Cristianesimo dà al mondo. Non è solo il vituperato consumismo, simboleggiato da Babbo Natale, che disturba. Pure in passato il pranzo e i regali natalizi obbedivano alla logica del consumo, di per sé nient'affatto disdicevole, e non è un merito se la penuria, subìta e non certo scelta, costringeva a consumi più modesti. E' quel sorriso giocondo e soddisfatto nel roseo faccione che nega il Natale. Le feste di un tempo univano il piacere — per un bambino, anche l'incanto misterioso dei doni sotto l'albero o davanti al Presepe — e la malinconia della ripetizione, che scandisce il fluire e lo svanire del tempo quanto più cerca di catturarlo e fermarlo nel rito sempre uguale. La festa—e il Natale è quella più grande—fa (soprattutto faceva) sentire che la festa della vita finisce, che l'esistenza è il precipitare della gioia e degli affetti nel buio del tempo e del nulla, così come nel grande abete, che un magico zio travestito da angelo mi allestiva nella mia infanzia, una cascata di caramelle bianche come la neve cadeva e spariva nella folta ombra dei rami e le gocce di cera delle candele accese cadevano una sull'altra e si consumavano.

Ogni anno tante gocce d'oblio, mentre la tavolata famigliare si arricchiva di nuovi venuti e ancor più si spopolava di altri che se ne andavano lasciando seggiole vuote. La festa diceva la tenerezza e anche gli acri, amari malintesi della vita di famiglia; era occasione in cui emergevano e poi si sopivano rancori antichi, acerbamente conviventi con gli affetti, che il bambino captava sgomento e poi rasserenato, imparando a capire il nesso inestricabile di amore e avversione che lega gli uomini. Protagonista e vezzeggiata, l'infanzia era anche vagamente oppressa da quella ripetizione e da quella mistura di gioia e malinconia, immortalata in tragiche e debolmente sorridenti foto di famiglia. Anche in quei Natali tradizionali si violava e negava, senza saperlo, il significato del Natale, che è preludio di Buona Novella e di liberazione e non malinconia; tempo annunciato e vissuto come pienezza, come compimento di attese e valori, e non quale stillicidio di minuti e di anni nel nulla. Ma tutto ciò era almeno riscattato dalla malinconia; l'angelo—anche quello che porta i regali—è sempre malinconico, figura del mondo caduto e imperfetto. Babbo Natale invece è sinistramente allegro; è persuaso e vuole persuadere gli altri che tutto va bene e andrà sempre meglio; che il nostro mondo, la nostra società, il nostro benessere, il nostro denaro, la nostra democrazia, il nostro teatro quotidiano siano i migliori e gli unici possibili, una crescita destinata ad accrescersi trionfalmente sempre più, una scorpacciata senza limiti garantita da pillole digestive sempre più efficaci, un progresso inarrestabile, uno stadio definitivo e un ordine immutabile, un oggi scambiato per l'eterno. Incubi di pranzi in cui l'obbligato ingozzarsi insinua nell'animo una pesantezza di morte, quintali di biglietti augurali e cassette di vini e di dolciumi che ingombrano la casa dei fortunati destinatari di omaggi con la violenza dell'invasione.

Il Natale è la nascita di un bambino, di un salvatore che sarà crocifisso e conoscerà l'estremo abbattimento del Getsemani; la gioia che esso annuncia non è una truffa, perché non nasconde il dolore, il crollo del mondo. Uno dei più grandi racconti di Natale di ogni letteratura, «Cristallo di rocca» di Stifter, dice — come ha scritto Maria Fancelli in un memorabile saggio — «che l'attraversamento del nulla è necessario ». Babbo Natale vuole invece farci dimenticare che siamo sull'orlo di un vulcano, il quale potrebbe eruttare fuoco distruttore da un momento all'altro; che le tensioni del mondo si vanno facendo insopportabili e incontrollabili; che davanti al Presepe premono, per entrare in quella capanna che è il cuore del mondo, più persone di quante essa possa accogliere. Babbo Erode non si turba per le stragi di innocenti. Il fasullo scampanellìo della sua slitta cerca di sopraffare il coro degli angeli che annunciano gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà. Cerca di coprirlo perché, se lo si sente, si rimane sbigottiti dalla smentita che quell'annuncio riceve sulla Terra, dove la pace è quasi sempre negata agli uomini di buona volontà e semmai concessa ai farabutti. Quel canto da sempre smentito va invece sempre ascoltato e seguito, per continuare a credervi contro ogni evidenza, a sperare contro ogni vittoriosa negazione, con quell'autentica speranza che passa sotto le forche caudine della disperazione e rifiuta le stampelle del tronfio e menzognero ottimismo.
24 dicembre 2007

corriere.it

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