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DALLA GAIA PIAZZETTA COI NEGOZI
CHE VENDONO DI TUTTO ALLA RINFUSA
MODA SMART E BIJOUX
SCENDE IN CURVA UNA STRADA CHE VA AL MARE:
ALL’ANGOLO UN CARTELLO CON LA FRECCIA
TRAFFICO CONSENTITO
ECCETTO AI BUS, AI CAMION, ALLE MOTO.
MA LE MOTO
COI MINORENNI IN SELLA
CURVANO GIÙ BEATE LAMPEGGIANDO
E SPARISCONO IN FONDO
CON UN URLO DI GIOIA I TRASGRESSORI.
IL VIGILE? E’ LÀ AL BAR, CHE SI FA UN DRINK.
E ANCHE QUI PER VICOLI E STRADINE
PER VETRINE E PER MURI I MANIFESTI
DELL’ECLATANTE, DEL TRIONFO UMANO.
IL CONTAGIO È ARRIVATO ALL’INNOCENTE:
VENDE FRUTTA E VERDURA NEL PAESE
IN UN SUO BUGIGATTOLO
CON FUORI UN SUO CARTELLO
IN STAMPATELLO DICE
HERE THE GLOBAL PRIMIZIA.
VIVA LA VITA, MAI FU COSÌ GRANDE.

E ORA ALLA FINESTRA

si fa chiaro
è il chiarore di marzo
e cantano gli uccelli

gli innocenti.
Tutto un'allerta
e col sonno è finita
un parola, me ne basta una
a ridestar la ridda, da una cosa all'altra
a un'altra a un'altra
in quest'inane google della mente.
Perché non sono il fumo
che sale dal camino
sopra il tetto di fronte?
In se stesso s'involge
e indugia e poi si spande
con lenta maestà
pochi metri e s'intride di sole
inconsistente e lieto del suo gioco infantile
e beato e bianchissimo si sperde
nella gioia di non esser mai stato.
Eppure va a un incontro
stasera o questa notte

 in Groenlandia.

facebook/carpi - 2013


FUORI DEL MONDO
infine.
Ah, quanto mento.
A me soltanto il mondo mi consola.
Ridono: il mondo? Cosa diavolo intendi?
È una sera a teatro, è une platea,
fra tante luci e io che vado in scena,
come comparsa o autore del copione,
ma essere in gioco, in mezzo,
in mezzo agli altri, in mezzo senza fine.
Questa è la mia ossessione.

 

L’ODE DI SHELLEY
al vento, al Westwind.
La recita un inglese.
Riempie il cortile Shelley
di aliti di buffi di boati di beffe.
Le sedie ascoltano
e chi non sa l’inglese,
i polmoni si gonfiano
senza vascelli andiamo
la notte non si vede
e nemmeno più i volti
e tutto è suono e mai uditi prima
accenti folli e guizzi
canto incostanza gioia perdizione.
Monchi, muti ascoltiamo
noi d’oggi e piange il cuore:
poesia,
poesia oramai impossibile.


Mattine disastrate
sola in casa,
avanti e indietro scalza dal computer al frigo
per trovare una frase
nel rhum nel whisky, e non so mai quanto,
scrivo anche mail,

confondo i destinatari
e dico ciò che non dovrei mai dire
perché il mondo ha i suoi usi
e una decenza.

Io non l'ho appresa.
Non mi contengo
come fanno gli altri,
io cerco di spiegargli
la mia rovina e so che non si spiega,
e quando è mezzogiorno trasalisco,
devo tornare all'ordine,
vestirmi, mascherare
il caos in cui mi è parso di danzare

ma se è l'unica felicità che ormai conosco!
Sei … sei in te? osserva gentilmente
il mio compagno a tavola.
Non è severo, solo non capisce.

Lui non si chiede
che senso abbiano i giorni
ovvero sì:  nessuno.
Ma io non posso crederci.



FRA TRECENT’ANNI
gli uomini, diceva un russo,
avranno vinto i mali
e saranno felici buoni e uguali.
Ma nessuno vorrebbe.
Siamo ognuno uno scoglio,
un incidente
fra gli altri, fra le cose,
fra astinenza e overdose,
e un grido solo «e io?» –
O follia del dire io son diverso,
e non sapere come andrà a finire.
O mio destino singolo e perdente:
certo, è perverso,
ma solo in questo è gioia.

 

 

 

Di tutto il creato
il punto più bello, di tutta la festa
la luce sei tu
nel tuo sguardo d’affetto
mi avvolgo e non ci credo
e continuo a pensare e non ho pace
- scrivevo un tempo, a mano, su un quaderno.
Come se tu continuassi
tu sei il mio eco
tu la risposta
tu sei il mio amico
nemmeno l’amore ci divide.
Era questo l’amore?
E tu chi era?
Era nessuno.
E tu chi è?
Chi amasse la storia
e avesse a memoria
chi io sono
fiducia in chi sarò
quella che io non ho, cuore da nulla

 



DETESTO LE ARTROSI
Io detesto le artrosi,
e le osteoporosi
vengano agli altri.
Io devo essere sciolta e senza mali.
Per quando andremo in scena :
polvere, assi, quinte,
pubblico fin sotto il palco,
che urla, fischia, si esalta,
vino e panini, bambini che piangono.
Ma io non voglio avere una parte,
né affisso fuori il nome – io non ce l’ho:
come una palla
ruzzolare dentro un istante.
Una risata,
e non sanno chi sono.
In mezzo agli altri
voglio anche morire,
senza malanni in mezzo,
inosservata – io non voglio pietà,
non voglio amici –
al terz’atto o alla fine,
come Molière, recitando il malato.
Morire di ciò che hi immaginato.

 


 

 

Andare
andare
là dove c’è la vita, c’è la festa
e non ci penso
che dove c’è la festa il patto è un altro:
perdersi
e io non posso.

 



Fukushima
SCENDE la sera, volo 48, volo in ritardo,
nessuno ancora alla registrazione,
là fuori al gelo
come cerini accesi due casacche
indaffarate intorno a un camioncino.
Poi non ci sono più, fine del turno.
Qui nel salone una macchina del caffè
che va in pressione,
una reclame immensa - mele rosse giganti,
e di gioia scintilla e di orologi e whisky
il grande slargo, il duty free,
e da Relay i giornali di tutto il mondo:
“A Fukushima la radioattività
sta scendendo a livelli Centro Europa”.
Tutto pare rientri.
A me piace la parola earthquake,
è un gracidio innocente,
magnitudo è un po’ oscuro, è per gli addetti,
e tzunami chiamiamo ogni momento
quando c’è confusione.
Noi qui seduti,
come fatti
di neon e di linoleum:
ticket, posto assegnato,
solo mille chilometri
lassù nel buio a ottocento all’ora,
e siamo a casa con un buon bicchiere,
cena, TV e divano.
Il dottor Sparr della Multi-Mar -
fresco, rasato,
camicia immacolata,
gemelli d’oro, spillo alla cravatta,
ventiquattrore e tutto dentro il tablet,
ogni istante guarda l’orologio:
ma che fa questo volo 48?
Deve partire lui, perché domani torna,
non qui, altrove, poi di nuovo qui,
va da Tokyo a Johannesburg a Mumbai.
Niente paura. Perché mai dovrebbe?
O piccolo trifoglio nero in campo giallo.
berlino 15.3.2011



AD UNO AD UNO
se ne sono andati
i padri
di questa mia dissennata giovinezza
che non potrà aver fine, non potrà,
io non ce l’ho
un’altra età possibile.
Se n’è andato il tedesco
che leggeva con me Schiller e Goethe,
e che scriveva poesie sui lillà –
credimi, bambina, la shoà
è soltanto un inganno.
O P., il nanetto, il dottore,
l’inventore di un farmaco anticancro.
O l’incazzoso S., il mangiapreti,
che di sabato sera a casa sua
ci parlava degli angeli
della chiesa ortodossa,
dove frusciano ali e tutto è luce.
O G., o B., i più amati,
l’uno preda agli infarti ed infelice,
l’altro votato al bere
e all’andare in gloria e così sia.
Fame di padri, fame senza fine.
Non valevano quanto io credevo,
erano degli umani come tanti,
cari, bizzarri, vani, e la vecchiaia
aveva fatto pallidi gli sguardi
e svagati i discorsi. Ma che importa?
Com’erano davvero cos’importa?
Mai il vero mi ha interessato.

 

 

 

Io non mi lascio andare

e sempre quella
è la mia domanda:
dimmi, che devo fare ?
Ma tu sul fare sei vago
non è il tuo campo, lo so
fare si fanno le cose di tutti:
'Faccia l’amore
faccia e sue cose
veda gente, si svaghi'
e torni alla sostanza.
Nel metrò che rigurgita, al ritorno
come un biglietto usato
butto via la ricetta
ché nulla mia sgomenta
più di questo richiamo
al mio sesso e all’umano.
compagni corpi -  tutte le poesie 1992-2002

2004

 

 



La STAZIONE CENTRALE
La Stazione Centrale alle otto di sera
brulica di rientri
e quindi è bene
se anch’io rientro in via Leopoli
– così da sempre ci abito
che i miei conoscenti non potranno
imparare mai altro indirizzo.
ma tornare mi piace
anche alle sei del mattino d’inverno,
le macchine del caffè vanno in pressione
fra le mani rosse
e gli avambracci nudi dei baristi.
Che dal primo cappuccino quand’è buio
la Stazione Centrale fosse casa,
posto di lotta e di lavoro
mi piacerebbe.
Ma anche la metropolitana mi conforta,
perché prolunga il viaggio:
se mai dovessi pensare al suicidio
lo farei quaggiù in mezzo agli altri.
E’ alla mia fermata in piazza Sud
che non so dove vado,
che vorrei
tutt’altro luogo,
una casa altrui, per esempio,
un letto, un tavolo
e la mia roba sulla sedia.
E’ nella mia casa di sempre il male,
è dalla mia esistenza
che non dovrei passare,
anche se amo quegli alberi
all’inizio del parco
e il loro inverno e la neve.
E ancora accettabile è la porta di casa,
quella esterna,
e l’intervallo fra questa
e quella a vetri,
ma il mio nome, il nostro nome fuori
già non posso vederlo.
Adesso ho un’altra casa, in un’altra città –
da nuova era normale,
come ogni casa d’altri –
ma come una macchia sul muro
anche là è apparsa a un tratto
la mia esistenza.
Io che potrei non averla,
esserne immune, indenne,
essere ciò che passa
in un vetro pulito.
Perché tutto si trova ovunque,
i libri migliori
li stavano leggendo gli altri
e li ho presi da loro,
i miei simili erano gli ignoti
o quelli che ho solo sognato,
e solo il caso era grazia.

 

FATUO RITORNO
Fatuo ritorno a casa ogni sera,
alla stazione
di piazza Sud, nel metrò che rigurgita.
Un nome, un viso, qualche fissazione,
altro non siamo, eppure vederti
stasera mi ha consolato.
E' così strano che ancora
si stia a parlare dentro una stanza,
di una singola vita,
quasi che avesse
un diritto, una speranza.


 

 



I NUOVI PLEBEI DEL FARE
I nuovi plebei del fare
La sera sono stanchi:
sembra l’ultima cena
senza Gesù né Giuda,
e di niente si parla,
né stasera né, mai: di che parlare?
E’ tutto risaputo,
senza speranza.
Unanimi si tace, come bassorilievi
abbiamo solo i piatti e i nostri gesti.


 

 

 

 

IL MARE
QUI SOTTO LA CASA: ASCOLTA
HA COME MANI E DITA
SEMBRA SCARTINO E INCARTINO – CHE COSA ?
UN MESSAGGIO, UN REGALO ?
DI TANTO IN TANTO UN TONFO ED UN SINGULTO
E SULLO SCOGLIO L’ONDA
SCHIUMA E SI SPANDE, POI RITORNA INDIETRO.
CHE CI VOLEVA DIRE ?
CHE È PER LEI LA SPONDA ?
IL SENSO È AL LARGO, E INTANTO CALA IL BUIO
E VERSO TERRA IN FRETTA CON UN ULTIMO
VOLO PRIMA DI NOTTE
ANCHE I GABBIANI CERCANO UN RIFUGIO.

 

 



OGGI SONO PROSAICA
Oggi sono prosaica
sono gnomica.
Artisti a tutti gli angoli, dottore,
scrivono con le mani fredde e i piedi freddi,
scrivono a un tavolino sporco,
ma anche in lussuosi appartamenti,
a grandi scrivanie professionali,
scrivono dopo il lavoro o la mattina
quando è subito mezzogiorno,
ma anche al materno riparo della sera
e nel sublime delle notti insonni.
Artisti a centinaia di migliaia,
dietro il folle sogno del Sé.
E' il mestiere più sconcio che c'è.
Che cosa resterà di tutto questo,
di esorditi e abortiti,
di tutti noi che facciamo un po' per amore,
un po' per bisogno, ma soprattutto
per l'ansia dì apparire
un istante
sullo sfacciato video del tempo.
Nulla
ma nessuno vuole che resti qualcosa.

e novembre
E’ NOVEMBRE e dicembre e non è inverno,
non c’è più una stagione.
Foglie a terra, ma è polvere di scena,
alberi come quinte, un teatrino
con nulla d’imminente.
Gente per via, neon ai pianiterra, uffici,
mattino, pomeriggio, uguali, grigi.
Ma viene sera.
Stendi la mano sul tuo drink serale
e guarda:
il neon blu il barista il banco acciaio
corpi facce e le bocche cosa stanno bevendo,
ascolta quel che dicono, ci sei
e anche loro ci sono e ci saranno.
Felicità. E’ strano ci sia ancora,
questo riso segreto sotto il cuore,
la voglia d’essere
d’esserci in mezzo agli altri,
e che tutto ha senso
e che c’è l’avvenire.

 

 

A Norberto Bobbio 

Un fax dal presente
LEI E ‘ DEFUNTO ma è ancor vivo il nome.
La ripubblicano, ecco la riedizione
di un suo vecchio libro
“Sulla vecchiaia”.
Ne resterà può darsi qualche immagine,
le tre che lei ha preso
da un altro morto che è venuto prima,
quasi un secolo fa.
Noi siamo, dice, dentro l’esistenza
come una mosca dentro una bottiglia:
si sbatte qua e là, se non c’è il tappo
e se ha fortuna
forse ne potrà uscire.
O siamo come un pesce nella rete,
più guizza più s’imbroglia il disperato,
la fine è certa.
La terza prigionia è il labirinto,
qui né mosche né pesci, qui c’è l’uomo:
con la ragione forse può trovare,
più indietro che in avanti, vie d’uscita,
poiché, lei dice, la libertà è donde
siamo venuti.
Natura, civiltà,
o tremanti ricordi di famiglia?
Cos’intende?
Però nel labirinto
non siamo soli,
dice: lavorare con gli altri,
tenere i nervi a posto,
a che il luogo diventi sopportabile.
E se poi, alla fine, in fondo ai tempi,
qualcosa apparirà che da noi non dipende,
non lo sappiamo –
e lei non lo esclude.
Anche in lei un brandello
di quella fede che non tiene più?
Con gli altri, dice. E dove sono gli altri?
In questi ultimi anni
qui non c’è più nessuno in carne ed ossa:
fasci di nervi a nudo, fino a sera,
poi nella folla,
supermercato, in coda
come cerini accesi,
poi a casa, TV e ora di cena,
e non pensare, consumar qualcosa
nella fretta che uccide.
Poi è notte.
La ragione è per pochi, i pochi forti.
E com’è basso il premio:
un luogo sopportabile.
Eppure
ognuno di noi piccoli ogni tanto
non osa ma vorrebbe
sapere che sarà, che ne sarà di lui
dopo la morte.
Dio?
Ma anche Dio forse, come la ragione,
è soltanto per pochi.

 

 

 

 

 

    a   M. Yourcenar
Testa coperta

tutta sotto il manto
adatto ai dolci venti di Fiandra
e alle bufere del Maine
uomo, donna – che importa?
Quando verrà, dicevi,
non può la morte che riunirmi
alla bimba che ero, la petite fille
qui j’étais autrefois
la bimba che mi attende
di là dei tempi.
Io mi domando come farai.
Rientrerai in lei come la sera
fanno le ombre, o come
si sovrappone l’ultima versione
di uno scritto alla prima?
Ti è sceso il viso
ai lati della bocca – il vecchio cane ! –
ma gli occhi, fermi, vedono col buio
la cornea bianca, la pupilla nera
e ridono
dal bosco senza stelle
le sorelle
civette.

 



ERA L'ULTIMA CENA
lo sapevo,
pallida luce fuori, qualche pioppo,
dentro nude pareti
di un locale da poveri in provincia.
Anche loro, i miei dodici,
si sono messi a tavola
e io fra loro, io uomo dell'occhio.
Ma la più parte è ignota,
brava gente, famiglie,
tutti affamati.
Io non li ho radunati, è una casuale
compagnia di viaggianti.
Sorridono le bocche - chi è cattivo?! -
ma sulle facce hanno
un innocente bruto "io sono io".
Dio! e non lo sanno.
E nemmeno i miei dodici io li ho scelti.
strada facendo
mi si sono accodati.
Che avevano da fare?
Come tutti gli umani, la fatica
del pane quotidiano e niente altro,
niente domande di perché o di senso.
O forse io li ho chiamati
per la paura di restare solo,
se nessuno ti ascolta non ci sei.
Esserci, star con gli altri,
far le cose di sempre come loro,
o cara abitudine alla vita.
Fuori i pioppi stormiscono,
si sfogano gli uccelli,
e qui dentro le bocche,
tutti parlano.
Io quel che ho dentro non lo posso dire.
Se io a Pietro dicessi cosa penso
quando apre bocca dalla sua rozzezza,
e a Giovanni quale debolezza
è preferirlo agli altri solo perché mi adora
e a Matteo che mi urta
quel vacuo volto di ex cambiavaluta
e a Tommaso quanto mi delude
quel suo toccar con mano
altrimenti non crede.
Io non li amo.
Ama il prossimo tuo come te stesso:
non ero in me quando l'ho inventato.
Forse avevo bevuto, ero esaltato
da un bel tramonto, i raggi d'oro,
l'ultimo sole che riempiva la stanza.
Ma chi ci ha fatto caso? Non riflettono.
Era una cosa nuova e l'hanno presa
come oro colato.
Soltanto Giuda c'è che fa sul serio,
laggiù nell'angolo, ora alza il bicchiere,
leva un brindisi a che? Alla verità:
che il prossimo non c'è
e nessuno ha nessuno
di cui fidarsi.
Solo Giuda è vero.
Amici, amici quali,
se quel che sento mi varcasse le labbra,
ah sarebbe finita col dio in terra.
Non posso che mentire
a questa brava gente
che rattrista il mio occhio.
il mio crudele amore per la bellezza.
Non ho che benedire il pane e il vino
e dire su mangiate, ecco
il mio corpo, il sangue e fate questo
in memoria di me.
Lo faranno.
Le membra informi, i piedi sgangherati,
le calvizie, le pance, brame e ignavia,
non uno che non speri
in parole solenni, gesti sacri,
di peso vogliono essere salvati
senza far nulla: basta non pensare,
vedono solo ciò che hanno nel piatto.
Padre, padre celeste, mi hai mandato
a salvarli e ora mi abbandoni?
volgograd 2008



tu ascolti
TU ASCOLTI – ascolti? -
L’altro che ti racconta i casi suoi,
tu aspetti solo il primo punto accapo
per dire “anch’io...” e per passare ai tuoi.
Ora è l’altro che ascolta – ascolta?
No, pensa solo : non la fare lunga.
Da un residuo di cuore
ci mandiamo infine
un “fatti coraggio” e “a presto”.
Poi la dissolvenza del “cia-ciao”
Dove la o si perde.

resta
RESTA
come dice un poeta,
residente dei gulag, Mandelštam,
che “davanti al potere io sono un bimbo”.
Mi ha colpito.
Vuol dire:
non lo capisco e mi fa solo orrore?
O vuol dire: è mio padre e mi protegga?



NEL NOSTRO INGRESSO
Nel nostro ingresso
venticinque candele
nel lampadario a bracci della sala
fra i ricciolo barocchi
tre mignon
e come tombe sono le altre stanze.
Nel buio andiamo già quando si muore
lamenta lei, ma lui la chiama
prodiga e vana:
quello che conta è luce interiore

 

E DALL’OCEANO

IRROMPE A GIBILTERRA
ED È GIÀ NEL TIRRENO
E GIÀ NEL GOLFO.
DAL GOLFO ALL’ISOLA È UNA SOLA ONDATA
È GIÀ QUI SOTTO CASA
A SCHIUMAR SUGLI SCOGLI
SEMBRA UN’IMMENSA VESTE AGITATA DAL VENTO
BALZE RICAMI E FRANGE
SU UN PUDORE PRIMARIO DELLA TERRA.
E TUTTA NOTTE È UN ANDIRIVIENI
DI FLUTTI E SFASCI
E IO IN ASCOLTO A FINESTRE APERTE
FRA LA VEGLIA E IL SONNO
RAPITA DA QUEST’ESSERE-NONESSERE
DAL FRATERNO DISCIOGLIERSI FRA LORO
DI SLANCI TONFI E VUOTI.

 

BUCHI
silenzi, mezzi pomeriggi:
li spendo in piccolezze,
provo il far nulla, provo i gesti sparsi,
l’attesa della sera
della cena in cucina la TV un sonno duro.
Ma quanto pago il non voler soffrire,
questo mettermi in salvo, sopravvivere
senz’amare più niente?
Senza mani, impotente, guardo gli altri.
Cosa vogliono? Vivere? E perché?



L’ALTRA VITA
è per me un maltempo, un grigio,
una pace autunnale,
alberi secolari in fondo a un prato
nelle Fiandre fatali.
Cammino? Non lo so,
vado fra cimiteri militari,
targhe di legno con soltanto un nome,
fortini abbandonati
come elmi crepati.
Ho sempre amato il nord
e l’oceano vicino
e l’idea dell’Atlantico,
dei naufragi,
dell’esser morti insieme.

 

DUE PEZZI
sempre quelli, sono io
una sonata per violino e orchestra
con la dedica al mondo –
ma quest’amato, vedo, ha altro da fare.
Il secondo è un a-solo
per silenzio e flauto,
dolce o traverso, pura autoillusione.
Finché qualcuno dalla stanza accanto
non dirà: adesso basta.

 

Compagni corpi 

L'asso nella neve   

E tu fra i due chi sei

poesia.blog.rainews24.it
lyrikline.org
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com

 



UN ROMANZO
chi non lo vuole scrivere ?
E’ andare con passione nella vita
girare il mondo
tutto il mondo è storia.
Anch’io osservo, anch’io guardo,
anch’io ci sono e c’ero.
Il fatto è che del vero non m’importa.
Allora inventa,
dice qualcuno, pensa ad una trama.
Ma perché io non posso?
Ciò che invento fa ridere.
Mie care poesie
mie piccole arroganti,
come i gechi nella notte estiva,
le dita aperte, in agguato sui muri,
preistoria
in attesa di sbadate prede.


Una moglie
Se una volta o l’altra davvero cesseremo di mettere nero su bianco, una cosa ci resterà: la voluttà di guardare il prossimo sconosciuto e congetturare chi sia cosa pensi cosa faccia. Questo appassionato intrattenerci con le sagome umane. E c’è una frase di Tolstoj che non mi esce di mente: «La storia di Ivan Ilijč era la più semplice e comune e delle più terribili».
Una sera di questo luglio, a un altro tavolo c’è una bionda sui trenta, niente male, fronte alta, capelli sciolti, occhi che balzano qua e là. E’ insieme a un tipo sportivo, spalle larghe, bella faccia arrogante, mani nervose. Dai gesti si deduce che sono una coppia. Afferro uno spazientito “Fatima, senti…” e un supplice “Rirì, per favore!” e poi un altro “Fatima, io domattina devo alzarmi alle cinque”, poi perdo delle frasi sino a un malinconico “ che bella scusa! ” di lei.  Non sembrano andare molto d’accordo.
Fatima è insonne. Immagino un risveglio notturno di lei, sola nel letto.  Di solito avviene sulle due.
Andato … tre ore fa.  Sarà ancora in viaggio.  Sta via due giorni, per lavoro.  Perché quando in macchina prende le curve come un pazzo non finisce in mare e non crepa e non se lo mangiano gli squali?  Oh dio … Ma come posso anche solo pensare Cosa sono diventata?
Fatima accende la luce sul comodino.   Dormono tutti in casa, e anche fuori.   Neppure un uccello.   Neppure il mare: calma assoluta, è come se non ci fosse.
Ma è così, mio caro:  tra noi è finita ...
amc - nuoviargomenti.net - 2016

  

 

 

 

  INEDITI

 

 

 

E QUELLA DONNA !   Pensa
ha settant’anni e un cancro,
la testa calva in un turbante azzurro
ed è in missione in Siria
parla da quell’orrore
sulla TV, dalla città di Ohm
che è stata rasa al suolo.
Lei da decenni lotta per il mondo
con la parola – ma che altro abbiamo
contro le armi ?

A noi qui sul divano
rimane impressa solo la rovina
mezzo milione i morti
solo numeri atroci
e un’idea grossolana dei motivi
la mente scoraggiata ci va altrove
il cuore anche
e cambiamo canale.
Poi svagato
con un sospiro
uno propone all’altro andiamo a letto.

2016

 

 

 

 

Una vita sola ?
Io so che ce n’è un’altra
sarà come stasera
questo caffè dentro la stazione
e la pioggia che lucida il piazzale
e il vai e vieni di colori e  ombrelli.
Caldo e voci all’interno –
tu cosa bevi
? e tu ?
Sempre lo stesso  ?
Salute
  !
Salute a te, e dimmi come stai.
Tu mi ascolti la faccia tra le mani
e io ti ascolto con i cinque sensi
e questa sera non andiamo a casa.
Quel che diciamo – cose da niente
ma ritorna il candore
e la voglia di ridere
e una giovane smania
di consacrazioni.

2016

 

 

 

 

 

HOKUSAI Hiroshige e anche Utamaro
conifere e strapiombi
un barchino su un lago
già sperduto nel tempo
l’acqua è di pietra
anche nella famosa 'Onda' riccioluta
pura immane bravura. E laggiù in fondo i vivi
pochi, solo frammenti
come la scritta –
sono uccelli d’autunno e viene inverno.
No, non li amo, o forse
hanno ragione loro
la memoria è un sogno
il mondo è già finito
o non c’è stato.
2016 - poetarumsilva.com

 

 

 

 

 

NEL CUORE DI VENEZIA in una casa
leggono fra gli amici poesie
due giovani poeti
da due loro libretti appena usciti
nella stanza accanto un happy hour
con torta vino e snack.
Piccolo business, c’è anche l’editore.
Questa è la vita, il sentirsi al centro
anche una sola sera
è il tuo dir messa e questo est corpus meum.
Fuori piove
e presto è inverno e presto un nuovo anno
noi ascoltiamo a tratti e ci chiediamo
saranno belle o brutte
e come giudicare e ricordarle ?
Passi giù sul selciato
si torna a casa
due o tre vanno ancora in un locale
a ber qualcosa, a parlare d’altro.

 

 

I MEGLIO SONO loro

e c’è Kandinsky
Sono fioriti in bianco per le strade
qui intorno a casa, non tutti, ché i restii
come me preferiscono l’inverno
i rami nudi e nulla che si muove.
Gente che va, che va a far due passi
e quanti i cani
questa domenica di primavera.
Ultimamente l’uomo si sente solo
più che mai solo, io non so perché.
Erdogan raccomanda fate figli
almeno cinque a coppia
mangiate, consumate, e che le femmine
portino il velo, meglio se integrale.
E di piccini se ti guardi intorno
in braccio in carrozzina
per mano ai grandi
non c’è penuria, mini-italiani
dai visetti tondi, una bellezza
nati dopo il 2010 o l’altro giorno.
Ma in mezzo quanti vecchi
no non vecchi, decrepiti
ancora vivi e avidi di vita –
con che diritto ?
Io non so a chi appartengo
cerco di non saperlo.
Quando sono vissuta ?
Io guardo i bimbi e i cani.
Piangono abbaiano, sono loro la vita.
E perché la vita ?
Per me è solo fatica, solo dubbio.
Ma al MUDEC c’è Kandinsky,
cinquanta quadri e accanto una delizia :
dei miniesempi del folklore russo –
anni terribili del ‘900, che lui
non ha sofferti: dentro a trent’anni
gli è esplosa l’arte. Mai più l’oggetto, dice
solo il suo riflesso
nello spirito umano
il suono è giallo, ogni colore suona.
E ciò che fa del mondo è uno splendore.
inedito al 2017 -  poetarumsilva

annamariacarpi.wordpress.com

 

 

COSI’ SI CHIAMA
poesia, e mai
le daranno altro nome.
Pochi sanno che viene
da un verbo greco che diceva 'fare'.
Ma perché ci esalta
perché ci dà speranza
questo modo d’esprimerci traslato
questo parlar diverso dal consueto ?
Poi anche i bravi vanno nell’oblio –
ma bravi che vuol dire? –
e il piccolo che ci prova cosa vuole
e cosa voglio io ?
Quel che fa un pesce: un attimo la testa
fuori dal mare
schiuma rimbombo d’onde
ansar di branchie
un guizzo e risprofonda.



UN NOME NoTO
scrive sui giornali
e ora punta il piccolo esordiente
un orfanello, le gengive rosa
un’anima da Africa assetata
ora celebra un forte, un arrivato
passioni tristi, un figlio del passato
e ne dice ogni bene esagerando –
tanto per dire, ché non crede in niente
né in lui né in altri –
e anche i veri grandi l’han stufato
come i cartelli sulle case in vendita
tutte magnifiche, tutte eccezionali.
E in cuor suo: poesia, sorella pazza
della prosa
ancora, ancora, che ci stai a fare ?


 

SOLA FIDE, dice Lutero
basta la fede e ti salverai
ma vien da sé che se ce l’hai
nel cuore
dal far male ti astieni finché puoi.
E il bene? Poco o nulla, di sicuro
siamo bravi a sognare.

Signore, io sarò tra gli impotenti
come in tempo di guerra per il pane
che si mettono in coda
con la tessera
aspettando che resti
qualcosa anche per loro.
Non tuoi figli
tuoi lontani parenti
gente da mantenere, senz’impiego
per cui si deve fare pur qualcosa.

2016

 

 

poetarumsilva.com/2018/anna-maria-carpi-inediti

 

...  importanza degli endecasillabi, alternati prevalentemente a settenari e a quinari nei due inediti dal piglio colloquiale nel senso che riportano stralci di un colloquio ininterrotto con la propria coscienza. Distendendo il verso, gli endecasillabi ne esaltano il valore di enunciato che sottolinea, di volta in volta, dati di fatto («lei da decenni lotta per il mondo»), ritratti in pochi tocchi essenziali («la testa calva in un turbante azzurro»), una chiusa che registra la soluzione del momento, della quale non si sconfessa né contingenza né transitorietà: «uno propone all’altro andiamo a letto» e «per cui si deve pure far qualcosa».
anna maria curci - poetarumsilva.com - fb/amcarpi - 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

Una madre io l’ho avuta
viva ardente
sempre via con la mente
inetta a vivere.
Sara stata poi lei ?
Mai le ho dormito in grembo.
Era un uccello
che migrava
con le ali tarpate.
Così io non ho misericordia di me stessa
e non ho niente che mi abbracci dentro.
asso nella neve

 

 

Così io
non ho misericordia
di me stessa 
e non ho niente
che mi abbracci dentro

 

 

...

 

 

C'è una via di negozi
se ci sarà dopo di me
io voglio restarvi
come un passero la sera
quando i vivi
vanno a far la spesa
il vorace vola anche lui dentro
nel bianco algido del supermercato 
campa di briciole
ma non è di cibo
che lui è in cerca.
Loro non lo sanno
quale gioia è vederli
stare in mezzo
alla cara brigata di migranti
coi loro acquisti
in fila verso il nulla
una casa
una sera
un dopocena


c’è una farfalla scura
notturna
grande
una cosa greve    
non si muove
non va
copre la lampada
e io so cosa intende

...

GLI ALTRI :

 IO LI VOGLIO TUTTI
solo tutti insieme
li posso amare
e di uno soltanto
ho poca voglia

 

...

 

IO PERCHE NON NE HO VOGLIA ?
Perché non mi riprendo
come la mia azalea ?   
Era appassita
i fiori come stracci. 
Le era mancata l'acqua
io gliel'ho data 
senza speranza
e invece stamattina
è ritta
viva
ignara
risplendente

 

...

 

IL MIO CUORE ha l’accesso stretto
il sangue non ci passa facilmente
o rigurgita o rimane dentro
così gli altri non sanno
che passione ho per loro
che potrei
fermare anche gli ignoti per la strada
e dirgli
tutto quello che ho dentro e non mi passa –
e sarebbe la grazia. 

 

 

 

ASSO NELLA NEVE

premio poesia guido gozzano - II classificato - 2012

 

 



 

FRA TRECENT’ANNI


GLI UOMINI, DICEVA UN RUSSO
AVRANNO VINTO I MALI
E SARANNO FELICI BUONI E UGUALI.
MA NESSUNO VORREBBE.
SIAMO OGNUNO UNO SCOGLIO
UN INCIDENTE
FRA GLI ALTRI, FRA LE COSE
FRA ASTINENZA E OVERDOSE
E UN GRIDO SOLO 'E IO?'
O FOLLIA DEL DIRE IO SON DIVERSO
E NON SAPERE COME ANDRÀ A FINIRE.
O MIO DESTINO SINGOLO E PERDENTE
CERTO, È PERVERSO
MA SOLO IN QUESTO È GIOIA.

e tu fra i due chi sei - 2007

 

 

e tu fra i due chi sei?
Fuori del mondo infine. Ah, quanto mento. A me soltanto il mondo mi consola. Ridono: il mondo? Cosa diavolo intendi? È una sera a teatro, è una platea, fra tante luci e io che vado in scena, come comparsa o autore del copione, ma essere in gioco, in mezzo, in mezzo agli altri, in mezzo senza fine. Questa è la mia ossessione.

 



OGNI TRENTUN DICEMBRE

chi vorrebbe essere solo?
Spalla a spalla e calici levati
− guai a chi pensa che c’è la morte.

Dicono gli occhi: il più tardi possibile,
e improvvisa e indolore.
Vuote le strade, inutili, tutta l’ultima notte
brilla, di casa in casa, dalle finestre accese,
«mi basta non soffrire»
«viva il domani».
Questa notte d’inverno,
quando fuori piove e l’anno muore,
quando di là della parete aspettano
che ne incominci un altro:
a che serve, mi chiedo. Io non lo voglio.
Questo mio letto di famiglia è un regno,
di qui vedo i miei quadri, le mie carte,
la porta aperta sulla stanza interna,
e le coperte,
la rossa e la marrone,
e in fondo al letto i miei due animali,
inerti, piatti,
la bianco-rossa-nera e lo striato,
che non sanno di sé e nel sonno rimpatriano.
Così anch’io − senza io, senza chi sono,
di primordi, di corpo e di calore,
senz’aldilà né dopo,
rimpatriare nel sonno.
 




a Bert Brecht
non è nota né voce, solo un punto
nel totale silenzio delle quattro di notte.
Qualcuno si è svegliato
ma forse aveva solo aperto un occhio
e si è riaddormentato.
C’è come me chi ha sonno
chi si volta dall’altra parte.
Poi un fischio, ma non ne sono certa. Sarà lui
o qualche insonne umano che già dice 'al lavoro ! '   ?
Poi esplode una curva melodiosa
un incanto, un punto di domanda
pura bellezza
l’invisibile chiede: siete vivi, fratelli ?
Risponde un pigolio: i passeri poltroni .
E’ l’alba, in una buia stanza d’ospedale
novecentocinquantasei, Berlino .
' Nulla
mi può mancare se io sono mancato '
pensa B.B. – è agli ultimi e lo sa –
' ma solo adesso riesco
a rallegrarmi
d’ogni canto di merlo – anche dopo di me ' .

 

 

 

 

 


 

Nessuno lo sa

ma io per vari anni ho disegnato, disegnato dal vero, a matita e a china, con una spiccata tendenza alla caricatura.   Sono una visiva ma non ero abbastanza cattiva e hanno poi prevalso la simpatia, lo stupore, il desiderio di cui dicevamo.    Sì, scrivere è descrivere – e perché si descrive se non per salvare anche una piccola cosa da cui si è partiti  ?
intervista di g.montieri e am.curci - poetarumsilva.com

*

https://youtu.be/saEwyFcFV1c    -   letterature mondiali a confronto

nazioneindiana.com/2016/les-nouveaux-realistes  -   SREWOT NIWT

 

 

 

da una mail ricevuta da anna maria carpi
...
affascinata dall'idea della creazione 'alla faccia di darwin ' -  adora gli animali e nel 'principe scarlatto' parla di un soriano 'enorme ed aggressivo' . ora ha una micia tricolore dal pelo regale - fame e  'fusa universali' .
ha esposto al
museo della caricatura di tolentino marche ma la scrittura ha poi sommerso la gioia piu' elementare del disegno.
le piace il
mare ed ogni entrata in acqua è  per lei liberatoria . la musica è il suo 'rodimento' - e' come dice in una sua poesia  ' amore, amore e poi non lo sopporti ' .
preferisce il cinema d'
animazione ma non i progressi dell'informatica e la piccola generazione digitale che sta crescendo .
...

- grazie anna maria ! - maggio 2013

 

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