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Italo Giovanni Calvino Mameli

 

 

 

I soli libri che riconosco come miei

sono quelli che devo ancora scrivere

*

lavorando in una casa editrice ho dedicato più tempo ai libri degli altri che ai miei.

Non lo rimpiango - tutto ciò che serve all’insieme di una convivenza civile è energia ben spesa .
rai letteratura

COSI CALVINO LEGGEVA E COMMENTAVA I LIBRI DEGLI ALTRI
http://video.repubblica.it/cosi-calvino-leggeva-e-commentava-i-libri-degli-altri

 



Il camminare presuppone che ad ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambi in noi.
i mille giardini
La carta geografica, insomma, anche se statica, presuppone un'idea narrativa -  è concepita in funzione d'un itinerario, è un'Odissea  .
il viandante sulla mappa

... Ed ecco che come ogni collezione -  anche questa - è un diario

diario di viaggi, certo, ma pure diario di sentimenti, di stati d’animo, di umori ... O forse diario soltanto di quell’oscura smania che spinge tanto a mettere insieme una collezione quanto a tenere un diario, cioè il bisogno di trasformare lo scorrere della propria esistenza in una serie di oggetti salvati dalla dispersione, o in una serie di righe scritte, cristallizzate fuori dal flusso continuo dei pensieri.

...

Molte volte l'impegno che gli uomini mettono in attività che sembrano assolutamente gratuite, senz'altro fine che il divertimento o la soddisfazione di risolvere un problema difficile, si rivela essenziale in un ambito che nessuno aveva previsto, con conseguenze che portano lontano.    Questo è vero per poesia e arte, come è vero per la scienza e per la tecnologia.    

Il gioco è sempre stato il grande motore della cultura.

collezione di sabbia - 1990

Per mio padre il mondo era di là in su che cominciava

e l’altra parte del mondo, quella di giù, era solo un’appendice, talvolta necessaria per cose da sbrigare, ma estranea e insignificante, da attraversare a lunghi passi quasi in fuga, senza girare gli occhi intorno. Io no, tutto il contrario: per me il mondo, la carta del pianeta, andava da casa nostra in giù, il resto era spazio bianco, senza significati; i segni del futuro mi aspettavo di decifrarli laggiù da quelle vie, da quelle luci notturne che non erano solo le vie e le luci della nostra piccola città appartata, ma la città, uno spiraglio di tutte le città possibili, come il suo porto era già i porti di tutti i continenti ...
la strada di san giovanni - pag 16

La cosa che potrebbe avvicinare di più le generazioni è il confronto degli errori compiuti, ma è una esperienza che non si può trasmettere perché ogni generazione deve fare i suoi errori. Quello che distingue di più è la parte positiva che ogni generazione porta con sé, ma questo è per sua natura incomunicabile, perché appena si cerca di enunciarlo diventa retorica.

L’uso di parole oscene in un discorso pubblico  - per esempio politico -  sta a indicare che non si accetta una divisione di linguaggio privato e linguaggio pubblico, una gerarchia sociale di linguaggi eccetera ... Credo poco alle virtù del 'parlare francamente' : molto spesso ciò vuol dire affidarsi alle abitudini più facili, alla pigrizia mentale, alla fiacchezza delle espressioni banali. È solo nella parola che indica uno sforzo di ripensare le cose diffidando dalle espressioni correnti che si può riconoscere l’avvio di un processo liberatorio.
le parolacce - una pietra sopra - 1980

Ciò che devo trovare non è il profumo adatto a una donna che conosco !     È la donna quella che cerco: una donna di cui non conosco che il profumo !
sotto il sole giaguaro

Beati quelli il cui atteggiamento verso la realtà è dettato da immutabili ragioni interiori !
un'amara serenità - una pietra sopra - 1980

Viaggiando si può realizzare che le differenze sono andate scomparendo: tutte le città tendono ad assomigliarsi l'una all'altra, i posti hanno mutato le loro forme e ordinamenti. Una polvere senza forma ha potuto invadere i continenti.

comunicare è condividere e qualsiasi cosa condivisa raddoppia il piacere

All'origine dell'universo ci sono un atto d'amore e un piatto di tagliatelle

Ognuno può coltivare la sua malinconia
solo quando è lontano da casa
allora capisce dove stanno le sue radici

Ho scoperto una piccola fossetta su una spalla, sopra l’ascella, soffice, senza ossa sotto, del tipo di fossette delle guance. Parlo con le labbra sulla fossetta.
«Spalla come guancia», dico. Non si capisce niente.
«Come?» chiede. Ma non le importa nulla di quel che dico.
«Corsa come giugno», dico, sempre nella fossetta. Lei non capisce quello che faccio ma ne è contenta e ride. È una cara ragazza.
«Mare come arrivo», dico, poi tolgo la bocca dalla fossetta e ci poso l’orecchio per sentire l’eco. Non si sente che il suo respiro e, lontano e sepolto, il cuore.
«Cuore come treno», dico.
amore lontano da casa

La realtà fotografata assume subito un carattere nostalgico
di gioia fuggitiva sull’ala del tempo
un carattere commemorativo
anche se è una foto dell’altro ieri

Di fatto ogni silenzio consiste nella rete di rumori minuti che l'avvolge -  il silenzio dell'isola si staccava da quello del calmo mare circostante perché era percorso da fruscii vegetali   da versi d'uccelli    o da un improvviso frullo d'ali.
l'avventura di un poeta 1949

Lo guardavo da lontano
naturalmente elegante, con un’espressione ironica. Aveva l’aria appartata anche quando conversava con altri. Una volta gli chiesi una breve intervista, non ricordo su quale argomento. Fu gentilissimo. Quando trascrissi la registrazione rimasi colpito dal fatto che le sue brevi frasi sembravano già scritte. C’erano persino i punti e virgola.
ferdinando scianna  - fotografo - su IC

Ipotesi di descrizione di un paesaggio
Ogni volta che ho provato a descrivere un paesaggio, il metodo da seguire nella descrizione diventa altrettanto importante che il paesaggio descritto: si comincia credendo che l'operazione sia semplice, delimitare un pezzo di spazio e dire tutto ciò che vi si vede; ma ecco che subito devo decidere se ciò che vedo lo vedo stando fermo, come di solito stanno i pittori, o almeno stavano, al tempo in cui i pittori dipingevano paesaggi dal vero - tempo che è durato tre secoli a dir tanto, cioè una fase molto breve della storia della pittura - oppure lo vedo spostandomi da un punto all'altro entro questo pezzo di spazio in modo da poter dire quello che vedo da punti diversi, cioè moltiplicando i punti di vista all'interno di uno spazio tridimensionale. Questo secondo sistema si presenta come il più giusto quando si tratta di uno spazio piuttosto ampio, che l'occhio non può abbracciare in un solo sguardo; e d'altra parte lo scrivere è un'operazione di movimento di per se. Anche se adesso che sono seduto qui a scrivere sembro fermo, sono gli occhi a muoversi, gli occhi esteriori che corrono avanti e indietro seguendo la linea di lettere che corre da un margine all' altro del foglio, e gli occhi interiori che anche loro corrono avanti e indietro tra le cose sparpagliate della memoria, e cercano di dare loro una successione, di tracciare una linea tra i punti discontinui che la memoria conserva isolati, strappati dalla vera esperienza dello spazio; devo ricostruire una continuità che si è cancellata nella memoria con l'orma dei miei passi o delle ruote che mi portavano lungo percorsi compiuti una volta o centinaia di volte. Dunque è naturale che una descrizione scritta sia un'operazione che distende lo spazio nel tempo, a differenza di un quadro o più ancora di una fotografia che concentra il tempo in una frazione di secondo fino a farlo sparire come se lo spazio potesse esistere da solo e bastare a se stesso . Ma bisogna subito dire che mentre io scorro nel paesaggio per descriverlo come risulta dai diversi punti del suo spazio, naturalmente è anche nel tempo che scorro, cioè descrivo il paesaggio come risulta nei diversi momenti del tempo che impiego spostandomi. Perciò una descrizione di paesaggio, essendo carica di temporalità, è sempre racconto: c'è un io in movimento, e ogni elemento del paesaggio è carico di una sua temporalità cioè della possibilità d' essere descritto in un altro momento presente o futuro.
fotologie.it

 

 


L'AVVENTURA DI UN AUTOMOBILISTA 1967

Certo il costo da pagare è alto ma dobbiamo accettarlo:   non poterci distinguere dai tanti segnali che passano per questa via, ognuno con un suo significato che resta nascosto e indecifrabile perché fuori di qui non c'è più nessuno capace di riceverci e d'intenderci. 
...

Appena uscito dalla città m'accorgo che è buio. Accendo i fari. Sto andando in macchina da A a B, per un'autostrada a tre corsie, di quelle con la corsia di mezzo che serve per i sorpassi nelle due direzioni. A guidare di notte anche gli occhi devono come staccare un dispositivo che hanno dentro e accenderne un altro, perché non hanno più da sforzarsi a distinguere tra le ombre e i colori attenuati del paesaggio serale la macchiolina delle auto lontane che vengono incontro o che precedono, ma hanno da controllare una specie di lavagna nera che richiede una lettura diversa, più precisa ma semplificata, dato che il buio cancella tutti i particolari del quadro che potrebbero distrarre e mette in evidenza solo gli elementi indispensabili, strisce bianche sull'asfalto, luci gialle dei fari e puntini rossi. È un processo che avviene automaticamente, e se io stasera sono portato a rifletterci sopra è perché ora che le possibilità esterne di distrazione diminuiscono quelle interne prendono in me il sopravvento, i miei pensieri corrono per conto loro in un circuito d'alternative e di dubbi che non riesco a disinnestare, insomma devo fare uno sforzo particolare per concentrarmi sulla guida.
Sono salito in macchina all'improvviso dopo un litigio telefonico con Y. Io abito ad A, Y abita a B. Non prevedevo d'andarla a trovare, stasera. Ma nella nostra telefonata quotidiana ci siamo detti cose molto gravi; alla fine, portato dal risentimento, ho detto a Y che volevo rompere la nostra relazione; Y ha risposto che non le importava, e che avrebbe subito telefonato a Z, mio rivale. A questo punto uno di noi due - non ricordo se lei o io stesso - ha interrotto la comunicazione. Non era passato un minuto e mi ero già reso conto che l'occasione del nostro litigio era poca cosa in confronto alle conseguenze che stava provocando. Richiamare Y al telefono sarebbe stato un errore; l'unico modo di risolvere la questione era di fare una corsa a B e avere una spiegazione con Y a faccia a faccia. Eccomi dunque su quest'autostrada che ho percorso centinaia di volte a tutte le ore e in tutte le stagioni ma che non mi era sembrata mai così lunga.
Per meglio dire, mi sembra d'aver perduto il senso dello spazio e quello del tempo: i coni di luce proiettati dai fari fanno sprofondare nell'indistinto il profilo dei luoghi; le cifre dei chilometri sui cartelloni e quelle che scattano nel cruscotto sono dati che non mi dicono niente, che non rispondono all'urgenza delle mie domande su cosa Y sta facendo in questo momento, su cosa sta pensando. Intendeva davvero chiamare Z o era solo una minaccia buttata lì, per ripicca? E se diceva sul serio, l'avrà fatto immediatamente dopo la nostra telefonata, o avrà voluto pensarci sopra un momento, lasciar sbollire l'arrabbiatura prima di decidere? Z abita come me ad A; ama da anni Y senza fortuna; se lei gli ha telefonato invitandolo, lui certo si è precipitato in macchina a B; quindi anche lui sta correndo su quest'autostrada; ogni macchina che mi sorpassa potrebbe essere la sua, e così ogni macchina che sorpasso io. Assicurarmene è difficile: le macchine che vanno nella mia stessa direzione sono due luci rosse quando mi precedono e due occhi gialli quando le vedo seguirmi nello specchietto retrovisore. Nel momento del sorpasso posso distinguere tutt'al più che tipo di macchina è, e quante persone ci sono a bordo, ma le auto col solo guidatore sono la grande maggioranza, e quanto al modello non mi risulta che la vettura di Z sia particolarmente riconoscibile.
Come se non bastasse, si mette a piovere. Il campo visuale si riduce al semicerchio del vetro spazzolato dal tergicristallo, tutto il resto è oscurità striata o opaca, le notizie che mi vengono da fuori sono solo bagliori gialli e rossi deformati da un vortice di gocce. Tutto quello che posso fare con Z è cercare di sorpassarlo e non lasciare che mi sorpassi, in qualsiasi macchina egli sia, ma non riuscirò a sapere se c'è e qual è. Sento ugualmente nemiche tutte le macchine che vanno in direzione di A: ogni auto più veloce della mia che bussa affannosamente con l'indicatore di direzione nello specchietto per chiedermi strada provoca in me una fitta di gelosia; e ogni volta che davanti a me vedo diminuire la distanza che mi separa dalle luci posteriori d'un rivale, è con un balzo di trionfo che mi getto nella corsia centrale per arrivare da Y prima di lui.
Mi basterebbero pochi minuti di vantaggio: vedendo con che prontezza sono corso da lei Y dimenticherà subito i motivi del litigio; tutto tra noi tornerà come prima; Z arrivando comprenderà d'esser stato chiamato in causa solo per una specie di gioco tra noi due; si sentirà un intruso. Anzi, forse già in questo momento Y si è pentita di tutto quel che mi aveva detto, ha cercato di richiamarmi al telefono, oppure anche lei ha pensato come me che la cosa migliore era venire di persona, s'è messa al volante, ecco che ora sta correndo in senso opposto al mio su questa autostrada.
Adesso ho smesso di stare attento alle macchine che vanno nella mia stessa direzione e guardo quelle che mi vengono incontro e che per me consistono soltanto nella doppia stella dei fari che si dilata fino a spazzare il buio dal mio campo visuale per poi sparire di colpo alle mie spalle trascinandosi dietro una specie di luminescenza sottomarina. Y ha una macchina di modello molto comune; come la mia, del resto. Ognuna di queste apparizioni luminose potrebbe essere lei che corre verso di me, a ognuna sento qualcosa che mi si muove nel sangue come per un'intimità destinata a rimanere segreta, il messaggio amoroso diretto esclusivamente a me si confonde con tutti gli altri messaggi che corrono sul filo dell'autostrada, eppure non saprei desiderare da lei un messaggio diverso da questo.
M'accorgo che correndo verso Y ciò che più desidero non è trovare Y al termine della mia corsa: voglio che sia Y a correre verso di me, è questa la risposta di cui ho bisogno, cioè ho bisogno che lei sappia che io sto correndo verso di lei ma nello stesso tempo ho bisogno di sapere che lei sta correndo verso di me.
L'unico pensiero che mi conforta è pure quello che mi tormenta di più: il pensiero che se in questo momento Y sta correndo in direzione di A, anche lei ogni volta che vedrà i fari di un'auto in corsa verso B si domanderà se sono io che corro verso di lei, e desidererà che sia io, e non potrà mai esserne sicura. Ora due macchine che vanno in direzioni opposte si sono trovate per un secondo affiancate, una vampata ha illuminato le gocce della pioggia e il rumore dei motori s'è fuso come in un brusco soffio di vento: forse eravamo noi, ossia è certo che io ero io, se ciò significa qualcosa, e l'altra poteva essere lei, cioè quella che io voglio sia lei, il segno di lei in cui voglio riconoscerla, sebbene sia proprio il segno stesso che me la rende irriconoscibile. Correre sull'autostrada è l'unico modo che ci resta, a me e a lei, per esprimere quello che abbiamo da dirci, ma non possiamo comunicarlo né riceverne comunicazione finché stiamo correndo.
Certo mi sono messo al volante per arrivare da lei al più presto; ma più vado avanti più mi rendo conto che il momento dell'arrivo non è il vero fine della mia corsa.
Il nostro incontro, con tutti i particolari inessenziali che la scena d'un incontro comporta, la minuta rete di sensazioni e significati e ricordi che mi si dispiegherebbe davanti - la stanza con il philodendron, la lampada d'opaline, gli orecchini -, e le cose che direi, alcune delle quali di sicuro sbagliate o equivocabili, e le cose che lei direbbe, in qualche misura certamente stonate o non quelle comunque che io m'aspetto, e tutto il rotolio di conseguenze imprevedibili che ogni gesto e ogni parola comporta, solleverebbero attorno alle cose che abbiamo da dirci, o meglio che vogliamo sentirci dire, una nuvola di brusio tale che la comunicazione già difficile al telefono risulterebbe ancora più disturbata, soffocata, sepolta come sotto una valanga di sabbia. È per questo che ho sentito il bisogno, anziché continuare a parlare, di trasformare le cose da dire in un cono di luce lanciato a centoquaranta all'ora, di trasformare me stesso in questo cono di luce che si muove sull'autostrada, perché è certo che un segnale così può essere ricevuto e compreso da lei senza perdersi nel disordine equivoco delle vibrazioni secondarie, così come io per ricevere e comprendere le cose che lei ha da dirmi vorrei che non fossero altro (anzi, vorrei che lei non fosse altro) che questo cono di luce che vedo avanzare sull'autostrada a una velocità (dico così, a occhio) di centodiecicentoventi. Ciò che conta è comunicare l'indispensabile lasciando perdere tutto il superfluo, ridurre noi stessi a comunicazione essenziale, a segnale luminoso che si muove in una data direzione, abolendo la complessità delle nostre persone e situazioni ed espressioni facciali, lasciandole nella scatola d'ombra che i fari si portano dietro e nascondono.
La Y che io amo in realtà è quel fascio di raggi luminosi in movimento, e tutto il resto di lei può rimanere implicito; e il me stesso che lei può amare, il me stesso che ha il potere d'entrare in quel circuito d'esaltazione che è la sua vita affettiva, è il lampeggio di questo sorpasso che sto, per amor suo e non senza qualche rischio, tentando.
E pure con Z (non mi sono affatto dimenticato di Z) il rapporto giusto posso stabilirlo soltanto se lui è per me solo lampeggio e abbaglio che m'insegue, o luci di posizione che io inseguo: perché se comincio a prendere in considerazione la sua persona, con quel tanto - diciamo - di patetico ma anche d'innegabilmente sgradevole, però pure - devo ammettere - di giustificabile, con tutta questa sua storia noiosa dell'innamoramento infelice, e il suo modo di comportarsi sempre un po'"equivoco... bè, non si sa più dove si va a finire. Invece, finché tutto continua così va benissimo: Z che cerca di sorpassarmi o si lascia sorpassare da me (ma io non so se è lui), Y che accelera verso di me (ma non so se sia lei) pentita e di nuovo innamorata, io che accorro da lei geloso e ansioso (ma non posso farglielo sapere, né a lei né a nessuno).
Certo, se sull'autostrada fossi assolutamente solo, se non vedessi correre altre macchine né in un senso né nell'altro, allora tutto sarebbe molto più chiaro, avrei la certezza che né Z si è mosso per soppiantarmi, né Y si è mossa per rappacificarsi con me, dati che potrei segnare all'attivo o al passivo nel mio bilancio, ma che comunque non lascerebbero adito a dubbi. Eppure se mi fosse dato di sostituire al mio presente stato d'incertezza una tale certezza negativa, rifiuterei senz'altro il cambio. La condizione ideale per escludere ogni dubbio sarebbe che in tutta questa parte del mondo esistessero solo tre automobili: la mia, quella di Y e quella di Z: allora nessun'altra macchina potrebbe procedere nel mio senso se non quella di Z, e la sola macchina diretta in senso opposto sarebbe certamente Y. Invece, tra le centinaia di macchine che la notte e la pioggia riducono ad anonimi bagliori, solo un osservatore immobile e situato in una posizione favorevole potrebbe distinguere una macchina dall'altra e magari riconoscere chi è a bordo. Questa è la contraddizione in cui mi trovo: se voglio ricevere un messaggio dovrei rinunciare ad essere messaggio io stesso, ma il messaggio che vorrei ricevere da Y - cioè che Y si è fatta lei stessa messaggio - ha un valore solo se io sono messaggio a mia volta, e d'altra parte il messaggio che io sono diventato ha un senso solo se Y non si limita a riceverlo come una qualsiasi ricevitrice di messaggi ma se è lei quel messaggio che io aspetto di ricevere da lei.
Ormai arrivare a B, salire alla casa di Y, trovare che lei è rimasta lì col suo mal di testa a rimuginare i motivi del litigio, non mi darebbe più nessuna soddisfazione; se poi sopraggiungesse anche Z ne nascerebbe una scena da teatro, detestabile; e se invece venissi a sapere che Z si è guardato bene dal venire o che Y non ha messo in atto la sua minaccia di telefonargli, sentirei d'aver fatto la parte del cretino. D'altro canto, se io fossi rimasto ad A, e Y fosse venuta fin lì a chiedermi scusa, mi sarei trovato in una situazione imbarazzante: avrei visto Y con altri occhi, come una donna debole, che mi si aggrappa, qualcosa tra noi sarebbe cambiato. Non riesco più ad accettare altra situazione se non questa trasformazione di noi stessi nel messaggio di noi stessi. E Z? Anche Z non deve sfuggire alla nostra sorte, deve trasformarsi anche lui nel messaggio di se stesso, guai se io corro da Y geloso di Z e se Y corre da me pentita per sfuggire a Z mentre intanto Z non s'è sognato di muoversi da casa...
A metà dell'autostrada c'è una stazione di servizio. Mi fermo, corro al bar, compro una manciata di gettoni, formo il prefisso di B, il numero di Y. Nessuno risponde. Faccio cadere la pioggia di gettoni con gioia: è chiaro che Y non ha retto l'impazienza, è salita in macchina, è corsa verso A. Ora sono tornato sull'autostrada dall'altro lato, corro verso A anch'io. Tutte le macchine che sorpasso potrebbero essere Y, oppure tutte le macchine che mi sorpassano. Sulla corsia opposta tutte le macchine che avanzano in senso contrario potrebbero essere Z, l'illuso. Oppure: anche Y si è fermata a una stazione di servizio, ha telefonato a casa mia ad A, non trovandomi ha capito che io stavo venendo a B, ha invertito la direzione di marcia. Ora stiamo correndo in direzioni opposte, allontanandoci, e la macchina che sorpasso o che mi sorpassa è quella di Z che anche lui a metà strada ha provato a telefonare a Y...
Tutto è ancora più incerto ma sento d'avere ormai raggiunto uno stato di tranquillità interiore: finché potremo controllare i nostri numeri telefonici e non ci sarà nessuno a rispondere continueremo tutti e tre a scorrere avanti e indietro lungo queste linee bianche, senza luoghi di partenza o di arrivo che incombano gremiti di sensazioni e significati sulla univocità della nostra corsa,
liberati finalmente dallo spessore ingombrante delle nostre persone e voci e stati d'animo, ridotti a segnali luminosi, solo modo d'essere appropriato a chi vuole identificarsi a ciò che dice senza il ronzio deformante che la presenza nostra o altrui trasmette a ciò che diciamo.
gli amori difficili

 

Dove vola l'avvoltoio
Un giorno nel mondo
finita fu l'ultima guerra
il cupo cannone si tacque
e più non sparò
e privo del tristo suo cibo
dall'arida terra
un branco di neri avvoltoi
si levò.


Dove vola l'avvoltoio?
avvoltoio vola via
vola via dalla terra mia
che è la terra dell'amor.


L'avvoltoio andò dal fiume
ed il fiume disse: "No
avvoltoio vola via
avvoltoio vola via.
Nella limpida corrente
ora scendon carpe e trote
non più i corpi dei soldati
che la fanno insanguinar"


Dove vola l'avvoltoio ...
L'avvoltoio andò dal bosco
ed il bosco disse: "No
avvoltoio vola via
avvoltoio vola via.
Tra le foglie in mezzo ai rami
passan sol raggi di sole
gli scoiattoli e le rane
non più i colpi del fucil".


Dove vola l'avvoltoio ...
L'avvoltoio andò dall'eco
e anche l'eco disse "No
avvoltoio vola via
avvoltoio vola via.
Sono canti che io porto
sono i tonfi delle zappe
girotondi e ninnenanne
non più il rombo del cannon".


Dove vola l'avvoltoio ...
L'avvoltoio andò ai tedeschi
e i tedeschi disse: "No
avvoltoio vola via
avvoltoio vola via.
Non vogliam mangiar più fango
odio e piombo nelle guerre
pane e case in terra altrui
non vogliamo più rubar".


Dove vola l'avvoltoio ...
L'avvoltoio andò alla madre
e la madre disse: "No
avvoltoio vola via
avvoltoio vola via.
I miei figli li dò solo
a una bella fidanzata
che li porti nel suo letto
non li mando più a ammazzar"


Dove vola l'avvoltoio ...
L'avvoltoio andò all'uranio
e l'uranio disse: "No
avvoltoio vola via
avvoltoio vola via.
La mia forza nucleare
farà andare sulla Luna
non deflagrerà infuocata
distruggendo le città".


Dove vola l'avvoltoio ...
Ma chi delle guerre quel giorno
aveva il rimpianto
in un luogo deserto a complotto
si radunò
e vide nel cielo arrivare
girando quel branco
e scendere scendere finché
qualcuno gridò:


Dove vola l'avvoltoio?
avvoltoio vola via
vola via dalla testa mia ...
ma il rapace li sbranò.

 

1 maggio 1958

http://youtu.be/zN2QVA6wx9g

 

 

 

Durante il tradizionale corteo del primo maggio, a Torino, nel 1958, fu trasmessa dagli altoparlanti una canzone, con la voce roca di Italo Calvino, che aveva anche scritto il testo per l’amico Sergio Liberovici, anima di un davvero indimenticabile Cantacronache. Il ritornello è rimasto nella memoria collettiva, ancora oggi; comincia con una domanda: dove vola l’avvoltoio ?

effimera.org - 2015

 

 

 

Italo Calvino avait une passion pour la science et l’expérimentation.    C’est un écrivain qui nous invite toujours à garder l’esprit ouvert.   Aujourd’hui, il aurait presque 100 ans (il est né en 1923). Face aux transformations profondes auxquelles la littérature, la presse, les moyens de communication et la recherche sont confrontés, il ne serait pas resté claquemuré pour défendre la citadelle assiégée.     Il serait sorti pour voir.
francesca serra - prof au département des langues et littératures romanes
unige.ch - 2018

 

 

  

VISITANDO NECROPOLI CON DONNE
VIENE L’ORA DEL TÈ: GIÀ IL POMERIGGIO
È ANDATO. E S’AVVICINA L’ORA
DI COMINCIARE UN NUOVO AMORE
E INSIEME L’ORA DI FINIRLO.
COSÌ PASSA L’ETÀ. CHISSÀ SE UN SEGNO
LASCEREMO, MAGARI SENZA ACCORGERCENE:
UNA PIETRA SQUADRATA TRA LE PIETRE
DELL’ENORME PIRAMIDE, O UNA SPOGLIA
D’OSSA IN UN LOCULO.
17.11.62 - poesie e invenzioni oulipiennes
CANTAUTORE - GIORNALISTA SPORTIVO - CINEMA
Erano sposi
Lei s'alzava all'alba
prendeva il tram, correva al suo lavoro.
Lui aveva il turno che finisce all'alba
entrava in letto e lei n'era già fuori.
Soltanto un bacio in fretta posso darti
bere un caffè tenendoti per mano.
Il tuo cappotto è umido di nebbia.
Il nostro letto serba il tuo tepor.
Dopo il lavoro lei faceva spesa
-buio era già - le scale risaliva.
Lui in cucina con la stufa accesa
fanno da cena e poi già lui partiva.
Soltanto un bacio ...
Mattina e sera i tram degli operai
portano gente dagli sguardi tetri
fissar la nebbia non si stancan mai
cercando invano il sol, fuori dai vetri.
Soltanto un bacio ...
http://youtu.be/vGzrvQDp1uk
non piu il rombo del cannone
repertorio rappresentato a sanremo e verona per la straordinaria attualità di Italo Calvino .
Non tutti sanno che fu anche
autore di testi di canzoni prioritariamente nell’ambito del movimento Cantacronache che alla fine degli anni ’50 a Torino si propose di rinnovare la canzone italiana.
riviera24.it - 2014
30° anniversario della morte
libro con cd -
Italo Calvino e gli anni delle canzoni
Calvino aveva  scritto testi per grandi compositori tra cui Luciano Berio con cui collaborò per l'opera in due atti La vera storia: per la prima, una delle interpreti fu Milva.

rockit.it - 2015
il pianeta 22370 Italocalvino
Un piccolo pianeta scoperto dall’Osservatorio Bassano Bresciano, è stato intitolato a lui .
il suo nome è infatti
22370 Italocalvino e anche un cratere di 68Km di diametro sul pianeta Mercurio è stato intitolato a lui.
eticamente.net - 2014
Ermite à Paris de Italo Calvino

ici un très bel autoportrait involontaire. Il a les traits du Mercutio shakespearien qu'il aurait voulu être et dont il admirait avant tout la légèreté et l'imagination rêveuse, en même temps que la sagesse, mais aussi le scepticisme et l'ironie : «un Don Quichotte qui sait très bien ce qui est rêve, ce qui est réalité, et les vit tous les deux les yeux ouverts».
amazon.com
.
Calvino est à Central Park, où il lance au galop le cheval qu'il vient de monter … Après Chicago et Detroit, le périple se poursuit sur la côte Ouest ; il y croise Lawrence FerlingheRefusant toute exhibition narcissique, Calvino nous offre tti,«le plus intelligent des poètes beatniks», mais y trouve la vie monotone...
«Paris est une œuvre de consultation gigantesque, c'est une ville que l'on consulte comme une encyclopédie: dès la première page, elle donne toute une série d'informations, d'une richesse qu'aucune autre ville n'égale
lefigaro.fr - 2014

In tanti anni uno cambia e finiscono per cambiare anche i suoi ricordi .  i ricordi di come uno era

...

il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero .

...

Tutto può cambiare ma non la lingua che ci portiamo dentro - anzi che ci contiene dentro di sé come un mondo più esclusivo e definitivo del ventre materno .

...

New York is perhaps the only place in America where you feel at the centre and not at the margins, in the provinces, so for that reason I prefer its horror to this privileged beauty, its enslavement to the freedoms which remain local and privileged and very particularized, and which do not represent a genuine antithesis .
eremita a parigi - hermit in paris - autobiographical writings -  pagine autobiografiche - ermite à paris  - 1994

 

calvino alle Olimpiadi di Helsinki 1952 - giornalista sportivo
L’impermeabile, si capisce, lo portiamo noi comuni mortali, perché la pioggia non riesce ad offuscare la noia dominante e caratteristica di questo clima olimpico, costituito dai colori delle tute di allenamento ancor più vistose delle giacche della divisa da passeggio degli atleti e dei dirigenti delle varie squadre: gli italiani, col loro splendente doppiopetto, coi bottoni d’oro, hanno tutti un’aria da principe azzurro: emergono con loro, in vistosità, i messicani, con le loro giacche rosso-vino, mentre invece gli inglesi portano una giacchetta nera assai modesta.
carotenuto.blogautore.repubblica.it - 2015
CINEMA 1962 - TI-KOYO E IL SUO PESCECANE -  TI-KOYO ET SON REQUIN DI CLEMENT RICHTER  -  FAVOLA SULL'AMICIZIA TRA LO SQUALO MANIDU' E IL BAMBINO  TI-KOYO IN POLINESIA .
chi la scrisse?
Italo Calvino. Gliela chiesi e dopo qualche insistenza riuscii a vincere la sua ritrosia. Gli piaceva quell'atmosfera fantastica da favola oceanica. Mi disse soltanto che lo squalo avrebbe dovuto strizzare l'occhio. Quello di Rambaldi a momenti neanche apriva la bocca. Decidemmo di usare un piccolo squalo vero. In quei posti è abbastanza normale che i bambini giocassero con questi animali. Buttammo in una piscina uno squalo tigre. Lo filmammo. Era totalmente disinteressato a noi.
folco quilici - intervista di antonio gnoli - repubblica.it - 2015

 

UN OTTIMISTA IN AMERICA 1959-1960
Ho capito come dominare New York: andare a cavallo.
Nei primi giorni non sapevo. Volevo affittare o comprare usata una di queste auto dalla coda lunghissima, solo per avere il senso dell’inserimento nella vita americana; ma tutti mi sconsigliano, quella è la via sbagliata, avere una macchina a New York è un disturbo: se per miracolo trovi da parcheggiare la notte davanti a casa, di mattina presto devi scendere a spostare l’auto sul marciapiede opposto perché è scaduto il tempo consentito: i newyorkesi veri vanno tutti in taxi. Giusto: ma non si risolveva il mio problema.
Adesso, finalmente ho capito qual è la prima cosa che deve fare uno straniero a New York: affittare un cavallo. È, oltre tutto, la giusta via d’approccio all’America, la via storica, perché partendo dal cavallo potrò seguire l’evoluzione dei mezzi di trasporto che hanno caratterizzato la storia americana, e, se è il caso, arrivare alla Cadillac.
Il guaio è che questa è la prima volta che monto a cavallo in vita mia. Per arrivare a Central Park, siccome la scuderia è piuttosto lontana, nel West Side (una delle poche superstiti tra le molte scuderie che erano qui intorno), devo cavalcare per una via piena di traffico e attraversare due avenues.
Dall’alto della sella, domino i tetti delle auto, obbligate a rallentare dietro il passo del cavallo, prudente sull’asfalto. Sprovvisti di senso epico, i monelli portoricani che giocano sui marciapiedi mi danno la baia.
A Central Park, buon fondo un po’ fangoso; per i prati corrono i soliti scoiattoli; intorno, nell’aria meravigliosamente serena s’alzano i grattacieli; rimbalzo in arcioni cercando invano di prendere il ritmo del trotto; l’amazzone che mi accompagna, leggera in sella, mi grida istruzioni tecniche che non capisco; il mio cavallo s’invischia in pantani o si caccia sotto fronde basse in cui m’impiglio; la bianca scia d’un reattore si perde sopra i grigi grattacieli che sfumano downtown; e questa città, che è sempre stata degli ultimi venuti, da oggi è mia
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books.google.it

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DA BUON ITALIANO, CALVINO NON RISPARMIA GIUDIZI E SENSAZIONI SULLE DONNE AMERICANE: SI SCOPRE UNA NEW YORK PIENA DI RAGAZZE SINGLE ED EMANCIPATE, MENTRE NELLE PICCOLE CITTADINE LE GIOVANI SONO QUASI TUTTE MARITATE.
SUL TEMA DONNE PIÙ VOLTE VIENE RICHIAMATA LA TESTIMONIANZA DI UN NON MEGLIO IDENTIFICATO GIOVANNI B., CONNAZIONALE RESIDENTE LAGGIÙ DA TEMPO E, A QUANTO SI INTUISCE, FERRATO SULL’ARGOMENTO.
GRANDE SENSO PRATICO DEGLI AMERICANI, POI, CHE LI PORTA A DEMOLIRE CASE CONSIDERATE VECCHIE DOPO DIECI ANNI, E A RICOSTRUIRNE DELLE NUOVE, MODIFICANDO SPESSO IL PROFILO URBANISTICO DEI QUARTIERI.
giovanni basile - sololibri.net - 2015
«Negli Stati Uniti sono stato preso da un desiderio di conoscenza e di possesso totale di una realtà multiforme e complessa e "altra da me", come non mi era mai capitato. È successo qualcosa di simile a un innamoramento. Tra innamorati, come è noto, si passa molto tempo a litigare; e anche adesso che sono tornato, ogni tanto mi sorprendo mentre tra me e me sto litigando con l'America; ma a ogni modo continuo a viverci dentro, mi butto avido e geloso su ogni cosa che sento o leggo di quel paese che pretendo d'esser solo io a capire».
Al ritorno dal suo primo viaggio americano, durato dal novembre del 1959 al maggio del 1960, Italo Calvino decide di rielaborare il diario con cui ha tenuto al corrente delle sue «avventure» gli amici einaudiani: intende farne un libro «come i Viaggi di Gulliver», dichiara. «Partendo per gli Stati Uniti, e anche durante il viaggio, spergiuravo che non avrei scritto un libro sull'America (ce n'è già tanti!). Invece ho cambiato idea.
I libri di viaggio sono un modo utile, modesto eppure completo di fare letteratura. Sono libri che servono praticamente, anche se, o proprio perché, i paesi cambiano d'anno in anno e fissandoli come li si è visti se ne registra la mutevole essenza; e si può in essi esprimere qualcosa che va al di là della descrizione dei luoghi visti, un rapporto tra sé e la realtà, un processo di conoscenza». Un ottimista in America racconta proprio «un processo di conoscenza».
Incontri, impressioni e riflessioni mettono a fuoco il mito americano, soprattutto dal punto di vista antropologico: la mentalità dei singoli e la società che ne deriva. Il calibratissimo montaggio dei capitoli segue le tappe della scoperta del «paese degli uomini che hanno scelto la geografia e non la storia»; il viaggio inizia e finisce a New York, «città impregnata di elettricità» che conquista Calvino «come una pianta carnivora assorbe una mosca». Il suo sguardo prefigura qua e là quello del signor
Palomar: «la coda bassa e larga di certe auto s'inarca nel bordo superiore come una sottile e falcata linea di sopracciglia e, sotto, i fari sono due enormi oblunghi dardeggianti hollywoodiani occhi di diva»; «il colore dell'America è il color parcheggio: una speciale mescolanza di celeste e grigio e rosa e verdolino, cioè le tinte pastello delle distese d'automobili sotto il sole».
In Un ottimista in America, Calvino racconta il presente della società americana – la rivolta dei neri e Martin Luther King, i beatniks e i sindacati, l'invasione dei portoricani, l'Actor's Studio, gli indiani nelle riserve, la borsa elettronica di Wall Street, le diverse confessioni religiose – e annota abitudini o dettagli destinati a segnare il futuro della vecchia Europa: donne che «hanno la possibilità di scegliere il cavaliere e il marito e di cambiarlo, di non restare mai a cenare a casa sole»; cambiamenti dell'editoria: «Nelle stazioni delle autostrade, i bar vendono anche libri.
Accanto a ogni banco di cafeteria c'è l'edicola rotante dei paperbacks»; novità come i computers, le carte di credito e la televisione a colori; il paesaggio urbano con i supermarkets, «cattedrali» della civiltà del consumo, e «il nodo di autostrade cui sempre si giunge nelle vicinanze delle città».
«E dall'aereo, guardando terra, cosa vedi? Pollock, sempre Pollock».

librimondadori.it


AMERICA
is the land of the richness of life, of the fullness of every hour in the day, the country which gives you the sense of carrying out a huge amount of activity, even though in fact you achieve very little, the country where solitude is impossible .
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What counts is what we are and the way we deepen our relationship with the world and with others,a relationship that can be one of both love for all that exists and of desire for its transformation .

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14 RAGIONI PER LEGGERE I CLASSICI  -   .PDF
1
I CLASSICI SONO QUEI LIBRI DI CUI SI SENTE DIRE DI SOLITO: STO RILEGGENDO .. E MAI .. STO LEGGENDO ..
2
SI DICONO CLASSICI QUEI LIBRI CHE COSTITUISCONO UNA RICCHEZZA PER CHI LI HA LETTI E AMATI MA COSTITUISCONO UNA RICCHEZZA NON MINORE PER CHI SI RISERBA LA FORTUNA DI LEGGERLI PER LA PRIMA VOLTA NELLE CONDIZIONI MIGLIORI PER GUSTARLI .
3
I CLASSICI SONO LIBRI CHE ESERCITANO UN'INFLUENZA PARTICOLARE SIA QUANDO S'IMPONGONO COME INDIMENTICABILI SIA QUANDO SI NASCONDONO NELLE PIEGHE DELLA MEMORIA MIMETIZZANDOSI DA INCONSCIO COLLETTIVO O INDIVIDUALE .
4
D'UN CLASSICO OGNI RILETTURA È UNA LETTURA DI SCOPERTA COME LA PRIMA.
5
D'UN CLASSICO OGNI PRIMA LETTURA È IN REALTÀ UNA RILETTURA .
6
UN CLASSICO È UN LIBRO CHE NON HA MAI FINITO DI DIRE QUEL CHE HA DA DIRE .  a classic is a book that has never finished saying what it has to say
7
I CLASSICI SONO QUEI LIBRI CHE CI ARRIVANO PORTANDO SU DI SÉ LA TRACCIA DELLE LETTURE CHE HANNO PRECEDUTO LA NOSTRA E DIETRO DI SÉ LA TRACCIA CHE HANNO LASCIATO NELLA CULTURA O NELLE CULTURE CHE HANNO ATTRAVERSATO - O PIÙ SEMPLICEMENTE NEL LINGUAGGIO O NEL COSTUME.
8
UN CLASSICO È UN'OPERA CHE PROVOCA INCESSANTEMENTE UN PULVISCOLO DI DISCORSI CRITICI SU DI SÉ MA CONTINUAMENTE SE LI SCROLLA DI DOSSO.
9
I CLASSICI SONO LIBRI CHE QUANTO PIÙ SI CREDE DI CONOSCERLI PER SENTITO DIRE TANTO PIÙ QUANDO SI LEGGONO DAVVERO SI TROVANO NUOVI INASPETTATI INEDITI.
10
CHIAMASI CLASSICO UN LIBRO CHE SI CONFIGURA COME EQUIVALENTE DELL'UNIVERSO AL PARI DEGLI ANTICHI TALISMANI.
11
IL TUO CLASSICO È QUELLO CHE NON PUÒ ESSERTI INDIFFERENTE E CHE TI SERVE PER DEFINIRE TE STESSO IN RAPPORTO E MAGARI IN CONTRASTO CON LUI.
12
UN CLASSICO È UN LIBRO CHE VIENE PRIMA DI ALTRI CLASSICI MA CHI HA LETTO PRIMA GLI ALTRI E POI LEGGE QUELLO RICONOSCE SUBITO IL SUO POSTO NELLA GENEALOGIA.
13
È CLASSICO CIÒ CHE TENDE A RELEGARE L'ATTUALITÀ AL RANGO DI RUMORE DI FONDO MA NELLO STESSO TEMPO DI QUESTO RUMORE DI FONDO NON PUÒ FARE A MENO .
14
È CLASSICO CIÒ CHE PERSISTE COME RUMORE DI FONDO ANCHE LÀ DOVE L'ATTUALITÀ PIÙ INCOMPATIBILE FA DA PADRONA.
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LEGGERE PER LA PRIMA VOLTA UN GRANDE LIBRO IN ETÀ MATURA È UN PIACERE STRAORDINARIO: DIVERSO - MA NON SI PUÒ DIRE MAGGIORE O MINORE - RISPETTO A QUELLO DI AVERLO LETTO IN GIOVENTÙ. LA GIOVENTÙ COMUNICA ALLA LETTURA COME A OGNI ALTRA ESPERIENZA UN PARTICOLARE SAPORE E UNA PARTICOLARE IMPORTANZA; MENTRE IN MATURITÀ SI APPREZZANO - SI DOVREBBERO APPREZZARE - MOLTI DETTAGLI E LIVELLI E SIGNIFICATI IN PIÙ.

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ITALIANI VI ESORTO AI CLASSICI - L'ESPRESSO 28 GIUGNO 1981 - PP. 58-68 - PERCHÉ LEGGERE I CLASSICI - 1995
it.wikiquote.org - keynes.scuola.bo.it - unife  -
   nybooks.com/1986/why-read-the-classics

Leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere
e ancora nessuno sa cosa sarà
...

Ogni nuovo libro che leggo

entra a far parte di quel libro complessivo e unitario

che è la somma delle mie letture

...


 



APOLOGO SULL’ONESTÀ NEL PAESE DEI CORROTTI
C'ERA UN PAESE CHE SI REGGEVA SULL'ILLECITO. NON CHE MANCASSERO LE LEGGI, NÉ CHE IL SISTEMA POLITICO NON FOSSE BASATO SU PRINCIPI CHE TUTTI PIÙ O MENO DICEVANO DI CONDIVIDERE. MA QUESTO SISTEMA, ARTICOLATO SU UN GRAN NUMERO DI CENTRI DI POTERE, AVEVA BISOGNO DI MEZZI FINANZIARI SMISURATI (NE AVEVA BISOGNO PERCHÉ QUANDO CI SI ABITUA A DISPORRE DI MOLTI SOLDI NON SI È PIÙ CAPACI DI CONCEPIRE LA VITA IN ALTRO MODO) E QUESTI MEZZI SI POTEVANO AVERE SOLO ILLECITAMENTE, CIOÈ CHIEDENDOLI A CHI LI AVEVA, IN CAMBIO DI FAVORI ILLECITI. OSSIA, CHI POTEVA DAR SOLDI IN CAMBIO DI FAVORI, IN GENERE GIÀ AVEVA FATTO QUESTI SOLDI MEDIANTE FAVORI OTTENUTI IN PRECEDENZA; PER CUI NE RISULTAVA UN SISTEMA ECONOMICO IN QUALCHE MODO CIRCOLARE E NON PRIVO DI UNA SUA ARMONIA.
NEL FINANZIARSI PER VIA ILLECITA, OGNI CENTRO DI POTERE NON ERA SFIORATO DA ALCUN SENSO DI COLPA, PERCHÉ PER PROPRIA MORALE INTERNA CIÒ CHE ERA FATTO NELL’INTERESSE DEL GRUPPO ERA LECITO, ANZI ERA BENEMERITO, IN QUANTO OGNI GRUPPO IDENTIFICAVA IL PROPRIO POTERE COL BENE COMUNE; L’ILLEGALITÀ FORMALE QUINDI NON ESCLUDEVA UNA SUPERIORE LEGALITÀ SOSTANZIALE.
VERO È CHE IN OGNI TRANSAZIONE ILLECITA A FAVORE DI ENTITÀ COLLETTIVE È USANZA CHE UNA QUOTA PARTE RESTI IN MANO DI SINGOLI INDIVIDUI, COME EQUA RICOMPENSA DELLE INDISPENSABILI PRESTAZIONI DI PROCACCIAMENTO E MEDIAZIONE: QUINDI L’ILLECITO CHE PER LA MORALE DEL GRUPPO ERA LECITO, PORTAVA CON SÉ UNA FRANGIA D’ILLECITO ANCHE PER QUELLA MORALE.
MA A GUARDAR BENE, IL PRIVATO CHE SI TROVA AD INTASCARE LA SUA TANGENTE INDIVIDUALE SULLA TANGENTE COLLETTIVA, ERA SICURO DI AVER FATTO AGIRE IL PROPRIO TORNACONTO INDIVIDUALE IN FAVORE DEL TORNACONTO COLLETTIVO, CIOÈ POTEVA CONVINCERSI CHE LA SUA PROPRIA CONDOTTA ERA NON SOLO LECITA MA BENEMERITA.
IL PAESE AVEVA NELLO STESSO TEMPO ANCHE UN DISPENDIOSO BILANCIO UFFICIALE, ALIMENTATO DALLE IMPOSTE SU OGNI ATTIVITÀ LECITA, E FINANZIAVA LECITAMENTE TUTTI COLORO CHE LECITAMENTE O ILLECITAMENTE RIUSCIVANO A FARSI FINANZIARE. POICHÉ IL QUEL PAESE NESSUNO ERA DISPOSTO NON DICIAMO A FARE BANCAROTTA, MA NEPPURE A RIMETTERCI DI SUO (E NON SI VEDE IN NOME DI CHE COSA SI SAREBBE POTUTO PRETENDERE CHE QUALCUNO CI RIMETTESSE), LA FINANZA PUBBLICA SERVIVA AD INTEGRARE LECITAMENTE IN NOME DEL BENE COMUNE I DISAVANZI DELLE ATTIVITÀ CHE SEMPRE IN NOME DEL BENE COMUNE SI ERANO DISTINTE PER VIA ILLECITA.
LA RISCOSSIONE DELLE TASSE CHE IN ALTRE EPOCHE E CIVILTÀ POTEVA AMBIRE DI FAR LEVA SUL DOVERE CIVICO, QUI RITORNAVA SULLA SCHIETTA SOSTANZA DELL’ATTO DI FORZA (COSÌ COME IN CERTE LOCALITÀ ALL’ESAZIONE DA PARTE DELLO STATO SI AGGIUNGEVA QUELLA DI ORGANIZZAZIONI GANGSTERISTICHE O MAFIOSE), ATTO DI FORZA CUI IL CONTRIBUENTE SOTTOSTAVA PER EVITARE GUAI MAGGIORI, PUR PROVANDO ANZICHÉ SOLLIEVO DEL DOVERE COMPIUTO LA SENSAZIONE SGRADEVOLE DI UNA COMPLICITÀ PASSIVA CON LA CATTIVA AMMINISTRAZIONE DELLA COSA PUBBLICA E CON IL PRIVILEGIO DELLE ATTIVITÀ ILLECITE, NORMALMENTE ESENTATE DA OGNI IMPOSTA.
DI TANTO IN TANTO, QUANDO MENO CE LO SI ASPETTAVA, UN TRIBUNALE DECIDEVA DI APPLICARE LE LEGGI, PROVOCANDO PICCOLI TERREMOTI IN QUALCHE CENTRO DI POTERE E ANCHE ARRESTI DI PERSONE CHE AVEVANO AVUTO FINO AD ALLORA LE LORO RAGIONI PER CONSIDERARSI IMPUNIBILI. IN QUEI CASI IL SENTIMENTO DOMINANTE, ANZICHÉ DI SODDISFAZIONE PER LA RIVINCITA DELLA GIUSTIZIA, ERA IL SOSPETTO CHE SI TRATTASSE DI UN REGOLAMENTO DI CONTI DI UN CENTRO DI POTERE CONTRO UN ALTRO CENTRO DI POTERE. COSÌ CHE ERA DIFFICILE STABILIRE SE LE LEGGI ERANO USABILI ORMAI COME ARMI TATTICHE E STRATEGICHE NELLE GUERRE INTESTINE TRA INTERESSI ILLECITI, OPPURE SE I TRIBUNALI PER LEGITTIMARE I LORO COMPITI ISTITUZIONALI DOVESSERO ACCREDITARE L’IDEA CHE ANCHE LORO ERANO CENTRI DI POTERE E DI INTERESSI ILLECITI COME TUTTI GLI ALTRI.
NATURALMENTE UNA TALE SITUAZIONE ERA PROPIZIA ANCHE PER LE ASSOCIAZIONI A DELINQUERE DI TIPO TRADIZIONALE, CHE COI SEQUESTRI DI PERSONA E GLI SVALIGIAMENTI DI BANCHE S’INSERIVANO COME UN ELEMENTO DI IMPREVEDIBILITÀ NELLA GIOSTRA DEI MILIARDI, FACENDONE DEVIARE IL FLUSSO VERSO PERCORSI SOTTERRANEI, DA CUI PRIMA O POI CERTO RIEMERGEVANO IN MILLE FORME INASPETTATE DI FINANZA LECITA O ILLECITA.
IN OPPOSIZIONE AL SISTEMA, GUADAGNAVANO TERRENO LE ORGANIZZAZIONI DEL TERRORE CHE, USANDO QUEGLI STESSI METODI DI FINANZIAMENTO DELLA TRADIZIONE FUORILEGGE, E CON BEN DOSATO STILLICIDIO D’AMMAZZAMENTI DISTRIBUITI TRA TUTTE LE CATEGORIE DI CITTADINI ILLUSTRI E OSCURI, SI PROPONEVANO COME L’UNICA ALTERNATIVA GLOBALE AL SISTEMA. MA IL LORO EFFETTO SUL SISTEMA ERA QUELLO DI RAFFORZARLO FINO A DIVENTARNE IL PUNTELLO INDISPENSABILE, E NE CONFERMAVANO LA CONVINZIONE D’ESSERE IL MIGLIOR SISTEMA POSSIBILE E DI NON DOVER CAMBIARE NULLA.
COSÌ TUTTE LE FORME DI ILLECITO, DA QUELLE PIÙ SORNIONE A QUELLE PIÙ FEROCI, SI SALDAVANO IN UN SISTEMA CHE AVEVA UNA SUA STABILITÀ E COMPATTEZZA E COERENZA E NEL QUALE MOLTISSIME PERSONE POTEVANO TROVARE IL LORO VANTAGGIO PRATICO SENZA PERDERE IL VANTAGGIO MORALE DI SENTIRSI CON LA COSCIENZA A POSTO. AVREBBERO POTUTO DUNQUE DIRSI UNANIMEMENTE FELICI, GLI ABITANTI DI QUEL PAESE, NON FOSSE STATO PER UNA PUR SEMPRE NUMEROSA CATEGORIA DI CITTADINI CUI NON SI SAPEVA QUALE RUOLO ATTRIBUIRE: GLI ONESTI.
ERANO, COSTORO, ONESTI NON PER QUALCHE SPECIALE RAGIONE (NON POTEVANO RICHIAMARSI A GRANDI PRINCÌPI, NÉ PATRIOTTICI NÉ SOCIALI NÉ RELIGIOSI, CHE NON AVEVANO PIÙ CORSO); ERANO ONESTI PER ABITUDINE MENTALE, CONDIZIONAMENTO CARATTERIALE, TIC NERVOSO. INSOMMA NON POTEVANO FARCI NIENTE SE ERANO COSÌ, SE LE COSE CHE STAVANO LORO A CUORE NON ERANO DIRETTAMENTE VALUTABILI IN DENARO, SE LA LORO TESTA FUNZIONAVA SEMPRE IN BASE A QUEI VIETI MECCANISMI CHE COLLEGANO IL DENARO AL LAVORO, LA STIMA AL MERITO, LA SODDISFAZIONE PROPRIA ALLA SODDISFAZIONE DI ALTRE PERSONE.
IN QUEL PAESE CHE SI SENTIVA SEMPRE A POSTO, GLI ONESTI ERANO I SOLI A FARSI SEMPRE DEGLI SCRUPOLI, A CHIEDERSI IN OGNI MOMENTO CHE COSA AVREBBERO DOVUTO FARE. SAPEVANO CHE FARE LA MORALE AGLI ALTRI, INDIGNARSI, PREDICARE LA VIRTÙ SONO COSE CHE RISCUOTONO TROPPO FACILMENTE L’APPROVAZIONE DI TUTTI, IN BUONA O IN MALA FEDE.
IL POTERE NON LO TROVAVANO ABBASTANZA INTERESSANTE PER SOGNARLO PER SÉ (O ALMENO QUEL POTERE CHE INTERESSAVA AGLI ALTRI); NON SI FACEVANO ILLUSIONI CHE IN ALTRI PAESI NON CI FOSSERO LE STESSE MAGAGNE, ANCHE SE TENUTE PIÙ NASCOSTE; IN UNA SOCIETÀ MIGLIORE NON SPERAVANO PERCHÉ SAPEVANO CHE IL PEGGIO È SEMPRE PIÙ PROBABILE.
DOVEVANO RASSEGNARSI ALL’ESTINZIONE? NO, LA LORO CONSOLAZIONE ERA PENSARE CHE COSÌ COME IN MARGINE A TUTTE LE SOCIETÀ DURANTE MILLENNI S’ERA PERPETUATA UNA CONTROSOCIETÀ DI MALANDRINI, DI TAGLIABORSE, DI LADRUNCOLI, DI GABBAMONDO, UNA SOCIETÀ CHE NON AVEVA MAI AVUTO NESSUNA PRETESA DI DIVENTARE “LA” SOCIETÀ, MA SOLO DI SOPRAVVIVERE NELLE PIEGHE DELLA SOCIETÀ DOMINANTE E AFFERMARE IL PROPRIO MODO DI ESISTERE A DISPETTO DEI PRINCÌPI CONSACRATI, E PER QUESTO AVEVA DATO DI SÉ (ALMENO SE VISTA NON TROPPO DA VICINO) UN’IMMAGINE LIBERA E ALLEGRA E VITALE, COSÌ LA CONTROSOCIETÀ DEGLI ONESTI FORSE SAREBBE RIUSCITA A PERSISTERE ANCORA PER SECOLI, IN MARGINE AL COSTUME CORRENTE, SENZA ALTRA PRETESA CHE DI VIVERE LA PROPRIA DIVERSITÀ, DI SENTIRSI DISSIMILE DA TUTTO IL RESTO, E A QUESTO MODO MAGARI AVREBBE FINITO PER SIGNIFICARE QUALCOSA D’ESSENZIALE PER TUTTI, PER ESSERE IMMAGINE DI QUALCOSA CHE LE PAROLE NON SANNO PIÙ DIRE, DI QUALCOSA CHE NON È STATO ANCORA DETTO E ANCORA NON SAPPIAMO COS’È.
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Italo Calvino - la Repubblica 15 marzo 1980
carlo forin - tellusfoglio.it - girodivite.it - eddyburg.it - internetculturale.it - skyblog.

 

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i  CLASSICI  quanto più si crede di conoscerli per sentito dire tanto più quando

si leggono davvero si trovano nuovi inaspettati inediti

perchè leggere i classici

 

la lettura è un atto necessariamente individuale

molto più bello dello scrivere

La lettura è solitudine

Si legge da soli anche quando si è in due

se una notte d'inverno un viaggiatore

 

se infelice è l'innamorato che invoca baci di cui non sa il sapore, mille

volte più infelice è chi questo sapore gustò appena e poi gli fu negato

il cavaliere inesistente

 

chi ha occhio  trova quel che cerca anche ad occhi chiusi

marcovaldo

 

Vorrei essere Mercuzio.
Delle sue virtù, ammiro soprattutto la Leggerezza in un mondo pieno di brutalità

la fantasia sognante  - il poeta della regina Mab – e al tempo stesso la saggezza

la voce della ragione in mezzo agli odi fanatici fra Capuleti e Montecchi.
Egli si attiene al vecchio codice della cavalleria a prezzo della vita forse solo per ragioni di stile

eppure è un uomo moderno, scettico e ironico

un don chisciotte che sa benissimo che cosa sono i sogni e

che cos'è la realtà e li vive entrambi ad occhi aperti    

leggerezza - 1984

 

 

La vita, pensò il nudo, era un inferno, con rari richiami d'antichi felici paradisi
uno dei tre è ancora vivo

 

 

C’era la primavera, quel mattino

cioè c’era nell’aria quel senso improvviso di scoperta che si prova tutti gli anni

un mattino, quel ricordarsi una cosa come dimenticata da mesi
ultimo viene il corvo

Uscirono dall’acqua e proprio lì vicino alla piscina trovarono un tavolino col ping-ping. Giovannino diede subito un colpo di racchetta alla palla: Serenella fu svelta dall’altra parte a rimandargliela. Giocavano così, dando botte leggere perché da dentro alla villa non sentissero. A un tratto un tiro rimbalzò alto e Giovannino per pararlo fece volare la palla via lontano; batté sopra un gong sospeso tra i sostegni d’una pergola, che vibrò cupo e a lungo. I due bambini si rannicchiarono dietro un’aiuola di ranuncoli. Subito arrivarono due servitori in giacca bianca, reggendo grandi vassoi, posarono i vassoi su un tavolo rotondo sotto un ombrellone a righe gialle e arancio e se ne andarono.

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Quando rialzò il capo era venuto il corvo. C’era nel cielo sopra di lui un uccello che volava a giri lenti, un corvo forse. Adesso certo il ragazzo gli avrebbe sparato. Ma lo sparo tardava a farsi sentire. Forse il corvo era troppo alto? Eppure ne aveva colpito di più alti e veloci. Alla fine una fucilata: adesso il corvo sarebbe caduto, no, continuava a girare lento, impassibile. Cadde una pigna, invece, da un pino lì vicino. Si metteva a tirare alle pigne, adesso? A una a una colpiva le pigne che cascavano con una botta secca.
A ogni sparo il soldato guardava il corvo: cadeva? No, l’uccello nero girava sempre più basso sopra di lui. Possibile che il ragazzo non lo vedesse? For- se il corvo non esisteva, era una sua allucinazione. Forse chi sta per morire vede passare tutti gli uccelli: quando vede il corvo vuol dire che è l’ora. Pure, bisognava avvertire il ragazzo che continuava a sparare alle pigne. Allora il soldato si alzò in piedi e indicando l’uccello nero col dito. «Là c’è il corvo!» gridò, nella sua lingua. Il proiettile lo prese giusto in mezzo a un’aquila ad ali spiegate che aveva ricamata sulla giubba. Il corvo s’abbassava lentamente, a giri.

ultimo viene il corvo - 1946

 

 

 
L'INCONSCIO È IL MARE DEL NON DICIBILE
DELL'ESPULSO FUORI DAI CONFINI DEL LINGUAGGIO
DEL RIMOSSO IN SEGUITO AD ANTICHE PROIBIZIONI

ic

 

 

 

OGNI PAESE – PENSÒ – ANCHE QUELLO CHE PARE PIÙ OSTILE E DISUMANO, HA DUE VOLTI
A UN CERTO PUNTO FINISCI PER SCOPRIRE QUELLO BUONO, CHE C'ERA SEMPRE STATO
SOLO CHE TU NON LO VEDEVI E NON SAPEVI SPERARE.
paese infido

 

 

 

 

La poesia è l'arte di far entrare il mare in un bicchiere

IC

 

*

CALVINO BOOKMARK INTERVIEW 1985
RARE INTERVIEW WITH THE GREAT AUTHOR ITALO CALVINO
RECORDED JUST BEFORE HIS DEATH AND BROADCAST ON BBC TV JUST AFTER HIS DEATH.

 

 

I would like to swim against the stream of time: I would like to erase the consequences of certain events and restore an initial condition. But every moment of my life brings with it an accumulation of new facts, and each of these new facts brings with it its consequences; so the more I seek to return to the zero moment from which I set out, the further I move away from it.

...

If one wanted to depict the whole thing graphically, every episode, with its climax, would require a three-dimensional, or, rather, no model: every experience is unrepeatable. What makes love making and reading resemble each other most is that within both of them times and spaces open, different from measurable time and space.
...
Don't be amazed if you see my eyes always wandering. In fact, this is my way of reading, and it is only in this way that reading proves fruitful to me. If a book truly interests me, I cannot follow it for more than a few lines before my mind, having seized on a thought that the text suggests to it, or a feeling, or a question, or an image, goes off on a tangent and springs from thought to thought, from image to image, in an itinerary of reasonings and fantasies that I feel the need to pursue to the end, moving away from the book until I have lost sight of it. The stimulus of reading is indispensable to me, and of meaty reading, even if, of every book, I manage to read no more than a few pages. But those few pages already enclose for me whole universes, which I can never exhaust.

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What harbor can receive you more securely than a great library? Certainly there is one in the city from which you set out and to which you have returned after circling the world from book to book.
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if on a winter's night a traveler   < versione italiano

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only in a superficial sense can lies be said to exclude the truth; you will be aware that in many cases lies-the patient's lies to the psychoanalyst-are just as revealing as the truth, if not more so ...
...
Maybe you have to become a mother to get to the real sense of everything. Or a prostitute.

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numbers in the dark and other stories / prima che tu dica pronto   -   .PDF   -  <  versione inglese

 

 

 

ELSA DE GIORGI
VOGLIO PRENDERTI SCRIVENDO
CERTO, IL MIO AMORE PER TE È NATO COME UNA PROTESTA DI INDIVIDUALISTA (E QUINDI D'ALTERA SOLITUDINE) PROTESTA CONTRO TUTTO UN CLIMA MOSSO DA UN BISOGNO PROFONDISSIMO, MA CON UN SIGNIFICATO GENERALE, UNA LEZIONE PER TUTTI, DI NON-RINUNCIA, DI CORAGGIO ALLA FELICITÀ. COME QUESTA LEZIONE SI TRADURRÀ NELL'OPERA CREATIVA È ANCORA DA VEDERSI  ... ... SE MI MANCASSE IL TUO AMORE TUTTA LA MIA VITA MI SI SGOMITOLEREBBE ADDOSSO. ... ... TU SEI UN'EROINA DI IBSEN, IO MI CREDEVO UN UOMO DI CECHOV.
MA NON È VERO, NON È VERO. GLI EROI DI CECHOV HANNO LA PATETICITÀ E LA NOBILTÀ DEGLI SCONFITTI. IO NO: O VINCO O MI ANNULLO NEL VUOTO INCOLORE. E VINCO, VINCO, SOTTO LE TUE FRUSTATE ... ... NO, CARA, NON HAI NULLA DELL'EROINA DANNUNZIANA, SEI UNA GRANDE DONNA PRATICA E CORAGGIOSA, CHE SI MUOVE DA REGINA E DA AMAZZONE E TRASFORMA LA VITA PIÙ ACCIDENTATA E DIFFICILE IN UNA MERAVIGLIOSA CAVALCATA D'AMORE ...
... HO LA TUA LETTERA DAL TRENO – CARA, AMORE –
HO SEMPRE UN'APPRENSIONE QUANDO APRO UNA TUA LETTERA E UNO SLANCIO ENORME DI GRATITUDINE E AMORE LEGGENDO LE TUE PAROLE D'AMORE. IL RITRATTO DEL GIOVANE P.P. (PIER PAOLO PASOLINI, NDR) È MOLTO BELLO, UNO DEI MIGLIORI DELLA TUA VENA RITRATTISTICA, DI QUESTA TUA INTELLIGENZA DELLE PERSONALITÀ UMANE FATTA DI DISCREZIONE E CAPACITÀ DI INTENDERE I TIPI PIÙ DIVERSI, QUESTA TUA GRAN DOTE LARGAMENTE PROVATA NEI COETANEI. È LA STESSA DOTE CHE PORTATA ALL'ESTREMO ACCANIMENTO DELL'AMORE TI FA DIRE DELLE COSE COSÌ ACUTE E SORPRENDENTI QUANDO PARLI CON ME DI ME CHE TI STO A SENTIRE A BOCCA APERTA, ABBACINATO INSIEME D'AMMIRAZIONE PER L'INTELLIGENZA, O INCONFESSABILE NARCISISMO, E DI GRATITUDINE AMOROSA. ...
... HO PIÙ CHE MAI BISOGNO DI STARE FRA LE TUE BRACCIA.
E QUESTO TUO GHIRIBIZZO DI CIVETTARE CHE ORA TI RIPIGLIA NON MI PIACE NIENTE, LO GIUDICO UN'INTRUSIONE DI UN MOTIVO PSICOLOGICO COMPLETAMENTE ESTRANEO ALL'ATMOSFERA CHE DEVE REGNARE TRA NOI. GIOIA CARA, VORREI UNA STAGIONE IN CUI NON CI FOSSI PER ME CHE TU E CARTA BIANCA E VOGLIA DI SCRIVERE COSE LIMPIDE E FELICI. UNA STAGIONE E NON LA VITA? ... ... ORA BASTA, PERCHÉ HO COMINCIATO COSÌ QUESTA LETTERA, IO VOGLIO SCRIVERE DEL NOSTRO AMORE, VOGLIO AMARTI SCRIVENDO, PRENDERTI SCRIVENDO, NON ALTRO. È FORSE ANCHE QUI LA PAURA DI SOFFRIRE CHE PRENDE IL SOPRAVVENTO?
CARA,
CARA, MI CONOSCI TROPPO, MA NO, TROPPO POCO, DEVO ANCORA FARMI CONOSCERE DA TE, DEVO ANCORA SCOPRIRMI A TE, STUPIRTI, HO BISOGNO DI FARMI AMMIRARE DA TE COME IO CONTINUAMENTE TI AMMIRO. STO SCRIVENDO UNA COSA SU THOMAS MANN PER IL CONTEMPORANEO – SOTTO FORMA DI LETTERA – SU COSA SIGNIFICA PER ME IL SUO ATTEGGIAMENTO D'UOMO CLASSICO E RAZIONALE AL COSPETTO DELL'ESTREMA CRISI ROMANTICA E IRRAZIONALE DEL NOSTRO TEMPO. SONO TEMI CHE RITORNANO PUNTUALMENTE NELLA CULTURA E NELL'ARTE CONTEMPORANEA COME NELLA MIA VITA: IL MIO RAPPORTO CON PAVESE , O LA COSCIENZA DELLA POESIA, IL MIO RAPPORTO CON TE, O LA COSCIENZA DELL'AMORE ...
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SIAMO DAVVERO DROGATI: NON POSSO VIVERE FUORI DAL CERCHIO MAGICO DEL NOSTRO AMORE 
- italo calvino
300 lettere a elsa de giorgi  - attrice - scrittrice -  costumista -  scenografa - regista  -  con la quale ebbe una relazione di  tre anni terminata inizio anni 60  - depositate dal 1994 presso il fondo manoscritti - pavia

archivio.panorama.it

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Ho visto partire il tuo treno -  Elsa de' Giorgi
Fu in quel momento, torturato dall’amore, che Calvino cominciò a sognare una vita sugli alberi
Elsa de’ Giorgi è stata una donna bellissima, una delle più belle del suo tempo; un’attrice importante nell’epoca dei telefoni bianchi, ma invisa al regime fascista per le sue coraggiose posizioni politiche che la porteranno in seguito a sostenere concretamente la Resistenza romana. Grazie al suo matrimonio con il nobile Contini Bonacossi poté contare su una collezione d’arte che spaziava da Cimabue a Goya. E nella sua casa, ormai circolo letterario di gran profilo, fecero capolino molte tra le figure della letteratura più importanti degli anni cinquanta. Proprio in quel periodo, Elsa de’ Giorgi intesse una relazione appassionata con Italo Calvino, al centro di questo libro, Ho visto partire il tuo treno. Dal sentimento travolgente per l’attrice-contessa al travaglio intimo per la crisi esistenziale di una generazione, sullo sfondo del dramma ungherese del 1956, fra viaggi in treno e incontri rubati, si snoda la storia che segna la vita e l’opera del grande scrittore italiano.
feltrinellieditore.it   -   2017

 

 


Il tempo gli portò sulla fronte delle rughe orizzontali e qualche ciuffo grigio sulle tempie: ma nel fisico non molto altro.     Aveva in giovinezza, la persona asciutta, prosciugata, svelta, diritta:    e così rimase.
il sole e la luna - natalia ginzburg -  1985

Everything can change, but not the language that we carry inside us, like a world more exclusive and final than one's mother's womb.  -IC
the uses of literature

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