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Italo Giovanni Calvino Mameli

 

 

Lezioni americane  -  esattezza
La precisione per gli antichi Egizi era simboleggiata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime. Quella piuma leggera aveva nome Maat, dea della bilancia. Il geroglifico di Maat indicava anche l’unità di lunghezza, i 33 centimetri del mattone unitario, e anche il tono fondamentale del flauto.
Queste notizie provengono da una conferenza di Giorgio de Santillana sulla precisione degli antichi nell’osservare i fenomeni celesti: una conferenza che ascoltai in Italia nel 1963 e che ebbe una profonda influenza su di me. Da quando sono qui ripenso spesso a Santillana, perché fu lui a farmi da guida nel Massachusetts al tempo della mia prima visita in questo paese nel 1960. In memoria della sua amicizia, apro questa conferenza sull’esattezza in letteratura col nome di Maat, dea della bilancia. Tanto più che la Bilancia è il mio segno zodiacale.
Cercherò prima di tutto di definire il mio tema. Esattezza vuol dire per me soprattutto tre cose:
1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato;
2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo un aggettivo che non esiste in inglese, «icastico», dal greco eikastikòs;
3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.
Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvii? Credo che la mia prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.
Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.
Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura)  può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.

lezioni americane - 1988   -  
prom.it.rai

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L’eccessiva ambizione dei propositi può essere rimproverabile in molti campi d’attività, non in letteratura. La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là d’ogni possibilità di realizzazione: solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessun altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una funzione. Da quando la scienza diffida delle spiegazioni generali e delle soluzioni che non siano settoriali e specialistiche, la grande sfida per la letteratura è il saper tessere insieme i diversi saperi e i diversi codici in una visione plurima, sfaccettata del mondo.

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La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto.

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Certo la letteratura non sarebbe mai esistita se una parte degli esseri umani non fosse stata incline ad una forte introversione, ad una scontentezza per il mondo com’è, a un dimenticarsi delle ore e dei giorni fissando lo sguardo sull’immobilità delle parole mute.

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Ogni volta l'inizio è questo momento di distacco dalla molteplicità dei possibili:   per il narratore l'allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare questa sera;   per il poeta l'allontanare da sé un sentimento del mondo indifferenziato per isolare e connettere un accordo di parole in coincidenza con una sensazione o un pensiero.    L'inizio è anche l'ingresso in un mondo completamente diverso:     un mondo verbale.

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Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia .  in entrambi i casi è ricerca d'un'espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile .

lezioni americane

leggerezza
Dice Calvino parlando delle vocazioni opposte fra loro che si contendono il campo della letteratura attraverso i secoli:

l'una tende a fare del linguaggio un elemento senza peso che aleggia sopra le cose come una nube o, meglio, un pulviscolo sottile, o meglio ancora come un campo di impulsi magnetici; l'altra tende a comunicare al linguaggio il peso, lo spessore la concretezza delle cose, dei corpi, delle sensazioni  ...

la leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione non con la vaghezza e l'abbandono al caso ...

teknemedia.net - filosofico.net

resta ancora un filo, quello che avevo cominciato a svolgere all'inizio: la letteratura come funzione esistenziale, la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere.
lezioni americane - pag 33

forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l'inerzia, l'opacità del mondo: qualità che d'attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle.
lezioni americane - pag 8

Esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca.

 

Prendete la vita con leggerezza

che leggerezza non è superficialità

ma planare sulle cose dall’alto

non avere macigni sul cuore ...
La leggerezza per me

si associa con la precisione

e la determinazione

non con la vaghezza

e l’abbandono al caso.

Paul Valéry ha detto

Il faut etre léger comme l’oiseau

et non comme la plume

bisogna essere leggeri come l'uccello e non come la piuma

 

Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi del nuovo millennio sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come cimiteri d’automobili arrugginite.

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Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro.

2* parte - lucrezio e ovidio

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Quella speciale modulazione lirica ed esistenziale che permette di contemplare il proprio dramma come dal di fuori e dissolverlo in malinconia e ironia.

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Lezioni americane

Questo libro di Italo Calvino raccoglie cinque conferenze tenute all'università di Harvard negli Stati Uniti. Queste conferenze svoltesi nel 1985, parlano delle qualità letterarie più importanti che lo scrittore proietta nel nuovo millennio. Il libro è stato pubblicato postumo nel 1988.

‘valori letterari per il prossimo millennio’

-          leggerezza

-          rapidità

-          esattezza

-          visibilità

-          molteplicità

SONO RIMASTI APPUNTI SULLA SESTA LEZIONE RELATIVA ALLA ‘CONSISTENZA’.

Leggerezza

Dopo quarant'anni che scrivo fiction, dopo aver esplorato varie strade e compiuto esperimenti diversi, è venuta l'ora che io cerchi una definizione complessiva per il mio lavoro; proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso -  ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.

Rapidità

Mi limiterò a dirvi che sogno immense cosmologie, saghe ed epopee racchiuse nella dimensione  di un epigramma.

Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d’un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. ‘Ho bisogno di altri cinque anni’ disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto.

...
Dato che in ognuna di queste conferenze mi sono proposto di raccomandare al prossimo millennio un valore che mi sta a cuore, oggi il valore che voglio raccomandare è proprio questo: in un’epoca in cui altri media velocissimi e di estesissimo raggio trionfano, e rischiano d’appiattire ogni comunicazione in una crosta uniforme e omogenea, la funzione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è diverso in quanto è diverso, non ottundendone bensì esaltandone la differenza, secondo la vocazione propria del linguaggio scritto.

Esattezza

Come Hofmannsthal ha detto: ‘La profondità va nascosta. Dove? Alla superfice’. E Wittgenstein andava ancora più in là di Hofmannsthal, quando diceva:  ‘Ciò che è nascosto, non ci interessa’    ...

Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio.
Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine. Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco d’opporre l’unica difesa che riesco a concepire: un’idea della letteratura.

ESATTEZZA E INDETERMINATEZZA

l’ignoto è sempre più attraente del noto, la speranza e l’immaginazione sono l’unica consolazione dalle delusioni e dai dolori dell’esperienza. L’uomo proietta dunque il suo desiderio nell’infinito, prova piacere solo quando può immaginarsi che esso non abbia fine. Ma poiché la mente umana non riesce a concepire l’infinito, anzi si ritrae spaventata alla sola sua idea, non le resta che contentarsi dell’indefinito, delle sensazioni che confondendosi l’una con l’altra creano un’impressione d’illimitato, illusoria ma comunque piacevole.

Visibilità

C’è un verso di Dante nel Purgatorio (XVII, 25) che dice: ‘Poi piovve dentro a l’alta fantasia’. La mia conferenza di stasera partirà da questa constatazione:  la fantasia è un posto dove ci piove dentro.

Il pericolo che stiamo correndo è quello di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni ad occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall'allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini ...

Nell’ideazione d’un racconto la prima cosa che mi viene alla mente è un’immagine che per qualche ragione mi si presenta come carica di significato. Appena l’immagine è diventata abbastanza netta nella mia mente, mi metto a svilupparla in una storia, o meglio, sono le immagini stesse che sviluppano le loro potenzialità implicite, il racconto che esse portano dentro di sé. Attorno a ogni immagine ne nascono delle altre, si forma un campo di analogie, di simmetrie, di contrapposizioni. Nell’organizzazione di questo materiale che non è più solo visivo ma anche concettuale, interviene a questo punto anche una mia intenzione nell’ordinare e dare un senso allo sviluppo della storia. Nello stesso tempo la scrittura, la resa verbale, assume sempre più importanza; direi che dal momento in cui comincio a mettere nero su bianco, è la parola scritta che conta: prima come ricerca d’un equivalente dell’immagine visiva, poi come sviluppo coerente dell’impostazione stilistica iniziale, e a poco a poco resta padrona del campo. Sarà la scrittura a guidare il racconto nella direzione in cui l’espressione verbale scorre più felicemente, e all’immaginazione visuale non resta che tenerle dietro.

Molteplicità

Chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.
skuola.tiscali.it - michelmartone.org  -  uxmagazine.it  -  archimagazine.com  -  istitutobrunofranchetti.gov.it

giorgiopozzieditore.it/pdf/Lezioni-americane-inizio.pdf

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Come la melanconia è la tristezza diventata leggera

cosi lo humour è il comico che ha perso la pesantezza corporea (quella dimensione della carnalità umana che pur fa grandi Boccaccio e Rabelais) e mette in dubbio l'io e il mondo e tutta la rete di relazioni che li costituiscono. Melanconia e humour mescolati e inseparabili caratterizzano l'accento del Principe di Danimarca che abbiamo imparato a riconoscere in tutti o quasi i drammi shakespeariani sulle labbra dei tanti avatars del personaggio Amleto. Uno di essi, Jaques in As You Like It, cosi definisce la melanconia - atto IV, scena I:

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but it is a melancholy of my own,
compounded of many simples, extracted from
many objects, and indeed the sundry
contemplation of my travels, which, by
often rumination, wraps me in a most
humorous sadness.

...

è la mia peculiare malinconia
composta da elementi diversi, quintessenza
di varie sostanze, e più precisamente di
tante differenti esperienze di viaggi
durante i quali quel perpetuo ruminare mi
ha sprofondato in una capricciosissima
tristezza.

 
Non è una melanconia compatta e opaca, dunque, ma un velo di particelle minutissime d'umori e sensazioni, un pulviscolo d'atomi come tutto ciò che costituisce l'ultima sostanza della molteplicità delle cose.
lezioni americane

 

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giorgio albertazzi  - lezioni americane  -  2013/2014   -   www.rai.tv/dl/RaiTV  - dal teatro san babila - milano

ovunque stiamo andando cerchiamo di andarci con leggerezza - giorgio albertazzi

http://youtu.be/mbPowkWd704    - http://youtu.be/lw6VnGqo5NQ  - http://youtu.be/0Ipq1sk4FPw  - http://youtu.be/1Cex0-IA8Kg

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Le Lezioni americane sono cinque conferenze scritte nel 1985 per «Charles Eliot Norton Poetry Lectures » della Harvard University. Calvino era il primo italiano invitato a tenere quelle conferenze.
morì qualche mese prima della partenza per l’America e le Lezioni restarono allo stato di manoscritto inedito.
Solo
alcuni anni dopo sua moglie Ester le fece pubblicare e da qualche anno queste conferenze sono diventate teatrali grazie a Giorgio Albertazzi.
Sul palcoscenico una scrivania di libri e macchina da scrivere - quadri accatastati e lui nei panni di un professore che assistito da una giovane allieva prepara una conferenza sul tema della
leggerezza.
la parola è in primo piano - il tono discorsivo si fa più incalzante -
Albertazzi da vero mattatore alterna - cambia registro e a poco a poco diventa Calvino.
torinospettacoli.it - lastampa.it tlg - baritoday.it - 2013/2014

Giorgio Albertazzi ha mostrato tutto il suo fascino oratorio, la sua indiscussa capacità di dominare il palco, di tenere viva l'attenzione del pubblico senza un momento di flessione, reggendo per circa due ore uno spettacolo non facile, dando prova di una memoria eccezionale, restituendo significato e bellezza alle parole, recitando a memoria poesie di D'Annunzio - Montale e Shakespeare. Forse non tutti gli spettatori hanno colto integralmente quanto veniva con grande leggerezza illustrato.
' Ma l'importante non è capire ma sentire ' .
E tutti, anche i più stanchi e non del tutto preparati culturalmente hanno comunque "sentito" che stava andando in scena "una lezione" eccezionale che ha fatto alzare in piedi tutto il pubblico presente in una standing ovation.

redazione - trcgiornale.it - 2014

 

ALBERTAZZI/YOURCENAR  -  ADRIANO
ALBERTAZZI/CALVINO  -  LEZIONI AMERICANE

ALBERTAZZI/FO  -  TEATRO IN ITALIA

giorgioalbertazzi.it


L'atteggiamento scientifico e quello poetico coincidono
Entrambi sono atteggiamenti insieme di ricerca e di progettazione
di scoperta e di invenzione

una pietra sopra

 

COSMICOMICHE

Racconti di Italo Calvino che prendono il via da uno spunto scientifico esplicitamente citato come apertura del testo. L'enunciato scientifico evoca il contesto in cui la narrazione si svolge con una funzione molto simile alla descrizione della messa in scena di un copione teatrale.
Il mio intento era dimostrare come il discorso per immagini tipico del mito possa nascere da qualsiasi terreno: anche dal linguaggio più lontano da ogni immagine visuale come quello della scienza d'oggi. Anche leggendo il più tecnico libro scientifico o il più astratto libro di filosofia si può incontrare una frase che inaspettatamente fa da stimolo alla fantasia figurale … ne può scaturire uno sviluppo fantastico tanto nello spirito del testo di partenza quanto in una direzione completamente diversa .

da lezioni americane -  visibilità  - 1985
Il nome tradisce l'intento: cosmicomiche o comicosmiche deriva dai due termini cosmico e comico. Per cosmico deve intendersi soprattutto assoluto e dunque in grado di avere la grandezza del mito. Il termine comico, invece, non si riferisce tanto al genere letterario, quanto al temine inglese comics, che indica la striscia di vignette.           

torinoscienza.it           

http://it.wikipedia.org/wiki/Le_cosmicomiche

www.skuola.net/cosmocomiche.html

http://youtu.be/ZgbCrn7g-bc - tae teatro

http://youtu.be/V5rLXk0vg_c - premio strega 1966

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Le Cosmicomiche – lo confesso – mi erano giunte come una cosa irreale e interlocutoria.    Adesso egli mi riappare, non solo vero, ma più vero che mai, col suo ultimo libro, che non solo è il suo più bello, ma bello in assoluto.
pier paolo pasolini

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Le Cosmicomiche  1965
appartengono al vedere dell’immaginazione. Ho scritto le prime vent’anni fa partendo dalla constatazione che la scienza moderna, la fisica, la cosmologia, la biologia molecolare, non offrono immagini visive e possono essere comprese solo concettualmente, astrattamente.

La letteratura costruisce i ponti tra i modelli della logica scientifica e l’esperienza e il linguaggio quotidiani: più la scienza va avanti più c’è lavoro per la letteratura.

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Non esisteva né un prima né un dopo né un altrove da cui immigrare.

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Alle volte alzo lo sguardo alla Luna e penso a tutto il deserto, il freddo, il vuoto che pesano sull’altro piatto della bilancia, e sostengono questo nostro povero sfarzo.     Se sono saltato in tempo da questa parte è stato un caso.  So che sono debitore alla Luna di quanto ho sulla Terra, a quello che non c’è di quel che c’è.

la luna come un fungo - la memoria del mondo e altre storie cosmicomiche - 1968

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Mi ero insomma innamorato.   Vale a dire: avevo cominciato a riconoscere,   a isolare,   i segni di una da quelli delle altre,  anzi li aspettavo,  questi segni che avevo cominciato a riconoscere,  li cercavo, anzi rispondevo a questi segni che aspettavo con altri segni che facevo io,   anzi ero io a provocarli, questi segni di lei ai quali io rispondevo con  altri segni miei,   vale a dire io ero innamorato di lei e lei di me,   cosa si poteva desiderare di più dalla vita   ?

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LA DISTANZA DALLA LUNA
Non pensavo che alla Terra.

Era la Terra a far sì che ciascuno fosse proprio quel qualcuno e non altri; quassù, strappati alla Terra, era come se io non fossi più quell'io, né lei per me quella lei. Ero ansioso di tornare sulla Terra, e trepidavo nel timore d'averla perduta. compimento del mio sogno d'amore era durato solo quell’istante in cui c'eravamo congiunti roteando tra Terra e Luna; privato del suo terreno terrestre, il mio innamoramento ora non conosceva che la nostalgia straziante di ciò che ci mancava; un dove, un intorno, un prima, in poi.
Questo era ciò che io provavo. Ma lei? Chiedendomelo, ero diviso nei miei timori. Perché se anche lei non pensava che alla Terra, poteva essere un buon segno, d'un'intesa con me finalmente raggiunta, ma poteva anche essere segno che tutto era stato inutile, che era ancora solo al sordo che miravano i suoi desideri. Invece, nulla. Non levava mai lo sguardo al vecchio pianeta, se ne andava pallida fra quelle lande, borbottando nenie e carezzando l'arpa, come immedesimata nella sua provvisoria (io credevo) condizione lunare. Era segno che avevo vinto sul mio rivale? No; avevo perso; una sconfitta disperata. Perché ella aveva ben compreso che l'amore di mio cugino era solo per la Luna, e tutto quel che lei voleva ormai era diventare Luna, assimilarsi all'oggetto di quell'amore extraumano

Ed ecco: era chiaro che la punta di quell'asta avrebbe toccato la Luna, e la vedemmo sfiorare e premere il suolo squamoso, appoggiarvisi un momento, dare quasi una piccola spinta, anzi una forte spinta che la faceva allontanare di nuovo, e poi tornare a picchiare in quel punto come di rimbalzo, e di nuovo allontanarsi. E allora lo riconobbi, anzi, tutti e due - io e la signora - lo riconoscemmo, mio cugino, non poteva essere che lui, era lui che faceva il suo ultimo gioco con la Luna, un trucco dei suoi, con la Luna sulla punta della canna come se la tenesse in equilibrio. E ci accorgemmo che la sua bravura non mirava a nulla, non intendeva raggiungere nessun risultato pratico, anzi si sarebbe detto che la stesse spingendo via, la Luna, che ne stesse assecondando l'allontanamento, che la volesse accompagnare sulla sua orbita più distante. E anche questo era da lui: da lui che non sapeva concepire desideri in contrasto con la natura della Luna e il suo corso e il suo destino, e se la Luna ora tendeva ad allontanarsi da lui, ebbene egli godeva di questo allontanamento come aveva fino allora goduto della sua vicinanza.
Cosa doveva fare, di fronte a questo, la signora Vhd Vhd? Solo in quel momento ella mostrò fino a che punto il suo innamoramento per il sordo non era stato un frivolo capriccio ma un voto senza ritorno. Se quel che ora mio cugino amava era la Luna lontana, lei sarebbe rimasta lontana, sulla Luna. Lo intuii vedendo che non faceva un passo verso il bambù, ma solo rivolgeva l’arpa verso la Terra alta in cielo, pizzicando le corde. Dico che la vidi, ma in realtà fu solo con l'angolo dell'occhio che captai la sua immagine, perché appena l'asta aveva toccato la crosta lunare io ero saltato ad aggrapparmici, e ora rapido come un serpente m'arrampicavo per i nodi del bambù, salivo a scatti delle braccia e delle ginocchia, leggero nello spazio rarefatto come da una forza di natura che mi comandava di tornare sulla Terra, dimenticando il motivo che m'aveva portato lassù, o forse più che mai cosciente d'esso e del suo esito sfortunato, e già la scalata alla pertica ondeggiante era giunta al punto in cui non dovevo fare più alcuno sforzo ma solo lasciarmi scivolare a testa avanti attratto dalla Terra, fino a che in questa corsara canna si ruppe in mille pezzi e io caddi nel mare, tra le barche.
Era il dolce ritorno, la patria ritrovata, ma il mio pensiero era solo di dolore per lei perduta, e i miei occhi s'appuntavano sulla Luna per sempre irraggiungibile, cercandola. E la vidi. Era là dove l'avevo lasciata, coricata su una spiaggia proprio sovrastante alle nostre teste, e non diceva nulla. Era del colore della Luna; teneva Tarpa al suo fianco, e muoveva una mano in arpeggi lenti e radi. Si distingueva bene la forma del petto, delle braccia, dei fianchi, così come ancora la ricordo, così come anche ora che la Luna è diventata quel cerchietto piatto e lontano, sempre con lo sguardo vado cercando lei appena nel ciclo si mostra il primo spicchio, e più cresce più m'immagino di vederla, lei o qualcosa di lei ma nient'altro che lei, in cento in mille viste diverse, lei che rende Luna la Luna e che ogni plenilunio spinge i cani tutta la notte a ululare e io con loro.

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C’erano delle notti di plenilunio basso basso e d’alta marea alta alta che se la Luna non si bagnava in mare ci mancava un pelo -  diciamo pochi metri. Se non abbiamo mai provato a salirci ? E come no ? Bastava andarci proprio sotto con la barca, appoggiarci una scala a pioli e montar su.
la distanza dalla luna - cosmicomiche

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C’era la Luna proprio sopra

e la città mi parve fragile, sospesa come una ragnatela, con tutti i suoi vetrini tintinnanti, i suoi filiformi ricami di luce, sotto quell'escrescenza che gonfiava il cielo.

memoria del mondo e altre storie cosmicomiche

Le nostre distanze
un po’ s’accorciavano un po’ s’allungavano ma ormai era chiaro che l’uno non avrebbe mai raggiunto l’altro né mai l’altro l’uno. Di giocare a rincorrerci avevamo perso ogni gusto e del resto non eravamo più bambini ma ormai non ci restava altro da fare.

giochi senza fine - cosmicomiche

Non la ritrovai né quella notte né durante i giorni e le notti che seguirono.
Intorno, il mondo sciorinava colori sempre nuovi, nuvole rosa s’addensavano in cumuli violetti che scaricavano fulmini dorati; dopo i temporali lunghi arcobaleni annunciavano le tinte che ancora non s’erano viste, in tutte le possibili combinazioni. E già la clorofilla cominciava la sua avanzata: muschi e felci verdeggiavano nelle valli percorse da torrenti. Era questo finalmente lo scenario degno della bellezza d’Ayl; ma lei non c’era! E senza di lei tutto questo sfarzo multicolore mi pareva inutile, sprecato .

senza colori - le cosmicomiche

Fu una bastonata dura per me. Ma poi, che farci?

Continuai la mia strada, in mezzo alle trasformazioni del mondo, anch’io trasformandomi.

sul far del giorno - cosmicomiche

E in fondo ad ognuno di quegli occhi abitavo io   

ossia abitava un altro me, una delle immagini di me, e s’incontrava con l’immagine di lei, la più fedele immagine di lei, nell’ultramondo che s’apre attraversando la sfera semiliquida delle iridi, il buio delle pupille, il palazzo di specchi delle rètine, nel vero nostro elemento che si estende senza rive né confini .

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La volontà di essere per lei

d'essere io che fossi io, e per lei che fosse lei, e l'amore per me stesso che mettevo nell'amore per lei.

gli anni luce - cosmicomiche 1965

Esplodere o implodere - disse Qfwfq - questo è il problema:
se sia più nobile intento espandere nello spazio la propria energia senza freno, o stritolarla in una densa concentrazione interiore e conservarla ingoiandola. Sottrarsi, scomparire, nient'altro; trattenere dentro di sè ogni bagliore, ogni raggio, ogni sfogo, e soffocando nel profondo dell'anima i conflitti che l'agitano scompostamente, dar loro pace, occultarsi, cancellarsi: forse risvegliarsi altrove, diverso.
Diverso... Come diverso? Il problema: esplodere o implodere tornerebbe a ripresentarsi? Assorbito dal vortice di questa galassia, riaffacciarsi su altri tempi e altri cieli? Qui sprofondare nel freddo silenzio, là esprimersi in urli fiammeggianti d'un altro linguaggio? Qui assorbire il male e il bene come una spugna nell'ombra, là sgorgare come uno zampillo abbagliante, spargersi, spendersi, perdersi? A che pro allora il ciclo tornerebbe a ripetersi? Non so nulla, non voglio sapere, non voglio pensarci: ora, qui, la mia scelta è fatta: io implodo, come se il precipitare centripeto mi salvasse per sempre da dubbi e da errori, dal tempo dei mutamenti effimeri, dalla scivolosa discesa del prima e del poi, per farmi accedere a un tempo stabile, fermo, levigato e raggiungere la sola condizione definitiva, compatta, omogenea. Esplodete, se così vi garba, irradiatevi in frecce infinite, prodigatevi, scialacquate, buttatevi via: io implodo, crollo dentro l'abisso di me stesso, verso il mio centro sepolto, infinitamente.
incipit implosione
… e quando dico 'innamorato da morire' - proseguì Qfwq - intendo qualcosa di cui voi non avete un'idea, voi che pensate che innamorarsi voglia dire per forza innamorarsi di un'altra persona, o cosa, o cosa diavolo, insomma io son qui e ciò di cui sono innamorato è là, cioè una relazione connessa alla vita di relazione, invece io vi parlo di prima che mi mettessi in relazione con niente, c'era una cellula e quella cellula lì ero io ed è già tanto, una cosa così basta e avanza a riempirti la vita, appunto di questo senso di pienezza volevo parlare …
...
Non esiste un presente, procediamo ciechi verso il fuori e il dopo, sviluppando un programma stabilito con materiali che ci fabbrichiamo sempre uguali. Non tendiamo a nessun futuro, non c’è niente che ci aspetta, siamo chiusi tra gli ingranaggi d’una memoria che non prevede altro lavoro che il ricordare sé stessa.

ti con zero - mitosi
cosmicomiche - incipit implosione

 

GLI AMORI DIFFICILI
PRIMA CHE TU DICA PRONTO - la pecora nera


Ma non è tanto questo: è che basta che cominci a insinuartisi il dubbio che tutto ciò che ti riguarda è puramente accidentale, passibile di trasformazione e che potresti essere completamente diverso e non importerebbe nulla, ed ecco che per questa via si arriva a pensare che se ci fossi o non ci fossi sarebbe tutto lo stesso, e di qui il passo che porta alla disperazione è breve.
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Il sole era quello d'un tramonto che tarda
, quando il caldo e la luce quasi non scemano ma appena restano dolcemente attutiti.  Il romanzo che Amedeo leggeva era a quel punto in cui i più grossi segreti dei personaggi e dell'ambiente sono svelati, e ci si muove in un mondo familiare, e si è raggiunta una specie di parità, di confidenza tra l'autore e il lettore, e si va avanti insieme, e non si smetterebbe mai.
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Non c'era altra storia
, altra attesa possibile oltre a quella che aveva lasciato in sospeso tra le pagine dov'era il segnalibro, e tutto il resto era un intervallo vuoto.
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Ora ci rincorriamo, giochiamo a denti stretti. L’amore, ecco l’amore uno dell’altra, una voglia di graffi e morsi l’uno dell’altra, pugni anche, sulle spalle, poi un bacio stanchissimo: l’amore.
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Questo è il segreto - decise, ritornando nel suo studio :  che in ogni momento, in ogni cosa che io faccio o dico, sia implicito tutto quello che ho vissuto.   -    Ma lo rodeva un'ansia, di non potere mai essere pari a quello che era stato, di non riuscire a esprimere, né con allusioni e men che meno con parole esplicite, e forse neppure col pensiero, la pienezza che sapeva d'aver raggiunto.

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E poi non sapevo più cosa guardare e guardai il cielo .

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E’ in questo silenzio di circuiti che ti sto parlando.
So bene che, quando finalmente le nostre voci riusciranno a incontrarsi sul filo, ci diremo delle frasi generiche e monche; non è per dirti qualcosa che ti sto chiamando, né perché creda che tu abbia da dirmi qualcosa. Ci telefoniamo solo perché nel chiamarci a lunga distanza, in questo cercarci a tentoni attraverso cavi di rame sepolti, relais ingarbugliati, vorticare di spazzole di selettori intasati, in questo scandagliare il silenzio e attendere il ritorno di un’eco, si perpetua il primo richiamo della lontananza, il grido di quando la prima grande crepa della deriva dei continenti si è aperta sotto i piedi di una coppia di esseri umani e gli abissi dell’oceano si sono spalancati a separarli, mentre l’uno su una riva e l’altra sull’altra trascinati precipitosamente lontano cercavano col loro grido di tendere un ponte sonoro che ancora li tenesse insieme e che si faceva sempre più flebile, finché il rombo delle onde non lo travolgeva senza speranza. Da allora la distanza è l’ordito che regge la trama d’ogni storia d’amore, come d’ogni rapporto tra viventi, la distanza che gli uccelli cercano di colmare, lanciando nell’aria del mattino le arcate sottili dei loro gorgheggi, così come noi, lanciando nelle nervature della terra sventagliate d’impulsi elettrici traducibili in comandi per i sistemi a relais: il solo modo che resta agli esseri umani di sapere che si stanno chiamando per il bisogno di chiamarsi e basta.
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nella citta cominciavano le luci e noi sedavamo sulla riva al di la del fiume e in noi c'era quello che si dice l’amore, quel ruvido scoprirsi e cercarsi, quell’aspro sapore uno dell’altro, tu sai, l’amore.
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Nelle sue deluse fantasie, le persone cui aveva sperato di potersi rivolgere erano sempre uomini. Non aveva pensato alle donne, eppure con queste tutto doveva essere più semplice; una specie di solidarietà femminile si sarebbe certo mossa, in quella congiuntura così grave, in quell’ansia che solo una di loro poteva capire fino in fondo. Ma le comunicazioni con le persone del suo stesso sesso avevano occasioni più rare e incerte, al contrario della facilità pericolosa degli incontri con gli uomini , e una diffidenza questa volta reciproca le ostacolava. Il più delle donne passavano sui pattini in coppia con un uomo, gelose e inaccessibili, e cercavano il largo, dove quel corpo di cui lei soffriva solo l’onta passiva, era per loro l’arma di una lotta aggressiva e calcolabile.
Qualche barca s’avanzava gremita di giovanette pigolanti e accaldate, e la signora pensava alla distanza tra l’infima volgarità della sua pena e la volatile spensieratezza loro; pensava a quando avrebbe dovuto ripetere loro il suo appello perché la prima volta certo non l’avrebbero intesa; pensava ai mutamenti dei loro visi alla notizia; e non sapeva risolversi a chiamarle.

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Potessi bastare io  
VORREI PORTARTI CON ME
Resisteresti poco, al freddo senza l’afa estiva ma sarebbe un’esperienza diversa, no? Poi ti riporterei indietro, come è giusto che sia. Ma per un po’ ti porterei con me.

Ti racconterei le cose che non avrò il tempo di finire di dirti. Solo per quello, per trovare il modo che duri di più. Ti farei guardare il mare freddo, così apprezzeresti il tuo. Ti farei una foto e la lascerei nel cassetto per le volte che avrò voglia di guardarti con i capelli scompigliati e il sorriso accennato.
Mangeremmo e dormiremmo poco perché non ci sarebbe il tempo; tutto quello che vorresti cercherei di dartelo. Ti farei esprimere un desiderio e lo esaudirei. Solo uno, perché tre non sarei capace.
Ti farei almeno un paio di domande scomode, perché così ti fideresti di me; perché così, se ti telefonassi almeno una volta, sussulteresti un pochino e quando deciderai di andare via, ci sarà almeno una volta in cui vorrai tornare.
Vorrei che ti fossi innamorata di me, per chiedermi di restare. Ma forse tu impieghi tanto per innamorarti e
allora è per questo che vorrei portarti con me: per farti innamorare.
Verresti?
No, non verrei. Perché dovrei?

Non credo che mi riporteresti indietro, non voglio che tu faccia di tutto per me. Il suono è simile a quello della tua voce, non della mia: vorrei che lo capissi e te ne rendessi conto. Le tue parole sono esigenti e mi si stringono al cuore. L’unisono tra di noi non funziona. Il moto di due anime in una non esiste. Non vorrei foto di questo momento, né motivi per lasciare che non finisca. È doloroso da ricordare. Cosa c’è di poetico in una sensazione moritura? Se lo volessi, non farei in modo che arrivi la fine.
Perché è questo il punto: io sto facendo in modo che l’ultimo secondo di tutto accada, capisci? Permettimi di dire di no. Permettimi di non esserti accanto. Permettimi di decidere di non esserci come vuoi tu.
Pensare che sia per due, per renderti i pensieri più facili; lo sai che mi stai raccontando una bugia mentre mi chiedi ‘verresti?‘
Certo che lo sai.
Venire? Cosa potrebbe dire? Cosa saremmo?

La mia automobile scivola da sola verso casa mentre rileggo le tue parole. Cerco di trovare interpretazione, tentando di valicare le frasi così come sono – cunei – e trovarci l’intenzione inespressa di dire dell’altro. Cerco titubanze, virgole, mi soffermo sui dettagli. Ma io di dettagli non capisco nulla. Non so come sono fatti, in verità.
Potrei rimanere attaccato alla balaustra a due mani, mangiare tutte le merendine della macchinetta accanto all’ingresso del gate pur di restare a guardare il fiume da un lato e la strada dall’altro.
Fissare l’asfalto fino a farmelo entrare negli occhi e bucarmeli per non vedere la via di casa: questo dovrebbe accadere affinché io vada via da qui e mi rassegni alle tue parole. Credevo di non essere capace di rimanere in silenzio a guardare.
Sono solito pensare di me cose molto positive: grande cuore, grande testa, spirito d’iniziativa, forte indipendenza; pensavo di non essere capace di restare a guardare inerme.
È una di quelle circostanze che non si addicono agli spiriti vincenti. È come ammettere di avere un buco scoperto e lasciare che qualcuno ci infili un dito dentro, stracciando carne e tessuti, graffiando vasi, fino a tingere di rosso i vestiti e non poter, così, celare l’affanno.
Eppure io sono un tipo sveglio, non mi lascio abbindolare facilmente; ho sempre saputo tenerle a distanza e prosciugarne il necessario. Ecco, sì: non sono mai andato al di là del necessario con quasi nulla. Solo di foglie d’albero ne ho troppe, perché ne faccio collezione.
Ne ho mangiate molte di merendine della macchinetta ma adesso, alla guida, con le mani poco convinte e smaniose, non ne ricordo il sapore singolo e anche gli incartamenti mi paiono tutti uguali. Non posso distinguere il caramello dal fiordilatte e questi dal cioccolato: ho un solo amalgama appiccicaticcio nella bocca.
Mi sembra strano sentirmi così sopra le righe. Mi sembra strano, ancora, sentire quegli occhi addosso. I tuoi e i miei insieme, che erano altro, lo sono stato lo so, lungo il fiume e poi sono irrimediabilmente scomparsi dopo un battito di ciglia. Un movimento fisiologico ne ha decretato la fine ed io lo vado cercando, adesso, mentre mi dirigo verso casa, seguo la scia per provare a seguirti.
Che pena. Sperare, intendo. È la pena di chi non sa rinunciare.
Non so raccontare una volta in cui tu mi avevi detto di essere felice, in effetti. E nemmeno una volta in cui te l’ho detto io, d’altronde. Non credo minimamente di esserti venuto incontro per davvero, con foga ed eccitazione, per abbracciarti di sorpresa.
Non mi viene in mente la prima volta che t’ho visto. So quand’è, con precisione, perché io ero al bancone di un bar con una ragazza che mi piaceva molto. E che ho abbracciato con slancio e voluto tante di quelle volte da essermene invaghito e addirittura innamorato a un certo punto.
Ricordo d’averti preso in consegna nella mia mente, ma non d’averti visto. Non so nemmeno com’eri vestita. So solo che ti sei passata una mano tra i capelli, il gesto più comune che si possa recuperare nella memoria. Eppure io l’ho registrato. In realtà potrebbe essere falso. Potrei aver traslato la mano di un altro sulla tua e adesso cucirti addosso un movimento che non t’è appartenuto.
Avevi un braccialetto che si compra al mare, di quelli di cotone colorato, che dicono porti fortuna e poi, un giorno, si spezzi per far avverare un desiderio. Di quelli che hanno tutti, eccetto me, poiché io non li sopporto: rimangono bagnati per ore, dopo la doccia, ed umidi sulla pelle.
Mi sono chiesto quale potesse essere il tuo desiderio. È la prima cosa su cui mi sono interrogato guardandoti quella volta e pensandoti i giorni successivi. Se tu avessi un desiderio sopra tutti, se fosse legato a quel braccialetto o a un sentimento. Ho sentito il bisogno di saperlo, come se fosse il tuo nome.
Avevi anche un anello costoso. Sottile, ma prezioso. Un anello facile, che non sorprende se lo regali. Non so perché l’avessi notato. Niente a che vedere coi tuoi occhi, mi rendo conto.
A chiunque avessi chiesto di te nei giorni seguenti, continuavo a dire di non avere in mente i tuoi occhi: eppure sono meravigliosi. Non mi viene un’altra parola in mente. Dovrei inventarla ma non sono capace, tu lo sai. Posso fartelo intuire ma non so spiegarlo.
Non capisco perché non me li sono incollati addosso. Avevo notato di te solo i dettagli peggiori fra tutti gli altri; ciononostante ti cercavo già il giorno dopo. Mentre passeggiavo sotto casa tua, nelle sere a seguire, speravo di notare i tuoi movimenti alla finestra oppure con chi saresti uscita. Desideravo vederti da sola, che, una volta sull’uscio, ti guardassi intorno e vedendomi rimanessi piacevolmente compiaciuta.
Avrei voluto essere io nei tuoi sogni, a ispirare i tuoi sonni e farti felice. Ma lo so di non potere. Eppure questa consapevolezza non m’ha fatto smettere di volerti portare via con me.
Non capisco. Non capisco cosa vuoi dire. Mi pare assurdo che tu pensi di poter amarmi. Quanto abbiamo passato insieme? Non capisco perché tu voglia portarmi con te. Non sai nulla.
Ti ho rubato anche un sorriso triste quella sera.  È andata così: io ti ho guardata per un momento, mentre ti passavi le mani nei capelli, e stavi sorridendo, ma non alla persona con cui parlavi. Sorridevi, rivolta verso il basso come per un pensiero veloce da far svanire. E, rivolto di nuovo il tuo volto verso l’alto, ti ho sorpresa triste, come se quel pensiero felice andasse celato.
Sorridi solo quando qualcuno o qualcosa ti fa ridere, ma non dovresti. A me piace, ma non dovresti. La felicità pare si auguri a tinte pastello e così mi tocca fare, con te, adesso: cercare di farti togliere dal viso i tuoi sorrisi tristi, come ho sempre fatto, d’altronde.
Potremmo essere in giro a passeggiare in una città qualunque, col caldo,
mano nella mano e io dovrei accorgermi del tuo sorriso triste e allora darti un bacio o prenderti il viso e farti fare una smorfia che mimi la gioia. Sorrideresti e il mio desiderio di felicità per te sarebbe compiuto.   La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono, perché a te stanno bene, perché li sai trattare, li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe. Se lo facessi io sarei penoso.
Questo è il punto: faccio pensieri e desidero cose nuove. 
Non importa cosa so. Per la prima volta, non importa.
Non so da dove vengono o come si chiamino e non potrei spiegarle a nessuno eccetto te, con un po’ di tempo, con un po’ di pause, con quei silenzi che non saprei riempire, all’inizio. Ma potrei imparare.
Sono un pessimo romantico, lo ammetto. È per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così. Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda.
Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine.
Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento.
Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. È l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno.
Come un sibilo fluttuante e sinuoso.
A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.

E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?
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Vedi - dice Mariamirella - forse io ho paura di te. Ma non so dove rifugiarmi.    L’orizzonte è deserto, non ci sei che tu.    Tu sei l’orso e la grotta.     Perciò io ora sto accucciata tra le tue braccia, perché tu mi protegga dalla mia paura di te.
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Al termine d’un viaggio per raggiungere l’amante, un uomo capisce che
la vera notte d’amore è quella che ha passato in uno scomodo scompartimento di seconda classe correndo verso di lei .
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Capiva che quel che ora la vita dava a lui era qualcosa che non a tutti è dato di fissare a occhi aperti, come il cuore più abbagliante del sole.  
 E nel cuore di questo sole era silenzio.     Tutto quello che era lì in quel momento non poteva essere tradotto in nient'altro, forse nemmeno in un ricordo.
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L'AVVENTURA DI UNO SCIATORE
Lei tenne l’equilibrio anche per lui finché non gli riuscì di mettersi su bene, farfugliando recriminazioni, cui rispose una sommessa risata di lei come un glu-glu di gallina faraona, soffocata dalla giacca a vento tirata su fin sopra la bocca. Ora il cappuccio celeste-cielo, come un elmo d’armatura, le lasciava scoperto solo il naso che aveva un po’ aquilino, gli occhi, qualche ricciolo sulla fronte, i pomelli delle gote.
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L'AVVENTURA DI DUE SPOSI
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L'AVVENTURA DI UN AUTOMOBILISTA
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L'AVVENTURA DI UN FOTOGRAFO
Antonino sentì la vista di lei entrargli negli occhi E occupare tutto il campo visivo, sottrarlo al flusso delle immagini casuali e frammentarie, concentrare tempo e spazio in una forma finita. E come se questa sorpresa della vista e l'impressionarsi della lastra fossero due riflessi collegati tra loro, subito premette lo scatto, ricaricò la macchina, scattò, mise un'altra lastra, scattò, continuò a cambiare lastra e scattare, farfugliando, soffocato dal drappo: - Ecco, ora sì, così va bene, ecco, ancora, così ti prendo bene, ancora.
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Certa Bice, ex cognata di qualcuno, e certa Lydia, ex segretaria di qualche altro
, gli chiesero se per favore scattava loro un’istantanea mentre giocavano al pallone tra le onde. Accondiscese, ma siccome intanto aveva elaborato una teoria contro le istantanee, si premurò di comunicarla alle due amiche: - Cosa vi spinge, ragazze, a prelevare dalla mobile continuità della vostra giornata queste fette temporali dello spessore d’un secondo? Lanciandovi il pallone vivete nel presente, ma appena la scansione dei fotogrammi si insinua tra i vostri gesti non è più il piacere del gioco a muovervi ma quello di rivedervi nel futuro, di ritrovarvi tra vent’anni su di un cartoncino ingiallito (sentimentalmente ingiallito, anche se i procedimenti di fissaggio moderni lo preserveranno inalterato).
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Fotografia & Letteratura
italo calvino - celebre per la sua revisione radicale della fotografia nel tempo. com’è cambiata la sua 'lettura' fotografica?
All’inizio della sua vicenda intellettuale Calvino era molto sospettoso nei confronti della fotografia, ne leggeva soprattutto il carattere di impronta fedele e in qualche modo meccanica della realtà, come accadeva ancora negli anni Cinquanta a molti intellettuali italiani. In seguito, probabilmente grazie a una serie di letture e forse anche alla frequentazione con artisti come Giulio Paolini, la sua lettura si è profondamente modificata, e 'L’avventura di un fotografo' ne è bellissima testimonianza.
intervista a walter guadagnini - artslife.com - 2015
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IL LAMPO
Mi capitò una volta, a un crocevia, in mezzo alla folla, all’andirivieni.
Mi fermai, battei le palpebre: non capivo niente.
Niente, niente del tutto: non capivo le ragioni delle cose, degli uomini, era tutto senza senso, assurdo. E mi misi a ridere.
Lo strano era per me allora che non me ne fossi mai accorto prima. E se avessi fin’allora accettato tutto: semafori, veicoli, manifesti, divise, monumenti, quelle cose così staccate dal senso del mondo, come se ci fosse una necessità, una conseguenza che le legasse l’una all’altra.
Allora il riso mi morì in gola, arrossii di vergogna. Gesticolai, per richiamare l’attenzione dei passanti e – Fermatevi un momento ! – gridai – c’è qualcosa che non va ! Tutto è sbagliato! Facciamo cose assurde! Questa non può essere la strada giusta! Dove si va a finire?
La gente mi si fermò intorno, mi squadrava, curiosa. Io rimanevo lì in mezzo, gesticolavo, smaniavo di spiegarmi, di farli partecipi del lampo che m’aveva illuminato tutt’a un tratto: e restavo zitto. Zitto, perché nel momento in cui avevo alzato le braccia e aperto la bocca, la grande rivelazione m’era stata come ringhiottita e le parole che m’erano uscite così, per via dello slancio.
– Ebbene? – chiese la gente – cosa vuol dire?
Tutto è al suo posto. Tutto va come deve andare. Ogni cosa è conseguenza d’un’altra. Ogni cosa è ordinata con le altre. Noi non vediamo niente d’assurdo o d’ingiustificato !
E io rimasi lì, smarrito, perché alla mia vista tutto era tornato al suo posto e tutto mi sembrava naturale, semafori, monumenti, divise, grattacieli, rotaie, mendicanti, cortei; e pure non me ne veniva tranquillità, ma tormento.
-Scusate – risposi – Forse ho sbagliato io. M’era sembrato. Ma tutto è a posto. Scusate – e mi feci largo tra i loro sguardi irti.
Pure, anche adesso, ogni volta - spesso - che mi accade di non capire qualche cosa, allora, istintivamente, mi prende la speranza che sia di nuovo la volta buona, e che io torni a non capire più niente, a impossessarmi di quella saggezza diversa, trovata e perduta nel medesimo istante.

prima che tu dica pronto 1993
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Alle volte un treno
va via sulla riva ferrata del mare e su quel treno ci sono io che parto. Perché io non voglio restare al mio paese pieno di sonno e d’orti, decifrare le targhe delle macchine forestiere come il ragazzo montanaro seduto sulla spalletta del ponte. Io vado, ciao paese.
Nel mondo,
oltre al mio paese, ci sono altre città, alcune sul mare altre non si sa perché smarrite in fondo alle pianure, in riva ai treni che giungono non si sa come, dopo giri trafelati per campagne e campagne. Ogni tanto io scendo in una di queste città e ho sempre un’aria da viaggiatore novellino, con le tasche gonfie di giornali e gli occhi irritati da bruscoli.
La notte spengo la luce dentro il letto nuovo e sto a sentire i tram, poi penso a camera mia del mio paese, lontanissima nella notte, pare impossibile che nello stesso momento esistano due luoghi così lontani. E, non so bene dove, m’addormento.

amore lontano da casa - 1975 -  inserito poi in 'prima che tu dica pronto'
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E mi dico:
tra tutte, proprio lei è riuscita a sfuggirmi, come se non l’avessi mai avuta.   Ma l’ho davvero avuta?    E poi mi chiedo: e chi ho avuto davvero?   E poi, ancora: avere chi?    che cosa?    che vuol dire?
memorie di casanova

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Ora era nuda. La pelle più bianca del seno e ai fianchi quasi non si distingueva, perchè tutta la sua persona mandava quel chiarore azzurrino, di medusa.

Nuotava su un fianco, con movimento pigro, la testa (un’espressione ferma e quasi ironica, da statua) appena fuor dall’acqua e a volte la curva di una spalla e la linea morbida del braccio disteso. L’altro braccio, a movimenti carezzevoli, copriva e scopriva il seno alto, teso ai vertici. Le gambe battevano appena l’acqua, sostenendo il ventre liscio, segnato dall’ombellico come da un’impronta leggera sulla sabbia, e la stella come d’un frutto marino. I raggi del sole riverberato sott’acqua la sfioravano, un pò facendole da veste, un pò spogliandola da capo.
Dal nuoto passò a un movimento come di danza; sospesa a mezz’acqua, sorridendogli, protendeva le braccia in un molle roteamento delle spalle e dei polsi; o con uno slancio del ginocchio faceva affiorare un piede arcuato come un piccolo pesce.
amori difficili -  l'avventura di un poeta

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... Cercavo una nuova immagine del mondo che desse un senso a questo nostro grigiore e valesse tutta la bellezza che si perdeva, salvandola … – Una nuova faccia del mondo.

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evitavo di discorrere con gli altri clienti, e anche di salutare

perchè le conoscenze, si sa, a cominciarle è niente. Ma poi si resta legati : uno dice 'cosa si fa stasera ? ' e così si finisce tutti insieme alla televisione, al cinema, e da quella sera si è presi in una compagnia di gente che non te ne importa nulla, e devi far sapere i fatti tuoi, ascoltare quelli degli altri .
...
fuori dei vetri guardavamo le rive e le piante che componevano col colore dell'aria un quadro di vecchia eleganza .
Non riuscivamo a intenderci .   Discutevamo sul tema :  la bellezza .
-   Gli uomini hanno perduto il senso della bellezza - diceva Claudia .
-   La bellezza va inventata continuamente - dicevo io .
-   La bellezza è sempre la bellezza, è eterna .
-   La bellezza nasce sempre da un urto .
-   Sì, i greci  !
-   E bè, i greci  ?
-   È civiltà, la bellezza  !
-   Quindi  ...
-   E allora  ...
Potevamo continuare così fino a domani.

la nuvola di smog 1958 -  la formica argentina - 1952

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CESARE PAVESE
Finivo un racconto e correvo da lui a farglielo leggere. Quando morì mi pareva che non sarei più stato buono a scrivere, senza il punto di riferimento di quel lettore ideale .
la nuvola di smog - la formica argentina - XXIV
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E io restavo senza parola, perché capivo che la cucina era il solo luogo di tutta la casa in cui quella donna veramente vivesse e il resto, le stanze adorne e continuamente spazzolate e incerate erano una specie di opera d'arte in cui lei riversava tutti i suoi sogni di bellezza e per coltivare la perfezione di quelle stanze si condannava a non viverci, a non entrarci mai come padrona ma solo come donna di fatica e il resto della giornata a passarlo nell'unto e nella polvere.
la nuvola di smog
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CESARE PAVESE LO DEFINIVA
'LO SCOIATTOLO DELLA PENNA' .    -     https://issuu.com/lanuovafrontiera/docs/calvino_issuu_intro

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IL VISCONTE DIMEZZATO
QUANDO HO COMINCIATO A SCRIVERE IL VISCONTE DIMEZZATO VOLEVO SOPRATTUTTO SCRIVERE UNA STORIA DIVERTENTE PER DIVERTIRE ME STESSO, E POSSIBILMENTE PER DIVERTIRE GLI ALTRI . AVEVO QUESTA IMMAGINE DI UN UOMO TAGLIATO IN DUE ED HO PENSATO CHE QUESTO TEMA DELL'UOMO TAGLIATO IN DUE, DELL'UOMO DIMEZZATO, FOSSE UN TEMA SIGNIFICATIVO, AVESSE UN SIGNIFICATO CONTEMPORANEO: TUTTI CI SENTIAMO IN QUALCHE MODO INCOMPLETI, TUTTI REALIZZIAMO UNA PARTE DI NOI STESSI E NON L'ALTRA. PER FAR QUESTO HO CERCATO DI METTERE SU UNA STORIA CHE STESSE IN PIEDI, CHE AVESSE UNA SIMMETRIA , UN RITMO NELLO STESSO TEMPO DA RACCONTO DI AVVENTURA MA ANCHE QUASI DA BALLETTO .

IC - introduzione

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COSÌ SI POTESSE DIMEZZARE OGNI COSA INTERA, COSÌ OGNUNO POTESSE USCIRE DALLA SUA OTTUSA E IGNORANTE INTEREZZA. ERO INTERO E TUTTE LE COSE ERANO PER ME NATURALI E CONFUSE, STUPIDE COME L’ARIA; CREDEVO DI VEDER TUTTO E NON ERA CHE LA SCORZA. SE MAI TU DIVENTERAI METÀ DI TE STESSO E TE L’AUGURO RAGAZZO, CAPIRAI COSE AL DI LÀ DELLA COMUNE INTELLIGENZA DEI CERVELLI INTERI. LA METÀ RIMASTA SARÀ MILLE VOLTE PIÙ PROFONDA E PREZIOSA .    E TU PURE VORRAI CHE TUTTO SIA DIMEZZATO E STRAZIATO A TUA IMMAGINE, PERCHÉ BELLEZZA E SAPIENZA E GIUSTIZIA CI SONO SOLO IN CIÒ CHE È FATTO A BRANI .
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Non c’è notte di luna in cui negli animi malvagi le idee perverse non s’aggroviglino come nidiate di serpenti e in cui negli animi caritatevoli non sboccino gigli di rinuncia e dedizione .

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Il primo vero piacere della lettura d’un vero libro lo provai abbastanza tardi: avevo già dodici o tredici anni, e fu con Kipling, il primo e (soprattutto) il secondo libro della Giungla. Non ricordo se ci arrivai attraverso una biblioteca scolastica o perché lo ebbi in regalo.

1935-1938

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Cosi mio zio Medardo ritorno uomo intero, né cattivo né buono, un miscuglio di cattiveria e bonta' cioe apparentemente non dissimile da quello ch'era prima di esser dimezzato. Ma aveva l'esperienza dell'una e dell'altra meta' rifuse insieme, percio' doveva essere ben saggio. Ebbe vita felice, molti figli e un giusto governo. Anche la nostra vita muto in meglio. Forse ci s'aspettava che, tornato intero il visconte, s'aprisse un'epoca di felicita' meravigliosa; ma é chiaro che non basta un visconte completo perche' diventi completo tutto il mondo
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...
ALLORA, IL BUON MEDARDO DISSE: O PAMELA, QUESTO È IL BENE DELL’ESSERE DIMEZZATO: IL CAPIRE D’OGNI PERSONA E COSA AL MONDO LA PENA CHE OGNUNO E OGNUNA HA PER LA PROPRIA INCOMPLETEZZA. IO ERO INTERO E NON CAPIVO, E MI MUOVEVO SORDO E INCOMUNICABILE TRA I DOLORI E LE FERITE SEMINATI DOVUNQUE, LÀ DOVE MENO DA INTERO UNO OSA CREDERE. NON IO SOLO, PAMELA, SONO UN ESSERE SPACCATO E DIVELTO, MA TU PURE E TUTTI.     ECCO ORA IO HO UNA FRATERNITÀ CHE PRIMA, DA INTERO, NON CONOSCEVO: QUELLA CON TUTTE LE MUTILAZIONI E LE MANCANZE DEL MONDO.     SE VERRAI CON ME, PAMELA, IMPARERAI A SOFFRIRE DEI MALI DI CIASCUNO E A CURARE I TUOI CURANDO I LORO
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Pamela - sospirò il visconte - nessun altro linguaggio abbiamo per parlarci se non questo.  OGNI INCONTRO DI DUE ESSERI AL MONDO È UNO SBRANARSI.
VIENI CON ME, IO HO LA CONOSCENZA DI QUESTO MALE E SARAI PIÙ SICURA CHE CON CHIUNQUE ALTRO; PERCHÉ IO FACCIO DEL MALE COME TUTTI LO FANNO; MA, A DIFFERENZA DEGLI ALTRI, IO HO LA MANO SICURA. - E STRAZIERETE ANCHE ME COME LE MARGHERITE O LE MEDUSE? - IO NON LO SO QUEL CHE FARÒ CON TE. CERTO L AVERTI MI RENDERÀ’ POSSIBILI COSE CHE NEPPURE IMMAGINO. TI PORTERÒ NEL CASTELLO E TI TERRÒ LÌ E NESSUN ALTRO TI VEDRÀ E AVREMO GIORNI E MESI PER CAPIRE QUEL CHE DOVREMO FARE E INVENTAR SEMPRE NUOVI MODI PER STARE INSIEME.
1952

     Alla fine uno si crede incompleto ed è soltanto giovane   

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    Io penso che il divertimento sia una cosa seria   


I FIGLI DI BABBO NATALE

NON C'È EPOCA DELL'ANNO PIÙ GENTILE E BUONA, PER IL MONDO DELL'INDUSTRIA E DEL COMMERCIO, CHE IL NATALE E LE SETTIMANE PRECEDENTI. SALE DALLE VIE IL TREMULO SUONO DELLE ZAMPOGNE; E LE SOCIETÀ ANONIME, FINO A IERI FREDDAMENTE INTENTE A CALCOLARE FATTURATO E DIVIDENDI, APRONO IL CUORE AGLI AFFETTI E AL SORRISO. L'UNICO PENSIERO DEI CONSIGLI D'AMMINISTRAZIONE ADESSO È QUELLO DI DARE GIOIA AL PROSSIMO, MANDANDO DONI ACCOMPAGNATI DA MESSAGGI D'AUGURIO SIA A DITTE CONSORELLE CHE A PRIVATI; OGNI DITTA SI SENTE IN DOVERE DI COMPRARE UN GRANDE STOCK DI PRODOTTI DA UNA SECONDA DITTA PER FARE I SUOI REGALI ALLE ALTRE DITTE; LE QUALI DITTE A LORO VOLTA COMPRANO DA UNA DITTA ALTRI STOCK DI REGALI PER LE ALTRE; LE FINESTRE AZIENDALI RESTANO ILLUMINATE FINO A TARDI, SPECIALMENTE QUELLE DEL MAGAZZINO, DOVE IL PERSONALE CONTINUA LE ORE STRAORDINARIE A IMBALLARE PACCHI E CASSE; AL DI LÀ DEI VETRI APPANNATI, SUI MARCIAPIEDI RICOPERTI DA UNA CROSTA DI GELO S'INOLTRANO GLI ZAMPOGNARI, DISCESI DA BUIE MISTERIOSE MONTAGNE, SOSTANO AI CROCICCHI DEL CENTRO, UN PO' ABBAGLIATI DALLE TROPPE LUCI, DALLE VETRINE TROPPO ADORNE, E A CAPO CHINO DÀNNO FIATO AI LORO STRUMENTI; A QUEL SUONO TRA GLI UOMINI D'AFFARI LE GREVI CONTESE D'INTERESSI SI PLACANO E LASCIANO IL POSTO AD UNA NUOVA GARA: A CHI PRESENTA NEL MODO PIÙ GRAZIOSO IL DONO PIÙ COSPICUO E ORIGINALE.
ALLA SBAV QUELL'ANNO L'UFFICIO RELAZIONI PUBBLICHE PROPOSE CHE ALLE PERSONE DI MAGGIOR RIGUARDO LE STRENNE FOSSERO RECAPITATE A DOMICILIO DA UN UOMO VESTITO DA BABBO NATALE.
L'IDEA SUSCITÒ L'APPROVAZIONE UNANIME DEI DIRIGENTI. FU COMPRATA UN'ACCONCIATURA DA BABBO NATALE COMPLETA: BARBA BIANCA, BERRETTO E PASTRANO ROSSI BORDATI DI PELLICCIA, STIVALONI. SI COMINCIÒ A PROVARE A QUALE DEI FATTORINI ANDAVA MEGLIO, MA UNO ERA TROPPO BASSO DI STATURA E LA BARBA GLI TOCCAVA PER TERRA, UNO ERA TROPPO ROBUSTO E NON GLI ENTRAVA IL CAPPOTTO, UN ALTRO TROPPO GIOVANE, UN ALTRO INVECE TROPPO VECCHIO E NON VALEVA LA PENA DI TRUCCARLO.
MENTRE IL CAPO DELL'UFFICIO PERSONALE FACEVA CHIAMARE ALTRI POSSIBILI BABBI NATALI DAI VARI REPARTI, I DIRIGENTI RADUNATI CERCAVANO DI SVILUPPARE L'IDEA: L'UFFICIO RELAZIONI UMANE VOLEVA CHE ANCHE IL PACCO-STRENNA ALLE MAESTRANZE FOSSE CONSEGNATO DA BABBO NATALE IN UNA CERIMONIA COLLETTIVA; L'UFFICIO COMMERCIALE VOLEVA FARGLI FARE ANCHE UN GIRO DEI NEGOZI; L'UFFICIO PUBBLICITÀ SI PREOCCUPAVA CHE FACESSE RISALTARE IL NOME DELLA DITTA, MAGARI REGGENDO APPESI A UN FILO QUATTRO PALLONCINI CON LE LETTERE S, B, A, V.
TUTTI ERANO PRESI DALL'ATMOSFERA ALACRE E CORDIALE CHE SI ESPANDEVA PER LA CITTÀ FESTOSA E PRODUTTIVA; NULLA È PIÙ BELLO CHE SENTIRE SCORRERE INTORNO IL FLUSSO DEI BENI MATERIALI E INSIEME DEL BENE CHE OGNUNO VUOLE AGLI ALTRI; E QUESTO, QUESTO SOPRATTUTTO - COME CI RICORDA IL SUONO, FIRULÍ FIRULÍ, DELLE ZAMPOGNE -, È CIÒ CHE CONTA.
IN MAGAZZINO, IL BENE - MATERIALE E SPIRITUALE - PASSAVA PER LE MANI DI MARCOVALDO IN QUANTO MERCE DA CARICARE E SCARICARE. E NON SOLO CARICANDO E SCARICANDO EGLI PRENDEVA PARTE ALLA FESTA GENERALE, MA ANCHE PENSANDO CHE IN FONDO A QUEL LABIRINTO DI CENTINAIA DI MIGLIAIA DI PACCHI LO ATTENDEVA UN PACCO SOLO SUO, PREPARATOGLI DALL'UFFICIO RELAZIONI UMANE; E ANCORA DI PIÙ FACENDO IL CONTO DI QUANTO GLI SPETTAVA A FINE MESE TRA " TREDICESIMA MENSILITÀ " E " ORE STRAORDINARIE ". CON QUI SOLDI, AVREBBE POTUTO CORRERE ANCHE LUI PER I NEGOZI, A COMPRARE COMPRARE COMPRARE PER REGALARE REGALARE REGALARE, COME IMPONEVANO I PIÙ SINCERI SENTIMENTI SUOI E GLI INTERESSI GENERALI DELL'INDUSTRIA E DEL COMMERCIO.
IL CAPO DELL’UFFICIO PERSONALE ENTRÒ IN MAGAZZINO CON UNA BARBA FINTA IN MANO: - EHI, TU! - DISSE A MARCOVALDO. - PROVA UN PO' COME STAI CON QUESTA BARBA. BENISSIMO! IL NATALE SEI TU. VIENI DI SOPRA, SPICCIATI. AVRAI UN PREMIO SPECIALE SE FARAI CINQUANTA CONSEGNE A DOMICILIO AL GIORNO.
MARCOVALDO CAMUFFATO DA BABBO NATALE PERCORREVA LA CITTÀ, SULLA SELLA DEL MOTOFURGONCINO CARICO DI PACCHI INVOLTI IN CARTA VARIOPINTA, LEGATI CON BEI NASTRI E ADORNI DI RAMETTI DI VISCHIO E D'AGRIFOGLIO. LA BARBA D'OVATTA BIANCA GLI FACEVA UN PO’ DI PIZZICORINO MA SERVIVA A PROTEGGERGLI LA GOLA DALL'ARIA.
LA PRIMA CORSA LA FECE A CASA SUA, PERCHÉ NON RESISTEVA ALLA TENTAZIONE DI FARE UNA SORPRESA AI SUOI BAMBINI. " DAPPRINCIPIO, - PENSAVA, NON MI RICONOSCERANNO. CHISSÀ COME RIDERANNO, DOPO ! "
I BAMBINI STAVANO GIOCANDO PER LA SCALA. SI VOLTARONO APPENA. - CIAO PAPÀ.
MARCOVALDO CI RIMASE MALE. -MAH... NON VEDETE COME SONO VESTITO?
- E COME VUOI ESSERE VESTITO? - DISSE PIETRUCCIO. - DA BABBO NATALE, NO ?
- E M'AVETE RICONOSCIUTO SUBITO ?
- CI VUOL TANTO! ABBIAMO RICONOSCIUTO ANCHE IL SIGNOR SIGISMONDO CHE ERA TRUCCATO MEGLIO DI TE!
- E IL COGNATO DELLA PORTINAIA !
- E IL PADRE DEI GEMELLI CHE STANNO DI FRONTE !
- E LO ZIO DI ERNESTINA QUELLA CON LE TRECCE !
- TUTTI VESTITI DA BABBO NATALE? - CHIESE MARCOVALDO, E LA DELUSIONE NELLA SUA VOCE NON ERA SOLTANTO PER LA MANCATA SORPRESA FAMILIARE, MA PERCHÉ SENTIVA IN QUALCHE MODO COLPITO IL PRESTIGIO AZIENDALE.
- CERTO, TAL QUALE COME TE, UFFA, - RISPOSERO I BAMBINI, - DA BABBO NATALE, AL SOLITO, CON LA BARBA FINTA, - E VOLTANDOGLI LE SPALLE, SI RIMISERO A BADARE AI LORO GIOCHI.
ERA CAPITATO CHE AGLI UFFICI RELAZIONI PUBBLICHE DI MOLTE DITTE ERA VENUTA CONTEMPORANEAMENTE LA STESSA IDEA; E AVEVANO RECLUTATO UNA GRAN QUANTITÀ DI PERSONE, PER LO PIÙ DISOCCUPATI, PENSIONATI, AMBULANTI, PER VESTIRLI COL PASTRANO ROSSO E LA BARBA DI BAMBAGIA. I BAMBINI DOPO ESSERSI DIVERTITI LE PRIME VOLTE A RICONOSCERE SOTTO QUELLA MASCHERATURA CONOSCENTI E PERSONE DEL QUARTIERE, DOPO UN PO' CI AVEVANO FATTO L'ABITUDINE E NON CI BADAVANO PIÙ.
SI SAREBBE DETTO CHE IL GIOCO CUI ERANO INTENTI LI APPASSIONASSE MOLTO. S'ERANO RADUNATI SU UN PIANEROTTOLO, SEDUTI IN CERCHIO. - SI PUÒ SAPERE COSA STATE COMPLOTTANDO ? - CHIESE MARCOVALDO.
- LASCIACI IN PACE, PAPÀ, DOBBIAMO PREPARARE I REGALI.
- REGALI PER CHI ?
- PER UN BAMBINO POVERO. DOBBIAMO CERCARE UN BAMBINO POVERO E FARGLI DEI REGALI.
- MA CHI VE L'HA DETTO?
- C'È NEL LIBRO DI LETTURA.
MARCOVALDO STAVA PER DIRE: " SIETE VOI I BAMBINI POVERI! ", MA DURANTE QUELLA SETTIMANA S'ERA TALMENTE PERSUASO A CONSIDERARSI UN ABITANTE DEL PAESE DELLA CUCCAGNA, DOVE TUTTI COMPRAVANO E SE LA GODEVANO E SI FACEVANO REGALI, CHE NON GLI PAREVA BUONA EDUCAZIONE PARLARE DI POVERTÀ, E PREFERÌ DICHIARARE: - BAMBINI POVERI NON NE ESISTONO PIÙ !
S'ALZÒ MICHELINO E CHIESE: - È PER QUESTO, PAPÀ, CHE NON CI PORTI REGALI ?
MARCOVALDO SI SENTÍ STRINGERE IL CUORE. - ORA DEVO GUADAGNARE DEGLI STRAORDINARI, - DISSE IN FRETTA, - E POI VE LI PORTO.
- LI GUADAGNI COME? - CHIESE FILIPPETTO.
- PORTANDO DEI REGALI, - FECE MARCOVALDO.
- A NOI ?
- NO, AD ALTRI.
- PERCHÉ NON A NOI ? FARESTI PRIMA ...
MARCOVALDO CERCÒ DI SPIEGARE: - PERCHÉ IO NON SONO MICA IL BABBO NATALE DELLE RELAZIONI UMANE: IO SONO IL BABBO NATALE DELLE RELAZIONI PUBBLICHE. AVETE CAPITO?
- NO.
- PAZIENZA -. MA SICCOME VOLEVA IN QUALCHE MODO FARSI PERDONARE D'ESSER VENUTO A MANI VUOTE, PENSÒ DI PRENDERSI MICHELINO E PORTARSELO DIETRO NEL SUO GIRO DI CONSEGNE. - SE STAI BUONO PUOI VENIRE A VEDERE TUO PADRE CHE PORTA I REGALI ALLA GENTE, - DISSE, INFORCANDO LA SELLA DEL MOTOFURGONCINO.
- ANDIAMO, FORSE TROVERÒ UN BAMBINO POVERO, - DISSE MICHELINO E SALTÒ SU, AGGRAPPANDOSI ALLE SPALLE DEL PADRE.
PER LE VIE DELLA CITTÀ MARCOVALDO NON FACEVA CHE INCONTRARE ALTRI BABBI NATALE ROSSI E BIANCHI, UGUALI IDENTICI A LUI, CHE PILOTAVANO CAMIONCINI O MOTOFURGONCINI O CHE APRIVANO LE PORTIERE DEI NEGOZI AI CLIENTI CARICHI DI PACCHI O LI AIUTAVANO A PORTARE LE COMPERE FINO ALL'AUTOMOBILE. E TUTTI QUESTI BABBI NATALE AVEVANO UN'ARIA CONCENTRATA E INDAFFARATA, COME FOSSERO ADDETTI AL SERVIZIO DI MANUTENZIONE DELL'ENORME MACCHINARIO DELLE FESTE.
E MARCOVALDO, TAL QUALE COME LORO, CORREVA DA UN INDIRIZZO ALL'ALTRO SEGNATO SULL'ELENCO, SCENDEVA DI SELLA, SMISTAVA I PACCHI DEL FURGONCINO, NE PRENDEVA UNO, LO PRESENTAVA A CHI APRIVA LA PORTA SCANDENDO LA FRASE:
- LA SBAV AUGURA BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO,- E PRENDEVA LA MANCIA.
QUESTA MANCIA POTEVA ESSERE ANCHE RAGGUARDEVOLE E MARCOVALDO AVREBBE POTUTO DIRSI SODDISFATTO, MA QUALCOSA GLI MANCAVA. OGNI VOLTA, PRIMA DI SUONARE A UNA PORTA, SEGUITO DA MICHELINO, PREGUSTAVA LA MERAVIGLIA DI CHI APRENDO SI SAREBBE VISTO DAVANTI BABBO NATALE IN PERSONA; SI ASPETTAVA FESTE, CURIOSITÀ, GRATITUDINE. E OGNI VOLTA ERA ACCOLTO COME IL POSTINO CHE PORTA IL GIORNALE TUTTI I GIORNI.
SUONÒ ALLA PORTA DI UNA CASA LUSSUOSA. APERSE UNA GOVERNANTE. - UH, ANCORA UN ALTRO PACCO, DA CHI VIENE?
- LA SBAV AUGURA ...
- BE', PORTATE QUA, - E PRECEDETTE IL BABBO NATALE PER UN CORRIDOIO TUTTO ARAZZI, TAPPETI E VASI DI MAIOLICA. MICHELINO, CON TANTO D'OCCHI, ANDAVA DIETRO AL PADRE.
LA GOVERNANTE APERSE UNA PORTA A VETRI. ENTRARONO IN UNA SALA DAL SOFFITTO ALTO ALTO, TANTO CHE CI STAVA DENTRO UN GRANDE ABETE. ERA UN ALBERO DI NATALE ILLUMINATO DA BOLLE DI VETRO DI TUTTI I COLORI, E AI SUOI RAMI ERANO APPESI REGALI E DOLCI DI TUTTE LE FOGGE. AL SOFFITTO ERANO PESANTI LAMPADARI DI CRISTALLO, E I RAMI PIÙ ALTI DELL'ABETE S'IMPIGLIAVANO NEI PENDAGLI SCINTILLANTI. SOPRA UN GRAN TAVOLO ERANO DISPOSTE CRISTALLERIE, ARGENTERIE, SCATOLE DI CANDITI E CASSETTE DI BOTTIGLIE. I GIOCATTOLI, SPARSI SU DI UN GRANDE TAPPETO, ERANO TANTI COME IN UN NEGOZIO DI GIOCATTOLI, SOPRATTUTTO COMPLICATI CONGEGNI ELETTRONICI E MODELLI DI ASTRONAVI. SU QUEL TAPPETO, IN UN ANGOLO SGOMBRO, C'ERA UN BAMBINO, SDRAIATO BOCCONI, DI CIRCA NOVE ANNI, CON UN'ARIA IMBRONCIATA E ANNOIATA. SFOGLIAVA UN LIBRO ILLUSTRATO, COME SE TUTTO QUEL CHE ERA LI INTORNO NON LO RIGUARDASSE.
- GIANFRANCO, SU, GIANFRANCO, - DISSE LA GOVERNANTE, - HAI VISTO CHE È TORNATO BABBO NATALE CON UN ALTRO REGALO ?
- TRECENTODODICI, - SOSPIRÒ IL BAMBINO - SENZ'ALZARE GLI OCCHI DAL LIBRO. - METTA LÍ.
- È IL TRECENTODODICESIMO REGALO CHE ARRIVA, - DISSE LA GOVERNANTE. - GIANFRANCO È COSÍ BRAVO, TIENE IL CONTO, NON NE PERDE UNO, LA SUA GRAN PASSIONE È CONTARE.
IN PUNTA DI PIEDI MARCOVALDO E MICHELINO LASCIARONO LA CASA.
- PAPÀ, QUEL BAMBINO È UN BAMBINO POVERO? - CHIESE MICHELINO.
MARCOVALDO ERA INTENTO A RIORDINARE IL CARICO DEL FURGONCINO E NON RISPOSE SUBITO. MA DOPO UN MOMENTO, S'AFFRETTÒ A PROTESTARE: - POVERO? CHE DICI ? SAI CHI È SUO PADRE? È IL PRESIDENTE DELL'UNIONE INCREMENTO VENDITE NATALIZIE! IL COMMENDATOR...
S'INTERRUPPE, PERCHÉ NON VEDEVA MICHELINO. MICHELINO, MICHELINO! DOVE SEI? ERA SPARITO.
" STA’ A VEDERE CHE HA VISTO PASSARE UN ALTRO BABBO NATALE, L'HA SCAMBIATO PER ME E GLI È ANDATO DIETRO ... " MARCOVALDO CONTINUÒ IL SUO GIRO, MA ERA UN PO' IN PENSIERO E NON VEDEVA L'ORA DI TORNARE A CASA.
A CASA, RITROVÒ MICHELINO INSIEME AI SUOI FRATELLI, BUONO BUONO.
- DI' UN PO', TU: DOVE T'ERI CACCIATO?
- A CASA, A PRENDERE I REGALI... SI, I REGALI PER QUEL BAMBINO POVERO...
- EH! CHI?
- QUELLO CHE SE NE STAVA COSI TRISTE.. - QUELLO DELLA VILLA CON L'ALBERO DI NATALE ...
- A LUI? MA CHE REGALI POTEVI FARGLI, TU A LUI ?
- OH, LI AVEVAMO PREPARATI BENE ... TRE REGALI, INVOLTI IN CARTA ARGENTATA.
INTERVENNERO I FRATELLINI. SIAMO ANDATI TUTTI INSIEME A PORTARGLIELI! AVESSI VISTO COME ERA CONTENTO !
- FIGURIAMOCI! - DISSE MARCOVALDO. - AVEVA PROPRIO BISOGNO DEI VOSTRI REGALI, PER ESSERE CONTENTO !
- SÍ, SÍ DEI NOSTRI... È CORSO SUBITO A STRAPPARE LA CARTA PER VEDERE COS'ERANO ...
- E COS'ERANO ?
- IL PRIMO ERA UN MARTELLO: QUEL MARTELLO GROSSO, TONDO, DI LEGNO ...
- E LUI ?
- SALTAVA DALLA GIOIA ! L'HA AFFERRATO E HA COMINCIATO A USARLO !
- COME ?
- HA SPACCATO TUTTI I GIOCATTOLI! E TUTTA LA CRISTALLERIA! POI HA PRESO IL SECONDO REGALO ...
- COS'ERA ?
- UN TIRASASSI. DOVEVI VEDERLO, CHE CONTENTEZZA... HA FRACASSATO TUTTE LE BOLLE DI VETRO DELL'ALBERO DI NATALE. POI È PASSATO AI LAMPADARI ...
- BASTA, BASTA, NON VOGLIO PIÙ SENTIRE! E ... IL TERZO REGALO ?
- NON AVEVAMO PIÙ NIENTE DA REGALARE, COSI ABBIAMO INVOLTO NELLA CARTA ARGENTATA UN PACCHETTO DI FIAMMIFERI DA CUCINA. È STATO IL REGALO CHE L'HA FATTO PIÙ FELICE. DICEVA: " I FIAMMIFERI NON ME LI LASCIANO MAI TOCCARE ! " HA COMINCIATO AD ACCENDERLI, E ...
- E ... ?
- …HA DATO FUOCO A TUTTO !
MARCOVALDO AVEVA LE MANI NEI CAPELLI. - SONO ROVINATO !
L'INDOMANI, PRESENTANDOSI IN DITTA, SENTIVA ADDENSARSI LA TEMPESTA. SI RIVESTI DA BABBO NATALE, IN FRETTA IN FRETTA, CARICÒ SUL FURGONCINO I PACCHI DA CONSEGNARE, GIÀ MERAVIGLIATO CHE NESSUNO GLI AVESSE ANCORA DETTO NIENTE, QUANDO VIDE VENIRE VERSO DI LUI TRE CAPIUFFICIO, QUELLO DELLE RELAZIONI PUBBLICHE, QUELLO DELLA PUBBLICITÀ E QUELLO DELL'UFFICIO COMMERCIALE.
- ALT ! - GLI DISSERO, - SCARICARE TUTTO; SUBITO !
" CI SIAMO ! " SI DISSE MARCOVALDO E GIÀ SI VEDEVA LICENZIATO.
- PRESTO ! BISOGNA SOSTITUIRE I PACCHI! - DISSERO I CAPIUFFICIO. - L'UNIONE INCREMENTO VENDITE NATALIZIE HA APERTO UNA CAMPAGNA PER IL LANCIO DEL REGALO DISTRUTTIVO !
- COSI TUTT'A UN TRATTO ... - COMMENTÒ UNO DI LORO. AVREBBERO POTUTO PENSARCI PRIMA ...
- È STATA UNA SCOPERTA IMPROVVISA DEL PRESIDENTE, - SPIEGÒ UN ALTRO. - PARE CHE IL SUO BAMBINO ABBIA RICEVUTO DEGLI ARTICOLI-REGALO MODERNISSIMI, CREDO GIAPPONESI, E PER LA PRIMA VOLTA LO SI È VISTO DIVERTIRSI ...
- QUEL CHE PIÙ CONTA, - AGGIUNSE IL TERZO, - È CHE IL REGALO DISTRUTTIVO SERVE A DISTRUGGERE ARTICOLI D'OGNI GENERE: QUEL CHE CI VUOLE PER ACCELERARE IL RITMO DEI CONSUMI E RIDARE VIVACITÀ AL MERCATO ... TUTTO IN UN TEMPO BREVISSIMO E ALLA PORTATA D'UN BAMBINO ... IL PRESIDENTE DELL'UNIONE HA VISTO APRIRSI UN NUOVO ORIZZONTE, È AI SETTE CIELI DELL'ENTUSIASMO ...
- MA QUESTO BAMBINO, - CHIESE MARCOVALDO CON UN FILO DI VOCE, - HA DISTRUTTO VERAMENTE MOLTA ROBA ?
- FARE UN CALCOLO, SIA PUR APPROSSIMATIVO, È DIFFICILE, DATO CHE LA CASA È INCENDIATA ...
MARCOVALDO TORNÒ NELLA VIA ILLUMINATA COME FOSSE NOTTE, AFFOLLATA DI MAMME E BAMBINI E ZII E NONNI E PACCHI E PALLONI E CAVALLI A DONDOLO E ALBERI DI NATALE E BABBI NATALE E POLLI E TACCHINI E PANETTONI E BOTTIGLIE E ZAMPOGNARI E SPAZZACAMINI E VENDITRICI DI CALDARROSTE CHE FACEVANO SALTARE PADELLATE DI CASTAGNE SUL TONDO FORNELLO NERO ARDENTE.
E LA CITTÀ SEMBRAVA PIÙ PICCOLA, RACCOLTA IN UN'AMPOLLA LUMINOSA, SEPOLTA NEL CUORE BUIO D'UN BOSCO, TRA I TRONCHI CENTENARI DEI CASTAGNI E UN INFINITO MANTO DI NEVE. DA QUALCHE PARTE DEL BUIO S'UDIVA L'ULULO DEL LUPO; I LEPROTTI AVEVANO UNA TANA SEPOLTA NELLA NEVE, NELLA CALDA TERRA ROSSA SOTTO UNO STRATO DI RICCI DI CASTAGNA.
USCI UN LEPROTTO, BIANCO, SULLA NEVE, MOSSE LE ORECCHIE, CORSE SOTTO LA LUNA, MA ERA BIANCO E NON LO SI VEDEVA, COME SE NON CI FOSSE. SOLO LE ZAMPETTE LASCIAVANO UN'IMPRONTA LEGGERA SULLA NEVE, COME FOGLIOLINE DI TRIFOGLIO. NEANCHE IL LUPO SI VEDEVA, PERCHÉ ERA NERO E STAVA NEL BUIO NERO DEL BOSCO. SOLO SE APRIVA LA BOCCA, SI VEDEVANO I DENTI BIANCHI E AGUZZI.
C'ERA UNA LINEA IN CUI FINIVA IL BOSCO TUTTO NERO E COMINCIAVA LA NEVE TUTTA BIANCA. IL LEPROTTO CORREVA DI QUA ED IL LUPO DI LÀ.
IL LUPO VEDEVA SULLA NEVE LE IMPRONTE DEL LEPROTTO E LE INSEGUIVA, MA TENENDOSI SEMPRE SUL NERO, PER NON ESSERE VISTO. NEL PUNTO IN CUI LE IMPRONTE SI FERMAVANO DOVEVA ESSERCI IL LEPROTTO, E IL LUPO USCI DAL NERO, SPALANCÒ LA GOLA ROSSA E I DENTI AGUZZI, E MORSE IL VENTO.
IL LEPROTTO ERA POCO PIÙ IN LÀ, INVISIBILE; SI STROFINÒ UN ORECCHIO CON UNA ZAMPA, E SCAPPÒ SALTANDO.
È QUA? È LÀ? NO, È UN PO' PIÙ IN LÀ ?
SI VEDEVA SOLO LA DISTESA DI NEVE BIANCA COME QUESTA PAGINA.

 

 

 

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