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Italo Giovanni Calvino Mameli

 

 

 

 

fiabe di italo calvino

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io credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi d’un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano.
introduzione fiabe italiane

 

il contadino astrologo

c'era una volta un re che aveva perduto un anello prezioso. cerca qua, cerca là, non si trova. mise fuori un bando che se un astrologo gli sa dire dov'è, lo fa ricco per tutta la vita.
c'era un contadino senza un soldo, che non sapeva né leggere né scrivere, e si chiamava gàmbara. "sarà tanto difficile fare l'astrologo? -si disse- mi ci voglio provare". e andò dal re.
il re lo prese in parola, e lo chiuse a studiare in una stanza. nella stanza c'era solo un letto e un tavolo con un gran libraccio d'astrologia, e penna carta e calamaio. gambara si sedette al tavolo e cominciò a scartabellare il libro senza capirci niente e a farci dei segni con la penna. siccome non sapeva scrivere, venivano fuori dei segni ben strani, e i servi che entravano due volte al giorno a portarglì da mangiare, si fecero l'idea che fosse un astrologo molto sapiente.  questi servi erano stati loro a rubare l'anello, e con la coscienza sporca che avevano, quelle occhiatacce che loro rivolgeva gambara ogni volta che entravano, per darsi aria d'uomo d'autorità, parevano loro occhiate di sospetto. cominciarono ad aver paura d'essere scoperti e, non la finivano più con le riverenze, le attenzioni: "si, signor astrologo! comandi, signor astrologo!
gambara, che astrologo non era, ma contadino, e perciò malizioso, subito aveva pensato che i servi dovessero saperne qualcosa dell'anello. e pensò di farli cascare in un inganno.
un giorno, all'ora in cui gli portavano il pranzo, si nascose sotto il letto. entrò il primo dei servi e non vide nessuno. di sotto il letto gambara disse forte: - e uno!- il servo lasciò il piatto e si ritirò spaventato. entrò il secondo servo, e sentì quella voce che pareva venisse di sotto terra: - e due! - e scappò via anche lui. entrò il terzo, - e tre! -    i servi si consultarono: - ormai siamo scoperti, se l'astrologo ci accusa al re, siamo spacciati. cosi decisero d'andare dall'astrologo e confessargli il furto.     - noi siamo povera gente, - gli fecero, - e se dite al re quello che avete scoperto, siamo perduti. eccovi questa borsa d'oro: vi preghiamo di non tradirci.
gambara prese la borsa e disse: - lo non vi tradirò, però voi fate quel che vi dico. prendete l'anello e fatelo inghiottire a quel tacchino che c'è laggiù in cortile. poi lasciate fare a me.
il giorno dopo gambara si presentò al re e gli disse che dopo lunghi studi era riuscito a sapere dov'era l'anello.    

- e dov'è? –  l'ha inghiottito un tacchino. -
fu sventrato il tacchino e si trovò l'anello. il re colmò di ricchezze l'astrologo e diede un pranzo in suo onore, con tutti i conti, i marchesi, i baroni e grandi del regno.
fra le tante pietanze fu portato in tavola un piatto di gamberi. bisogna sapere che in quel paese non si conoscevano i gamberi e quella era la prima volta che se ne vedevano, regalo di un re d'altro paese.
- tu che sei astrologo, - disse il re al contadino, - dovresti sapermi dire come si chiamano questi che sono qui nel piatto. il poveretto di bestie così non ne aveva maiviste né sentite nominare. e disse tra sé, a mezza voce: - ah, gambara, gambara… sei finito male! – bravo! - disse il re che non sapeva il vero nome del contadino. - hai indovinato: quello è il nome: gamberi! sei il più grande astrologo dei mondo.

 

 

 

La fiaba dei gatti

Una donna aveva una figlia e una figliastra, e questa figliastra la teneva come un ciuco da fatica, e un giorno la mandò a cogliere cicorie.
La ragazza va e va, e invece di cicoria trova un cavolfiore: un bel cavolfiore grosso grosso. Tira il cavolfiore, tira, tira, e quando lo sradicò, in terra s'aperse come un pozzo. C'era una scaletta e lei discese.
Trovò una casa piena di gatti, tutti affaccendati. C'era un gatto che faceva il bucato, un gatto che tirava acqua da un pozzo, uno che cuciva, un gatto che rigovernava, un gatto che faceva il pane. La ragazza si fece dare la scopa da un gatto e l'aiutò a spazzare, a un altro prese in mano i panni sporchi e l'aiutò a lavare, all'altro ancora tirò la corda del pozzo, e a uno infornò le pagnotte. A mezzogiorno venne fuori una gran gatta, che era la mamma di tutti i gatti, e suonò la campanella:
- Dalin, dalon! Dalin, dalon! Chi ha lavorato venga a mangiare, chi non ha lavorato venga a guardare!
Dissero i gatti: - Mamma, abbiamo lavorato tutti, ma questa ragazza ha lavorato piú di noi.
-Brava, - disse la gatta, - vieni e mangia con noi -.
Si misero a tavola, la ragazza in mezzo ai gatti e Mamma Gatta le diede carne, maccheroni e un galletto arrosto; ai suoi figli invece diede solo fagioli. Ma alla ragazza dispiaceva di mangiare da sola e vedendo che i gatti avevano fame, spartí con loro tutto quello che Mamma Gatta le dava. Quando si alzarono, la ragazza sparecchiò tavola, sciacquò i piatti dei gatti, scopò la stanza e mise in ordine.
Poi disse alla Mamma Gatta: - Gatta mia, ora bisogna che me ne vada, se no mia mamma mi sgrida.
Disse la gatta: - Aspetta, figlia mia, che voglio darti una cosa -.
Là sotto c'era un grande ripostiglio, da una parte era pieno di roba di seta, dalle vesti agli scarpini, dall'altra pieno di roba fatta in casa, gonnelle, giubbetti, grembiuli, fazzoletti di bambace, scarpe di vacchetta.
Disse la gatta: - Scegli quel che vuoi.
La povera ragazza che andava scalza e stracciata, disse: - Datemi un vestito fatto in casa, un paio di scarpe di vacchetta e un fazzoletto da mettere al collo.
-No, - disse la gatta, - sei stata buona coi miei gattini e io ti voglio fare un bel regalo -.
Prese il piú bell'abito di seta, un bel fazzoletto grande, un paio di scarpini di raso, la vesti e disse:
- Ora che esci, nel muro ci sono certi pertugi; tu ficcaci le dita, e poi alza la testa in aria. La ragazza, quandò uscí, ficcò le dita dentro quei buchi e tirò fuori la mano tutta inanellata, un anello piú bello dell'altro in ogni dito. Alzò il capo, e le cadde una stella in fronte. Tornò a casa ornata come una sposa.
Disse la matrigna: - E chi te le ha date tutte queste bellezze?
- Mamma mia, ho trovato certi gattini, li ho aiutati a lavorare e m'hanno fatto dei regali, - e le raccontò com'era andata.
La madre, l'indomani, non vedeva l'ora di mandarci quella mangiapane di sua figlia.
Le disse: - Va' figlia mia, cosí avrai anche tu tutto come tua sorella.
-Io non ne ho voglia, - diceva lei, da quella malallevata che era, - non ho voglia di camminare, fa freddo, voglio stare vicino al camino.
Ma la madre la fece uscire a suon di bastonate. Quella ciondolona cammina cammina, trova il cavolfiore, lo tira, e scende dai gatti.
Al primo che vide gli tirò la coda, al secondo le orecchie, al terzo strappò i batti, a quello che cuciva sfilò l'ago, a quello che tirava l'acqua buttò il secchio nel pozzo: insomma non fece altro che dispetti per tutta la mattina, e loro miagolavano, miagolavano.
A mezzogiorno, venne Mamma Gatta con la campanella: - Dalin, dalon! Dalin, dalon! Chi ha lavorato venga a mangiare, chi non ha lavorato venga a guardare!
-Mamma, - dissero i gatti, - noi volevamo lavorare, ma questa ragazza ci ha tirato la coda, ci ha fatto un sacco di dispetti e non ci ha lasciato far niente!
-Bene, - disse Mamma Gatta, - andiamo a tavola -.
Alla ragazza diede una galletta d'orzo bagnata nell'aceto, e ai suoi gattini maccheroni e carne. Ma la ragazza non faceva altro che rubare il mangiare dei gatti.
Quando s'alzarono da tavola, senza badare a sparecchiare né niente, disse a Mamma Gatta: - Be', adesso dammi la roba che hai dato a mia sorella.
Mamma Gatta allora la fece entrare nel ripostiglio e le chiese cosa voleva.
- Quella veste là che è la piú bella! Quegli scarpini, che hanno i tacchi píú alti!
- Allora, - disse la gatta, - spogliati e mettití questa roba di lana unta e bisunta e queste scarpe chiodate di vacchetta tutte scalcagnate -.
Le annodò un cencio di fazzoletto al collo e la congedò dicendo: - Adesso vattene, e mentre esci, ficca le dita nei buchi e poi alza la testa in aria.
La ragazza uscí, ficcò le dita nei buchi e le si attorcigliarono tanti lombrichi, e piú faceva per staccarseli, piú s'attorcigliavano. Alzò il capo in aria e le cadde un sanguinaccio che le pendeva in bocca e lei doveva dargli sempre un morso perché s'accorciasse. Quando arrivò a casa cosí conciata, piú brutta di una scoppiettata, la mamma ne ebbe tanta rabbia che morí. E la ragazza a furia di mangiar sanguinaccío, morí lei pure. Mentre la sorellastra buona e laboriosa, se la sposò un bel giovane.
Cosí stettero belli e contenti, Drizza le orecchie che ancora li senti.
terra d'otranto


II giardino dei gatti ostinati
La città dei gatti e la città degli uomini stanno l'una dentro l'altra, ma non sono la medesima città.
Pochi gatti ricordano il tempo in cui non c'era differenza: le strade e le piazze degli uomini erano anche strade e piazze dei gatti, e i prati, e i cortili, e i balconi, e le fontane: si viveva in uno spazio largo e vario. Ma già ormai da più generazioni i felini domestici sono prigionieri di una città inabitabile: le vie ininterrottamente sono corse dal traffico mortale delle macchine schiacciagatti; in ogni metro quadrato di terreno dove s'apriva un giardino o un'area sgombra o i ruderi d'una vecchia demolizione ora torreggiano condomini, caseggiati popolari, grattacieli nuovi fiammanti; ogni andito è stipato dalle auto in parcheggio; i cortili a uno a uno vengono ricoperti d'una soletta e trasformati in garages o in cinema o in depositi–merci o in officine. E dove s'estendeva un altopiano ondeggiante di tetti bassi, cimase, altane, serbatoi d'acqua, balconi, lucernari, tettoie di lamiera, ora s'innalza il sopraelevamento generale d'ogni vano sopraelevabile: spariscono i dislivelli intermedi tra l'infimo suolo stradale e l'eccelso ciclo dei super-attici; il gatto delle nuove nidiate cerca invano l'itinerario dei padri, l'appiglio per il soffice salto dalla balaustra al cornicione alla grondaia, per la scattante arrampicata sulle tegole.
Ma in questa città verticale, in questa città compressa dove tutti i vuoti tendono a riempirsi e ogni blocco di cemento a compenetrarsi con altri blocchi di cemento, si apre una specie di contro_città, di città negativa, che consiste di fette vuote tra muro e muro, di distanze minime prescritte dal regolamento edilizio tra due costruzioni, tra retro e retro di due costruzioni; è una città di intercapedini, pozzi di luce, canali d'aerazione, passaggi carrabili, piazzole interne, accessi agli scantinati, come una rete di canali secchi su un pianeta d'intonaco e catrame, ed è attraverso questa rete che rasente i muri corre ancora l'antico popolo dei gatti.
Marcovaldo, certe volte, per passare il tempo, seguiva un gatto. Era l'intervallo del lavoro tra la mezza e le tre, quando, tranne Marcovaldo, tutto il personale andava a casa a mangiare, e lui – che si portava la colazione nella borsa – apparecchiava tra le casse del magazzino, masticava il suo boccone, fumava un mezzo toscano e girellava lì intorno, solo e ozioso, aspettando la ripresa. In quelle ore, un gatto che facesse capolino da una finestra era sempre una compagnia benvenuta, e una guida per nuove esplorazioni. Aveva fatto amicizia con un soriano, ben pasciuto, fiocco celeste al collo, certamente alloggiato presso qualche famiglia benestante. Questo soriano aveva in comune con Marcovaldo l'abitudine della passeggiata di primo dopopranzo: ne nacque naturalmente un'amicizia.
Seguendo l'amico soriano, Marcovaldo aveva preso a guardare i posti come attraverso i tondi occhi d'un micio e anche se erano i soliti dintorni della sua ditta li vedeva in una luce diversa, scenari di storie gattesche, con collegamenti praticabili solo da zampe felpate e leggere. Sebbene il quartiere dall'esterno sembrasse povero di gatti, ogni giorno nei suoi giri Marcovaldo faceva conoscenza con qualche muso nuovo, e bastava un gnaulìo, uno sbuffo, un tendersi del pelo su una schiena arcuata per fargli intuire legami e intrighi e rivalità tra loro. In quei momenti credeva già d'essere entrato nel segreto della società dei felini: ed ecco si sentiva scrutato da pupille che diventavano fessure, sorvegliato dalle antenne dei baffi tesi, e tutti i gatti attorno a lui sedevano impenetrabili come sfingi, il triangolo rosa del naso convergente sul triangolo nero delle labbra, e solo a muoversi era il vertice delle orecchie, con un guizzo vibrante come un radar.
Si giungeva al fondo d'una stretta intercapedine, tra squallidi muri ciechi: e guardandosi intorno Marcovaldo vedeva che tutti i gatti che l'avevano guidato fin là erano spariti, tutt'insieme, non si capiva da che parte, anche il suo amico soriano, lasciandolo solo. Il loro regno aveva territori cerimonie usanze che non gli era concesso di scoprire.
In compenso, dalla città dei gatti s'aprivano spiragli insospettati sulla città degli uomini: e un giorno fu proprio il soriano a guidarlo alla scoperta del grande Ristorante Biarritz.
Chi voleva vedere il Ristorante Biarritz non aveva che da assumere la statura d'un gatto, cioè stendersi carponi.
Gatto e uomo in questo modo camminavano intorno a una specie di cupola, ai cui piedi davano certi bassi finestrini rettangolari. Seguendo l'esempio del soriano, Marcovaldo guardò giù. Erano lucernari con il vetro aperto a tagliola da cui prendeva aria e luce il lussuoso salone. Al suono di violini tzigani, volteggiavano pernici e quaglie dorate su vassoi d'argento tenuti in equilibrio dalle dita bianco_guantate dei camerieri in frac. O, più precisamente, sopra le pernici e i fagiani volteggiavano i vassoi, e sopra i vassoi i guanti bianchi, e sospeso in bilico sulle scarpe di vernice dei camerieri il lucido parquet, da cui pendevano palme nane in vaso e tovaglie e cristallerie e secchi come campane con una bottiglia di champagne per batacchio: tutto capovolto perché Marcovaldo per timore d'essere visto non voleva sporgere la testa dentro il finestrino e si limitava a guardare la sala rispecchiata all'incontrano nel vetro obliquo.
Ma più che i finestrini della sala erano quelli sulle cucine a interessare il gatto: guardando nella sala si vedeva di lontano e come trasfigurato ciò che nelle cucine appariva – ben concreto e a portata di zampa – come un uccello spennato o un pesce fresco. Ed era appunto dalla parte delle cucine che il soriano voleva guidare Marcovaldo, o per un gesto d'amicizia disinteressata o perché piuttosto sperava nell'aiuto dell'uomo per una delle sue incursioni. Marcovaldo invece non voleva staccarsi dal suo belvedere sul salone: dapprincipio come affascinato dalla gala dell'ambiente, e poi perché là qualcosa aveva calamitato la sua attenzione.
Tanto che, vincendo il timore d'esser visto, faceva continuamente capolino a testa in giù.
Nel mezzo della sala, proprio sotto quel finestrino, c'era una piccola peschiera di vetro, una specie d'acquario, in cui nuotavano delle grosse trote. S'avvicinò un cliente di riguardo, con un cranio calvo e lucido, nerovestito e con la barba nera. Lo seguiva un vecchio cameriere in frac che teneva in mano una reticella come se andasse per farfalle. Il signore in nero guardò le trote con aria grave e attenta; poi alzò una mano e con un lento gesto solenne ne indicò una. Il cameriere immerse la reticella nella peschiera, inseguì la trota designata, la catturò, si diresse alle cucine, reggendo davanti a sé come una lancia la rete in cui si dibatteva il pesce. Il signore in nero, grave come un magistrato che ha comminato una sentenza capitale, andò a sedersi, in attesa del ritorno della trota, fritta «alla! mugnaia».
«Se trovo il modo di gettare una lenza di quassù] e far abboccare una di queste trote - pensò Marcovaldo - non potrò essere accusato di furto, ma tutt'al più di pesca non autorizzata». E, senza dar retta ai miagolii che lo chiamavano dalla parte della cucina, andò a cercare i suoi arnesi di pesca.
Nessuno nel salone affollato del Biarritz vide il sottile lungo filo, armato d'amo e d'esca, calare giù giù fin dentro alla peschiera. L'esca la videro i pesci, e si gettarono. Nella mischia una trota riuscì a mordere il verme: e subito prese a salire, a salire, uscì dall'acqua, guizzando argentea, volò in alto, sopra le tavole imbandite e i carrelli degli antipasti, sopra la fiamma azzurra dei fornelli per le «crépes Suzette», e sparì nel cielo del finestrino.
Marcovaldo aveva tirato la canna con lo scatto e l'energia del provetto pescatore, tanto da far finire il pesce alle sue spalle. La trota aveva appena toccato terra quando il gatto si slanciò. Quel poco di vita che le restava la perse tra i denti del soriano. Marcovaldo, che in quel momento aveva abbandonato la lenza per correre ad acchiappare il pesce, se lo vide portar via di sotto il naso, con l'amo e tutto. Fu lesto a mettere un piede sulla canna, ma lo strappo era stato così forte che all'uomo restò solo la canna, mentre il soriano scappava col pesce che si tirava dietro il filo della lenza. Traditore d'un micio! Era sparito.
Ma stavolta non gli scappava: c'era quel lungo filo che lo seguiva e indicava la via che aveva preso. Pur avendo perso di vista il gatto, Marcovaldo inseguiva l'estremità del filo: ecco che scorreva su per un muro, scavalcava un poggiolo, serpeggiava per un portone, veniva inghiottito in uno scantinato... Marcovaldo, inoltrandosi in luoghi sempre più!
gatteschi, arrampicandosi su tettoie, scavalcando ringhiere, riusciva sempre a cogliere con lo sguardo – magari un secondo prima che sparisse – quella mobile traccia che gli indicava il cammino preso dal ladro.
Ora il filo si snoda per il marciapiede d'una via, in mezzo al traffico, e Marcovaldo correndogli dietro è ormai quasi arrivato ad afferrarlo. Si butta a pancia a terra; ecco, l'acchiappa! Era riuscito ad afferrare il capo del filo prima che sgusciasse tra le sbarre di un cancello.
Dietro un cancello mezz'arrugginito e due pezzi di muro rincalzati da piante rampicanti, c'era un piccolo giardino incolto, con in fondo una palazzina dall'aria abbandonata. Un tappeto di foglie secche copriva il viale, e foglie secche giacevano dappertutto sotto i rami dei due platani, formando addirittura delle piccole montagne sulle aiole. Uno strato di foglie galleggiava nell'acqua verde d'una vasca. Intorno s'elevavano edifici enormi, grattacieli con migliaia di finestre, come tanti occhi puntati con disapprovazione su quel quadratino di due alberi, poche tegole e tante foglie gialle, sopravvissuto nel bel mezzo d'un quartiere di gran traffico.
E in questo giardino, appollaiati sui capitelli e sulle balaustre, distesi sulle foglie secche delle aiole, arrampicati al tronco degli alberi o alle grondaie, fermi sulle quattro zampe e con la coda a punto interrogativo, seduti a lavarsi il muso, erano gatti tigrati, gatti neri, gatti bianchi, gatti pezzati, soriani, angora, persiani, gatti di famiglia e gatti randagi, gatti profumati e gatti tignosi. Marcovaldo capì d'essere finalmente giunto nel cuore del regno dei gatti, nella loro isola segreta. E, dall'emozione, quasi s'era dimenticato del suo pesce.
Era rimasto, il pesce, appeso per la lenza al ramo d'un albero, fuori portata dei salti dei gatti; doveva essere caduto dalla bocca del suo rapitore in qualche maldestra mossa forse per difenderlo dagli altri, forse per sfoggiarlo come una preda straordinaria; il filo s'era impigliato e Marcovaldo per quanti strattoni desse non riusciva a liberarlo. Una lotta furiosa s'era intanto accesa tra i gatti, per raggiungere questo pesce irraggiungibile, ossia per il diritto di tentare di raggiungerlo. Ognuno voleva impedire agli altri di saltare: si lanciavano l'uno contro l'altro, si azzuffavano per aria, roteavano avvinghiati, con sibili, lamenti, sbuffi, atroci gnaulii, e finalmente una battaglia generale si scatenò in un turbine di foglie secche crepitanti.
Marcovaldo, dopo molti strappi inutili, ora sentiva che la lenza s'era liberata, ma si guardava bene dal tirare: la trota sarebbe cascata proprio in mezzo a quella mischia di felini inferociti.
Fu in quel momento che dall'alto dei muri del giardino prese a cadere una strana pioggia: resche, teste di pesce, code, e anche pezzi di polmone e coratella. Subito i gatti si distrassero dalla trota appesa e si gettarono sui nuovi bocconi. Per Marcovaldo, era il momento buono di tirare il filo e recuperare il suo pesce. Ma, prima che avesse avuto la prontezza di muoversi, da una persiana del villino uscirono due mani gialle e secche: una brandiva una forbice, l'altra una padella. La mano con la forbice s'alza sopra la trota, la mano con la padella si sporge sotto. La forbice taglia il filo, la trota cade nella padella, mani forbice padella si ritirano, la persiana si chiude: tutto nello spazio d'un secondo. Marcovaldo non capisce più niente.
Anche lei è amico dei gatti? – Una voce alle sue spalle lo fece voltare. Era circondato di donnette, certune vecchie vecchie, con in testa cappelli fuori moda, altre più giovani, con l'aria di zitelle, e tutte portavano in mano o nella borsa cartocci con avanzi di carne o di pesce, e certune anche un tegamino con del latte. – Mi aiuta a buttare questo pacchetto di là del cancello, per quelle povere bestiole?
Tutte le amiche dei gatti convenivano a quell'ora attorno al giardino delle foglie secche per portare da mangiare ai loro protetti.
Ma, ditemi, perché stanno tutti qua, questi gatti? – s'informò Marcovaldo.
E dove vuole che vadano? Solo questo giardino, c'è rimasto! Vengono qui i gatti anche dagli altri quartieri, per un raggio di chilometri e chilometri. ..
E anche gli uccelli, – interloquì un'altra, – su questi pochi alberi, si son ridotti a viverci a centinaia e centinaia...
E le rane, stanno tutte in quella vasca, e la notte gracidano, gracidano... Si sentono anche dal settimo piano delle case intorno...
Ma di chi è, questa villetta? – chiese Marcovaldo. Adesso, davanti al cancello non c'erano soltanto quelle donnette ma anche altra gente: il benzinaio di fronte, i garzoni di un'officina, il postino, il verduriere, qualche passante. E tutti, donne e uomini, non si fecero pregare a dargli risposta: ognuno voleva dire la sua, come sempre quando si tratta d'un argomento misterioso e controverso.
È d'una marchesa, che ci abita, ma non si vede mai...
Le hanno offerto milioni e milioni, le imprese edilizie, per questo pezzettino di terreno, ma non vuole vendere...
Cosa volete che se ne faccia, dei milioni, una vecchietta sola al mondo? Preferisce tenersi la sua casa, anche se va a pezzi, pur di non essere obbligata a traslocare...
È l'unica superficie non costruita nel centro della città... Aumenta di valore ogni anno... Le hanno fatto delle offerte...
Offerte soltanto? Anche intimidazioni, minacce, persecuzioni... Sapeste, gli impresari
E lei resiste, resiste, da anni...
È una santa... Senza di lei dove andrebbero quelle povere bestiole?
Figuriamoci se le importa qualcosa delle bestiole, a quella vecchia spilorcia! L'avete mai vista dar loro qualcosa da mangiare?
Ma cosa volete che dia ai gatti, se non ha niente per sé? È l'ultima discendente d'una famiglia decaduta!
Li odia, i gatti! L'ho vista rincorrerli a ombrellate!
Perché le calpestavano i fiori delle aiole!
Ma di che fiori parlate? Questo giardino io l'ho sempre visto pieno d'erbacce!
Marcovaldo capì che sulla vecchia marchesa le opinioni erano profondamente divise: chi la vedeva come una creatura angelica, chi come un'avara e un'egoista.
E anche con gli uccellini: mai che dia loro una briciola di pane!
Da l'ospitalità: vi sembra poco?
Tal quale come le zanzare, volete dire. Vengono tutte di qua, da quella vasca. D'estate le zanzare ci mangiano vivi, tutto per colpa di quella marchesa!
E i topi? È una miniera di topi, questa villa. Sotto le foglie secche hanno le loro tane, e di notte escono...
Per quel che riguarda i topi, ci pensano i gatti...
Oh, i vostri gatti! Se dobbiamo fidarci di loro...
Perché? Cos'ha da dire contro i gatti?
Qui la discussione degenerò in una lite generale.
Dovrebbe intervenire l'autorità: sequestrare la villa! – gridava uno.
Con che diritto? – protestava un altro.
In un quartiere moderno come il nostro, una topaia così... Dovrebbe essere proibito...
Ma se io il mio appartamento l'ho scelto proprio perché ha la vista su questo poco di verde...
Macché verde! Pensate al bel grattacielo che potrebbero farci!
Anche Marcovaldo avrebbe avuto da dire la sua, ma non trovava il momento adatto. Finalmente, tutto d'un fiato, esclamò: La marchesa mi ha rubato una trota!
La notizia inaspettata diede nuovi argomenti ai nemici della vecchia, ma i difensori se ne servirono come d'una prova dell'indigenza in cui versava la sfortunata nobildonna. Gli uni e gli altri furono d'accordo sul fatto che Marcovaldo dovesse andare a bussare alla sua porta e a chiederle ragione.
Il cancello non si capiva se fosse chiuso a chiave o aperto: comunque, s'apriva spingendo, con un lamentoso cigolìo. Marcovaldo si fece largo tra le foglie e i gatti, salì i gradini del portico, bussò forte all'uscio.
A una finestra (la stessa da cui s'era affacciata la padella) si alzò lo scuro della persiana e in quell'angolo si vide un occhio rotondo e turchino, una ciocca dal colore indefinibile dei capelli tinti, e una mano secca secca. Una voce che diceva: – Chi è? Chi bussa? – arrivò insieme a una nuvola d'odore d'olio fritto.
Io, signora marchesa, sarei quello della trota, –spiegò Marcovaldo, – non per disturbarla, era solo per dirle che la trota, nel caso lei non lo sapesse, quel gatto l'aveva rubata a me, che sarei quello che l'aveva pescata, tant'è vero che la lenza...
I gatti, sempre i gatti! – fece la marchesa, nascosta dietro la persiana, con una voce acuta e un po' nasale. – Tutte le mie maledizioni vengono dai gatti! Nessuno sa cosa vuoi dire! Prigioniera notte e giorno di quelle bestiacce! E con tutta l'immondizia che la gente butta da dietro i muri, per farmi dispetto!
Mala mia trota...
La sua trota! Cosa vuole che ne sappia della sua trota! – e la voce della marchesa diventava quasi un grido, come volesse coprire lo sfrigolìo d'olio in padella che usciva dalla finestra insieme all'odorino di pesce fritto. – Come posso capire qualcosa con tutto quel che mi piove in casa?
Sì, ma la trota l'ha presa o non l'ha presa?
Con tutti i danni che subisco per via dei gatti! Ah, vorrei proprio vedere! Io non rispondo di nulla! Dovessi dire io, quello che ho perso! Coi gatti che mi occupano da anni casa e giardino! La mia vita in balia di queste bestie! Valli a trovare, i proprietari, per farti rifondere i danni! Danni? Una vita distrutta: prigioniera qui, senza poter muovere un passo!
Ma, scusi, chi la obbliga a restare?
Dallo spiraglio della persiana appariva ora un occhio tondo e turchino, ora una bocca con due denti sporgenti; per un momento si vide tutto il viso e a Marcovaldo sembrò confusamente un muso di gatto.
Loro, mi tengono prigioniera, loro, i gatti! Oh, se me ne andrei! Quanto darei per un appartamentino tutto mio, in una casa moderna, pulita! Ma non posso uscire... Mi seguono, si mettono di traverso ai miei passi, mi fanno inciampare! – La voce divenne un sussurro, come confidasse un segreto. – Hanno paura che venda il terreno... Non mi lasciano... non permettono... Quando vengono gli impresari a propormi un contratto, dovrebbe vederli, i gatti! Si mettono di mezzo, unghie, hanno fatto scappare anche un notaio! Una volta avevo il contratto qui, stavo per firmare, e sono piombati dalla finestra, hanno rovesciato il calamaio, strappato tutti i fogli...
Marcovaldo si ricordò tutt'a un tratto dell'ora, del magazzino, del caporeparto. S'allontanò in punta di piedi sulle foglie secche, mentre la voce continuava a uscire di tra le stecche della persiana avvolta in quella nube come d'olio in padella: Mi hanno fatto anche un graffio... Ho ancora il segno... Qui abbandonata in balia di questi demoni...
Venne l'inverno. Una fioritura di fiocchi bianchi guarniva i rami e i capitelli e le code dei gatti. Sotto la neve le foglie secche si sfacevano in poltiglia. I gatti li si vedeva poco in giro, le amiche dei gatti meno ancora; i pacchetti di resche venivano consegnati solo al gatto che si presentava a domicilio. Nessuno, da un bel po', aveva più visto la marchesa.
Dal comignolo del villino non usciva più fumo.
Un giorno di nevicata, nel giardino erano tornati tanti gatti come fosse primavera, e miagolavano come in una notte di luna. I vicini capirono che era successo qualcosa: andarono a bussare alla porta della marchesa. Non rispose: era morta.
A primavera, al posto del giardino un'impresa di costruzioni aveva impiantato un gran cantiere. Le scavatrici erano scese a gran profondità per far posto alle fondamenta, il cemento colava nelle armature di ferro, un'altissima gru porgeva sbarre agli operai che costruivano le incastellature.
Ma come si faceva a lavorare? I gatti passeggiavano su tutte le impalcate, facevano cadere mattoni e secchi di calcina, s'azzuffavano in mezzo ai mucchi di sabbia. Quando s'andava per innalzare un'armatura si trovava un gatto appollaiato in cima che sbuffava inferocito. Mici più sornioni s'arrampicavano sulle spalle dei muratori con l'aria di voler fare le fusa e non c'era verso di scacciarli. E gli uccelli continuavano a fare il nido in tutti i tralicci, il casotto della gru sembrava una voliera... E non si poteva prendere un secchio d'acqua senza trovarlo pieno di ranocchi che gracidavano e saltavano...
marcovaldo - le stagioni in città

 

LE CITTA' INVISIBILI  - anche in audiolibro
Questo libro nasce un pezzetto per volta, a intervalli anche lunghi, come poesie che mettevo sulla carta, seguendo le più varie ispirazioni
Ecco, dunque, materializzarsi su carta evocazioni di città tristi e di città contente, città dal cielo stellato e città piene di spazzatura, insomma spazi, sensazioni, genti diverse e loro passioni, fissate solo su cartelle, come un diario a fogli liberi.
per vedere una città non basta tenere gli occhi aperti.  occorre scartare tutte le idee ricevute le immagini precostituite che ingombrano il campo visivo e la capacità di comprendere.
italialibri.net   -    http://it.wikipedia.org/wiki/Le_città_invisibili

 

 

 

. LE CITTA INVISIBILI TWITTATO  -   www.twletteratura.org/2013/10/invisibili-citta-calvino-twitter

. le citta invisibili al salone del libro torino 2016

-  MOLTISSIME LE INIZIATIVE E LE MOSTRE INDETTE IN SUO OMAGGIO IN ITALIA ED ALL'ESTERO  -



LE HO CHIAMATE TUTTE CON NOMI DI DONNA
NOMI MAGARI CON QUALCHE RISONANZA ORIENTALE
DI IMPERATRICI BIZANTINE PER ESEMPIO O NOMI MEDIEVALI.
MA I NOMI NON IMPORTANO.

IC
- Perché  ha chiamato le sue Città Invisibili con nomi di donna?
 - intervista  1974
www.raiscuola.rai.it/articoli/italo-calvino


Matt Kish
Joe Kuth
Leighton Connor

progetto Seeing Calvino - Vedere Calvino

su Tumblr da aprile 2014

la città dei gatti e la città degli uomini

coesistono una dentro l'altra

ma non sono la stessa città

Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone

 

tutte le città hanno degli angoli felici. basta riconoscerli

 

Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d'un lampione e i piedi penzolanti d'un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesano il percorso del corteo nuziale della regina; l'altezza di quella ringhiera e il salto dell'adultero che la scavalca all'alba; l'inclinazione d'una grondaia e l'incedervi d'un gatto che si infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all'improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell'usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce lì sul molo. Di quest'onda che rifluisce dai ricordi la città s'imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira.

Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d'una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.

città invisibili - le città e la memoria 3. zaira

 

   c'è un momento in cui ogni città deve ritrovare le proprie divinità   

    dopo aver vissuto il massimo smarrimento   

 

È delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura.

Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure,  anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde,  le prospettive ingannevoli; e ogni cosa ne nasconde un’altra .

Io non ho desideri né paure, - dichiarò il Kan – i miei sogni  sono composti o dalla mente o dal caso.
Anche le città credono di essere opera della mente o del caso,  ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. 

D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie ma la risposta che dà a una tua domanda - O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere, come Tebe per bocca della Sfinge.

marco polo  alla corte di kublai khan - circa 1280

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Les villes comme les rêves sont faites de désirs et de peurs, même si le fil de leur discours est secret, leurs règles absurdes, leurs perspectives trompeuses ; et toute chose en cache une autre. — Moi, je n’ai ni désirs ni peurs, déclara le Khan, et mes rêves sont composés soit par mon esprit soit par le hasard. — Les villes aussi se croient l’ouvre de l’esprit ou du hasard, mais ni l’un ni l’autre ne suffisent pour faire tenir debout leurs murs. Tu ne jouis pas d’une ville à cause de ses sept ou soixante-dix-sept merveilles, mais de la réponse qu’elle apporte à l’une de tes questions.
les villes invisibles

...

I gatti di Smeraldina, i ladri, gli amanti clandestini si spostano per vie piú alte e discontinue, saltando da un tetto all’altro, calandosi da un’altana a un verone, contornando grondaie con passo da funamboli. Piú in basso, i topi corrono nel buio delle cloache l’uno dietro la coda dell’altro insieme ai congiurati e ai contabbandieri: fanno capolino da tombini e da chiaviche, svicolano per intercapedini e chiassuoli, trascinano da un nascondiglio all’altro croste di formaggio, mercanzie proibite, barili di polvere da sparo, attraversano la compattezza della città traforata dalla raggera dei cunicoli sotterranei.

 ...

Isaura, città dai mille pozzi, si presume sorga sopra un profondo lago sotterraneo. Dappertutto dove gli abitanti scavando nella terra lunghi buchi verticali sono riusciti a tirar su dell’acqua, fin là e non oltre si è estesa la città: il suo perimetro verdeggiante ripete quello delle rive buie del lago sepolto, un paesaggio invisibile condiziona quello visibile, tutto ciò che si muove al sole è spinto dall’onda che batte chiusa sotto il cielo calcareo della roccia.
Di conseguenza religioni di due specie si danno a Isaura. Gli dei della città, secondo alcuni, abitano nella profondità, nel lago nero che nutre le vene sotterranee. Secondo altri gli dei abitano nei secchi che risalgono appesi alla fune quando appaiono fuori della vera dei pozzi, nelle carrucole che girano, negli argani delle norie, nelle leve delle pompe, nelle pale dei mulini a vento che tirano su l’acqua delle trivellazioni, nei castelli di traliccio che reggono l’avvitarsi delle sonde, nei serbatoi pensili sopra i tetti in cima a trampoli, negli archi sottili degli acquedotti, in tutte le colonne d’acqua, i tubi verticali, i saliscendi, i troppopieni, su fino alle girandole che sormontano le aeree impalcature d’Isaura, città che si muove tutta verso l’alto.

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Riconoscente la Luna ha dato alla città di Lalage un privilegio più raro: crescere in leggerezza .

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Perché indugi in malinconie inessenziali ?
Perchè mi manca l'essenziale accanto a me .

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Il fine delle mie esplorazioni è questo: scrutando le tracce di felicità che ancora si intravvedono, ne misuro la penuria. Se vuoi sapere quanto buio hai intorno, devi aguzzare lo sguardo sulle fioche luci lontane.

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Se ti dico che la citta cui tende il mio viaggio e discontinua nello spazio e nel tempo, ora piu rada ora piu densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla.
L'inferno dei viventi non qualcosa che sara. se ce n'e uno e quello che e gia qui l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti. accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo piu.
Il secondo e’ rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui. cercare e saper riconoscere chi e che cosa  -  in mezzo  all'inferno - non e’ inferno  e farlo durare e dargli spazio.

...

Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.

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Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d'avere: l'estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t'aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.

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L'occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose .

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È il momento disperato in cui si scopre che quest'impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina.

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perché indugi in malinconie inessenziali ?

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Alle volte mi basta uno scorcio che s’apre nel bel mezzo d’un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s’incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie .

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le città si dividono in quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai loro desideri e quelle i cui desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati .

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A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono.   Al vedersi immaginano mille cose l'uno dell'altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi.     Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s'incrociano per un secondo e poi sfuggono, cercando altri sguardi,  non si fermano.

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All'uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio d’una città. Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città. Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro.
I desideri sono già ricordi.

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Partendosi di là e andando tre giornate verso levante, l'uomo si trova a
Diomira, città con sessanta cupole d'argento, statue in bronzo di tutti gli dei, vie lastricate in stagno, un teatro di cristallo, un gallo d'oro che canta ogni mattina su una torre. Tutte queste bellezze il viaggiatore già conosce per averle viste anche in altre città. Ma la proprietà di questa è che chi vi arriva una sera di settembre, quando le giornate s'accorciano e le lampade multicolori s'accendono tutte insieme sulle porte delle friggitorie, e da una terrazza una voce di donna grida:  uh! gli viene da invidiare quelli che ora pensano d'aver già vissuto una sera uguale a questa e d'esser stati quella volta felici.

...
Al di là di sei fiumi e tre catene di montagne sorge Zora, città che chi l'ha vista una volta non può piú dimenticare. Ma non perché essa lasci come altre città memorabili un'immagine fuor del comune nei ricordi. Zora ha la proprietà di restare nella memoria punto per punto, nella successione delle vie, e delle case lungo le vie, e delle porte e delle finestre nelle case, pur non mostrando in esse bellezze o rarità particolari. Il suo segreto è il modo in cui la vista scorre su figure che si succedono come in una partitura musicale nella quale non si può cambiare o spostare una sola nota. L'uomo che sa a memoria com'è fatta Zora, la notte quando non può dormire immagina di camminare per le sue vie e ricorda l'ordine in cui si succedono l'orologio di rame, la tenda a strisce del barbiere, lo zampillo dai nove schizzi, la torre di vetro dell'astronomo, la edicola del venditore di cocomeri, la statua dell'eremita e del leone, il bagno turco, il caffè all'angolo, la traversa che va al porto. Questa città che non si cancella dalla mente e come un'armatura o reticolo nelle cui caselle ognuno può disporre le cose che vuole ricordare: nomi di uomini illustri, virtù, numeri, classificazioni vegetali e minerali, date di battaglie, costellazioni, parti del discorso. Tra ogni nozione e ogni punto dell'itinerario potrà stabilire un nesso d'affinità o di contrasto che serva da richiamo istantaneo alla memoria. Cosicché gli uomini piú sapienti del mondo sono quelli che sanno a mente Zora.

Ma inutilmente mi sono messo in viaggio per visitare la città: obbligata a restare immobile e uguale a se stessa per essere meglio ricordata, Zora languì, si disfece e scomparve.

La Terra l'ha dimenticata.

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Dice: – Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là infondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: – L’inferno dei viventi, non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne.   Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

The hell of the living is not something that will be: if there is one, it is what is already here, the hell where we live every day, that we form by being together. There are two ways to escape suffering it. The first is easy for many: accept the hell and become such a part of it that you can no longer see it. The second is risky and demands constant vigilance and learning: seek and be able to recognize who and what, in the midst of the hell, are not hell, then make them endure, give them space.
the invisible cities - 1972

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A che ti serve, allora, tanto viaggiare ? ... e la risposta di Marco : L'altrove è uno specchio in negativo.   Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e che non avrà.

...

Che senso ha il vostro costruire ?    domanda.    Qual è il fine d'una città in costruzione se non una città ?   Dov'è il piano che seguite, il progetto  ?    Te lo mostreremo appena termina la giornata; ora non possiamo interrompere - rispondono.
Il lavoro cessa al tramonto .    Scende la notte sul cantiere. E’ una notte stellata .    - Ecco il progetto - dicono.

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Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra
- Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? - chiede Kublai Kan.
- Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra, - risponde Marco, - ma dalla linea dell'arco che esse formano.
Kublai Kan rimase silenzioso, riflettendo. Poi soggiunse: - Perché mi parli delle pietre? È solo dell'arco che mi importa.
Polo risponde: - Senza pietre non c'è arco.

le città invisibili  1972

Non c'è città più di Eusapia

propensa a godere la vita e a sfuggire gli affanni. E perché il salto dalla vita alla morte sia meno brusco, gli abitanti hanno costruito una copia identica della loro città sottoterra. I cadaveri, seccati in modo che ne resti lo scheletro rivestito dipelle gialla, vengono portati là sotto a continuare le occupazioni di prima. Di queste, sono i momenti spensierati ad avere la preferenza: i più di loro vengono seduti attorno a tavole imbandite, o atteggiati in posizione di danza o nel gesto di suonare trombette. Ma pure tutti i commerci e i mestieri dell' Eusapia dei vivi sono all'opera sottoterra, o almeno quelli cui i vivi hanno adempiuto con più soddisfazione che fastidio: l'orologiaio, in mezzo a tuttigli orologi fermi della sua bottega, accosta un'orecchia incartapecorita a una pendolascordata; un barbiere insapona con il pennello secco l'osso degli zigomi d'un attore mentre questi ripassa la parte scrutando il copione con le occhiaie vuote; una ragazza dal teschio ridente munge una carcassa di giovenca. Certo molti sono i vivi che domandano per dopo morti un destino diverso da quello che già toccò loro: la necropoli è affollata di cacciatori di leoni, mezzesoprano, banchieri, violinisti, duchesse, mantenute, generali, più di quanti mai ne contò città vivente. L'incombenza di accompagnare giù i morti e sistemarli al posto voluto è affidata a una confraternita di incappucciati. Nessun altro ha accesso all'Eusapia dei morti e tutto quello che si sa di laggiù si sa da loro. Dicono che la stessa confraternita esiste tra i morti e che non manca di dar loro una mano; gli incappucciati dopo morti continueranno nello stesso ufficio anche nell'altra Eusapia; lasciano credere che alcuni di loro siano già morti e continuino a andare su e giù. Certo, l'autorità di questa congregazione sull'Eusapia dei vivi è molto estesa. Dicono che ogni volta che scendono trovano qualcosa di cambiato nell'Eusapia di sotto; i morti apportano innovazione alla loro città; non molte, ma certo frutto di riflessione ponderata, non di capricci passeggeri. Da un anno all'altro, dicono, l'Eusapia dei morti non si riconosce. E i vivi, per non essere da meno, tutto quello che gli incappucciati raccontano delle novità dei morti, vogliono farlo anche loro. Così l'Eusapia dei vivi ha preso a copiare la sua copia sotterranea. Dicono che questo non è solo adesso che accade: in realtà sarebbero stati i morti a costruire l'Eusapia di sopra a somiglianza della loro città. Dicono che nelle due città gemelle non ci sia più modo di sapere quali sono i vivi e quali i morti.
eusapia - città invisibili

www.lacittadiisaura.it/isaura-calvino

 

appunti per le città invisibili di italo calvino

 

 

 

ANASTASIA
DI CAPO A TRE GIORNATE, ANDANDO VERSO MEZZODÌ, L'UOMO S'INCONTRA AD ANASTASIA, CITTÀ BAGNATA DA CANALI CONCENTRICI E SORVOLATA DA AQUILONI. DOVREI ORA ENUMERARE LE MERCI CHE QUI SI COMPRANO CON VANTAGGIO: AGATA ONICE CRISOPAZIO E ALTRE VARIETÀ DI CALCEDONIO; LODARE LA CARNE DEL FAGIANO DORATO CHE QUI SI CUCINA SULLA FIAMMA DI LEGNO DI CILIEGIO STAGIONATO E SI COSPARGE CON MOLTO ORIGANO; DIRE DELLE DONNE CHE HO VISTO FARE IL BAGNO NELLA VASCA D'UN GIARDINO E CHE TALVOLTA INVITANO - SI RACCONTA - IL PASSEGGERO A SPOGLIARSI CON LORO E A RINCORRERLE NELL'ACQUA. MA CON QUESTE NOTIZIE NON TI DIREI LA VERA ESSENZA DELLA CITTÀ: PERCHÉ MENTRE LA DESCRIZIONE DI ANASTASIA NON FA CHE RISVEGLIARE I DESIDERI UNO PER VOLTA PER OBBLIGARTI A SOFFOCARLI, A CHI SI TROVA UN MATTINO IN MEZZO AD ANASTASIA I DESIDERI SI RISVEGLIANO TUTTI INSIEME E TI CIRCONDANO. LA CITTÀ TI APPARE COME UN TUTTO IN CUI NESSUN DESIDERIO VA PERDUTO E DI CUI TU FAI PARTE, E POICHÉ ESSA GODE TUTTO QUELLO CHE TU NON GODI, A TE NON RESTA CHE ABITARE QUESTO DESIDERIO ED ESSERNE CONTENTO. TALE POTERE, CHE ORA DICONO MALIGNO ORA BENIGNO, HA ANASTASIA, CITTÀ INGANNATRICE: SE PER OTTO ORE AL GIORNO TU LAVORI COME TAGLIATORE D'AGATE ONICI CRISOPAZI, LA TUA FATICA CHE DÀ FORMA AL DESIDERIO PRENDE DAL DESIDERIO LA SUA FORMA, E TU CREDI DI GODERE PER TUTTA ANASTASIA MENTRE NON NE SEI CHE LO SCHIAVO.
le città e il desiderio - II
 
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Col crescere di un’intesa tra loro

le mani presero ad assumere atteggiamenti stabili, che corrispondevano ognuno ad un movimento dell’animo, nel loro alternarsi e ripetersi. E mentre il vocabolario delle cose si rinnovava con i campionari delle mercanzie, il repertorio dei commenti muti tendeva a chiudersi e a fissarsi. Anche il piacere a ricorrervi diminuiva in entrambi; nelle loro conversazioni restavano il più del tempo zitti e immobili.
dialoghi tra marco polo e il gran kan alla ricerca di un linguaggio universale tra gesti e parole fino al silenzio e all'immobilità

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Hong Kong architect William Lim and the Italo Calvino novel that changed his life, Invisible Cities
I read Invisible Cities when I was in my first year of architecture school, at Cornell University, in the United States, in about 1976. I was maybe 18. It’s almost like a bible for architecture students. It wasn’t part of the course, but it was something everyone had to read, so I bought a copy.
     It’s a very unusual book. I was used to reading novels, but the structure of this book is completely different. It’s extremely conceptual and very architectural in its structure.    We deal with a lot of concepts in architecture and almost every project needs to have a theme running through it.   And each chapter of this book has a concept – the strong character of a city that you’ll remember.
richard lord - scmp.com/hong-kong-architect-william-lim-and-italo-calvino
  - 2018

 

L'ACQUA NEL CESTELLO
C'ERA UNA MADRE VEDOVA CHE SPOSÒ UN PADRE VEDOVO E OGNUNO DEI DUE AVEVA UNA FIGLIA. LA MADRE VOLEVA BENE ALLA SUA E ALL'ALTRA NO. LA SUA LA MANDAVA A PRENDERE L'ACQUA CON LA BROCCA, QUELL'ALTRA COL CESTELLO.

MA L'ACQUA DEL CESTELLO EVIDENTEMENTE USCIVA E LA MATRIGNA PICCHIAVA TUTTI I GIORNI QUELLA POVERA RAGAZZA.
UN GIORNO, MENTRE ANDAVA A PRENDERE L'ACQUA, IL CESTELLO LE ANDÒ GIÙ PER IL TORRENTE. LEI SI MISE A CORRERE E A CHIEDERE A TUTTI:
L'AVETE VISTO PASSARE IL MIO CESTELLO? E TUTTI LE RISPONDEVANO:  VA' PIÙ GIÙ CHE LO TROVI.
ANDANDO GIÙ, TROVÒ UNA VECCHIA CHE SI SPULCIAVA, SEDUTA SU UNA PIETRA IN MEZZO AL TORRENTE E LE CHIESE:
L'AVETE VISTO IL MIO CESTELLO?
VIENI QUA - LE DISSE LA VECCHIA, CHE IL TUO CESTELLO TE L 'HO TROVATO IO. INTANTO, FAMMI UN FAVORE, CERCAMI UN PO' CHE COSA HO GIÙ PER QUESTE SPALLE CHE MI PIZZICA. CHE COSA HO?
LA RAGAZZA AMMAZZAVA BESTIOLINE A PIÙ NON POSSO, MA PER NON MORTIFICARE LA VECCHIA DICEVA:  PERLE E DIAMANTI.
E PERLE E DIAMANTI AVRAI - RISPOSE LA VECCHIA. E DOPO CHE FU BEN SPULCIATA:
VIENI CON ME - LE DISSE E LA PORTÒ ALLA SUA CASA CHE ERA UN MUCCHIO DI SPAZZATURA.
FAMMI UN PIACERE, BRAVA RAGAZZA: RIFAMMI IL LETTO. CHE COSA CI TROVI NEL MIO LETTO?
ERA UN LETTO CHE CAMMINAVA DA SOLO, TANTE BESTIE C'ERANO, MA LA RAGAZZA PER NON ESSERE SCORTESE RISPOSE: ROSE E GELSOMINI.
E ROSE E GELSOMINI AVRAI. FAMMI UN ALTRO PIACERE ADESSO, SPAZZAMI LA CASA. CHE CI TROVI DA SPAZZARE? LA RAGAZZA DISSE:  RUBINI E CHERUBINI.
E RUBINI E CHERUBINI AVRAI.
POI APERSE UN ARMADIO CON OGNI SORTA DI VESTITI E LE DISSE:  VUOI UN VESTITO DI SETA O UN VESTITO DI PERCALLE? E LA RAGAZZA:
-LO SONO POVERA, SA, MI DIA UN VESTITO DI PERCALLE.
E IO TE LO DARÒ DI SETA.
E LE DIEDE UNA BELLISSIMA VESTE DI SETA. POI APERSE UNO SCRIGNETTO E LE DISSE:  VUOI ORO O VUOI CORALLO? E LA RAGAZZA:
MI DIA CORALLO.
E IO TI DO ORO - E LE INFILÒ UNA COLLANA D'ORO. -   VUOI ORECCHINI DI CRISTALLO O DI DIAMANTE? - DI CRISTALLO.
E IO TE LI DO DI DIAMANTE - E LE APPESE I DIAMANTI
ALLE ORECCHIE. POI LE DISSE:   CHE TU SIA BELLA, CHE I TUOI CAPELLI SIANO D'ORO E QUANDO TI PETTINI TI CADANO ROSE E GELSOMINI DA UNA PARTE E PERLE E RUBINI DALL'ALTRA. ADESSO VA' A CASA, E QUANDO SENTI RAGLIARE L'ASINO NON TI VOLTARE MA QUANDO SENTI CANTARE IL GALLO VOLTATI.
LA RAGAZZA ANDÒ VERSO CASA; RAGLIÒ L'ASINO E NON SI VOLTÒ; E LE SPUNTÒ UNA STELLA SULLA FRONTE.
LA MATRIGNA LE DISSE:   E CHI TI HA DATO TUTTA QUESTA ROBA?
MAMMA MIA, ME L'HA DATA UNA VECCHIA CHE AVEVA TROVATO IL MIO CESTELLO, PERCHÉ IO LE HO AMMAZZATO LE PULCI.
ADESSO SÌ CHE TI VOGLIO BENE - DISSE LA MATRIGNA.
D'ORA IN AVANTI ANDRAI TU PER ACQUA CON LA BROCCA E TUA SORELLA ANDRÀ COL CESTELLO. E A SUA FIGLIA, PIANO:   VA' A PRENDERE L'ACQUA COL CESTELLO, LASCIALO ANDARE GIÙ PER IL TORRENTE, E VAGLI DIETRO: POTESSI TROVARE ANCHE TU QUELLO CHE HA TROVATO TUA SORELLA!
LA SORELLASTRA ANDÒ, BUTTÒ IL CESTELLO IN ACQUA E POI LO RINCORSE. IN GIÙ TROVÒ QUELLA VECCHIA.
AVETE VISTO PASSARE IL MIO CESTELLO?
VIENI QUA CHE L'HO IO. CERCAMI CHE COSA HO GIÙ PERLE SPALLE CHE MI PIZZICA.
LA RAGAZZA COMINCIÒ AD AMMAZZARE BESTIOLINE: - CHE COSA HO?
E LEI:   PULCI E SCABBIA.   E PULCI E SCABBIA AVRAI.
LA PORTÒ A RIFARE IL LETTO.  CHE COSA CI TROVI? - CIMICI E PIDOCCHI.  - E CIMICI E PIDOCCHI AVRAI.
LE FECE SPAZZARE LA CASA.  COSA CI TROVI?   UN SUDICIUME CHE FA SCHIFO!   E UN SUDICIUME CHE FA SCHIFO AVRAI.
POI LE CHIESE SE VOLEVA UN VESTITO DI SACCO O UN VESTITO DI SETA.    VESTITO DI SETA!   -E IO TE LO DO DI SACCO.
-COLLANA DI PERLE O COLLANA DI SPAGO?    -PERLE!     E IO TI DO SPAGO.
ORECCHINI D'ORO O ORECCHINI DI PATACCA?    D'ORO.      E IO TI DO PATACCA. ADESSO VATTENE A CASA E QUANDO RAGLIA L'ASINO VOLTATI E QUANDO CANTA IL GALLO NON TI VOLLTARE.
ANDÒ A CASA SI VOLTÒ AL RAGLIO DELL'ASINELLO E LE SPUNTÒ UNA CODA DI SOMARO SULLA FRONTE. LA CODA ERA INUTILE TAGLIARLA, PERCHÉ RISPUNTAVA. E LA RAGAZZA PIANGEVA E CANTAVA:
MAMMA MIA, DINDÒ DINDÒ, PIÙ NE TAGLIO E PIÙ CE N'HO.

LA RAGAZZA CON LA STELLA IN FRONTE LA DOMANDÒ IN SPOSA IL FIGLIO DEL RE. IL GIORNO CHE DOVEVA VENIRLA A PRENDERE CON LA CARROZZA, LA MATRIGNA LE DISSE:   VISTO CHE SPOSI IL FIGLIO DEL RE, PRIMA DI PARTIRE FAMMI QUESTO PIACERE: LAVAMI LA BOTTE. ENTRACI DENTRO CHE ORA VENGO AD AIUTARTI.
MENTRE LA RAGAZZA ERA NELLA BOTTE, LA MATRIGNA PRESE UNA CALDAIA D'ACQUA BOLLENTE PER BUTTARCELA DENTRO ED AMMAZZARLA.
POI VOLEVA FAR INDOSSARE ALLA FIGLIA BRUTTA I VESTITI DA SPOSA E PRESENTARLA AL FIGLIO DEL RE TUTTA VELATA, IN MODO CHE PRENDESSE LEI.
MENTRE ANDAVA A PRENDERE LA CALDAIA SUL FUOCO, SUA FIGLIA PASSÒ VICINO ALLA BOTTE.
CHE FAI LÀ DENTRO? DISSE ALLA SORELLA.    STO QUI PERCHÉ DEVO SPOSARE IL FIGLIO DEL RE.    FA' VENIRE ME, COSÌ LO SPOSO IO.
SEMPRE CONDISCENDENTE, LA BELLA USCÌ DALLA BOTTE E CI ENTRÒ LA BRUTTA.
VENNE LA MADRE CON L'ACQUA BOLLENTE E LA VERSÒ NELLA BOTTE. CREDEVA D'AVER AMMAZZATO LA FIGLIASTRA, MA QUANDO S'ACCORSE CHE ERA LA FIGLIA SUA, COMINCIÒ A PIANGERE E A STREPITARE. ARRIVÒ SUO MARITO, CHE LA FIGLIA GLI AVEVA GIÀ RACCONTATO TUTTO, E LE SCARICÒ UN MONTE DI LEGNATE.
LA FIGLIA BELLA SPOSÒ IL FIGLIO DEL RE E VISSE FELICE E CONTENTA.

1986

 

L’AVVENTURA DI DUE SPOSI

GLI AMORI DIFFICILI - I RACCONTI


L’OPERAIO ARTURO MASSOLARI FACEVA IL TURNO DELLA NOTTE, QUELLO CHE FINISCE ALLE SEI. PER RINCASARE AVEVA UN LUNGO TRAGITTO, CHE COMPIVA IN BICICLETTA NELLA BELLA STAGIONE, IN TRAM NEI MESI PIOVOSI E INVERNALI. ARRIVAVA A CASA TRA LE SEI E TRE QUARTI E LE SETTE, CIOÈ ALLE VOLTE UN PO’ PRIMA ALLE VOLTE UN PO’ DOPO CHE SUONASSE LA SVEGLIA DELLA MOGLIE, ELIDE.

SPESSO I DUE RUMORI: IL SUONO DELLA SVEGLIA E IL PASSO DI LUI CHE ENTRAVA SI SOVRAPPONEVANO NELLA MENTE DI ELIDE, RAGGIUNGENDOLA IN FONDO AL SONNO, IL SONNO COMPATTO DELLA MATTINA PRESTO CHE LEI CERCAVA DI SPREMERE ANCORA PER QUALCHE SECONDO COL VISO AFFONDATO NEL GUANCIALE. POI SI TIRAVA SU DAL LETTO DI STRAPPO E GIÀ INFILAVA LE BRACCIA ALLA CIECA NELLA VESTAGLIA, COI CAPELLI SUGLI OCCHI. GLI APPARIVA COSÌ, IN CUCINA, DOVE ARTURO STAVA TIRANDO FUORI I RECIPIENTI VUOTI DALLA BORSA CHE SI PORTAVA CON SÉ SUL LAVORO: IL PORTAVIVANDE, IL TERMOS, E LI POSAVA SULL’ACQUAIO. AVEVA GIÀ ACCESO IL FORNELLO E AVEVA MESSO SU IL CAFFÈ. APPENA LUI LA GUARDAVA, A ELIDE VENIVA DA PASSARSI UNA MANO SUI CAPELLI, DA SPALANCARE A FORZA GLI OCCHI, COME SE OGNI VOLTA SI VERGOGNASSE UN PO’ DI QUESTA PRIMA IMMAGINE CHE IL MARITO AVEVA DI LEI ENTRANDO IN CASA, SEMPRE COSÌ IN DISORDINE, CON LA FACCIA MEZZ’ADDORMENTATA. QUANDO DUE HANNO DORMITO INSIEME È UN’ALTRA COSA, CI SI RITROVA AL MATTINO A RIAFFIORARE ENTRAMBI DALLO STESSO SONNO, SI È PARI.

ALLE VOLTE INVECE ERA LUI CHE ENTRAVA IN CAMERA A DESTARLA, CON LA TAZZINA DEL CAFFÈ, UN MINUTO PRIMA CHE LA SVEGLIA SUONASSE; ALLORA TUTTO ERA PIÙ NATURALE, LA SMORFIA PER USCIRE DAL SONNO PRENDEVA UNA SPECIE DI DOLCEZZA PIGRA, LE BRACCIA CHE S’ALZAVANO PER STIRARSI, NUDE, FINIVANO PER CINGERE IL COLLO DI LUI. S’ABBRACCIAVANO.

ARTURO AVEVA INDOSSO IL GIACCONE IMPERMEABILE; A SENTIRSELO VICINO LEI CAPIVA IL TEMPO CHE FACEVA: SE PIOVEVA O FACEVA NEBBIA O C’ERA NEVE, A SECONDO DI COM’ERA UMIDO E FREDDO. MA GLI DICEVA LO STESSO: – CHE TEMPO FA? – E LUI ATTACCAVA IL SUO SOLITO BRONTOLAMENTO MEZZO IRONICO, PASSANDO IN RASSEGNA GLI INCONVENIENTI CHE GLI ERANO OCCORSI, COMINCIANDO DALLA FINE: IL PERCORSO IN BICI, IL TEMPO TROVATO USCENDO DI FABBRICA, DIVERSO DA QUELLO DI QUANDO C’ERA ENTRATO LA SERA PRIMA, E LE GRANE SUL LAVORO, LE VOCI CHE CORREVANO NEL REPARTO, E COSÌ VIA.
A QUELL’ORA, LA CASA ERA SEMPRE POCO SCALDATA, MA ELIDE S’ERA TUTTA SPOGLIATA, UN PO’ RABBRIVIDENDO, E SI LAVAVA, NELLO STANZINO DA BAGNO. DIETRO VENIVA LUI, PIÙ CON CALMA, SI SPOGLIAVA E SI LAVAVA ANCHE LUI, LENTAMENTE, SI TOGLIEVA DI DOSSO LA POLVERE E L’UNTO DELL’OFFICINA. COSÌ STANDO TUTTI E DUE INTORNO ALLO STESSO LAVABO, MEZZO NUDI, UN PO’ INTIRIZZITI, OGNI TANTO DANDOSI DELLE SPINTE, TOGLIENDOSI DI MANO IL SAPONE, IL DENTIFRICIO, E CONTINUANDO A DIRE LE COSE CHE AVEVANO DA DIRSI, VENIVA IL MOMENTO DELLA CONFIDENZA, E ALLE VOLTE, MAGARI AIUTANDOSI A VICENDA A STROFINARSI LA SCHIENA, S’INSINUAVA UNA CAREZZA, E SI TROVAVANO ABBRACCIATI.

MA TUTT’A UN TRATTO ELIDE: – DIO! CHE ORA È GIÀ! – E CORREVA A INFILARSI IL REGGICALZE, LA GONNA, TUTTO IN FRETTA, IN PIEDI, E CON LA SPAZZOLA GIÀ ANDAVA SU E GIÙ PER I CAPELLI, E SPORGEVA IL VISO ALLO SPECCHIO DEL COMÒ, CON LE MOLLETTE STRETTE TRA LE LABBRA. ARTURO LE VENIVA DIETRO, AVEVA ACCESO UNA SIGARETTA, E LA GUARDAVA STANDO IN PIEDI, FUMANDO, E OGNI VOLTA PAREVA UN PO’ IMPACCIATO, DI DOVER STARE LÌ SENZA POTER FARE NULLA. ELIDE ERA PRONTA, INFILAVA IL CAPPOTTO NEL CORRIDOIO, SI DAVANO UN BACIO, APRIVA LA PORTA E GIÀ LA SI SENTIVA CORRERE GIÙ PER LE SCALE.

ARTURO RESTAVA SOLO. SEGUIVA IL RUMORE DEI TACCHI DI ELIDE GIÙ PER I GRADINI, E QUANDO NON LA SENTIVA PIÙ CONTINUAVA A SEGUIRLA COL PENSIERO, QUEL TROTTERELLARE VELOCE PER IL CORTILE, IL PORTONE, IL MARCIAPIEDE, FINO ALLA FERMATA DEL TRAM. IL TRAM LO SENTIVA BENE, INVECE: STRIDERE, FERMARSI, E LO SBATTERE DELLA PEDANA A OGNI PERSONA CHE SALIVA. “ECCO, L’HA PRESO”, PENSAVA, E VEDEVA SUA MOGLIE AGGRAPPATA IN MEZZO ALLA FOLLA D’OPERAI E OPERAIE SULL’”UNDICI”, CHE LA PORTAVA IN FABBRICA COME TUTTI I GIORNI.
SPEGNEVA LA CICCA, CHIUDEVA GLI SPORTELLI ALLA FINESTRA, FACEVA BUIO, ENTRAVA IN LETTO.
IL LETTO ERA COME L’AVEVA LASCIATO ELIDE ALZANDOSI, MA DALLA PARTE SUA, DI ARTURO, ERA QUASI INTATTO, COME FOSSE STATO RIFATTO ALLORA. LUI SI CORICAVA DALLA PROPRIA PARTE, PER BENE, MA DOPO ALLUNGAVA UNA GAMBA IN LÀ, DOV’ERA RIMASTO IL CALORE DI SUA MOGLIE, POI CI ALLUNGAVA ANCHE L’ALTRA GAMBA, E COSÌ A POCO A POCO SI SPOSTAVA TUTTO DALLA PARTE DI ELIDE, IN QUELLA NICCHIA DI TEPORE CHE CONSERVAVA ANCORA LA FORMA DEL CORPO DI LEI, E AFFONDAVA IL VISO NEL SUO GUANCIALE, NEL SUO PROFUMO, E S’ADDORMENTAVA.

QUANDO ELIDE TORNAVA, ALLA SERA, ARTURO GIÀ DA UN PO’ GIRAVA PER LE STANZE: AVEVA ACCESO LA STUFA, MESSO QUALCOSA A CUOCERE. CERTI LAVORI LI FACEVA LUI, IN QUELLE ORE PRIMA DI CENA, COME RIFARE IL LETTO, SPAZZARE UN PO’, ANCHE METTERE A BAGNO LA ROBA DA LAVARE. ELIDE POI TROVAVA TUTTO MALFATTO, MA LUI A DIR LA VERITÀ NON CI METTEVA NESSUN IMPEGNO IN PIÙ: QUELLO CHE LUI FACEVA ERA SOLO UNA SPECIE DI RITUALE PER ASPETTARE LEI, QUASI UN VENIRLE INCONTRO PUR RESTANDO TRA LE PARETI DI CASA, MENTRE FUORI S’ACCENDEVANO LE LUCI E LEI PASSAVA PER LE BOTTEGHE IN MEZZO A QUELL’ANIMAZIONE FUORI TEMPO DEI QUARTIERI DOVE CI SONO TANTE DONNE CHE FANNO LA SPESA ALLA SERA.
ALLA FINE SENTIVA IL PASSO PER LA SCALA, TUTTO DIVERSO DA QUELLO DELLA MATTINA, ADESSO APPESANTITO, PERCHÉ ELIDE SALIVA STANCA DALLA GIORNATA DI LAVORO E CARICA DELLA SPESA. ARTURO USCIVA SUL PIANEROTTOLO, LE PRENDEVA DI MANO LA SPORTA, ENTRAVANO PARLANDO. LEI SI BUTTAVA SU UNA SEDIA IN CUCINA, SENZA TOGLIERSI IL CAPPOTTO, INTANTO CHE LUI LEVAVA LA ROBA DALLA SPORTA. POI: – SU, DIAMOCI UN ADDRIZZO, – LEI DICEVA, E S’ALZAVA, SI TOGLIEVA IL CAPPOTTO, SI METTEVA IN VESTE DA CASA. COMINCIAVANO A PREPARARE DA MANGIARE: CENA PER TUTT’E DUE, POI LA MERENDA CHE SI PORTAVA LUI IN FABBRICA PER L’INTERVALLO DELL’UNA DI NOTTE, LA COLAZIONE CHE DOVEVA PORTARSI IN FABBRICA LEI L’INDOMANI, E QUELLA DA LASCIARE PRONTA PER QUANDO LUI L’INDOMANI SI SAREBBE SVEGLIATO.

LEI UN PO’ SFACCENDAVA UN PO’ SI SEDEVA SULLA SEGGIOLA DI PAGLIA E DICEVA A LUI COSA DOVEVA FARE. LUI INVECE ERA L’ORA IN CUI ERA RIPOSATO, SI DAVA ATTORNO, ANZI VOLEVA FAR TUTTO LUI, MA SEMPRE UN PO’ DISTRATTO, CON LA TESTA GIÀ AD ALTRO. IN QUEI MOMENTI LÌ, ALLE VOLTE ARRIVAVANO SUL PUNTO DI URTARSI, DI DIRSI QUALCHE PAROLA BRUTTA, PERCHÉ LEI LO AVREBBE VOLUTO PIÙ ATTENTO A QUELLO CHE FACEVA, CHE CI METTESSE PIÙ IMPEGNO, OPPURE CHE FOSSE PIÙ ATTACCATO A LEI, LE STESSE PIÙ VICINO, LE DESSE PIÙ CONSOLAZIONE. INVECE LUI, DOPO IL PRIMO ENTUSIASMO PERCHÉ LEI ERA TORNATA, STAVA GIÀ CON LA TESTA FUORI DI CASA, FISSATO NEL PENSIERO DI FAR PRESTO PERCHÉ DOVEVA ANDARE.

APPARECCHIATA TAVOLA, MESSA TUTTA LA ROBA PRONTA A PORTATA DI MANO PER NON DOVERSI PIÙ ALZARE, ALLORA C’ERA IL MOMENTO DELLO STRUGGIMENTO CHE LI PIGLIAVA TUTTI E DUE D’AVERE COSÌ POCO TEMPO PER STARE INSIEME, E QUASI NON RIUSCIVANO A PORTARSI IL CUCCHIAIO ALLA BOCCA, DALLA VOGLIA CHE AVEVANO DI STAR LÌ A TENERSI PER MANO. MA NON ERA ANCORA PASSATO TUTTO IL CAFFÈ E GIÀ LUI ERA DIETRO LA BICICLETTA A VEDERE SE OGNI COSA ERA IN ORDINE. S’ABBRACCIAVANO. ARTURO SEMBRAVA CHE SOLO ALLORA CAPISSE COM’ERA MORBIDA E TIEPIDA LA SUA SPOSA. MA SI CARICAVA SULLA SPALLA LA CANNA DELLA BICI E SCENDEVA ATTENTO LE SCALE.

ELIDE LAVAVA I PIATTI, RIGUARDAVA LA CASA DA CIMA A FONDO, LE COSE CHE AVEVA FATTO IL MARITO, SCUOTENDO IL CAPO. ORA LUI CORREVA LE STRADE BUIE, TRA I RADI FANALI, FORSE ERA GIÀ DOPO IL GASOMETRO. ELIDE ANDAVA A LETTO, SPEGNEVA LA LUCE. DALLA PROPRIA PARTE, CORICATA, STRISCIAVA UN PIEDE VERSO IL POSTO DI SUO MARITO, PER CERCARE IL CALORE DI LUI,MA OGNI VOLTA S’ACCORGEVA CHE DOVE DORMIVA LEI ERA PIÙ CALDO, SEGNO CHE ANCHE ARTURO AVEVA DORMITO LÌ, E NE PROVAVA UNA GRANDE TENEREZZA.

 

con le mucche
I rumori della città che le notti d’estate entrano dalle finestre aperte nelle stanze di chi non può dormire per il caldo, i rumori veri della città notturna si fanno udire quando a una cert’ora l’anonimo frastuono dei motori dirada e tace, e dal silenzio vengono fuori discreti, nitidi, graduati secondo la distanza, un passo di nottambulo, il fruscio della bici d’una guardia notturna, uno smorzato lontano schiamazzo, ed un russare dai piani di sopra, il gemito d’un malato, un vecchio pendolo che continua ogni ora a battere le ore.  
finche comincia dall’alba l’orchestra delle sveglie nelle case operaie, e sulle rotaie passa un tram.
Così una notte Marcovaldo tra la moglie e i quattro figli che sudavano nel sonno, stava a occhi chiusi ad ascoltare quanto di questo pulviscolo di esili suoni filtrava giù dal selciato del marciapiede per le basse finestrelle, fin in fondo al suo seminterrato. Sentiva il tacco veloce e ilare delle donne in ritardo, la suola sfasciata del raccoglitore di mozziconi dalle irregolari soste, il fischiettio di chi si sente solo, e ogni tanto un rotto accozzo di parole di un dialogo tra amici, tanto da indovinare se parlavano di sport o di ragazze.
Ma nella notte calda quei rumori perdevano ogni spicco, si sfacevano come attutiti dall’afa che ingombrava il vuoto delle vie, e pure sembravano volersi imporre, sancire il proprio dominio su quel regno disabitato. In ogni presenza umana Marcovaldo riconosceva tristemente un fratello come lui inchiodato anche in tempo di ferie a quel forno di cemento cotto e polveroso, dai debiti, dal peso della famiglia, dai salari scarsi o nulli.
E come se l’idea d’un impossibile vacanza gli avesse subito schiuse le porte d’un sogno, gli sembrò d’intendere lontano un suono di campani, e il latrato d’un cane, e pure un corto muggito.
Ma aveva gli occhi aperti, non sognava: e cercava, tendendo l’orecchio, di trovare ancora un appiglio a quelle vaghe impressioni, o una smentita; e davvero gli arrivava un rumore come di centinaia e centinaia di passi, lenti, sparpagliati, sordi, che s’avvicinava e sovrastava ogni altro suono, tranne appunto quel rintocco rugginoso.
Marcolaldo s’alzò, s’infilò la camicia, i pantaloni. – Dove vai?- disse la moglie che dormiva con un occhio solo.
- C’è una mandria che passa per la via. Vado a vedere.
- Anch’io! Anch’io! – fecero i tre bambini che sapevano svegliarsi al punto giusto.

Era una mandria come ne attraversavano nottetempo la città, al principio dell’estate, andando verso le montagne per l’alpeggio. Saliti in strada con gli occhi ancora mezz’appiccicati dal sonno, i bambini videro il fiume delle groppe bigie e pezzate che invadeva il marciapiede, e strisciava contro i muri ricoperti di manifesti, le saracinesche abbassate, i pali dei cartelli di sosta vietata, le pompe di benzina. Avanzando i prudenti zoccoli giù dal gradino ai crocicchi, i musi senza mai un soprassalto di curiosità accostati ai lombi di quelle che le precedevano, le mucche si portavano dietro il loro odore di strame e di fiori di campo e latte e il languido suono dei campani, e la città pareva non toccarle, tanto erano già dentro il loro mondo di prati umidi, nebbie montane e guadi di torrenti.
Inquieti invece, come fatti ombrosi dal sovrastare della città, apparivano i vaccari, che s’affannavano in brevi, inutili corse a fianco della fila, alzando i bastoni ed esplodendo in voci aspirate e rotte. I cani, cui nulla di quel che è umano è alieno, ostentavano disinvoltura procedendo a muso ritto, scampanellando, attenti al loro lavoro, ma si capiva che anch’essi erano nervosi e impacciati, altrimenti si sarebbero lasciati distrarre e avrebbero cominciato a annusare cantoni, fanali, macchie sul selciato, com’è primo pensiero d’ogni cane di città.
- Papà, – dissero i bambini, – le mucche sono come i tram? Fanno le fermate? Dov’è il capolinea delle mucche?
- Niente a che fare coi tram, – spiegò Marcovaldo. – Vanno in montagna.
- Si mettono gli sci? – Chiese Carletto.
- Vanno al pascolo, a mangiare l’erba.
- E non gli fanno la multa se sciupano i prati?

Chi non faceva domande era Michelino, che, più grande degli altri, le sue idee sulle mucche già le aveva, e badava solo ormai a verificarle, a osservare le miti corna, le quadruplici mammelle, le sozze code, le groppe e le giogaie variegate. Così seguiva la mandria, trotterellando a fianco come i cani pastori.
Quando l’ultimo branco fu passato, Marcovaldo prese per mano i bambini per tornare a dormire, ma non vedeva Michelino. Scese nella stanza, chiese alla moglie: – Michelino è già tornato?
- Michelino? Non era con te?
“S’è messo a seguire la mandria e chissà dov’è andato”, pensò, e ritornò di corsa in strada. Già la mandria aveva traversato la piazza e Marcovaldo dovette cercare la via in cui aveva svoltato. Ma pareva che quella notte diverse mandrie stessero traversando la città, ognuna per vie diverse, diretta ognuna alla sua valle. Marcovaldo rintracciò e raggiunse una mandria, poi s’accorse che non era la sua; a una traversa vide che quattro vie più in là un’altra mandria procedeva parallela e corse da quella parte; là i vaccari l’avvertirono che ne avevano incontrata un’altra diretta in senso inverso. Così, fino a che l’ultimo suono di campanaccio fu dileguato alla luce dell’alba, Marcovaldo continuò a girare inutilmente.
Il commissario cui si rivolse per denunciare la scomparsa del figlio, disse: – Dietro una mandria? Sarà andato in montagna, a farsi la villeggiatura, beato lui. Vedrai, tornerà grasso e abbronzato.
L’opinione del commissario ebbe conferma qualche giorno dopo da un impiegato della ditta dove lavorava Marcovaldo, tornato dal primo turno di ferie. A un passo di montagna aveva incontrato il ragazzo: era con la mandria, mandava a salutare il padre, e stava bene.
Marcovaldo nella polverosa calura cittadina andava col pensiero al suo figlio fortunato, che adesso certo passare le ore all’ombra d’un abete, zufolando con una foglia d’erba in bocca, guardando giù le mucche muoversi lente per il prato, e ascoltando nell’ombra della valle un fruscio d’acque.
La mamma invece non vedeva l’ora che tornasse: – Verrà in treno? Verrà in corriera? È già una settimana… È già un mese … Farà cattivo tempo … – e non si dava pace, con tutto che averne uno di meno a tavola ogni giorno fosse già un sollievo.
- Beato lui, sta al fresco, e fa panciate di burro e formaggio, – diceva Marcovaldo, e ogni volta che dal fondo d’una via gli appariva, velato appena dalla calura, il frastaglio bianco e grigio delle montagne, si sentiva come sprofondato in un pozzo, alla cui luce, lassù in alto, gli pareva di veder scintillare fronde d’aceri e castagni, e ronzare api selvatiche, e Michelino lassù, pigro e felice, tra il latte e il miele e le more di siepe.
Anche lui però aspettava il ritorno del figlio di sera in sera, pur non pensando, come la madre, agli orari del treno e delle corriere: stava in ascolto la notte ai passi sulla via come se la finestrella della stanza fosse la bocca d’una conchiglia, riecheggiante, ad appoggiarvi l’orecchio, i rumori montani.
Ecco, una notte, alzatosi di scatto a sedere sul letto, non era un’illusione, sentiva sul selciato avvicinarsi quell’inconfondibile scalpiccio d’unghie fesse, misto al rintocco dei campani.
Corsero in strada, lui e tutta la famiglia. Ritornava la mandria, lenta e grave. E nel mezzo della mandria, a cavalcioni sulla groppa d’una mucca, con le mani strette al collare, col capo che ballonzolava a ogni passo, c’era, mezzo addormentato, Michelino.
Lo presero su di peso, l’abbracciarono e baciarono. Lui era mezzo stordito.
- Come stai? Era bello?
- Oh … sì
- E a casa avevi voglia di tornare?
- Sì
- È bella la montagna?

Era in piedi di fronte a loro, con le ciglia aggrottate, lo sguardo duro.
- Lavoravo come un mulo,- disse, e sputò davanti a sé. S’era fatta una faccia da uomo.
- Ogni sera spostare i secchi ai mungitori da una bestia all’altra, e poi vuotarli nei bidoni, in fretta, sempre più in fretta, fino a tardi. E al mattino presto, rotolare i bidoni fino ai camion che li portano in città… E contare, contare sempre: le bestie, i bidoni, guai se si sbagliava
- Ma sui prati ci stavi? Quando le bestie pascolavano ?
- Non s’aveva mai tempo. Sempre qualcosa da fare. Per il latte, le lettiere, il letame. E tutto per cosa? Con la scusa che non avevo il contratto di lavoro, quanto m’hanno pagato? Una miseria. Ma se ora credete che ve ne dia a voi, vi sbagliate. Su, andiamo a dormire che sono stanco morto.

Scrollò le spalle, tirò su dal naso ed entrò in casa.
La mandria continuava a allontanarsi nella via, portandosi dietro i menzogneri e languidi odori di fieno e suoni di campani.
tratto da  i racconti

Marcovaldo
Con questa raccolta di novelle Italo Calvino affronta e analizza numerosi temi caratterizzanti gli anni del boom economico italiano attraverso gli occhi del protagonista Marcovaldo ... La condanna della civiltà e della mentalità industriale si contrappone ad un sognato mondo idillico a cui è impossibile ritornare  

cristina pagnin  -  gvonline.it

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Chi ha occhio, trova quel che cerca anche ad occhi chiusi.

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Il vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui s’accorgono solo poche anime sensibili, come i raffreddati del fieno, che starnutano per pollini di fiori d’altre terre.

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Per le vie della città Marcovaldo non faceva che incontrare altri Babbi Natale rossi e bianchi, uguali identici a lui, che pilotavano camioncini o che aprivano le portiere dei negozi
ai clienti carichi di pacchi o li aiutavano a portare le compere fino all'automobile. E tutti questi Babbi Natale avevano un'aria concentrata e indaffarata, come fossero addetti al servizio di manutenzione dell'enorme macchinario delle Feste.

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Marcovaldo considerando quanto gli spettava a fine mese tra tredicesima mensilità e ore straordinarie immagina di poter correre per i negozi a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare.

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aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita cittadina: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo .

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Alle sei di sera la città cadeva in mano dei consumatori. Per tutta la giornata il gran daffare della popolazione produttiva era il produrre: producevano beni di consumo. A una cert’ora, come per lo scatto di un interruttore, smettevano la produzione e, via! Si buttavano tutti a consumare.
marcovaldo al supermarket

 

spazio vuoto - imperia -  primo spettacolo per bambini e non solo -  dal 2014

L'INTERVISTA IMPOSSIBILE ALL'UOMO DI NEANDERTHAL   .PDF
Torino è una città che invita al rigore, alla linearità. Allo stile. Invita alla logica, e attraverso la logica apre la via alla follia .

 

 

Il genere umano è una zona del vivente che va definita circoscrivendone i confini
da introduzione a plinio il vecchio - storia naturale

 

 

Riconoscere se stessi come individui può essere facile

ma l'importante è riconoscere che sono individui anche gli altri

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CANTAUTORE - Primo maggio 1958

Italo Calvino fa il suo esordio come «cantautore».

Ma cantautore per davvero. E aveva pure la voce da baritono, finto baritono, quello da troppe sigarette.

Al corteo della Cgil a Torino gli altoparlanti gracchiano la canzone Dove vola l’avvoltoio, scritta da Calvino, musicata da Sergio Liberovici.

È una canzone con i partigiani buoni, o perlomeno dalla parte giusta, e i nazisti-avvoltoi cattivi. E contro la guerra.

E per dire che non era, quella «canzonetta», una divagazione ludica di un già grande scrittore (aveva ormai pubblicato Il barone rampante e Il visconte dimezzato) leggete il confronto tra i versi del più grande cantautore italiano, Fabrizio De André, e quelli di Calvino.

 

De André -  La guerra di Piero -  1964

Lungo le sponde del mio torrente

Voglio che scendano i lucci argentati

Non più i cadaveri dei soldati

Portati in braccio dalla corrente

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Calvino -  Dove vola l’avvoltoio - 1958

Nella limpida corrente

Ora scendon carpe e trote

Non più i corpi dei soldati

Che la fanno insanguinar
ilpost.it - 2012

Farsi fotografare - o comunque ritrarre - è produrre un’immagine di se stessi.
Da ciò derivano le due preoccupazioni che contribuiscono all’incertezza: quella della convinzione inconscia che il ritratto sia opera non del ritrattista ma della nostra faccia che atteggiandosi diversamente, offrendosi alle luci e alle ombre produce diverse immagini; e quella del rivelare (anche a noi stessi) ciò che si è, al di là dell’immagine che vogliamo dare (anche a noi stessi). Si finisce insomma per considerare ogni ritratto autoritratto, allo stesso modo che, nell’universo estetico moderno, l’artista o lo scrittore, qualsiasi cosa rappresenti, è cosciente di ritrarre se stesso, sempre con una buona parte di calcolo.
L’incertezza di fronte all’obbiettivo misura la distanza tra la parte dell’io intenzionale e quella dell’io sconosciuto. O forse il carattere illusorio di entrambe.
IC
c.gajani - ritratto-identità-maschera - 1976


Itala
varietà di margherita in omaggio a Italo Calvino
Istituto per la floricoltura regionale - Sanremo

rivierapress - 2017

 

 

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FIABA DEI GATTI___CONTADINO ASTROLOGO

citta invisibili

lezioni americane

due sposi

IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO

I FIGLI DI BABBO NATALE

cosmicomiche

con le mucche  -  Marcovaldo

BARONE RAMPANTE

IL CAVALIERE INESISTENTE

AMORI DIFFICILI

VISCONTE DIMEZZATO

L'ACQUA NEL CESTELLO

SE UNA NOTTE D'INVERNO UN VIAGGIATORE

 

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FUTURISMO  marinetti    1  -  2

.  palazzeschi    1  -  1a

.  CALVINO  1  -  2  -  3  -  4   5

.   MAJAKOVSKIJ

 

.   altri autori

 

 

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