dino buzzati traverso

 

una goccia

una goccia d'acqua sale i gradini della scala. la senti? disteso nel buio, ascolto il suo arcano cammino. come fa? saltella? tic, tic si ode a intermittenza. poi la goccia si ferma e magari per tutta la rimanente notte non si fa più viva. tuttavia sale. di gradino in gradino viene su, a differenza delle altre gocce che cascano perpendicolarmente in ottemperanza alla legge di gravità, e alla fine fanno un piccolo schiocco, ben noto in tutto il mondo. questa no: piano piano si innalza lungo la tromba delle scale lettera e dello sterminato casamento. non siamo stati noi, adulti, raffinati, sensibilissimi, a segnalarla. bensì una servetta del primo piano, squallida piccola ignorante creatura. se ne accorse una sera, a ora tarda, quando tutti eran già andati a dormire. dopo un po' non seppe frenarsi, scese dal letto e corse a svegliare la padrona. "signora" sussurrò "signora!" "cosa c'è?" fece la padrona riscuotendosi. "cosa succede?" "c'è una goccia, signora, una goccia  che vien su per le scale!" "che cosa?" chiede l'altra sbalordita. "una goccia che sale i gradini!" ripeté la  servetta, e quasi si metteva a piangere. "va, va" imprecò la padrona "sei matta? torna in letto marsch! hai bevuto, ecco il fatto vergognosa. e' un PEZZo che al mattino manca il vino nella bottiglia! brutta sporca, se credi..." ma la ragazza era fuggita già rincattucciata sotto le coperte. "chissà cosa le sarà mai saltato in mente, a quella stupida" pensava poi la padrona, in silenzio, avendo ormai perso il sonno. ed ascoltando involontariamente la notte che dominava sul mondo, anche lei udì il curioso rumore. una goccia salire le scale, positivamente. gelosa dell'ordine, per un istante la signora pensò di uscire a vedere. ma che cosa mai avrebbe potuto trovare alla miserabile luce delle lampadine oscurate, pendule dalla ringhiera? come rintracciare una goccia in piena notte, con quel freddo, lungo le rampe tenebrose? nei giorni successivi, di famiglia in famiglia la voce si sparse lentamente e adesso tutti lo sanno nella casa, anche se preferiscono non parlarne; come di cosa sciocca di cui forse vergognarsi. ora molte orecchie restano tese, nel buio, quando la notte è scesa a opprimere il genere umano. e chi pensa a una cosa, chi a un'altra. certe notti la goccia tace. altre volte invece, per lunghe ore non fa che spostarsi, su, su, si direbbe che non si debba più fermare. battono i cuori allorché il tenero passo sembra toccare la soglia. meno male, non si e' fermata. ecco che si allontana, tic, tic, avviandosi al piano di sopra. so di positivo che inquilini dell' ammezzato pensano di essere ormai al sicuro. la goccia - essi credono - è già passata davanti alla loro porta, né avrà più occasione di disturbarli; altri, ad esempio io che sto al sesto piano, hanno adesso motivi di inquietudine, non più di loro. ma chi gli dice che nelle prossime  notti la goccia riprenderà il cammino dal punto dov'era giunta l'ultima volta, o piuttosto non ricomincerà  da capo, iniziando il viaggio dai primi scalini, umidi sempre ed oscuri di abbandonate immondizie? no, neppure loro possono ritenersi sicuri. al mattino, uscendo di casa, si guarda attentamente la scala se mai sia rimasta qualche traccia. niente, come era prevedibile, non la più piccola impronta. al mattino del  resto chi prende più questa cosa sul serio? al sole del mattino l'uomo e' forte, e' un leone, anche se poche  ore prima sbigottiva. o che quelli dell'ammezzato abbiano ragione? noi del resto che prima non sentivamo niente e ci si teneva esenti, da alcune notti pure noi udiamo qualcosa. la goccia è ancora  lontana, è vero. a noi arriva soltanto un ticchettio leggerissimo, flebile eco attraverso i muri. tuttavia è segno che sta salendo e si fa sempre più vicina. anche il dormire in una camera interna, lontana dalla tromba delle scale, non serve. meglio sentirlo, il rumore, piuttosto che passare le notti nel dubbio se ci sia o meno. chi abita in quelle camere riposte talora non riesce a resistere, sguscia in silenzio nei corridoi e se ne sta in anticamera al gelo, dietro la porta, col respiro sospeso, ascoltando. se sente, non osa più allontanarsi, schiavo di indecifrabili paure. peggio ancora però se tutto è tranquillo: in questo caso come escludere, che appena tornati a coricarsi, proprio allora non ricominci il rumore? che strana vita, dunque. e non poter fare reclami, né tentare rimedi, né trovare una spiegazione che sciolga gli animi. e non poter neppure persuadere gli altri, delle altre case, i quali non sanno. ma che cosa sarebbe poi questa goccia: - domandano con esasperante buona fede - un topo forse? un rospetto uscito dalle cantine? no davvero. e allora - insistono - sarebbe per caso una allegoria? si vorrebbe, per così dire, simboleggiare la morte? o qualche pericolo? o gli anni che passano? niente affatto, signori: è semplicemente una goccia, solo che viene su per le scale. o più sottilmente si intende raffigurare i sogni e le chimere? le terre vagheggiate e lontane dove si presume la felicità? qualcosa di poetico insomma? no, assolutamente. oppure i posti più lontani ancora, al confine del mondo, ai quali mai giungeremo? ma no, vi dico, non è uno scherzo, non ci sono doppi sensi, trattasi ahimè proprio di una goccia d'acqua, a quanto è dato presumere, che di notte vien su per le scale. tic,tic misteriosamente, di gradino in gradino...

e perciò si ha paura

racconto di natale 

Tetro e ogivale è l'antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d'inverno. E l'adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c'è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale - ci si domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, i1 carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come farà l'arcivescovo? Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L'arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l'arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali.
Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l'inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata di Natale. Senonche in mezzo a questi pensieri, udì battere a una porta. "Chi bussa alle porte del Duomo" si chiese don Valentino "la sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?" Pur dicendosi così andò ad aprire e con una folata divento entrò un poverello in cenci.
"Che quantità di Dio! " esclamò sorridendo costui guardandosi intorno- "Che bellezza! Lo si sente perfino di fuori.
Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale. "
"E di sua eccellenza l'arcivescovo" rispose il prete. "Serve a lui, fra un paio d'ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore."
"Neanche un pochino, reverendo? Ce n'è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!"
"Ti ho detto di no... Puoi andare... Il Duomo è chiuso al pubblico" e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire.
Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c'era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e potente, era diventato all'improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d'ore l'arcivescovo sarebbe disceso.
Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c'era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti.
Don Valentino uscì nella notte, se n'andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l'indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l'un l'altro e intorno ad essi c era un poco di Dio.
"Buon Natale, reverendo" disse il capofamiglia. "Vuol favorire?"
"Ho fretta, amici" rispose lui. "Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno."
" Caro_ il mio don Valentino" fece il capofamiglia. "Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino."
E nell'attimo stesso che l'uomo diceva così Iddio sgusciò fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi si spensero e il cappone arrosto sembrò sabbia tra i denti.
Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte. Cammina cammina, don Valentino infine lo rivide. Era giunto alle porte della città e dinanzi a lui si stendeva nel buio, biancheggiando un poco per la neve, la grande campagna. Sopra i prati e i filari di gelsi, ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino cadde in ginocchio.
"Ma che cosa fa, reverendo?" gli domandò un contadino. "Vuoi prendersi un malanno con questo freddo?"
"Guarda laggiù figliolo. Non vedi?"
Il contadino guardò senza stupore. "È nostro" disse. "Ogni Natale viene a benedire i nostri campi."
" Senti " disse il prete. "Non me ne potresti dare un poco? In città siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l'arcivescovo possa almeno fare un Natale decente."
"Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete fatto nella vostra città. Colpa vostra. Arrangiatevi."
"Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di sì."
"Ne ho abbastanza di salvare la mia!" ridacchiò il contadino, e nell'attimo stesso che lo diceva, Iddio si sollevò dai suoi campi e scomparve nel buio.
Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne possedeva un poco non voleva cederlo (ma nell'atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente).
Ecco quindi don Valentino ai limiti di una vastissima landa, e in fondo, proprio all'orizzonte, risplendeva dolcemente Dio come una nube oblunga. Il pretino si gettò in ginocchio nella neve. "Aspettami, o Signore " supplicava "per colpa mia l'arcivescovo è rimasto solo, e stasera è Natale!"
Aveva i piedi gelati, si incamminò nella nebbia, affondava fino al ginocchio, ogni tanto stramazzava lungo disteso. Quanto avrebbe resistito?
Finche' udì un coro disteso e patetico, voci d'angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia. Aprì una porticina di legno: era una grandissima chiesa e nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando. E la chiesa era piena di paradiso.
"Fratello" gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli "abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dammene un poco, ti prego."
Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo, si fece, se era possibile, ancora più pallido.
"Buon Natale a te, don Valentino" esclamò l'arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. "Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può' sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?"  
 

1968 antologia racconti mondadori -  la boutique del mistero: 31 storie di magia quotidiana

 

 

 

inviti superflui

è un racconto che permette diverse chiavi di lettura. Infatti, se da un lato esso è un dialogo immaginario tra il protagonista e la donna che ama, dall'altro è una riflessione intima e privata di un uomo che, assorto nei suoi pensieri, riflette sulla vita e sulla concezione dell'amore.
Un sentimento alimentato dal non essere corrisposto, diventa cosí l'espediente che permette al protagonista di parlare di se stesso, rivolgendosi al perfetto interlocutore: colui che non può rispondere.
Riconoscere e apprezzare le piccole grandi gioie della vita quotidiana sembra essere dunque la chiave per la felicità, quella felicità che parte da noi e che finisce con noi, che non ha bisogno della concretezza dei beni materiali, per loro natura caduci ed effimeri, quella felicità che tutti noi desidereremmo.

pianetascuola.it



Inviti superflui
VORREI CHE TU VENISSI da me in una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andiamo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso una vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi1. palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. "Ti ricordi?" ci diremo l'un l'altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d'Oriente, cullata da piroga2. sacra. Dietro i vetri, nella sera d'inverno, probabilmente non rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei "Ti ricordi?", ma tu non ricorderesti.

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell'anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione.
Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati  ROMANZI . E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola. Ma tu - adesso mi ricordo - mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l'anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all'ora giusta l'incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo nient'altro.

Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose piú semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l'acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull'erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti "Che bello!". Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora.

Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un'altra sigaretta impaziente di fare ritorno. E non diresti "Che bello!", ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta cosí. E non saremmo neppure per un istante felici.

Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensí sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell'uomo. Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall'estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penserai al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d'oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo.

È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sí almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d'estate o d'autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo.
Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie cosí amiche all'amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.

Ma tu - adesso ci ripenso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili da valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci piú a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.

pianetascuola.it      discoveryalps.it         digilander.libero.it/fontema/buzz.html  

 

   

 

 

 

I sette messaggeri

 

Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allontanandomi dalla città e le notizie che mi giungono si fanno sempre più rare.
Ho cominciato il viaggio poco più che trentenne e più di otto anni sono passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino. Credevo, alla partenza, che in poche settimane avrei facilmente raggiunto i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi; e dovunque uomini che parlavano la mia stessa lingua, che dicevano di essere sudditi miei.
Penso talora che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di procedere sempre verso il meridione, noi in realtà siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all'estrema frontiera.
Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrà arrivare alla fine. Mi misi in viaggio che avevo già più di trent'anni, troppo tardi forse. Gli amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in realtà dei miei fedeli acconsentirono a partire.
Sebbene spensierato - ben più di quanto sia ora! - mi preoccupai di poter comunicare, durante il viaggio, con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta scelsi i sette migliori, che mi servissero da messaggeri.
Credevo, inconsapevole, che averne sette fosse addirittura un'esagerazione. Con l'andar del tempo mi accorsi al contrario che erano ridicolmente pochi; e sì che nessuno di essi è mai caduto malato, né è incappato nei briganti, né ha sfiancato le cavalcature. Tutti e sette mi hanno servito con una tenacia e una devozione che difficilmente riuscirò mai a ricompensare.
Per distinguerli facilmente imposi loro nomi con le iniziali alfabeticamente progressive; Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio.
Non uso alla lontananza dalla mia casa, vi spedii il primo, Alessandro, fin dalla sera del secondo giorno di viaggio, quando avevamo percorso già un ottantina di leghe. La sera dopo, per assicurarmi la continuità delle comunicazioni, inviai, il secondo, poi il terzo, poi il quarto, consecutivamente, fino all'ottava sera di viaggio, in cui partì Gregorio. Il primo non era ancora tornato.
Ci raggiunse la decima sera, mentre stavamo disponendo il campo per la notte, in una valle disabitata. Seppi da Alessandro che la sua rapidità era stata inferiore al previsto;avevo pensato che, procedendo isolato, in sella a un ottimo destriero, egli potesse percorrere, nel medesimo tempo, una distanza due volte la nostra; invece aveva potuto solamente una volta e mezza; in una giornata, mentre noi avanzavamo di quaranta leghe, lui ne divorava sessanta, ma non di più.
Così fu degli altri. Bartolomeo, partito per la città alla terza sera di viaggio, ci raggiunse alla quindicesima; Caio, partito alla quarta, alla ventesima solo fu di ritorno. Ben presto constatai che bastava moltiplicare per cinque i giorni fin lì impiegati per sapere quando il messaggero ci avrebbe ripreso.
Allontanandoci sempre più dalla capitale, l'itinerario dei messi si faceva ogni volta più lungo. Dopo cinquanta giorni di cammino, l'intervallo fra un arrivo e l'altro dei messaggeri cominciò a spaziarsi sensibilmente; mentre prima me ne vedevo arrivare al campo uno ogni cinque giorni, questo intervallo divenne di venticinque; la voce della mia città diveniva in tal modo sempre più fioca; intere settimane passavano senza che io ne avessi alcuna notizia.
Trascorsi che furono sei mesi - già avevamo varcato i monti Fasani - l'intervallo fra un arrivo e l'altro dei messaggeri aumentò a ben quattro mesi. Essi mi recavano oramai notizie lontane; le buste mi giungevano gualcite, talora con macchie di umido per le notti trascorse all'addiaccio da chi me le portava.
Procedemmo ancora. Invano cercavo di persuadermi che le nuvole trascorrenti sopra di me fossero uguali a quelle della mia fanciullezza, che il cielo della città lontana non fosse diverso dalla cupola azzurra che mi sovrastava, che l'aria fosse la stessa, uguale il soffio del vento, identiche le voci degli uccelli. Le nuvole, il cielo, l'aria, i venti, gli uccelli, mi apparivano in verità cose nuove e diverse; e io mi sentivo straniero.
Avanti, avanti! Vagabondi incontrati per le pianure mi dicevano che i confini non erano lontani. Io incitavo i miei uomini a non posare, spegnevo gli accenti scoraggianti che si facevano sulle loro labbra. Erano già passati quattro anni dalla mia partenza; che lunga fatica. La capitale, la mia casa, mio padre, si erano fatti stranamente remoti, quasi non ci credevo. Ben venti mesi di silenzio e di solitudine intercorrevano ora fra le successive comparse dei messaggeri. Mi portavano curiose lettere ingiallite dal tempo, e in esse trovavo nomi dimenticati, modi di dire a me insoliti, sentimenti che non riuscivo a capire. Il mattino successivo, dopo una sola notte di riposo, mentre noi ci rimettevamo in cammino, il messo partiva nella direzione opposta, recando alla città le lettere che da parecchio tempo io avevo apprestate.
Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda quando è entrato Domenico, che riusciva ancora a sorridere benché stravolto dalla fatica. Da quasi sette anni non lo rivedevo. Per tutto questo periodo lunghissimo egli non aveva fatto che correre, attraverso praterie, boschi e deserti, cambiando chissà quante volte cavalcatura, per portarmi quel pacco di buste che finora non ho avuto voglia di aprire. Egli è già andato a dormire e ripartirà domani stesso all'alba.
Ripartirà per l'ultima volta. Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andrà bene, io continuando il cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potrò rivedere Domenico che fra trentaquattro anni. Io allora ne avrò settantadue.
Ma comincio a sentirmi stanco ed è probabile che la morte mi coglierà prima. Così non lo potrò mai più rivedere.
Fra trentaquattro anni (prima anzi, molto prima) Domenico scorgerà inaspettatamente i fuochi del mio accampamento e si domanderà perché mai nel frattempo, io abbia fatto così poco cammino. Come stasera, il buon messaggero entrerà nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli anni, cariche di assurde notizie di un tempo già sepolto; ma si fermerà sulla soglia vedendomi immobile disteso sul giaciglio, due soldati ai fianchi con le torce, morto.
Eppure va, Domenico, e non dirmi che sono crudele! Porta il mio ultimo saluto alla città dove io sono nato. Tu sei il superstite legame con il mondo che un tempo fu anche mio. I più recenti messaggi mi hanno fatto sapere che molte cose sono cambiate, che mio padre è morto, che la Corona è passata a mio fratello maggiore, che mi considerano perduto, che hanno costruito alti palazzi di pietra là dove prima erano le querce sotto cui andavo solitamente a giocare. Ma è pur sempre la mia vecchia patria. Tu sei l'ultimo legame con loro, Domenico. Il quinto messaggero, Ettore, che mi raggiungerà, Dio volendo, fra un anno e otto mesi, non potrà ripartire perché non farebbe più in tempo a tornare. Dopo di te il silenzio, o Domenico, a meno che finalmente io non trovi i sospirati confini. Ma quanto più procedo, più vado convincendomi che non esiste frontiera.
Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno nel senso che noi siamo abituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro.
Per questo io intendo che Ettore e gli altri messi dopo di lui, quando mi avranno nuovamente raggiunto, non riprendano più la via della capitale ma partano innanzi a precedermi, affinché io possa sapere in antecedenza ciò che mi attende.
Un'ansia inconsueta da qualche tempo si accende in me alla sera, e non è più rimpianto delle gioie lasciate, come accadeva nei primi tempi del viaggio; piuttosto è l'impazienza di conoscere le terre ignote a cui mi dirigo.
Vado notando - e non l'ho confidato finora a nessuno - vado notando come di giorno in giorno, man mano che avanzo verso l'improbabile mèta, nel cielo irraggi una luce insolita quale mai mi è apparsa, neppure nei sogni; e come le piante, i monti, i fiumi che attraversiamo, sembrino fatti di una essenza diversa da quella nostrana e l'aria rechi presagi che non so dire.
Una speranza nuova mi trarrà domattina ancora più avanti, verso quelle montagne inesplorate che le ombre della notte stanno occultando. Ancora una volta io leverò il campo, mentre Domenico scomparirà all'orizzonte dalla parte opposta, per recare alla città lontanissima l'inutile mio messaggio.

la boutique del mistero - 1968

LA MATEMATICA DEI SETTE MESSAGGERI  >  http://utenti.quipo.it/base5/numeri/buzzati_7m.htm

 

 

 

 

 

 

La torre Eiffel

pubblicato in La boutique del mistero. Come in una fiaba, c'era una volta un personaggio visionario, che voleva creare una torre speciale, alta come nessun altro edificio di Parigi. Non ha questo tono il racconto di Buzzati, naturalmente, ma ha degli elementi di magia che caratterizzano questa raccolta di racconti, selezionati dallo stesso autore per la pubblicazione. La trama è proprio questa, con tanto di tocco surreale: una nube artificiale copre la parte superiore della torre mentre gli operai lavorano per sfidare le altezze consentite e presentate nel progetto originario. Ma poi, la realtà ha la meglio sulla fantasia: la polizia fa demolire il pezzo supplementare e inaugura una Tour Eiffel "regolamentare".
panorama.it

Trama
La costruzione della Torre Eiffel nasconde un segreto: gli operai non si erano fermati ai 300 metri di altezza circa che si possono ammirare ancora oggi. Erano andati ben più avanti verso il cielo, ma erano stati fermati e obbligati a distruggere gran parte del loro lavoro dalla forza pubblica. Il racconto termina con l’esclamazione “Ah giovinezza”.
Commento
L’esclamazione finale fa capire che questo racconto non è una semplice rivisitazione moderna del racconto biblico della Torre di Babele, ma è una riflessione sul tempo inutilmente speso nelle vane costruzioni. Spesso l’uomo, da giovane, incomincia a costruire la sua vita su pretese inutili e spreca tempo.
atuttascuola.it

126° anniversario inaugurazione tour eiffel -  31.3.2015

 

 

 

 

 

 

 

Nel Paradiso degli animali

c'è poca aria di stelle - ce n'è troppo di natale


Nel paradiso degli animali l’anima del somarello chiese all’anima del bue: - Ti ricordi per caso quella notte, tanti anni fa, quando ci siamo trovati in una specie di capanna e là, nella mangiatoia … ?
- Lasciami pensare … Ma sì – rispose il bue  –  Nella mangiatoia, se ben ricordo, c’era un bambino appena nato.
- Bravo. E da allora sapresti immaginare quanti anni sono passati? - Eh no, figurati. Con la memoria da bue che mi ritrovo.
- Millenovecentosettanta, esattamente.
- Accidenti!
- E a proposito, lo sai chi era quel bambino?
- Come faccio a saperlo? Era gente di passaggio, se non sbaglio. Certo, era un bellissimo bambino.
L’asinello sussurrò qualche cosa in un orecchio al bue.
Ma no! – fece costui – Sul serio? Vorrai scherzare spero.
- La verità. Lo giuro. Del resto io l’avevo capito subito …
- Io no – confessò il bue – Si vede che tu sei più intelligente. A me non aveva neppure sfiorato il sospetto. Benché, certo, a vedersi, era un fantolino straordinario.
- Bene, da allora gli uomini ogni hanno fanno grande festa per l’anniversario della nascita. Per loro è la giornata più bella. Tu li vedessi. È il tempo della serenità, della dolcezza, del riposo dell’animo, della pace, delle gioie famigliari, del volersi bene. Perfino i manigoldi diventano buoni come agnelli. Lo chiamano Natale. Anzi, mi viene un’idea. Già che siamo in argomento, perché non andiamo a dare un’occhiata ?
- Dove ?
- Giù sulla terra, no !
- Ci sei già stato ?
- Ogni anno, o quasi, faccio una scappata. Ho un lasciapassare speciale. Te lo puoi fare dare anche tu. Dopotutto, qualche piccola benemerenza possiamo vantarla, noi due.
- Per via di aver scaldato il bimbo col fiato?
- Su, vieni, se non vuoi perdere il meglio. Oggi è la Vigilia.
- E il lasciapassare per me ?
- Ho un cugino all’ufficio passaporti.
Il lasciapassare fu concesso. Partirono. Lievi lievi, come mammiferi disincarnati. Planarono sulla terra, adocchiarono un lume; vi puntarono sopra. Il lume era una grandissima città. Ed ecco il somarello e il bue aggirarsi per le vie del centro. Trattandosi di spiriti, automobili e tram gli passavano attraverso senza danno, e alla loro volta le due bestie passavano attraverso i muri come se fossero fatti d’aria. Così potevano vedere bene tutto quanto.
Era uno spettacolo impressionante, mille lumi, le vetrine, le ghirlande, gli abeti e lo sterminato ingorgo di automobili, e il vertiginoso formicolio della gente che andava e veniva, entrava e usciva, tutti carichi di pacchi e pacchetti, con un’espressione ansiosa e frenetica, come se fossero inseguiti. Il somarello sembrava divertito. Il bue si guardava intorno con spavento.
- Senti, amico: mi avevi detto che mi portavi a vedere il Natale. Ma devi esserti sbagliato. Qui stanno facendo la guerra.
- Ma non vedi come sono tutti contenti ?
- Contenti? A me sembrano dei pazzi.
- Perché tu sei un provinciale, caro il mio bue. Tu non sei pratico degli uomini moderni, tutto qui. Per sentirsi felici, hanno bisogno di rovinarsi i nervi.
Per togliersi da quella confusione, il bue, valendosi della sua natura di spirito, fece una svolazzatina e si fermò a curiosare a una finestra del decimo piano. E l’asinello, gentilmente, dietro.
Videro una stanza riccamente ammobiliata e nella stanza, seduta ad un tavolo, una signora molto preoccupata.
Alla sua sinistra, sul tavolo, un cumulo alto mezzo metro di carte e cartoncini colorati, alla sua destra una pila di cartoncini bianchi. Con l’evidente assillo di non perdere un minuto, la signora, sveltissima, prendeva uno dei cartoncini colorati lo esaminava un istante poi consultava grossi volumi, subito scriveva su uno dei cartoncini bianchi, lo infilava in una busta, scriveva qualcosa sulla busta, chiudeva la busta quindi prendeva dal mucchio di destra un altro cartoncino e ricominciava la manovra. Quanto tempo ci vorrà a smaltirlo? La sciagurata ansimava.
- La pagheranno, bene, immagino, – fece il bue – per un lavoro simile.
- Sei ingenuo, amico mio. Questa è una signora ricchissima e della migliore società.
- E allora perché si sta massacrando così?
- Non si massacra. Sta rispondendo ai biglietti di auguri.
- Auguri? E a che cosa servono ?
- Niente. Zero. Ma chissà come, gli uomini ne hanno una mania.
Si affacciarono, più in là, a un’altra finestra. Anche qui, gente che, trafelava, scriveva biglietti su biglietti, la fronte imperlata di sudore.
Dovunque le bestie guardassero, ecco uomini e donne fare pacchi, preparare buste, correre al telefono, spostarsi fulmineamente da una stanza all’altra portando spaghi, nastri, carte, pendagli e intanto entravano giovani inservienti con la faccia devastata portando altri pacchi, altri scatole altri fiori altri mucchi di auguri. E tutto era precipitazione ansia fastidio confusione e una terribile fatica. Dappertutto lo stesso spettacolo. Andare e venire, comprare e impaccare spedire e ricevere imballare e sballare chiamare e rispondere e tutti correvano tutti ansimavano con il terrore di non fare in tempo e qualcuno crollava boccheggiando.
- Mi avevi detto – osservò il bue – che era la festa della serenità, della pace.
- Già – rispose l’asinello. – Una volta infatti era così. Ma, cosa vuoi, da qualche anno, sarà questione della società dei consumi … Li ha morsi una misteriosa tarantola. Ascoltali, ascoltali.
Il bue tese le orecchie.
Per le strade nei negozi negli uffici nelle fabbriche uomini e donne parlavano fitto fitto scambiandosi come automi delle monotone formule buon Natale auguri auguri a lei grazie altrettanto auguri buon Natale. Un brusio che riempiva la città.
- Ma ci credono? – chiese il bue – Lo dicono sul serio? Vogliono davvero tanto bene al prossimo?
L’asinello tacque.
- E se ci ritirassimo un poco in disparte? – suggerì il bovino. – Ho ormai la testa che è un pallone … Sei proprio sicuro che non sono usciti tutti matti ?
- No, no. È semplicemente Natale.
- Ce n’è troppo, allora. Ti ricordi quella notte a Betlemme, la capanna, i pastori, quel bel bambino. Era freddo anche lì, eppure c’era una pace, una soddisfazione. Come era diverso.
- E quelle zampogne lontane che si sentivano appena appena.
- E sul tetto, ti ricordi, come un lieve svolazzamento. Chissà che uccelli erano.
- Uccelli? Testone che non sei altro. Angeli erano.
- E la stella? Non ti ricordi che razza di stella, proprio sopra la capanna? Chissà che non ci sia ancora. Le stelle hanno una vita lunga.
- Ho idea di no – disse l’asino – c’è poca aria di stelle, qui. Alzarono il muso a guardare, e infatti non si vedeva niente, sulla città c’era un soffitto di caligine e di smog.

milano nostra - racconti

BESTIARIO
Il Bestiario di Dino Buzzati è un cofanetto di due volumi ... che raccoglie tutti i racconti e gli articoli dedicati dallo scrittore Dino Buzzati agli animali e pubblicati  sul Corriere della Sera (tra il 1933 e il 1971 circa).    Il primo volume, Cani, gatti e altri animali, è dedicato ai cani, ai gatti e agli animali in generale, il secondo volume, L'alfabeto dello zoo, a tutte le altre specie ordinate dalla A alla Z.    Il libro è una riedizione completamente rivista e aggiornata del Bestiario pubblicato nel 1991 ...
Buzzati fu sempre interessato al mondo animale e, soprattutto negli ultimi decenni della sua vita, maturò un profondo senso di rispetto verso tutte le specie viventi, occupandosi spesso di questioni spinose come la violenza verso gli animali e la crudeltà di certi esperimenti scientifici.
https://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Buzzati
books.google.it
Tra il grande scrittore  e gli animali che avevano perso la loro libertà, la dignità, dentro le gabbie dello zoo, c’era un legame particolare. Fortissimo.   Lui, che abitava in viale Vittorio Veneto a Milano, proprio lì di fronte, andava a trovarli spesso. Davanti alla gabbia dell’orso, dicono che si fermasse anche venti minuti.   E uno dei guardiani era convinto di averlo visto togliersi il cappello quando si avvicinava a quei nobili prigionieri.
alessandro mezzena lona - ilpiccolo.gelocal.it - 2016
Gli animali, reali o fantastici, sono una parte fondamentale del mondo narrativo di Dino Buzzati: anello che abbraccia l'umanità e la ricongiunge con un'altra realtà, essi sono un tramite per l'altrove, popolato di voci e segnali, di domande e, forse, di risposte. Questa nuova edizione completamente rivista rispetto a quella del 1991, propone sia gli articoli, interventi e prose che lo stesso Buzzati raccolse lungo l'arco di tutta la vita, compresi alcuni dei racconti più belli della narrativa buzzatiana, sia numerosi altri testi, alcuni del quali inediti, e dei ricchi apparati di commento.
ibs
cicci - uno dei suoi otto cani
Ha appena compiuto tre mesi e sta fra l’ippopotamo, la cornamusa, il baule e gli angiolini di Raffaello Sanzio. Chi lo vede ne resta attanagliato. Arriverà molto, ma molto in alto, lasciatemelo credere.
bestiario
LAIKA - nello spazio nel 1957
Tu morrai in crudele solitudine senza sapere di essere un Eroe della Storia, un Simbolo del Progresso, un Pioniere degli Spazi ...
Ancora una volta l’uomo ha approfittato della tua innocenza, ha abusato di te per sentirsi ancora più grande e darsi un mucchio di arie.
bestiario


IL GATTO MAMMONE
da  i miracoli della val morel  - 
http://video.corriere.it/dino-buzzati-il-gatto-mammone
la foca  - lettera di dino buzzati
Egregio Signor Sindaco
Le scrivo per metterla al corrente di un grave problema e per chiederle se può di provvedere.
Ogni notte, quando la città si è addormentata si sente un lamento profondo  un disperato richiamo. Sento la voce dalla mia abitazione che non è molto distante dal Giardino Zoologico.
Non 'è una voce umana   ma quella di un animale imprigionato nello zoo.    È la voce di una foca che chiama perché non riesce a dormire quando scende la notte.
Forse le manca l'oceano   le mancano le tempeste selvagge    le onde    i ghiacci dove è nata.
Non so dove abiti lei    Signor Sindaco    se vicino o lontano dallo zoo.    L 'ha mai sentita quella voce ?     È stato mai risvegliato da quel lamento ? Ha mai avuto pietà di quella foca?
Che ne dice ? Si può fare qualcosa ? Nutrire meglio     alloggiare meglio quella povera foca?
Con la massima considerazione  Le porgo i miei saluti.
Un cittadino
lav.it
Il gigante
Dietro la vecchia casa di campagna, era già immenso e antico, quando io comparvi piccolo bambino. Ogni tanto, dalle fronde altissime, irraggiungibili, che si perdevano nell’intrico lassù come circonvoluzioni di una nuvola, crollavano giù scrosciando rami morti, grandi ciascuno come un albero.
Poi, trent’anni fa, o son quaranta? venne il famoso fulmine alla giuntura: dalla biforcazione,bruciando un terzo dell’impianto generale, così che il fusto rimase mutilato. Io pensai: povero vecchio, finalmente ti hanno sistemato, poco ti rimane da campare. E nella mente già mi figuravo con rimpianto il prato vuoto. Tutt’al più la ceppaia mastodontica, simile a un altare abbandonato, sul quale i bambini giocheranno.
Poi molti anni sono passati,
io oramai con i capelli bianchi, e lui niente, lui il gigante sempre più verde a ogni primavera, e un nuovo ramo è venuto fuori dalla cicatrice orrenda, e le fronde hanno riempito il vuoto, e si direbbe una seconda vita, quanti anni ancora, quanti secoli?
La grande ombra gira lentamente sul prato, sul tetto della casa, sul prato ancora, all’ultimo tramonto allungandosi fino laggiù al fienile.
E io povero diavolo.
elzeviro corriere sera - 8.12.1971
Viaggio agli inferni del secolo    -   COLOMBRE - 1966
LA METROPOLITANA MILANESE - 50ennio della linea rossa al 2014
. CARO BUZZATI PER CASO NON VORREBBE FARMI UNA BELLA INCHIESTA SUI LAVORI DELLA METROPOLITANA?
... POLITANA? FECI ECO SBALORDITO.
ACCESE UNA SIGARETTA DOPO AVERNE OFFERTA UNA.
. NEI LAVORI DELLA METROPOLITANA - DISSE -AVREBBERO TROVATO ... UN OPERAIO UN CERTO TORRIANI ... PER CASO NEL CORSO DEGLI SCAVI ... DALLE PARTI DI SEMPIONE ... BEH INSOMMA...
IO LO GUARDAVO, IO COMINCIAVO A SPAVENTARMI.
CHIESI: CHE COSA DOVREI FARE?.
LUI PROSEGUI: PER CASO... DURANTE GLI SCAVI SOTTERRANEI DI MILANO... DICE DI AVER TROVATO... AVER TROVATO PER CASO... - SEMBRAVA ESITASSE, IMBARAZZATO.
. PER CASO... - INCORAGGIANDOLO.
. TROVATO PER CASO - MI FISSÒ TERRIBILMENTE - ... IO STESSO STENTO A CREDERLO...
. DIRETTORE, MI DICA... . NON NE POTEVO PIÙ.
. LA PORTA DELL’INFERNO, DICE DI AVER TROVATO... UNA SPECIE DI PORTICINA.
SI NARRA CHE PERSONAGGI GROSSI E FORTISSIMI, DI FRONTE A CIÒ CHE MASSIMAMENTE AVEVANO DESIDERATO NELLA VITA, QUANDO SI PRESENTÒ TREMARONO, DIVENTANDO MACILENTI, PICCOLI E MESCHINI.
EPPURE IO CHIESI:
. E SI PUÒ ENTRARE?
. DICONO.
. L’INFERNO?
. L’INFERNO.
. GLI INFERNI?
. GLI INFERNI.
CI FU UN SILENZIO.
. E IO?
. NON È CHE UNA PROPOSTA... UNA SEMPLICE PROPOSTA...
. MI RENDO CONTO ANCH’IO...
. NESSUN ALTRO È AL CORRENTE?
. NESSUNO.
. NOI COME L’ABBIAMO SAPUTO?
. COMBINAZIONE. LA MOGLIE DI QUEL TORRIANI È FIGLIA DI UN NOSTRO VECCHIO SPEDITORE.
. ERA SOLO QUANDO HA FATTO LA SCOPERTA?
. NO, C’ERA UN ALTRO.
. E QUEST’ALTRO HA PARLATO?
. SICURAMENTE NO.
. PERCHÉ?
. PERCHÉ L’ALTRO È ENTRATO A CURIOSARE. E NON HA FATTO PIÙ RITORNO.
. E IO DOVREI?...
. RIPETO, UNA SEMPLICE PROPOSTA... IN FIN DEI CONTI, DI QUESTE FACCENDE LEI NON È UNO SPECIALISTA?
. DA SOLO?
. MEGLIO. DA SOLO DARÀ MENO NELL’OCCHIO. BISOGNA ARRANGIARSI. LASCIAPASSARE NON ESISTE. E IL NOSTRO GIORNALE, DI LÀ, NON HA NESSUNA CONOSCENZA. CHE NOI SI SAPPIA, ALMENO.
. NIENTE VIRGILIO?
. NO.
. MA QUELLI LÀ COME FARANNO A CAPIRE CHE IO SONO UN SEMPLICE TURISTA?
. ARRANGIARSI. QUEL TORRIANI DICE... LUI HA APPENA DATO UNA OCCHIATA DI LÀ... DICE CHE IN APPARENZA È TUTTO COME QUI DA NOI, E GLI UOMINI SONO DI CARNE ED OSSA, MICA COME QUELLI DI DANTE. VESTITI COME NOI. E DICE CHE È UNA CITTÀ COME LE NOSTRE CON LUCE ELETTRICA E AUTOMOBILI DIMODOCHÉ CONFONDERSI MIMETIZZARSI SARÀ ABBASTANZA FACILE, MA IN COMPENSO DIFFICILE SARÀ FARSI RICONOSCERE PER FORESTIERI...
. DICO: E ALLORA DOVREI FARMI ARROSTIRE?
. SCIOCCHEZZE. CHI PARLA PIÙ DI FUOCO? LE RIPETO: TUTTO IN APPARENZA È COME QUI, COMPRESE LE CASE E I BAR I CINEMA I NEGOZI. PROPRIO IL CASO DI DIRE CHE IL DIAVOLO NON È POI COSÌ...
. E... E IL COMPAGNO DI QUEL TORRIANI ALLORA PERCHÉ NON È TORNATO?
. CHISSÀ... POTREBBE ESSERSI SMARRITO.., POTREBBE NON AVER PIÙ TROVATO IL PASSAGGIO PER RIENTRARE... POTREBBE ANCHE AVERCI TROVATO GUSTO...
. POI UN’ALTRA COSA: PERCHÉ PROPRIO A MILANO E IN TUTTO IL RESTO DEL MONDO NO?
. NON È VERO. PARE ANZI CHE CE NE SIANO PARECCHIE DI QUESTE PORTICINE, PARECCHIE IN OGNI CITTÀ, SOLO CHE NESSUNO LE CONOSCE... O NESSUNO NE PARLA... COMUNQUE LEI AMMETTERÀ CHE GIORNALISTICAMENTE SAREBBE UN COLPO FORMIDABILE.
. GIORNALISTICAMENTE... MA CHI CI CREDERÀ? BISOGNEREBBE DOCUMENTARSI. PORTARE ALMENO DELLE FOTOGRAFIE...
ANNASPAVO. MI RENDEVO CONTO CHE LA FAMOSA PORTA STAVA APRENDOSI. NON POTEVO DECENTEMENTE RIFIUTARE, SAREBBE STATA UNA DISERZIONE IGNOBILE. MA MI FACEVA PAURA.
. SENTA, BUZZATI, NON ANTICIPIAMO LE COSE. NEANCH’IO SONO POI DEL TUTTO PERSUASO. CI SONO PARECCHI PUNTI OSCURI, A PARTE L’INVEROSIMIGLIANZA COMPLESSIVA... PERCHÉ NON VA A PARLARE CON QUEL TORRIANI?
MI PORSE UN FOGLIO. C’ERA L’INDIRIZZO.
.

L'UMILTA'
Meravigliosa è la forza dei deserti d'Oriente fatti di pietre, di sabbia e di sole, dove anche l'uomo più gretto capisce la propria pochezza di fronte alla vastità del creato e agli abissi dell'eternità, ma ancora più potente è il deserto delle città fatto di moltitudini, di strepiti, di ruote d'asfalto, di luci elettriche, e di orologi che vanno tutti insieme e pronunciano tutti nello stesso istante la medesima condanna.
il colombre
.
i sorpassi
STAVO SUL BALCONE CCANTO ALLA MAMMA E GUARDAVO LA GENTE PASSARE -  Com'è curiosa la gente vista dal di fuori quando non si accorge di essere osservata .

.

Navigare navigare
era il suo unico pensiero. Non appena, dopo lunghi tragitti, metteva piede a terra in qualche porto, subito lo pungeva l'impazienza di ripartire. Sapeva che fuori c'era il colombre ad aspettarlo, e che il colombre era sinonimo di rovina. Niente.
il colombre
La voce del Capodanno
Dicono che a mezzanotte in punto, nell'atto di venire al mondo l'anno emetta una sua voce e che da questa voce  si possa capire che razza di annata seguirà.
Ma a mezzanotte c'è baccano ... Ci sono è vero  anche coloro che non fanno baldoria e pure questi sono svegli quando gennaio arriva  se non altro per curiosità.
Magari si sono già ficcati a letto e di qui tendono le orecchie   ma udire non potranno perché intorno gli altri fanno festa.
Solo nella grande pace delle campagne   dei monti   dei mari e dei deserti   la voce si può udire   e non altrove.
Ma anche laggiù  però è difficile che un uomo sia completamente solo -  a mezzanotte del 31 dicembre anche il vagabondo cerca d'incontrare un proprio simile - al momento giusto -  ' Buon Anno '  si dicono a vicenda   e la famosa voce va perduta.
La notte sa molte cose che il giorno dimentica perché preferisce dimenticare.
La notte scrive nel cuore degli uomini.

teatro - la colonna infame
LE NOTTI DIFFICILI
galoppa, fuggi, galoppa, superstite fantasia. Avido di sterminarti, il mondo civile ti incalza alle calcagna, mai più ti darà pace.
il babau - le notti difficili 1971
...
L’affinità tra due persone non significa uguaglianza, o stretta somiglianza. Al contrario: l’esperienza insegna che significa il contrario. Come nel nostro caso. Tu docente di francese, io vinattiere, come nei primi tempi, sia pure scherzando, ti sei divertita a definirmi.
...
Tu sei una creatura piena di temperamento
, la pazienza e la tolleranza del prossimo non sono il tuo forte, anche per questo ho perso la testa per te. Ora senti una cosa, anche se non c’entra: se tu riuscissi a partire col primo treno di sabato, così  da poter essere qui entro domenica sera, non sarebbe magnifico?
...

Su, amore mio, prendi l’aereo, prendi il razzo interplanetario, il tappeto volante. Non vedo l’ora. Non ne posso più. Vieni, tesoro, te lo giuro, saremo infelici.

lettera d'amore -  le notti difficili
SENSIBILITÀ DEI SEMAFORI
Avrete notato, negli incroci dove passate normalmente, come di volta in volta varii il comportamento dei semafori. Candidamente, i preposti al traffico cittadino sono convinti che quegli ordigni luminosi obbediscano alle pure e semplici leggi fisiche e meccanicamente eseguano gli ordini ricevuti: cosicché, se regolati a tenere acceso il verde per quindici secondi, ogni volta quindici secondi saranno. Illusi. I semafori sono spesso dotati di una sensibilità arcana, affatto ignota a chi li fabbrica; e avvertono a distanza, nelle cateratte di macchine che convergono su di loro, se c’è qualche caso interessante. L’automobilista ansioso, in ritardo, preoccupato di far presto e di non perdere un secondo, è la vittima favorita. Quanto più lui ha fretta, tanto più il semaforo è maligno e, a costo di trasgredire le più elementari norme di disciplina, anticipa fulmineamente lo scatto del rosso così da sbarrargli la strada. Dopodiché prolunga con scandaloso arbitrio la durata del « no » fino a due, tre volte la dose normale. L’automobilista impreca, digrigna i denti e alle volte impazzisce.
storielle d'auto - corriere sera - 16.7.1969
IL GIORNALE SEGRETO 
corriere.it/cultura  -  EBOOK - 2014   -  books.google.it  

IL CAPO


E’ dirigente di una grande industria, ha passato i sessant’anni, ogni mattina si alza alle sei, estate e inverno, alle sette è già in fabbrica dove rimane fino alle otto di sera e oltre.
Anche la domenica va a lavorare, pur se lo stabilimento e gli uffici sono deserti; ma un’ora più tardi, ciò che egli considera quasi un vizio. E’ per eccellenza un uomo serio, ride raramente, non ride mai. D’estate si concede, ma non sempre, una settimana di vacanza nella villa sul lago. Non conosce debolezze di alcun genere, non fuma, non prende caffè, non beve alcoolici, non legge romanzi. Non tollera debolezze neppure negli altri. Si crede importante.
E’ importante. E’ importantissimo. Dice cose importanti. Ha amici importanti. Fa solo telefonate importanti. Anche i suoi scherzi in famiglia sono molto importanti. Si crede indispensabile. E’ indispensabile. I funerali seguiranno domani alle ore 14.30, partendo dall’abitazione dell’estinto.

corriere della sera - domenica 25 maggio 1969

LE PRECAUZIONI INUTILI
Ora che lui è partito, e non si farà vivo più, scomparso, cancellato via dal quadrante della vita esattamente come se fosse morto, a lei, Irene, non resta che armarsi di tutto il coraggio che una donna può chiedere a Dio e sradicare tutti i rami per cui quello sfortunato amore si è attaccato alle sue viscere. E’ sempre stata una ragazza forte, Irene, questa volta non sarà da meno.

E’ fatto! Meno tremendo di quanto lei pensasse; e meno lungo. Non sono passati neanche quattro mesi, ed eccola completamente liberata. Un poco più magra, più pallida, più diafana, però leggera, col languore soave della convalescenza dentro cui già palpitano vaghe illusioni nuove. Oh è stata brava, eroica è stata, ha saputo essere crudele con se stessa, ha respinto con accanimento tutte le lusinghe dei ricordi, ai quali sarebbe stato pur dolce abbandonarsi. Distruggere tutto ciò che di lui restava nelle sue mani, fosse pure uno spillo, bruciare le lettere e le foto, buttar via i vestiti indossati quando c’era lui, sui quali forse gli sguardi suoi avevano lasciato una traccia impalpabile, sbarazzarsi dei libri che anch’egli aveva letto e la comune conoscenza stabiliva una complicità segreta, vendere il cane che ormai aveva imparato a riconoscerlo e gli correva incontro al cancello del giardino, abbandonare le amicizie che erano appartenute a entrambi, cambiare perfino casa perché a quel camino lui una sera si era appoggiato con un gomito, perché un mattino quella porta si era aperta, e dietro era apparso lui, perché il campanello della porta continuava a dare lo stesso suono di quando lui veniva, e in ogni stanza le sembrava così di riconoscere una misteriosa impronta. Ancora: abituarsi a pensare ad altre cose, gettarsi in un lavoro massacrante per cui di sera, quando il pericolo si ridestava più insidioso, un sonno di pietra la atterrasse, conoscere nuove persone, frequentare nuovi ambienti, cambiare anche il colore dei capelli.
Tutto questo lei è riuscita a fare, con impegno disperato, non lasciando sguarnito un angolo, una fessura, da cui il ricordo potesse farsi strada. L’ha fatto. Ed è stata guarita. Ora è mattino, con un bel vestito azzurro che la sarta le ha appena mandato, Irene sta per uscire di casa. Fuori c’è il sole. Lei si sente sana, giovane, tutta lavata dentro, fresca come quando aveva sedici anni. Felice addirittura? Quasi.
Ma da una casa vicina viene una breve onda di suono. Qualcuno ha la radio accesa o fa andare il grammofono, e una finestra è stata aperta. Aperta e poi subito chiusa.
E’ bastato. Sei o sette note, non di più, la sigla di un vecchio motivo, la sua canzone. Su, coraggiosa Irene, non perderti per così poco, corri al lavoro, non fermarti, ridi ! Ma un vuoto orrendo le si è già formato entro nel petto, ha già scavato una voragine. Per mesi e mesi l’amore, questa strana condanna, aveva finto di dormire, lasciando che Irene s’illudesse. Ora una inezia è stata sufficiente a scatenarlo.
Fuori passano le macchine, la gente vive, nessuno sa di una donna che, abbandonata sul pavimento a ridosso della porta di casa come una bambina castigata, sciupandosi il bel vestito nuovo, perdutamente piange.
Lui è lontano, non tornerà mai più, e tutto è stato inutile.
sessanta racconti - 1958
il borghese stregato
E con amarezza considerava come tutta la sua vita fosse stata così: niente in fondo gli era mancato ma ogni cosa sempre inferiore al desiderio, una via di mezzo che spegneva il bisogno, mai gli aveva dato piena gioia.
sessanta racconti

LA SALVEZZA

Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche  se l’animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno. A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, ma scrivi. Lo scrivere è una delle più ridicole e patetiche nostre   illusioni. Crediamo di fare cosa importante tracciando delle contorte linee nere sopra la   carta bianca. Comunque, questo è il tuo   mestiere, che non ti sei scelto tu ma ti è venuto dalla sorte, solo questa è la porta da cui, se mai, potrai trovare scampo. Scrivi, scrivi. Alla fine,   fra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare.

(  Forse  ) .

26 ottobre 1957

egregio signore, siamo spiacenti di ... 1960

LE COSE CHE ODIO
LE PERSONE SERIE – IL TÈ 'COMPLETO' – I CALZINI – IL PELO DELLE DONNE – LE FALSE BIONDE – IL MITO DEI VIAGGI – LO STORICISMO – GLI ASTEMI – LE CANZONI NAPOLETANE – I FURBI – I DELITTI PER ONORE – LE SCARPE A DUE COLORI  –  IL GALOP FINALE – IL TITOLO “DOTTORE” – I ‘TARTUFI’ DI OGNI GENERE – LE METAFORE MITOLOGICHE – I BERRETTI BASCHI – I PERMALOSI – GLI INQUADRAMENTI STORICI – LA PEGAMOIDE – L’ODORE DI FRITTO NELLE FIERE RIONALI – I LIBRI NOIOSI – I PRESEPI NAPOLETANI – I FILM DOCUMENTARI – LE CAMPANE, SPECIALMENTE DI RITO AMBROSIANO – LE ANGURIE, I CETRIOLI, LE MELANZANE – LE BARBE DA PROFETA  –  LE POESIE DIALETTALI  – LA COSTELLAZIONE D’ORIONE – IL RAGLIO DELL’ASINO – I GIARDINI D’INVERNO – I PURISTI – I VINI DOLCI – I NUMERI CHE FINISCONO COL 7 – I SOLDATINI DI PLASTICA – I CALZONI LARGHI – I GENITORI DI BAMBINI STRAORDINARI – L’ORGANO E LA CORNAMUSA – GLI ZINGARI – LE CONVERSIONI RELIGIOSE DEGLI UOMINI CELEBRI – LA PITTURA POMPEIANA – LE MASCHERE DEI CLOWNS – LE BARZELLETTE – QUELLI PIÙ BRAVI DI ME – QUELLI CHE ODIANO I PROFUMI.
egregio signore, siamo spiacenti di ... 1960
Anche il piú nobile sentimento si atrofizza e si dissolve a poco a poco, se nessuno intorno ne fa piú caso .     È triste dirlo, ma a desiderare il Paradiso non si può essere soli .
la parola proibita

 

 

 

 

        pagina uno     due     tre      quattro            

 

 

altri autori           home

PRIVACY