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una
goccia
una goccia d'acqua sale i gradini della scala. la senti? disteso nel buio,
ascolto il suo arcano cammino.
come fa? saltella? tic, tic si ode a
intermittenza. poi la goccia si ferma e magari per tutta la rimanente notte non si fa più viva. tuttavia sale. di gradino in gradino viene su, a differenza
delle altre gocce che cascano perpendicolarmente in ottemperanza alla legge di
gravità, e alla fine fanno un piccolo schiocco, ben noto in tutto il mondo.
questa no: piano piano si innalza lungo la tromba delle scale lettera e dello
sterminato casamento. non siamo stati noi, adulti, raffinati, sensibilissimi, a
segnalarla. bensì una servetta del primo piano, squallida piccola ignorante
creatura. se ne accorse una sera, a ora tarda, quando tutti eran già andati a
dormire. dopo un po' non seppe frenarsi, scese dal letto e corse a svegliare la
padrona. "signora" sussurrò "signora!" "cosa c'è?" fece la padrona
riscuotendosi. "cosa succede?" "c'è una goccia, signora, una goccia che vien su
per le scale!" "che cosa?" chiede l'altra sbalordita. "una goccia che sale i
gradini!" ripeté la servetta, e quasi si metteva a piangere. "va, va" imprecò la
padrona "sei matta? torna in letto marsch! hai bevuto, ecco il fatto vergognosa.
e' un PEZZo che al mattino manca il vino nella bottiglia! brutta sporca, se
credi..." ma la ragazza era fuggita già rincattucciata sotto le coperte. "chissà
cosa le sarà mai saltato in mente, a quella stupida" pensava poi la padrona, in
silenzio, avendo ormai perso il sonno. ed ascoltando involontariamente la notte
che dominava sul mondo, anche lei udì il curioso rumore. una goccia salire le
scale, positivamente. gelosa dell'ordine, per un istante la signora pensò di
uscire a vedere. ma che cosa mai avrebbe potuto trovare alla miserabile luce
delle lampadine oscurate, pendule dalla ringhiera? come rintracciare una goccia
in piena notte, con quel freddo, lungo le rampe tenebrose? nei giorni
successivi, di famiglia in famiglia la voce si sparse lentamente e adesso tutti
lo sanno nella casa, anche se preferiscono non parlarne; come di cosa sciocca di
cui forse vergognarsi. ora molte orecchie restano tese, nel buio, quando la
notte è scesa a opprimere il genere umano. e chi pensa a una cosa, chi a
un'altra. certe notti la goccia tace. altre volte invece, per lunghe ore non fa
che spostarsi, su, su, si direbbe che non si debba più fermare. battono i cuori
allorché il tenero passo sembra toccare la soglia. meno male, non si e' fermata.
ecco che si allontana, tic, tic, avviandosi al piano di sopra. so di positivo
che inquilini dell' ammezzato pensano di essere ormai al sicuro. la goccia -
essi credono - è già passata davanti alla loro porta, né avrà più occasione di
disturbarli; altri, ad esempio io che sto al sesto piano, hanno adesso motivi di inquietudine, non più di loro. ma chi gli dice che nelle prossime notti la
goccia riprenderà il cammino dal punto dov'era giunta l'ultima volta, o
piuttosto non ricomincerà da capo, iniziando il viaggio dai primi scalini, umidi
sempre ed oscuri di abbandonate immondizie? no, neppure loro possono ritenersi
sicuri. al mattino, uscendo di casa, si guarda attentamente la scala se mai sia
rimasta qualche traccia. niente, come era prevedibile, non la più piccola impronta. al mattino del resto chi prende più questa cosa sul serio? al sole del
mattino l'uomo e' forte, e' un leone, anche se poche ore prima sbigottiva. o che
quelli dell'ammezzato abbiano ragione? noi del resto che prima non sentivamo
niente e ci si teneva esenti, da alcune notti pure noi udiamo qualcosa. la
goccia è ancora lontana, è vero. a noi arriva soltanto un ticchettio
leggerissimo, flebile eco attraverso i muri. tuttavia è segno che sta salendo e
si fa sempre più vicina. anche il dormire in una camera interna, lontana dalla
tromba delle scale, non serve. meglio sentirlo, il rumore, piuttosto che passare
le notti nel dubbio se ci sia o meno. chi abita in quelle camere riposte talora
non riesce a resistere, sguscia in silenzio nei corridoi e se ne sta in
anticamera al gelo, dietro la porta, col respiro sospeso, ascoltando. se sente,
non osa più allontanarsi, schiavo di indecifrabili paure. peggio ancora però se
tutto è tranquillo: in questo caso come escludere, che appena tornati a
coricarsi, proprio allora non ricominci il rumore? che strana vita, dunque. e
non poter fare reclami, né tentare rimedi, né trovare una spiegazione che
sciolga gli animi. e non poter neppure persuadere gli altri, delle altre case, i
quali non sanno. ma che cosa sarebbe poi questa goccia: - domandano con
esasperante buona fede - un topo forse? un rospetto uscito dalle cantine? no
davvero. e allora - insistono - sarebbe per caso una allegoria? si vorrebbe, per
così dire, simboleggiare la morte? o qualche pericolo? o gli anni che passano? niente affatto, signori: è semplicemente una goccia, solo che viene su per le
scale. o più sottilmente si intende raffigurare i sogni e le chimere? le terre
vagheggiate e lontane dove si presume la felicità? qualcosa di poetico insomma?
no, assolutamente. oppure i posti più lontani ancora, al confine del mondo, ai
quali mai giungeremo? ma no, vi dico, non è uno scherzo, non ci sono doppi
sensi, trattasi ahimè proprio di una goccia d'acqua, a quanto è dato presumere,
che di notte vien su per le scale. tic,tic misteriosamente, di gradino in
gradino...
e perciò si ha paura
avagliano.it/ivav/buzzati.htm
maipersempre.wordpress.com/2009/05/22/una-goccia
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racconto di natale
Tetro e ogivale è l'antico palazzo dei vescovi,
stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d'inverno. E
l'adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c'è un
tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono
rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale - ci si domanda
– lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà
vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e
pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il
malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, i1
carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come farà l'arcivescovo?
Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la
gente parlare così. L'arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo
soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi
far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha neanche freddo, né
si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per
l'arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte
stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie
bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli
sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei
confessionali.
Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli
competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre
l'inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante.
Questa, una serata di Natale. Senonche in mezzo a questi pensieri, udì battere a
una porta. "Chi bussa alle porte del Duomo" si chiese don Valentino "la sera di
Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?" Pur
dicendosi così andò ad aprire e con una folata divento entrò un poverello in
cenci.
"Che quantità di Dio! " esclamò sorridendo costui guardandosi intorno- "Che
bellezza! Lo si sente perfino di fuori.
Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale.
"
"E di sua eccellenza l'arcivescovo" rispose il prete. "Serve a lui, fra un paio
d'ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che
adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore."
"Neanche un pochino, reverendo? Ce n'è tanto! Sua eccellenza non se ne
accorgerebbe nemmeno!"
"Ti ho detto di no... Puoi andare... Il Duomo è chiuso al pubblico" e congedò il
poverello con un biglietto da cinque lire.
Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve.
Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio
non c'era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue,
baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso
e potente, era diventato all'improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio
d'ore l'arcivescovo sarebbe disceso.
Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella
piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c'era traccia di Dio.
Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti,
musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti.
Don Valentino uscì nella notte, se n'andò per le strade profane, tra fragore di
scatenati banchetti. Lui però sapeva l'indirizzo giusto. Quando entrò nella
casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano
benevolmente l'un l'altro e intorno ad essi c era un poco di Dio.
"Buon Natale, reverendo" disse il capofamiglia. "Vuol favorire?"
"Ho fretta, amici" rispose lui. "Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato
il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro?
Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno."
" Caro_ il mio don Valentino" fece il capofamiglia. "Lei dimentica, direi, che
oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi
meraviglio, don Valentino."
E nell'attimo stesso che l'uomo diceva così Iddio sgusciò fuori dalla stanza, i
sorrisi giocondi si spensero e il cappone arrosto sembrò sabbia tra i denti.
Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte. Cammina cammina, don
Valentino infine lo rivide. Era giunto alle porte della città e dinanzi a lui si
stendeva nel buio, biancheggiando un poco per la neve, la grande campagna. Sopra
i prati e i filari di gelsi, ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino
cadde in ginocchio.
"Ma che cosa fa, reverendo?" gli domandò un contadino. "Vuoi prendersi un
malanno con questo freddo?"
"Guarda laggiù figliolo. Non vedi?"
Il contadino guardò senza stupore. "È nostro" disse. "Ogni Natale viene a
benedire i nostri campi."
" Senti " disse il prete. "Non me ne potresti dare un poco? In città siamo
rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che
l'arcivescovo possa almeno fare un Natale decente."
"Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete
fatto nella vostra città. Colpa vostra. Arrangiatevi."
"Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo,
solo che tu mi dica di sì."
"Ne ho abbastanza di salvare la mia!" ridacchiò il contadino, e nell'attimo
stesso che lo diceva, Iddio si sollevò dai suoi campi e scomparve nel buio.
Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne
possedeva un poco non voleva cederlo (ma nell'atto stesso che lui rispondeva di
no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente).
Ecco quindi don Valentino ai limiti di una vastissima landa, e in fondo, proprio
all'orizzonte, risplendeva dolcemente Dio come una nube oblunga. Il pretino si
gettò in ginocchio nella neve. "Aspettami, o Signore " supplicava "per colpa mia
l'arcivescovo è rimasto solo, e stasera è Natale!"
Aveva i piedi gelati, si incamminò nella nebbia, affondava fino al ginocchio,
ogni tanto stramazzava lungo disteso. Quanto avrebbe resistito?
Finche' udì un coro disteso e patetico, voci d'angelo, un raggio di luce
filtrava nella nebbia. Aprì una porticina di legno: era una grandissima chiesa e
nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando. E la chiesa era piena di
paradiso.
"Fratello" gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli
"abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha bisogno
di Dio. Dammene un poco, ti prego."
Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo,
si fece, se era possibile, ancora più pallido.
"Buon Natale a te, don Valentino" esclamò l'arcivescovo facendosi incontro,
tutto recinto di Dio. "Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può'
sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?"
filastrocche.it
.
inviti superflui
è un racconto che permette diverse
chiavi di lettura. Infatti, se da un lato esso è un dialogo immaginario tra il
protagonista e la donna che ama, dall'altro è una riflessione intima e privata
di un uomo che, assorto nei suoi pensieri, riflette sulla vita e sulla
concezione dell'amore.
Un sentimento alimentato dal non essere corrisposto, diventa cosí l'espediente
che permette al protagonista di parlare di se stesso, rivolgendosi al perfetto
interlocutore: colui che non può rispondere.
Riconoscere e apprezzare le piccole grandi gioie della vita quotidiana sembra
essere dunque la chiave per la felicità, quella felicità che parte da noi e che
finisce con noi, che non ha bisogno della concretezza dei beni materiali, per
loro natura caduci ed effimeri, quella felicità che tutti noi desidereremmo.
www.pianetascuola.it
Inviti superflui
Vorrei che tu venissi da me in una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i
vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli
inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi
sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andiamo
attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi
di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo,
di là forse guardammo entrambi verso una vita misteriosa, che ci aspettava.
Ivi1. palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. "Ti
ricordi?" ci diremo l'un l'altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e
tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal
vento. Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome,
degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi
magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello
deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti
addormentasti sotto le stelle d'Oriente, cullata da piroga2. sacra. Dietro i
vetri, nella sera d'inverno, probabilmente non rimarremo muti, io perdendomi
nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei "Ti ricordi?", ma
tu non ricorderesti.
Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e
ancora qualche vecchia foglia dell'anno prima trascinata per le strade dal
vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade
sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia,
congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze
che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai
treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano
e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che
si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie
sinistre della città, le avventure, i vagheggiati ROMANZI . E allora noi
taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola.
Ma tu - adesso mi ricordo - mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né
puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l'anima tua sa parlare alla mia
in silenzio, né riconosci all'ora giusta l'incantesimo delle città, né le
speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli
uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei
diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere
stanca; solo questo nient'altro.
Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente
ridendo per le cose piú semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle
strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a
guardare l'acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia
senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i
fiori dei prati e qui, distesi sull'erba, nel silenzio del sole, contemplare gli
abissi del cielo e bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu
diresti "Che bello!". Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il
nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se
fossero nate allora.
Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e
ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un'altra
sigaretta impaziente di fare ritorno. E non diresti "Che bello!", ma altre
povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta cosí. E non
saremmo neppure per un istante felici.
Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi
vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo.
Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera,
in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di
età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una
specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli
altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo
senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia
e malanimo; bensí sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della
sera che guarisce le debolezze dell'uomo. Ma tu - lo capisco bene - invece di
guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall'estremo sole,
vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle
cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che
passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella
specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu
penserai al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d'oro sulle
guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo.
È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non
presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma
almeno, questo sí almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo
insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di
notte, d'estate o d'autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in
una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare -
ti prometto gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò
retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo.
Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani,
se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta
poesia, le comuni speranze, le mestizie cosí amiche all'amore. Ma io ti avrò
vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità,
uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.
Ma tu - adesso ci ripenso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di
chilometri difficili da valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli
altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi
passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non
riesci piú a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le
innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste
cose.
pianetascuola.it
discoveryalps.it
digilander.libero.it/fontema/buzz.html
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I sette messaggeri
Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in
giorno vado allontanandomi dalla città e le notizie che mi giungono si fanno
sempre più rare.
Ho cominciato il viaggio poco più che trentenne e più di otto anni sono passati,
esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino.
Credevo, alla partenza, che in poche settimane avrei facilmente raggiunto i
confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e
paesi; e dovunque uomini che parlavano la mia stessa lingua, che dicevano di
essere sudditi miei.
Penso talora che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di
procedere sempre verso il meridione, noi in realtà siamo forse andati girando su
noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo
potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all'estrema
frontiera.
Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno
si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrà arrivare
alla fine. Mi misi in viaggio che avevo già più di trent'anni, troppo tardi
forse. Gli amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile
dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in realtà dei miei fedeli
acconsentirono a partire.
Sebbene spensierato - ben più di quanto sia ora! - mi preoccupai di poter
comunicare, durante il viaggio, con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta
scelsi i sette migliori, che mi servissero da messaggeri.
Credevo, inconsapevole, che averne sette fosse addirittura un'esagerazione. Con
l'andar del tempo mi accorsi al contrario che erano ridicolmente pochi; e sì che
nessuno di essi è mai caduto malato, né è incappato nei briganti, né ha
sfiancato le cavalcature. Tutti e sette mi hanno servito con una tenacia e una
devozione che difficilmente riuscirò mai a ricompensare.
Per distinguerli facilmente imposi loro nomi con le iniziali alfabeticamente
progressive; Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio.
Non uso alla lontananza dalla mia casa, vi spedii il primo, Alessandro, fin
dalla sera del secondo giorno di viaggio, quando avevamo percorso già un
ottantina di leghe. La sera dopo, per assicurarmi la continuità delle
comunicazioni, inviai, il secondo, poi il terzo, poi il quarto,
consecutivamente, fino all'ottava sera di viaggio, in cui partì Gregorio. Il
primo non era ancora tornato.
Ci raggiunse la decima sera, mentre stavamo disponendo il campo per la notte, in
una valle disabitata. Seppi da Alessandro che la sua rapidità era stata
inferiore al previsto;avevo pensato che, procedendo isolato, in sella a un
ottimo destriero, egli potesse percorrere, nel medesimo tempo, una distanza due
volte la nostra; invece aveva potuto solamente una volta e mezza; in una
giornata, mentre noi avanzavamo di quaranta leghe, lui ne divorava sessanta, ma
non di più.
Così fu degli altri. Bartolomeo, partito per la città alla terza sera di
viaggio, ci raggiunse alla quindicesima; Caio, partito alla quarta, alla
ventesima solo fu di ritorno. Ben presto constatai che bastava moltiplicare per
cinque i giorni fin lì impiegati per sapere quando il messaggero ci avrebbe
ripreso.
Allontanandoci sempre più dalla capitale, l'itinerario dei messi si faceva ogni
volta più lungo. Dopo cinquanta giorni di cammino, l'intervallo fra un arrivo e
l'altro dei messaggeri cominciò a spaziarsi sensibilmente; mentre prima me ne
vedevo arrivare al campo uno ogni cinque giorni, questo intervallo divenne di
venticinque; la voce della mia città diveniva in tal modo sempre più fioca;
intere settimane passavano senza che io ne avessi alcuna notizia.
Trascorsi che furono sei mesi - già avevamo varcato i monti Fasani -
l'intervallo fra un arrivo e l'altro dei messaggeri aumentò a ben quattro mesi.
Essi mi recavano oramai notizie lontane; le buste mi giungevano gualcite, talora
con macchie di umido per le notti trascorse all'addiaccio da chi me le portava.
Procedemmo ancora. Invano cercavo di persuadermi che le nuvole trascorrenti
sopra di me fossero uguali a quelle della mia fanciullezza, che il cielo della
città lontana non fosse diverso dalla cupola azzurra che mi sovrastava, che
l'aria fosse la stessa, uguale il soffio del vento, identiche le voci degli
uccelli. Le nuvole, il cielo, l'aria, i venti, gli uccelli, mi apparivano in
verità cose nuove e diverse; e io mi sentivo straniero.
Avanti, avanti! Vagabondi incontrati per le pianure mi dicevano che i confini
non erano lontani. Io incitavo i miei uomini a non posare, spegnevo gli accenti
scoraggianti che si facevano sulle loro labbra. Erano già passati quattro anni
dalla mia partenza; che lunga fatica. La capitale, la mia casa, mio padre, si
erano fatti stranamente remoti, quasi non ci credevo. Ben venti mesi di silenzio
e di solitudine intercorrevano ora fra le successive comparse dei messaggeri. Mi
portavano curiose lettere ingiallite dal tempo, e in esse trovavo nomi
dimenticati, modi di dire a me insoliti, sentimenti che non riuscivo a capire.
Il mattino successivo, dopo una sola notte di riposo, mentre noi ci rimettevamo
in cammino, il messo partiva nella direzione opposta, recando alla città le
lettere che da parecchio tempo io avevo apprestate.
Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda
quando è entrato Domenico, che riusciva ancora a sorridere benché stravolto
dalla fatica. Da quasi sette anni non lo rivedevo. Per tutto questo periodo
lunghissimo egli non aveva fatto che correre, attraverso praterie, boschi e
deserti, cambiando chissà quante volte cavalcatura, per portarmi quel pacco di
buste che finora non ho avuto voglia di aprire. Egli è già andato a dormire e
ripartirà domani stesso all'alba.
Ripartirà per l'ultima volta. Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andrà
bene, io continuando il cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potrò
rivedere Domenico che fra trentaquattro anni. Io allora ne avrò settantadue.
Ma comincio a sentirmi stanco ed è probabile che la morte mi coglierà prima.
Così non lo potrò mai più rivedere.
Fra trentaquattro anni (prima anzi, molto prima) Domenico scorgerà
inaspettatamente i fuochi del mio accampamento e si domanderà perché mai nel
frattempo, io abbia fatto così poco cammino. Come stasera, il buon messaggero
entrerà nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli anni, cariche di assurde
notizie di un tempo già sepolto; ma si fermerà sulla soglia vedendomi immobile
disteso sul giaciglio, due soldati ai fianchi con le torce, morto.
Eppure va, Domenico, e non dirmi che sono crudele! Porta il mio ultimo saluto
alla città dove io sono nato. Tu sei il superstite legame con il mondo che un
tempo fu anche mio. I più recenti messaggi mi hanno fatto sapere che molte cose
sono cambiate, che mio padre è morto, che la Corona è passata a mio fratello
maggiore, che mi considerano perduto, che hanno costruito alti palazzi di pietra
là dove prima erano le querce sotto cui andavo solitamente a giocare. Ma è pur
sempre la mia vecchia patria. Tu sei l'ultimo legame con loro, Domenico. Il
quinto messaggero, Ettore, che mi raggiungerà, Dio volendo, fra un anno e otto
mesi, non potrà ripartire perché non farebbe più in tempo a tornare. Dopo di te
il silenzio, o Domenico, a meno che finalmente io non trovi i sospirati confini.
Ma quanto più procedo, più vado convincendomi che non esiste frontiera.
Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno nel senso che noi siamo abituati a
pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne
che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene
neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro.
Per questo io intendo che Ettore e gli altri messi dopo di lui, quando mi
avranno nuovamente raggiunto, non riprendano più la via della capitale ma
partano innanzi a precedermi, affinché io possa sapere in antecedenza ciò che mi
attende.
Un'ansia inconsueta da qualche tempo si accende in me alla sera, e non è più
rimpianto delle gioie lasciate, come accadeva nei primi tempi del viaggio;
piuttosto è l'impazienza di conoscere le terre ignote a cui mi dirigo.
Vado notando - e non l'ho confidato finora a nessuno - vado notando come di
giorno in giorno, man mano che avanzo verso l'improbabile mèta, nel cielo
irraggi una luce insolita quale mai mi è apparsa, neppure nei sogni; e come le
piante, i monti, i fiumi che attraversiamo, sembrino fatti di una essenza
diversa da quella nostrana e l'aria rechi presagi che non so dire.
Una speranza nuova mi trarrà domattina ancora più avanti, verso quelle montagne
inesplorate che le ombre della notte stanno occultando. Ancora una volta io
leverò il campo, mentre Domenico scomparirà all'orizzonte dalla parte opposta,
per recare alla città lontanissima l'inutile mio messaggio.
La boutique del mistero - Mondadori 1966
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Nel Paradiso degli animali
Nel paradiso degli animali l’anima del somarello
chiese all’anima del bue: - Ti ricordi per caso quella notte, tanti anni fa,
quando ci siamo trovati in una specie di capanna e là, nella mangiatoia … ?
- Lasciami pensare … Ma sì – rispose il bue – Nella mangiatoia, se
ben ricordo, c’era un bambino appena nato.
- Bravo. E da allora sapresti immaginare quanti anni sono passati? - Eh no,
figurati. Con la memoria da bue che mi ritrovo.
- Millenovecentosettanta, esattamente.
- Accidenti!
- E a proposito, lo sai chi era quel bambino?
- Come faccio a saperlo? Era gente di passaggio, se non sbaglio. Certo, era un
bellissimo bambino.
L’asinello sussurrò qualche cosa in un orecchio al bue.
Ma no! – fece costui – Sul serio? Vorrai scherzare spero.
- La verità. Lo giuro. Del resto io l’avevo capito subito …
- Io no – confessò il bue – Si vede che tu sei più intelligente. A me non aveva
neppure sfiorato il sospetto. Benché, certo, a vedersi, era un fantolino
straordinario.
- Bene, da allora gli uomini ogni hanno fanno grande festa per l’anniversario
della nascita. Per loro è la giornata più bella. Tu li vedessi. È il tempo della
serenità, della dolcezza, del riposo dell’animo, della pace, delle gioie
famigliari, del volersi bene. Perfino i manigoldi diventano buoni come agnelli.
Lo chiamano Natale. Anzi, mi viene un’idea. Già che siamo in argomento, perché
non andiamo a dare un’occhiata ?
- Dove ?
- Giù sulla terra, no !
- Ci sei già stato ?
- Ogni anno, o quasi, faccio una scappata. Ho un lasciapassare speciale. Te lo
puoi fare dare anche tu. Dopotutto, qualche piccola benemerenza possiamo
vantarla, noi due.
- Per via di aver scaldato il bimbo col fiato?
- Su, vieni, se non vuoi perdere il meglio. Oggi è la Vigilia.
- E il lasciapassare per me ?
- Ho un cugino all’ufficio passaporti.
Il lasciapassare fu concesso. Partirono. Lievi lievi, come mammiferi
disincarnati. Planarono sulla terra, adocchiarono un lume; vi puntarono sopra.
Il lume era una grandissima città. Ed ecco il somarello e il bue aggirarsi per
le vie del centro. Trattandosi di spiriti, automobili e tram gli passavano
attraverso senza danno, e alla loro volta le due bestie passavano attraverso i
muri come se fossero fatti d’aria. Così potevano vedere bene tutto quanto.
Era uno spettacolo impressionante, mille lumi, le vetrine, le ghirlande, gli
abeti e lo sterminato ingorgo di automobili, e il vertiginoso formicolio della
gente che andava e veniva, entrava e usciva, tutti carichi di pacchi e
pacchetti, con un’espressione ansiosa e frenetica, come se fossero inseguiti. Il
somarello sembrava divertito. Il bue si guardava intorno con spavento.
- Senti, amico: mi avevi detto che mi portavi a vedere il Natale. Ma devi
esserti sbagliato. Qui stanno facendo la guerra.
- Ma non vedi come sono tutti contenti ?
- Contenti? A me sembrano dei pazzi.
- Perché tu sei un provinciale, caro il mio bue. Tu non sei pratico degli uomini
moderni, tutto qui. Per sentirsi felici, hanno bisogno di rovinarsi i nervi.
Per togliersi da quella confusione, il bue, valendosi della sua natura di
spirito, fece una svolazzatina e si fermò a curiosare a una finestra del decimo
piano. E l’asinello, gentilmente, dietro.
Videro una stanza riccamente ammobiliata e nella stanza, seduta ad un tavolo,
una signora molto preoccupata.
Alla sua sinistra, sul tavolo, un cumulo alto mezzo metro di carte e cartoncini
colorati, alla sua destra una pila di cartoncini bianchi. Con l’evidente assillo
di non perdere un minuto, la signora, sveltissima, prendeva uno dei cartoncini
colorati lo esaminava un istante poi consultava grossi volumi, subito scriveva
su uno dei cartoncini bianchi, lo infilava in una busta, scriveva qualcosa sulla
busta, chiudeva la busta quindi prendeva dal mucchio di destra un altro
cartoncino e ricominciava la manovra. Quanto tempo ci vorrà a smaltirlo? La
sciagurata ansimava.
- La pagheranno, bene, immagino, – fece il bue – per un lavoro simile.
- Sei ingenuo, amico mio. Questa è una signora ricchissima e della migliore
società.
- E allora perché si sta massacrando così?
- Non si massacra. Sta rispondendo ai biglietti di auguri.
- Auguri? E a che cosa servono ?
- Niente. Zero. Ma chissà come, gli uomini ne hanno una mania.
Si affacciarono, più in là, a un’altra finestra. Anche qui, gente che,
trafelava, scriveva biglietti su biglietti, la fronte imperlata di sudore.
Dovunque le bestie guardassero, ecco uomini e donne fare pacchi, preparare
buste, correre al telefono, spostarsi fulmineamente da una stanza all’altra
portando spaghi, nastri, carte, pendagli e intanto entravano giovani inservienti
con la faccia devastata portando altri pacchi, altri scatole altri fiori altri
mucchi di auguri. E tutto era precipitazione ansia fastidio confusione e una
terribile fatica. Dappertutto lo stesso spettacolo. Andare e venire, comprare e
impaccare spedire e ricevere imballare e sballare chiamare e rispondere e tutti
correvano tutti ansimavano con il terrore di non fare in tempo e qualcuno
crollava boccheggiando.
- Mi avevi detto – osservò il bue – che era la festa della serenità, della pace.
- Già – rispose l’asinello. – Una volta infatti era così. Ma, cosa vuoi, da
qualche anno, sarà questione della società dei consumi … Li ha morsi una
misteriosa tarantola. Ascoltali, ascoltali.
Il bue tese le orecchie.
Per le strade nei negozi negli uffici nelle fabbriche uomini e donne parlavano
fitto fitto scambiandosi come automi delle monotone formule buon Natale auguri
auguri a lei grazie altrettanto auguri buon Natale. Un brusio che riempiva la
città.
- Ma ci credono? – chiese il bue – Lo dicono sul serio? Vogliono davvero tanto
bene al prossimo?
L’asinello tacque.
- E se ci ritirassimo un poco in disparte? – suggerì il bovino. – Ho ormai la
testa che è un pallone … Sei proprio sicuro che non sono usciti tutti matti ?
- No, no. È semplicemente Natale.
- Ce n’è troppo, allora. Ti ricordi quella notte a Betlemme, la capanna, i
pastori, quel bel bambino. Era freddo anche lì, eppure c’era una pace, una
soddisfazione. Come era diverso.
- E quelle zampogne lontane che si sentivano appena appena.
- E sul tetto, ti ricordi, come un lieve svolazzamento. Chissà che uccelli
erano.
- Uccelli? Testone che non sei altro. Angeli erano.
- E la stella? Non ti ricordi che razza di stella, proprio sopra la capanna?
Chissà che non ci sia ancora. Le stelle hanno una vita lunga.
- Ho idea di no – disse l’asino – c’è poca aria di stelle, qui. Alzarono il muso
a guardare, e infatti non si vedeva niente, sulla città c’era un soffitto di
caligine e di smog.
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