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Lettera aperta sulle carceri a Raymond Barre, sindaco
di Lione
Mentre voi sognate
di John BERGER
Signor sindaco, Mi è stato chiesto di scriverle mentre lei sta
sognando, e non è facile. I sogni hanno una naturale inclinazione a
tacere di talune cose, una forma tutta loro di mistero e un rapporto
molto particolare, intimo e inesplicabile, con ciò che può essere
vero. Mi tocca avanzare in punta di piedi per non svegliarla,
evitando le linee rette; altrimenti il suo sogno si fermerebbe. In
un sogno, nulla è insignificante.
* Il carcere di Saint Joseph fu costruito a Lione tra il 1829 e il
1830. Sorge di fronte al Rodano, appena prima della confluenza con
la Saône.
Quarant'anni dopo, un secondo carcere, Saint Paul, è stato edificato
accanto a quello di Saint Joseph. La costruzione, di forma
esagonale, concepita secondo i nuovi procedimenti edilizi, con largo
uso di metallo, era destinata ad essere un carcere femminile. In
luogo delle celle, era dotata di quattro dormitori. Oggi questi due
edifici, collegati da un tunnel sotterraneo, costituiscono la
principale Casa di Detenzione. Le celle hanno ripreso il posto dei
dormitori. Chi conosce questo complesso carcerario lo chiama «la
Marmitta del diavolo».
La maggior parte delle teorie o delle idee sulle carceri hanno buone
probabilità di essere sbagliate, poiché la pratica è una sfida
permanente a tutto ciò che si era previsto. La detenzione, il modo
in cui gli spazi si collegano tra loro, gli orari, i codici,
l'isolamento o il sovraffollamento - tutto questo sfocia
nell'imprevedibile, nei cui confronti alcuni detenuti sono più
vulnerabili di altri, ma tutti coloro che si trovano all'interno -
compresi i carcerieri e lo stesso direttore - sono talora impotenti.
Le carceri sono concepite e attrezzate per far sì che la
sorveglianza sui detenuti - quella elettronica in particolare -
possa essere esercitata al massimo livello e in ogni momento. Ciò
non toglie che, in pratica, l'incontrollabile è costantemente
presente. In nessun'altra istituzione sulla terra l'incontrollabile
può esplodere in maniera così improvvisa.
Quando raggiungono il limite estremo della disperazione, gli esseri
umani trovano la saggezza, oppure sfuggono a ogni controllo - che si
tratti di quello imposto da un sistema o del loro controllo su se
stessi. L'incontrollabile e la saggezza sono rinchiusi in una stessa
cella, dietro la stessa porta della disperazione assoluta.
Accade talvolta che l'incontrollabile penetri nel corpo stesso del
carcerato. Questo fenomeno «spiega» i frequenti casi di
automutilazione.
Gli esseri umani arrivano a mutilarsi perché il carcere, con tutto
il suo incontrollabile, è già penetrato nei loro corpi. Il niente
non ferma niente. La mutilazione non si infligge al sé ma a ciò che
lo ha compenetrato, prima ancora di inghiottire un cucchiaio, un
bicchiere rotto o un coltello. * Chi era Delandine? Potrebbe essere
stato il soprannome di una donna.
La sola cosa certa è che ha dato il nome a una strada, una breve
viuzza che separa le due prigioni. Dopo mezzanotte e nei fine
settimana, questa via, di giorno per lo più deserta, è invasa da
gente che viene a parlare, a lanciare parole, al di là delle alte
muraglie, ai carcerati rinchiusi lì dentro. Alcune grida rimbalzano
come un boomerang. «Anch'io ti amo!» E da un'altra finestra: «Levati
dai piedi, va', e lasciami in pace! » I visitatori vanno a rue
Delandine dopo mezzanotte, quando il tumulto della città si placa ed
è più facile ascoltare e farsi sentire. Ma il lunedì sera spesso non
c'è nessuno. Il lunedì, il silenzio della via si riempie di qualcosa
di totalmente diverso. Continui a sognare, signor sindaco, e lo
potrà sentire. Dietro le mura, al di là di un minuscolo cunicolo, a
ridosso della seconda serie di mura, a destra e a sinistra, si ha
l'impressione di un sonno ammassato; e a fronteggiarlo, quasi
toccandolo, la totale indifferenza delle pietre squadrate, delle
sbarre in ferro e dei mattoni cementati, in una vicinanza strana,
persino più crudele di quella della terra pressata intorno ai
cadaveri.
* Qual è, secondo lei, signor sindaco, l'edificio che ospita il più
gran numero di sogni? La scuola? Il teatro? Il cinema? La
biblioteca?
L'Hotel Intercontinental? La discoteca? E se fosse il carcere?
Innanzitutto, un carcere moderno è fondato su tutto un insieme di
sogni: il sogno della Giustizia civica, il sogno della Riforma, il
sogno della Polis della Virtù civica.
E poi ci sono i sogni sognati adesso, notte per notte. Che certo
comprendono anche gli incubi e il terrore dell'insonnia. In talune
circostanze, l'insonne può, come il sognatore, perdere ogni senso
fisico del tempo e del luogo. All'interno delle mura, al di là degli
stretti cunicoli, c'è il Grande Sogno permanente dell'Evasione; e
tra i secondini, l'incubo permanente della Rivolta di un
prigioniero.
E in più, c'è l'infinita successione dei sogni più esili. Il sogno
del mare - il Rodano è appena al di là di un giardino, e i piccioni
che sporcano le inferriate sorvolano il fiume. Il sogno di prendere
il Tgv per Parigi: ne parte uno ogni ora, e la linea passa ancora
più vicino del Rodano. Sogni di vita privata, di un tempo e di uno
spazio privati. Scegliersi una data - ad esempio sabato, 6 maggio -
in cui si farà qualcosa che si è deciso di fare per proprio conto!
Sabato andrò a trovare mio cognato a Bapaume. Sogni di donne. Sogni
di porte aperte. Sogni di sabato sera. Sogni furiosi di farla
finita. Sogni della fine delle cazzate.
C'è infine il sogno forse più costante, più onnipresente di tutti.
A Saint Joseph, nelle celle di isolamento, nel pretorio dove due
volte la settimana si assegnano le punizioni per insubordinazione,
nelle docce, nel cortile per l'ora d'aria circondato da
un'inferriata cosparsa di detriti al posto delle stelle, ci sono
esseri umani, accovacciati o seduti davanti alla Tv, sulle scale,
dentro la gattabuia.
Di volta in volta bestemmiano o se ne stanno in silenzio, giorno e
notte, anno dopo anno. E all'improvviso si mettono a sognare le loro
migliaia di madri: molte sono scomparse o morte, ma proprio per
questo trovano istantaneamente la strada attraverso i muri del
carcere. E una volta all'interno della casa di detenzione, alcune di
queste madri raccontano storie ai loro figli. Moltissime storie.
Eccone una, signor sindaco.
* C'era una volta un uomo che ogni mattina prendeva un coltello e
ritagliava nel pane una fetta lunga 10 centimetri circa, che buttava
via prima di tagliarne un'altra per la sua colazione. L'uomo faceva
questo perché ogni notte i topi rodevano la mollica del suo pane. E
ogni mattina lasciavano un buco lungo pressappoco quanto un topo. I
gatti della casa, pur grandi cacciatori di talpe, erano stranamente
indifferenti ai grigi topi mangiatori di pane - a meno che non si
fossero venduti a questi ultimi.
Un pomeriggio, l'uomo va in una rimessa per cercare una lima. Non la
trova, ma si imbatte in una solida trappola per topi, una specie di
gabbia, evidentemente di fabbricazione artigianale. Alla base ha una
tavoletta di legno di 18 x 9 cm, circondata da un fitto intreccio di
filo di ferro.
Lo spazio tra due fili di ferro paralleli non supera
mai 5 mm, quanto basta per permettere a un topo di infilare
nell'interstizio la punta del naso, ma non le due orecchie. La
gabbia è alta 8,5 centimetri, tanto che all'interno un topo può
alzarsi sulle sue forti zampette posteriori, aggrapparsi alla parte
alta dell'inferriata con le quattro dita di quelle anteriori e
spingere il muso tra due fili di ferro - ma senza mai poter fuggire.
Il topo penetra nella gabbia per dare un morso a un pezzo di
formaggio appeso a un gancio. Non appena lo tocca, un congegno fa
scattare la porta che si chiude con un colpo secco dietro il topo,
senza neppure dargli il tempo di voltare la testa. Passano varie ore
prima che il topo si renda conto di essere imprigionato, indenne, in
una gabbia di 18 x 9 cm. Quando ne prende coscienza, qualcosa in lui
incomincia a tremare senza posa.
L'uomo appende al gancio un pezzo di formaggio e sistema la trappola
sul ripiano della credenza in cui tiene il pane. L'indomani, trova
nella gabbia un topo grigio, con due occhi scurissimi che lo fissano
senza neppure un batter di ciglia. L'uomo posa la gabbia sul tavolo
della cucina. Più guarda dentro la gabbia, e più il topo seduto lì
dentro gli appare simile a un canguro. Cala il silenzio. Il topo si
calma un po', ma poi ricomincia a girare su se stesso nella gabbia,
tastando incessantemente con le dita delle zampine anteriori lo
spazio tra i fili di ferro, alla ricerca di un'anomalia. Tenta di
morderli.
Poi si accoscia, le zampette anteriori davanti alla bocca. Capita
raramente di guardare un topo così a lungo come fa l'uomo. E
viceversa.
* Le voci provenienti da rue Delandine interrompono la storia.
Di' ad Alex di mandare i soldi.
Gliel'ho detto.
Digli che se non lo fa, si sentirà la puzza di bruciato.
Non ho capito.
Si sentirà la puzza di bruciato.
* L'uomo porta la gabbia in un campo, fuori dal villaggio; la depone
sull'erba e apre lo sportello. Passa un minuto buono prima che il
topo si renda conto che la quarta parete è scomparsa. Col musetto
verifica lo spazio libero. Poi si precipita a tutta velocità, e va a
nascondersi dentro il primo ciuffo d'erba.
* Ti aspetterò, Jacko. Ti amo Jacko. Il tempo non conta, Jacko, io
ti aspetto.
* L'indomani l'uomo trova un altro topo nella gabbia. È più grosso
del primo, ma più agitato. Forse è anche più vecchio. L'uomo depone
la gabbia per terra e si siede lì accanto per osservare. Il topo si
arrampica sui fili di ferro in alto e si mantiene sospeso con la
testa all'ingiù.
* Perdonami, Toni, mi senti? Perdonami! * Quando, giunto nel campo,
l'uomo apre lo sportello, il vecchio topo scappa procedendo a
zig-zag prima di scomparire. Un mattino, l'uomo trova nella gabbia
due topi. Difficile dire se hanno coscienza l'uno della presenza
dell'altro, e indovinare se questa presenza attenui o accresca la
loro paura. I topi hanno una somiglianza con i canguri per via della
forza relativamente enorme delle zampe posteriori, e del modo in cui
puntano a terra la loro robusta coda per darsi lo slancio quando
saltano.
* Lenuta, mi senti? Jo-Jo non è più all'ospedale. Ti manda
tantissimi baci.
Digli che il nostro accordo per Varsavia è sempre valido.
* Nel campo, quando l'uomo solleva la quarta parete della gabbia, i
due topi non esitano. Se ne scappano subito, fianco a fianco, ma poi
si allontanano in direzioni opposte, l'uno verso est, l'altro verso
ovest.
* Mi senti, Gilles? Gilles, dimmi che mi senti. Gilles, oggi ti ho
mandato un pacco con tutta la roba da mangiare che hai chiesto.
* Nella credenza, il pane non è stato quasi toccato. Quando l'uomo
solleva la gabbia, il topo ha la solita reazione di panico, ma si
sposta più pesantemente. L'uomo esce dalla cucina per andare a
ritirare la posta e per scambiare due parole col postino. Quando
torna, ci sono nella gabbia nove topolini appena nati, rosei,
perfettamente formati. Ciascuno di loro è grande quanto due chicchi
di riso lunghi.
Dieci giorni dopo, l'uomo si chiede se qualcuno dei topi liberati
nel campo non potrebbe tornare in casa sua. A pensarci bene, gli
sembra poco probabile. Li ha osservati tutti con tanta attenzione da
convincersi che se uno di loro tornasse, lo riconoscerebbe
immediatamente, indipendentemente dal sesso.
* Harry! Sono io! Non sono potuta venire mercoledì. Harry, stasera
ci sono! Harry mi ha detto di dirti se venivi. E' stato trasferito
all'ospedale.
Non ci voleva andare. Ce l'hanno portato, all'ospedale. Gli hanno
bloccato le gambe e ce l'hanno portato.
* Nella gabbia, il topo tiene la testa china, come se portasse un
berretto.
Ha le zampe posteriori raccolte lungo il corpo, allungate a terra,
tanto che gli arrivano quasi alle orecchie. Le orecchie sono ritte e
la coda è tutta distesa dietro di lui, puntata con forza contro il
pavimento della gabbia. Il cuore gli batte violentemente, quando
l'uomo solleva la gabbia ha paura. Però non si nasconde dietro la
molla: rimane lì senza muovere neppure un muscolo. La testa è in
atteggiamento di sfida; guarda senza distogliere gli occhi. Per la
prima volta, all'uomo viene in mente un nome: Alfredo. Lo chiamerà
così. Posa la gabbia sul tavolo della cucina, accanto alla sua
tazzina di caffè.
Più tardi l'uomo va al campo, si inginocchia, depone la gabbia
sull'erba e tiene aperto lo sportello, ovvero la quarta parete della
cella.
Il topo si avvicina al portello aperto, alza la testa e spicca un
salto. Non si precipita, non si slancia, prende il volo. Tenuto
conto delle sue dimensioni, fa un salto più alto e più lungo di
quello di un canguro. Balza fuori come un topo che recuperi la sua
libertà.
In tre salti ha già percorso più di cinque metri. L'uomo, sempre in
ginocchio, continua a guardare quel topo che ha chiamato Alfredo
saltare senza sosta verso il cielo.
* Ricominceremo, tesoro mio, ripartiremo da zero.
* La mattina seguente il pane è intatto. L'uomo pensa che il topo
nella gabbia potrebbe essere l'ultimo. In ginocchio, nel campo fuori
dal villaggio, aspetta tenendo aperto lo sportello. Passa un bel po'
di tempo prima che il topo si renda conto di essere libero. Quando
finisce per capirlo, si precipita verso il ciuffo d'erba più vicino
e più folto. E l'uomo si sente un po' contrariato, prova una stretta
al cuore, lieve ma acuta: aveva sperato di poter vedere ancora una
volta nella sua vita un carcerato che spicca il volo, un prigioniero
che realizza il suo sogno di libertà.
Lei sta ancora sognando, signor sindaco, ne sono certo. Se ho ben
compreso, la prima fase del suo vasto piano di riassetto del centro
di Lione (un piano al quale ha dato il magico nome di «Confluenza»),
è la demolizione delle carceri di Saint Joseph e di Saint Paul. Cosa
mettere al loro posto? Posso darle un suggerimento? L'area occupata
dai due stabilimenti carcerari non è molto grande: meno di due
ettari.
Immagini questo luogo trasformato in un meleto, che potrebbe servire
da parco pubblico. Per la prima volta nel mondo vi sarebbe un meleto
nel cuore di una grande città! E la fioritura primaverile, e i
frutti di fine ottobre richiamerebbero alla memoria tutti i sogni
sognati qui. Qui, signor sindaco, qui, se posso permettermi di
insistere.
Recentemente, signor sindaco, sono andato a trovare il mio amico
Zima Lewandowski nei pressi di Zamosc, in Polonia, non lontano dal
confine con l'Ucraina. È uno dei maggiori ingegneri forestali del
suo paese; ha scoperto un nuovo metodo per determinare l'età degli
alberi. Gli ho parlato del nostro progetto - del progetto di cui lei
sta sognando; quello di un meleto nel cuore di Lione; e gli ho
chiesto un consiglio sul tipo di melo più adatto. Mi ha fatto alcune
domande sul clima e sulle condizioni atmosferiche della città; poi
ha dichiarato: gli Spartan! Questi sarebbero i meli più adatti al
luogo. Producono mele tardive, che si raccolgono in ottobre, e se si
conservano bene durano tutto l'inverno. Il parco potrebbe chiamarsi
«frutteto Delandine», non le pare, signor sindaco? Quanto alle mele Spartan, sono di un rosso brunastro, un colore simile a quello di un
minerale strappato alla terra. Secondo Zima, gli alberi si
dovrebbero piantare ogni 6 - 8 metri. Le celle attuali misurano 3 x
3,6 metri.
note
John BERGER Scrittore.
Questo articolo, ispirato
ad un luogo in progettazione
nel quartiere Confluent di Lione, è stato redatto nell'ambito di una
raccolta di testi letterari su invito e a cura di Henry Chabert,
deputato e vicesindaco della città.
www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Settembre-2000/0009lm03.01.html
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