antonella anedda angioy

roma 22 dicembre 1955

http://youtu.be/5K-m-AV6GbU
http://youtu.be/lql0kV3h2wg
https://youtu.be/lbzAVlHmTl0

https://youtu.be/4wWV8X3zmYQ


Lezione
Se devo scrivere poesie ora che invecchio
voglio vederle scorrere, perdersi in altri corpi
prendere vita e nel frattempo splendere sulle cose vicine
tenermi compagnia come le cipolle sbucciate nella luce
mentre preparo un brodo con gli occhiali offuscati
appunto un verso su un foglio
e a volte mi ferisco
scambiando la penna col coltello.



Antonella Anedda Angioy  -  POETESSA DOCENTE E  saggista presente in antologie italiane e straniere

Nasce a Roma da un'antica famiglia sardo-corsa il 22 dicembre 1955.
Ha collaborato con riviste e giornali quali I
l Manifesto, Linea d’ombra, Nuovi Argomenti.

Si laurea cum laude in storia dell’arte moderna con Augusto Gentili, presso l’Università La Sapienza di Roma . La tesi viene pubblicata su Arte veneta. Nel 1982 vince una borsa di studio presso La Fondazione Cini di Venezia e collabora con articoli di critica d’arte a quotidiani e riviste.

Lavora presso il Museo delle Arti popolari di Roma. Insegna mediazione linguistica presso la cattedra di Anglistica a Roma e successivamente, fino al 2006, presso l’Università di Siena con sede ad Arezzo. Inizia a collaborare con l’Università della Svizzera Italiana come docente del Master in Lingua letteratura e civilità italiana e dal 2014 del Bachelor.

Partecipa a programmi radiofonici per RAI 3 e per la Radio Svizzera e a numerosi Convegni come Arcipelago Malinconia (Roma,1999). Cura nel 2001 il volume degli atti: "Poeti della malinconia". Idea un progetto sulla cultura ebraica dal titolo: "Una scuola per la tolleranza" per l'università e le scuole secondarie e partecipa a incontri sulla Poesia ebraica italiana.

Frequenta per due anni il corso sul Midrash tenuto a Roma dalla scrittrice Giacoma Limentani.
http://search.usi.ch/persone/ddc1dd7b9a7864ba8496d3fb9b868dc3/Anedda-Angioy-Antonella

- Antonella Anedda è stata docente all'Università di Siena e  Attualmente collabora con il Master di italianistica all'Università di Lugano dove insegna letteratura italiana contemporanea
- Residenze invernali
-  suo primo libro -  è dedicato al suo cane Iskrà
- Dal 2011 cura la rubrica Isole sulla rivista on-line Doppiozero
- Ha collaborato con riviste e giornali quali Poesia
- Nuovi Argomenti - Il manifesto e Linea d’ombra

- COMPONENTE  GIURIA  PREMIO CASTELLO DI VILLALTA POESIA  2017_2018   -  FAGAGNA UDINE

- COMPONENTE  GIURIA  PREMIO NAZIONALE MARAZZA 2018 - BORGOMANERO NOVARA

doppiozero.com
www.fanpage.it/antonella-anedda-una-vita-tra-arte-e-poesia-video
www.gironi.it/poesia/anedda.php

www.casadellapoesia.org/poeti/anedda-antonella/biografia

 


Residenze invernali  1992 -  premio Sinisgalli
In prosa: Cosa sono gli anni 1997
il libro di traduzioni e poesie Nomi distanti  1998
Notti di pace occidentale 1999
La luce delle cose  2000
premio città di recanati  2002  
> AA recita suoi versi <
Il catalogo della gioia  2003
Tre stazioni 2005
Dal balcone del corpo 2007 - Premio Napoli
La vita dei dettagli 2009
Salva con nome  2012 -  Premio Viareggio
Isolatria. Viaggio nell'arcipelago della Maddalena 2013

HISTORIAE 2018
italian-poetry.org  -   https://it.wikipedia.org/wiki/Antonella_Anedda






Le Parole
La poesia di Antonella Anedda sa parlare senza sgomento, della solitudine e del gelo, del disagio e della precarietà, riuscendo a curare le ferite e a liberare le parole che per paura tratteniamo dentro.
Il suo rigore essenziale e preciso diventa respiro forte, poesia, specialmente quando nel mondo inquieto di calma apparente, riesce a far intravedere la forza che ci spinge a resistere dall’instabilità dell’esistenza.
Il respiro dei suoi versi, quelli più belli, a volte entrano nel dettaglio sfuggito, allo sguardo, facendoci sentire un’altra persona, capace di rinascere dentro quel modo duro e concreto della nostra adolescenza, che oggi agognatamene ci manca.

andrealucani.it



che cos’è per lei la poesia? come la descriverebbe, o presenterebbe, ad una classe di studenti in ascolto?
È la mia realtà, fitta nella mia vita: una radice, a volte una lama. È il modo che ho di aprirmi al mondo, con il verso, con il ritmo che ho in testa e sulla cui partitura lavoro quando lo metto sulla pagina. Non amo parlare di poesia, ma di poesie. Sono molte, diverse, mutevoli. Sono varchi, spazi dove il tempo è diverso e quindi può contemplare la morte.
A un gruppo di studenti (o di adulti) direi (e dico) semplicemente: ascoltate. Se la poesia è vera, si fa silenzio. La gente capisce, anzi capisce più la poesia della prosa. Solo che vuole serietà, vuole sentire il testo e non chiacchiere su di esso. Un giorno ho letto in classe una poesia di Puškin. Sono alunni di una scuola professionale, spesso difficili, a volte caratteriali. Ho detto: niente parafrasi. Vi riassumo di cosa parla questa poesia: di una persona amata e perduta, di lunghi anni di grigiore in cui tutto sembra spento. Poi la persona riappare e il mondo sembra parlare di nuovo: la poesia, prima muta, ritrova le parole.
Bene: lentamente, mentre leggevo, i ragazzi hanno lasciato i banchi e si sono seduti silenziosamente intorno alla cattedra.
progettobabele.it

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quale necessità ti spinge a testimoniare e a resistere?
Si può solo dire noi. Se c’è una possibilità è ancora quella indicata da Leopardi nella Ginestra, combattere la nostra arroganza, il nostro crederci al centro dell’universo e dunque autorizzati a dominare i più deboli, i piccoli, direbbe la Ortese, i diversi, gli stranieri (e l’elenco sarebbe lungo). Prendere le distanze da quelli che Leopardi chiamava “i nuovi credenti” che prendono di volta in volta forme diverse, ma sono sempre accecati dall’intolleranza e provare a percorrere la strada di una – difficilissima – solidarietà che tra l’altro è un decisivo fattore evolutivo.
andrea breda minello - avantionline.it - 2015
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XXII ed. Olio della Poesia  2017 - un quintale di olio extravergine di oliva, offerto all’autore in cambio di poesie che finiscono in un quaderno in distribuzione gratuita durante la serata.
Antonella anedda  E’ una persona di disponibilità e sensibilità estreme, ha accettato con entusiasmo di partecipare a L’Olio della Poesia, di cui conosceva già la storia e ha sottolineato di apprezzarne la formula e i contenuti - dice il direttore artistico Peppino Conte - si inserisce perfettamente nella lunga lista di autori già premiati nella nostra manifestazione.
tra gli autori celebrti in precedenza : alda merini
  -    mario luzi
quotidianodipuglia.it - pressreader.com - 2017



Scrivere una poesia, dunque
respirare l’aria tra la notte e il giorno
e insieme a loro tra gli alberi
quasi venisse sulla punta di ogni foglia
un tintinnio di brina un tepore di bava
l’inizio confuso di una frase
che strisciando mi scaccia
depone oggetti, basse note
tremando leggermente
fa del mio guscio un cielo.





Nomi
Qual è la parola
per dire che non si hanno più sentimenti
negativi verso chi ti ha ferito?
Perdono, mi hanno risposto.
Ma io volevo, al contrario, parlare
del rancore.
Questo è stato l’inizio e può valere come esempio.
Ogni giorno c’è una parola nuova
di cui non ricordo il senso
e il cui suono tintinna un motivo percepito a brani
familiare una volta, ora perduto.
La sua luce abituale cade. Di colpo non importa,
provo rancore,
perdono chi prova rancore, mi perdono?
C’è un alfabeto incomprensibile,
un linguaggio dimenticato.
I nomi ruotano privi della loro materia fin dal mattino.
Come chiamare la stoffa bianca
che il vento muove davanti
alla vetrata?
Tenda, tende. Il riso mi si annida in gola.
Lei, cioè io, tende a cosa?
Qui so rispondere: tendo alla terza persona
alla grazia sperimentata una volta sola
di un dolore sdoppiato e spinto fuori
poi fissato, ascoltato
perfino nello scroscio delle lacrime
ma da un’altra me stessa
capace di lasciare la sua vecchia pelle sulla terra.



residenze invernali 
VI
Non esiste innocenza in questa lingua
ascolta come si spezzano i discorsi
come anche qui sia guerra
diversa guerra
ma guerra - in un tempo assetato.
Per questo scrivo con riluttanza
con pochi sterpi di frase
stretti a una lingua usuale
quella di cui dispongo per chiamare
laggiù perfino il buio
che scuote le campane.


VIII
Forse se moriamo è per questo?
Perché l’aria liquida dei giorni
scuota di colpo il tempo e gli dia spazio
perché l’invisibile, il fuoco delle attese
si spalanchi nell’aria
e bruci quello che ci sembrava
il nostro solo raccolto ?


IX
a Zbigniew Herbert
E’ vero, l’allarme si alza dalle stelle
l’argento non ha luce
sul barbaro grido di terrore.
L’imperatore ha spento il lume
ha chiuso il libro.
In basso la terra scuote l’orlo dei vasi
e il ferro brucia
freddo sui fili. Lui dorme nel quadrato dei secoli
alti nel vento come aeree gabbie.
Non sente il bronzo del trono sulla nuca
né il rintocco dei chiodi sulle porte.
Dormirà per sempre.
Perciò sospendi tu la quiete
prova a rovesciare il dorso della mano
a raggiungermi
nel nome di una lingua sconosciuta
perché parlo da un’isola
il cui latino ha tristezza di scimmia.
Un mare una pianura,
nuvole di tempesta contro i fiumi
uccelli nel cui becco
gli steli annunciano alfabeti.
Forse solo così – Zbigniew
può viaggiare il cesto dei libri sulle acque
così credo giunga la voce
la stretta del viso nell’orrore
fino a un’orma fenicia, a un basso scudo
privo – come il tuo – di luce.
Da Notti di pace occidentale


III

Il mare alza rovina.
Passione sono i suoi nove giorni
sfrenati dal maestrale
le candele
accese in piena luce, la sabbia
sull’orlo delle dita
il freddo petrolio del tappeto
inutilmente steso.
Noi andiamo senza stringere scrigni
con pochi nomi a croce
spinti sotto il granito
e visi senza segni, fogli
scollati dai cerchi delle foto.
Un faro
un solo raggio lontano
guida il traghetto che accoglie la bufera.
A fatica calano i ferri
battono le scialuppe dentro i teli.
Sul ponte il pensiero si riduce
a passo sconosciuto di controllo.
altari di riposo  - residenze Invernali - 2008

 

 

 

 


So con esattezza cosa sogno:
una voce dal petto – solo mia -
con il do di ogni canto d’inizio
ciò che per lingua spenta
chiamiamo morte e suo timore.
Al buio ci si abitua
quanto più si accantona il conforto della luce
quando si impara che l’uno
è la sponda secca dell’altra
ai lati di uno stesso fiume.
Conosco quel tipo di coraggio: dimenticare la stella
la candela il calore del giorno
farne a meno – amandoli in silenzio -
in un meno uguale alla marea
che si abbassa conservando i confini
l’orma delle barche la sabbia-arata del mare.
Si batte la fronte
– la notte come un muro.
Nel bruciore
si stringe una diversa luce
quel fulgore privo di memoria
che qualche volta cinge
ciò che per suono muto – ancora – non ha nome.
notti di pace occidentale 2001






C'è una finestra nella notte
con due sagome scure addormentate
brune come gli uccelli
il cui corpo indietreggia contro il cielo.
Scrivo con pazienza
all'eternità non credo
la lentezza mi viene dal silenzio
e da una libertà - invisibile -
che il Continente non conosce
l'isola di un pensiero che mi spinge
a restringere il tempo
a dargli spazio
inventando per quella lingua il suo deserto.
La parola si spacca come legno
come un legno crepita di lato
per metà fuoco
per metà abbandono.



a Sofia  19.11.1993
Davvero come adesso, l’ulivo sul balcone
il vento che trasmuta le nubi. Oltre il secolo
nelle sere a venire quando né tu né io ci saremo
quando gli anni saranno rami
per spingere qualcosa senza meta
nelle sere in cui altri
si guarderanno come oggi
nel sonno – nel buio
come calchi di vulcano curvi nella cenere bianca.
Piego il lenzuolo, spengo l’ultima luce.
Lascio che le tue tempie
battano piano le coperte
che si genufletta la notte
sul tuo veloce novembre.
notti di pace occidentale - 1999

 



Musica
Non sono nobili le cose che nomino in poesia:
stanno sotto il palato, attente,
coscienti solo del caldo
ignare della lingua.
Se ascoltano, sentono il moto, l’onda di un’eco
che porta rosse lettere, destini, e un turbine di voci
smarrite – come sempre – in ciò che è cupo e cavo.
Dunque di nuovo dico: alberi – anzi – platani
attirati dall’acqua e sostenuti ai bordi dalle pietre.
Questo sì è difficile: cantarne piano il miracolo
quel peso nella luce, quell’ombra
che s’incrocia col tempo
e divampa sull’odore del prato.
Tutto è corpo che l’anima raggiunge con ritardo
ma sfolgora l’autunno in un cantuccio
e la parola si forma
con il ritmo che deve: a grumi, a vuoti
a scatti, dentro i secoli.
E non è la musica che dici,
ma un rombo di stoviglie, di grandine
che batte contro i muri.



notti di pace occidentale
I
Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo –al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
- promessa


III
Per trovare la ragione di un verbo
perché ancora davvero non é tempo
e non sappiamo se accorrere o fuggire.
Fai sera come fosse dicembre
sulle casse innalzate sul cuneo del trasloco
dai forma al buio
mentre il cibo s’infiamma alla parete.
Queste sono le notti di pace occidentale
nei loro raggi vola l'angustia delle biografie
gli acini scuri dei ritratti, i cartigli dei nomi.
Ci difende di lato un'altra quiete
come un peso marino nella iuta
piegato a lungo, con disperazione.





Ora è solo pioggia che benedice la strada
e nell'acqua che trema
quasi una luce redenta da seguire.
Sarà una piccola distanza dal fulgore.
Dal forno dove il cibo si innalza
alle nuvole brune
tutto appena diverso dalla vita di sempre:
uno scarto nel gesto che depone i piatti per la sera
una luce nella crepa del muro
schiusa verso terre di pace.
Fuoco di cedro lungo i bordi del campo.
Così vedremo i volti degli assenti
le iniziali dei nomi travolte dai lapilli
nessun dolore ma il moto delle mani
che allontanano il fumo
e notte tra la notte: una fessura.




Una sera d’inverno in città
Ora ha smesso di piovere.
Dalla finestra il mondo è a gocce:
un viso senza naso, occhi, labbra.
Solo queste minute lacrime
sugli alberi e le case.
Una in particolare si rischiara
dove qualcuno piange sulla sua poltrona
composto, fermo solo incerto se la casa somigli
a quelle che abitò in passato e che confonde.
Non è di nostalgia che piange, ma per il peso intero
della pioggia, come se lui fosse il tetto
che sopporta e si scrosta.
Come se l’intero palazzo, gonfio di acqua e pietra
rivelasse un’offesa.
Una creatura può crucciarsi per questo,
passare sveglia la notte
o replicare nel sogno la desolazione.
Essere in un burrone.
Stare lì tra la terra,
nella pioggia che viene.




Acquedotto
Mi sveglio presto per vedere
un acquedotto lungo come un treno
tra i pini, le nuvole,
un grumo di pecore e di prati.
In treno penso alla pietra sollevata,
fermata da una spinta
calcolata, eretta da schiavi,
mantenuta da schiavi (come ora)
vedo l’inclinarsi dell’acqua (viene dalle comete)
e il suo mai-riposo,
il ritmo delle gocce (ancora oggi) fino alle fontane.
Quando arrivo mi appoggio a un tronco per guardare.
Guardo in alto. Le arcate scorrono nel vuoto.
Se non sentiamo le grida sotto gli archi di trionfo
e aggiungiamo le parole:
arte e architettura e precisiamo: civile,
allora, forse, troviamo un po’ pace,
la stessa che danno gli scheletri
composti nei musei.
salva con nome 2012


in una stessa terra
Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell’ombra della sera

per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l’attesa marina – senza grido – infinita.
Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta
- da brughiera -
sulla terra del viale.
Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.

dal balcone del corpo - 2007


Mi spingo oltre il dolore

dove nessuno sospetta che si soffra
in una zona di pelle mai colpita
cupa come l’avambraccio
o molata dall’osso come il gomito.
Striscio piano con l’anima
coperta da scaglie rosso-grigie
per sostenere i rovi
e lasciare a terra il sangue minimo.
Un passo – sono paziente -
e il corpo ha imparato a frusciare dentro l’erba.
Da molto lontano – da un’alba di ottobre
da un oggetto mosso nella sabbia del lago
viene ciò che la pena contempla:
un paesaggio
dove non si può dormire.
Era una lunga immagine
il mormorio di un brivido.
Troppo tardi si compone l’astuzia di ogni sera
fingere che il mio braccio sia il tuo
che stringa la mia mano
di nuovo, senza pace.

notti di pace occidentale -  1999


 

Quello che dell'amore resta

MONDI
Molto era in quell’alba, in quell’albergo, nella carta
che mostrava l’acqua dura del muro e del soffitto.
Tutto, forse il senso del mondo
era nel singhiozzo di lei
con la nuca che batteva contro il letto
e nel gesto di lui
che le avvolgeva i seni nel lenzuolo.
Fuori cresceva il giorno
innaturale, come lo stelo di ferro della lampada
scosso a lungo con ira
quando il corpo dell’altro era più solo.
quaderni - il catalogo della gioia

.

That which remains of love
There was much in that dawn, in that hotel, in the paper
that revealed the hard water of the wall and ceiling.
Everything, perhaps the meaning of the world
was in her sob
with the back of her neck banging against the bed
and in the gesture of him
wrapping her breasts in the sheet.
Outside the day grew
unnatural, like the metal stem of the lamp
long shaken with rage
when the other’s body was more alone.
trad a.anedda - poetryinternationalweb.net

 

 

 

 

Quello che dell'amore resta

Lo spazio risponderebbe: poco. Un cerchio sgombro
con qualche ramoscello d’amicizia, un’aiuola curata
relativamente vuota
un vuoto che risale fino all’occhio
alle mente che prova a ricordare.
Solo sabbia, forse gialla, forse a volte più scura e bagnata.
Se lo udissimo
forse potremmo trascrivere il suono dello scorrere, forse
la piattezza del restare. Sabbia mossa dal vento, sabbia
ferma nell’acqua.
Davanti a tanto realismo lentamente capiamo:
l’aiuola sarà sempre un po’ vuota
l’occhio il mendicante che contempla la ciotola
la mente il passante imbarazzato.
Ma forse l’aiuola non è tutto.
Benché troncato il ramo viene da qualche luogo
se non dei fiori partecipa del legno
di questa tavola di noce su cui batto le dita
di questa finestra che scorre su assi di ciliegio.
Dei loro rumori descrivibili.
Di una realtà più forte.
Quel che dell’amore resta, da Antologia
il catalogo della gioia - pag 72

 

 

 



ingrandisci

dedica alla poliedrica  artista  maria grazia calandrone


SALVA CON NOME
Dai labirinti sotterranei di una memoria legata a un passato anche remoto, o addirittura pre-natale, affiorano brandelli di messaggi, volti e nomi di figure parentali, eventi di presenze ormai inghiottite dal tempo e dai paesaggi che li videro agire e soffrire, nella irredimibile solitudine dei loro destini. Antonella Anedda in "Salva con nome" ci conduce, con fermezza di voce asciutta e tagliente - cucendo con pazienza le proprie parole, come su un ramo il comporsi delle foglie - in una dimensione inquieta tra l'atemporale e l'onirico, dove le immagini si affacciano, quasi spettrali, pronte a dissolversi a contatto con l'aria. Solo il nome, solo la forza della parola riesce a salvarle: una parola, peraltro, sempre fortemente radicata nelle cose, nella realtà, nell'origine, come vediamo anche dall'uso, pur molto controllato, della lingua sarda. Una realtà che riesce a evidenziarsi attraverso i numerosi frammenti sparsi di una minuta quotidianità domestica, dai particolari di una condizione di precarietà ineludibile dove l'idea della morte - o la sua presenza condotta dal ricordo o dall'ansia - coesiste stabilmente, compenetrata nelle cose e negli esseri su cui gli occhi della poesia vengono a posarsi.

ibs

isolatria - viaggio nell'arcipelago della maddalena
Quando eravamo piccoli
prendevamo il piroscafo per Cagliari, il viaggio iniziava alle quattro del pomeriggio e finiva alle nove dell’indomani. A bordo si veniva ricevuti dal capitano e accompagnati in cabina da camerieri in livrea (le donne in nero e crestina bianca, come usava allora) e tutta la nave aveva l’aspetto di un condominio borghese anni Sessanta. Si cenava (chi non soffriva il mare, come mio padre) in un vero ristorante con i tavoli apparecchiati.
A noi la cena era vietata, mia madre veniva colta dalla nausea appena metteva piede sulla nave.
Temeva il viaggio. Era convinta che al ristorante avremmo mangiato qualcosa che ci avrebbe avvelenato e l’antidoto era un panino imbottito di acciughe. Inoltre il nostro pediatra le aveva consigliato di somministrarci una supposta (per non rovinarci lo stomaco) che probabilmente evitava la nausea solo perché bruciava tanto da distrarre chiunque e ci costringeva a stare immobili e seduti per attutire quel fuoco. Stremati, a un certo punto ci addormentavamo crollando vestiti sui letti delle cuccette e solo la mattina, svegliati dai rumori dell’attracco, capivamo di essere in salvo. Potevamo andare sul ponte a vedere la città.
Era un bel momento. Guardavamo il piccolo rimorchiatore che trascinava la grossa nave verso il molo e il porto, brutto e vivo, con i treni pronti sui binari, poco distanti dai portici. Cagliari allora era ancora segnata dai bombardamenti alleati, c’erano ancora case sventrate e il lungomare non era curato come oggi. Per noi però era il posto delle vacanze, la tregua dei giochi e delle passeggiate al Giardino pubblico e al Buon Cammino, nella parte più alta della città.
Esiste ancora una foto in cui io e mio fratello avanziamo tra i piccioni di piazza Martiri presi per mano dalla domestica Micheledda, a servizio da mia nonna fin da quando, ragazzina, era stata sedotta e abbandonata con un figlio che poi le era morto. Vestiva sempre di nero, con una crocchia grigia piena di forcine d’osso. Veniva dal Capodisopra, cioè dal Nuorese, e credo di dovere a lei se capisco il logudorese e un po’ lo parlo.
-AA
laterza.it - isolatria - viaggio nell'arcipelago della maddalena
Santo Stefano è un geco sollevato sulle zampe posteriori, una piccola iguana, Barretti e Barrettini due mosche di pietra, Spargi un ragno e le tre isole più lontane, Santa Maria, Razzoli e Budelli, una stella marina con tre punte sfrangiate che potrebbero anche ricordare un anemone. Un arcipelago d'insetti. Le luci si riaccendono, stiamo per attraccare. Chi ha la macchina accende il motore. La Maddalena scintilla, si fa sempre più reale. Sulla mappa ha la forma di una fiamma pietrificata con le lingue del fuoco diramate verso l'alto.
ibs

 

HISTORIAE
La poesia di Antonella Anedda è caratterizzata da sempre da una specie di sguardo a raggi infrarossi, da una capacità percettiva capace di illuminare figure dell’invisibile, di evocare assenze e mancanze. E anche in questo libro, raccontando le tragedie dei migranti affogati nei nostri mari o la stenta vita di chi va a cercare qualche avanzo nei cassonetti dei rifiuti, sono soprattutto le immagini a far procedere le “historiae”. Immagini che riportano alla luce ciò che non si vuole vedere per cinismo, per fastidio, per viltà. Il rimosso storico è dunque al centro del libro, ma intrecciato con incursioni nella lingua sarda ed elaborazioni di lutti personali. Come se non ci fosse differenza tra pubblico e privato e l’angoscia fosse tutt’una. Ma oltre alla storia, più della storia, ci sono la geografia e la geologia. La prima e l’ultima sezione, che incorniciano il nucleo più politico del libro, sono dedicate a paesaggi allo stesso tempo concreti e metafisici, e alle ossa dei morti che ci ricordano l’appartenenza alla natura pietrosa dell’universo.
feltrinelli - 2018

Pieno il mare di esuli -  gli scogli coperti di sangue
plenum exiliis mare -  infecti caedibus scopuli
Tacito - Historie

Oggi penso ai due dei tanti morti affogati
a pochi metri da queste coste soleggiate
trovati sotto lo scafo, stretti, abbracciati.
Mi chiedo se sulle ossa crescerà il corallo
e cosa ne sarà del sangue dentro il sale
allora studio - cerco tra i vecchi libri
di medicina legale di mio padre
un manuale dove le vittime
sono fotografate insieme ai criminali
alla rinfusa: suicidi, assassini, organi genitali.
Niente paesaggi solo il cielo d’acciaio delle foto, raramente una sedia
un dorso coperto da lenzuolo, i piedi sopra una branda, nudi.
Leggo. Scopro che il termine esatto è livor mortis.
Il sangue si raccoglie in basso, si raggruma
prima rosso poi livido infine si fa polvere
e può sciogliersi nel sale.
canti per i senza patria -  poesia n. 319 ottobre 2016
enzomontano.blogspot.com - leparoleelecose.it - paginecheamo.wordpress.com

come scrive abitualmente?

Davvero come capita e dove capita, con il computer è facile … bastano le ginocchia, poi solo alla fine trovo una scrivania .   Scrivo con molta diffidenza verso quello che scrivo e lascio le poesie a lungo 'insepolte' prima di costruire la struttura del libro .   Non sento tanto la musicalità di un verso ma credo di capire se la sua architettura regge .
succedeoggi.it - intervista di pasquale di palmo - 2018


a due vecchi
Mi illudo di raccogliere queste vostre vite
ancora, nonostante gli anni, non compiute
- cosi’ mi sembrano viste dal basso -
mentre vi affacciate a salutarmi un po’ timidi
ancora, un po’ abbracciati tra le ortensie
schierate sul balcone. Dormirete tra poco
cullati dal senza-niente del televisore
che nessun baratro eguaglia
e poi furtivamente in piena notte dimenticando
di spegnere le luci andrete verso il letto per sognare
- così mi raccontate l’indomani  ( e io penso
- che bello questo ancora )
- di suoni che continuano a ronzare
di sabbie mobili ma secche e non mortali
come in quel documentario - precisate -
di nomadi e altopiani forse in Asia centrale.


14-18
A volte mi illudo di afferrare i nessi tra le cose
mio nonno in trincea a diciassette anni
che scrive versi d’amore ignaro
che l’inferno doveva ancora venire.
Lui vivo e tutto il resto perduto
a cominciare dalla bambina
sepolta in Istria con sua madre.
Di notte stabilisco i nessi tra le cose
rivedo un vecchio esitare sulle scale
scambiare il buio con l’acqua
fare di sé stesso un grumo
di vestiti e vetri, un’ultima volta
per provare a rovesciare il male.

 

 

Alghe, anemoni di mare
Vediamo il mondo quanto basta
non di più non di meno di quanto sopportiamo,
la testa che immergiamo nell’acqua è la sola promessa
di una vita ulteriore, nel grigio che sfuma ogni pensiero.
Le alghe oscillano arrossate dagli anemoni di mare.
La mente non fa male, il fondale trema
Di una luce autunnale.
Vieni acqua buia intrecciami di ortica
la crescita lenta è già finita.


Macchina
Le dita sulla tastiera del computer schioccano
– solo più leggermente –
come un tempo la macchina per scrivere.
Era bello quel nome: macchina, ancora meglio
quando senza la c ritorna machina.
Impalcatura per un dio o un assedio,
ariete per abbattere le mura.
Rimandava a un arto di ferro, un ordigno
e un artiglio che ubbidiva al cervello.
Eppure non ha senso
rimpiangere il passato,
provare nostalgia per quello che
crediamo di essere stati.
Ogni sette anni si rinnovano le cellule:
adesso siamo chi non eravamo.
Anche vivendo – lo dimentichiamo –
restiamo in carica per poco.


Anatomia
Dice un proverbio sardo
che al diavolo non interessano le ossa
forse perchè gli scheletri danno una grande pace
composti nelle teche o dentro scenari di deserto.
Amo il loro sorriso fatto solo di denti, il loro cranio
la parfezione delle orbite, la mancanza di naso
il vuoto intorno al sesso
e finalmente i peli, questi orpelli, volati dentro il nulla.
Non è gusto del macabro,
ma il realismo glabro dell’anatomia
lode dell’esattezza e del nitore.
Pensarci senza pelle rende buoni.
Per il paradiso forse non c’è strada migliore
che ritornare pietre, saperci senza cuore.


 



Non ti ho detto che la mia paura è una piccola macchia
una zona calva, una frazione di pelle nuda.
Vedevo il suo impercettibile ingrigirsi.
La paura s’imperla come un’ostrica
il bordo sfrangiato di grigio più scuro.
Tanto piccola da non essere spiegabile.
Screpolata. Tanto insignificante
da non darmi voce per gridare la scoperta
che il male non si espande ma si addensa.

salva con nome - 2012

 

 

 

getsemani
Non una luce ultraterrena
ma un bagliore di pentole di rame
un metallo interiore
- a croce mio malgrado -
in un calvario di oggetti del mattino :
la busta di plastica, gli ombrelli
un raggio di bottiglie
più lattee nella brina .
C’è una pena che ignoro
se mi aspetta in un orto di buio, di paura
o più semplicemente nel cortile
vicino al tronco dell’albero di Giuda .

dal balcone del corpo 2007

 

 

Se l’avesse vista
se avesse visto la sua forma mortale
spalancare stanotte il frigorifero
e quasi entrare con il corpo
in quella navata di chiarore
muta bevendo latte
come le anime il sangue
spettrale soprattutto a se stessa
assetata di bianco, abbacinata
dall’acciaio e dal ferro
bruciandosi le dita con il ghiaccio
avrebbe detto non è lei. Non è
quella che morendo ho lasciato
perché mi continuasse.
salva con nome 2012


 

L’aria è piena di grida
Pensi davvero che basti non avere colpe
per non essere puniti
ma tu hai colpe.
L’aria è piena di grida.
Sono attaccate ai muri

basta sfregare leggermente.
Dai mattoni salgono respiri, brandelli di parole.
Ferri di cavalli morti circondano immagini di battaglie.
Le trattengono prima che vadano in un futuro senza cornici.
Cosa ci rende tanto crudeli gli uni con gli altri ?
Cosa rende alcuni più crudeli di altri ?
Le crudeltà subite e poi inghiottite fino a formare una guaina
con aculei sul corpo ferito ?
O semplicemente siamo predestinati al male
e la vita è solo fatta di tregue dove sostiamo
per non odiare e non colpire ?

 

 


Spazio della paura diurnia
Adesso che il sonno si è spezzato come un ramo
sarebbe impossibile inghiottire questa brina
sfinirsi di freddo in cerca di parole
scucire i sogni e appenderli sui fili
come i lenzuoli nel gioco dei fantasmi.
Invece solo il dolore è forte.
Sale dall’osso della schiena
fa della mente un cranio
gela e vorrebbe tepore
intiepidire, essere un uovo, un albume di sole.
salva con nome

 

 

 


 

L
È la lettera del librarsi e liberarsi

della lucidità davanti al dolore.
È il liquido allontanarsi del linguaggio

verso la lingua dei folli
che ci slega.
È la lettera letta lentamente

dall’inizio alla fine.
il catalogo della gioia - 2003




 

 

22 DICEMBRE - AUGURI !

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