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la farfalla non conta gli anni
ma gli istanti
per questo il suo breve tempo le basta
rabindra nath takhur

diario, memoria, dolore, vicissitudini, poesia, prosa, amore,
speranza, trasformazione
di violetta maria
testo finalista al premio pieve
e depositato presso l’archivio diaristico
nazionale
di pieve santo stefano – arezzo
www.violettanet.it
la scuola
era un edificio a due piani e sopra
l'ingresso principale c'era scritto in
caratteri in rilievo e blu
' scuola elementare '.
tutt'intorno un cortile, dove nelle ore di
ricreazione, giocavo con i compagni
bambini e bambine.
il viso accaldato, i capelli scarmigliati
dai quali scendeva stropicciato un
fiocco che la mattina era perfetto
e inamidato. bianco a pois rossi.
stando alle fotografie,
avevo un faccino simpatico.
andare a scuola mi piaceva.
e mi piaceva l'odore dei quaderni ,
delle matite,
dei banchi ormai vecchi e
scarabocchiati da
chissà quali altre mani.
sempre nel banco in prima fila
davanti alla cattedra.
l'insegnante veniva da ferrara
quotidianamente
e spesso durante l'ultima mezz'ora
ci faceva fare analisi grammaticale.
chi terminava prima e bene
poteva uscire in anticipo.
inutile dire che uscivo sempre per
prima ma fuori dalla scuola,
sola, senza compagni,
non ero contenta e si
smorzava la gioia di aver
fatto bene l'analisi.
allora non andavo a casa
ma passavo a salutare
il nonno che faceva il barbiere e per
gioco mi dava un affettuoso scappellotto.
ero comunque inquieta.
quando ero con i compagni mi
stancavo e volevo fare
qualcosa di diverso, da sola.
se ero sola andavo a cercare qualcuno.
sempre di corsa.
se andavo a scuola, andavo di corsa.
se tornavo da scuola, tornavo di corsa.
se dovevo fare delle commissioni per la mamma
le dicevo ripetutamente 'NO' mentre
andavo esattamente dove dovevo
recarmi e di corsa o con la bici.
ancora oggi ho l'impressione di correre.
amici miei
quale sottile legame
tra voi
e la solitudine
mia
possiedo
e non altro
un diario
con i vostri beneaugurati
messaggi
rifugio epistolare
come grembo materno
per colmare
crepe affettive
sempre più profonde
……………………….…
in un
ospedale di milano – letto 1
il ‘giro’
dei medici è terminato.
le
infermiere portano il carrello dei farmaci e medicazioni in corsia.
letti da
un lato, letti dall’altro.
una
camerata di 18 pazienti.
“preparate
i sacchi, bellezze”
agnese,
l’infermiera, entra sorridente con un paio di paraventi, per chi
si
vergogna a restare nuda.
l’aggettivo
‘bellezze’ non aveva doppi sensi, anzi era affettuoso.
in quella
stanza enorme almeno dieci donne erano deturpate da malattie
dermatologiche.
io avevo
una rarissima grave malattia autoimmunitaria praticamente
fatale
che…..
…..
il ‘sacco’
era un lenzuolo nel quale si veniva avvolte per circa un’ora e mezza dopo
che l’infermiera aveva passato sul corpo la crema, la pomata, l’unguento
adatto alla malattia.
idrocortisone,
catrame, eccetera
e i sacchi
diventavano di tutti i colori.
lo ziehl è
rosso, l’aureomicina gialla, il catrame ovviamente nero e così via.
se
l’applicazione doveva essere ripetuta nel pomeriggio, si aveva fretta
perché dovevano entrare i parenti, i quali, sorridevano, salutavano ma
arricciando il naso.
l’odore
del reparto era molto particolare.
benché
vietato, si sedevano sul bordo dei letti soffocando, numerosi,
l’ammalata.
chi aveva
un familiare malato di una semplice verruca, sospirava di sollievo, perché
una persona coperta di psoriasi pustolosa o una devastante acne
era altra cosa .
‘ dio, come mi dispiace ’ e ti
sorrideva in faccia per nascondere i suoi reali pensieri, peraltro
leggibilissimi.
c’era
anche il visitatore, apparentemente diverso.
entrava
giubilante, carico di fiori, cioccolatini (che non avremmo potuto
mangiare) e pizza ‘appena comprata qui sotto!’.
salutava tutte gioiosamente e si dirigeva verso
la parente raccontandole le ultime novità del condominio e gridandole prima
di uscire (cioè circa dieci minuti dopo) ‘non pensarci troppo, su.
vedrai che i medici risolveranno tutto. sono qui per questo, no?’ ‘
buonasera, ‘sera a tutte e auguri ’ e spariva volteggiando come un
folletto
ma c’era
anche il parente che si vergognava della ‘disgrazia’ occorsa in
famiglia.
paragonava
con gli occhi le altre malate, incredibilmente stupito di fronte ai
comportamenti sereni e risate affettuose dei visitatori.
tra noi malate si tentava di scherzare
anche per rasserenare i visitatori. cercavamo di coprire l’angoscia ma
questo sforzo si annullava immediatamente quando tutti uscivano per
tornare a casa.
sentiamo
che fuori c’è un’altra realtà.
da tre
mesi sono qui.
le degenze
minime sono di 40 giorni.
convivo
con altri 17 cervelli, 17 età diverse, 17 malattie differenti.
come in
carcere.
ognuna di
noi ha una o più compagne preferite ed è con loro che si fa, potendo, la
passeggiata in giardino, alla ricerca di un’aria più fresca o di una
compagnia maschile, del reparto di fronte. dove hanno i nostri
stessi, identici problemi.
con le infermiere/i più disponibili mangiamo spesso in
cucina. (assolutamente vietato..) pizza o altro.
quando si rimane ospedalizzati per molto tempo, diventano
persone familiari, di cui senti il bisogno.
agnese comincia il primo dei suoi tanti giri
d’ispezione notturna,
con la pila in tasca, per non svegliarci.
si avvicina silenziosa a tutti i letti, ascolta
il respiro, chiede perchè siamo sveglie, se abbiamo bisogno, se
vogliamo parlare, se abbiamo molto dolore.
non l’ho mai vista arrabbiata.
poi a passi veloci e brevi, in contrasto con
l’altezza torna in cucina,
con la pila accesa nascosta in tasca.
orsola invece ha dovuto fare del suo meglio
per terminare una battaglia di cuscini.
nessuna di noi dormiva.
piccole parole nel silenzio. piccole risate
nascoste sotto le lenzuola.
e poi un’esplosione di risate e giochi e scherzi
e cuscini.
anche le pazienti immobilizzate si sono
divertite
e qualcuna ha tentato di partecipare.
- non mancano i litigi anche aggressivi ma è
sempre la
disperazione a produrre negatività
qui si impara a rivedere alcuni valori. anche i
più banali.
per esempio riconoscere il respiro o il russare
delle compagne.
spesso si sa riconoscere il pianto.
settembre – ospedale - milano
il mio direttore, in visita, è sconvolto.
si rende conto solo ora della serietà della
situazione.
io, la sua segretaria, non appaio più come la
donna in carriera.
la segretaria bella, perfetta, efficiente,
capace.
sono qualcosa di diverso.
non sa bene nemmeno lui ma senza dirlo mi
dice che è dispiaciuto ma …
(mi dirà anni dopo, che sono stata la migliore
segretaria tra tutte quelle avute).
avevo ricevuto l’incarico di progettare nuovi
uffici da un esistente capannone.
il lavoro era ormai alla fine ma per la
malattia non ho potuto vederlo terminato.
ho dato le dimissioni.
mi sento male.
mi sento inutile,
non posso più lavorare, come mutilata.
cado nello sconforto più profondo.
e ancora non avevo idea di come sarebbe stata
grave la ricaduta.
milano - ospedale
dopo un’illuminante e dolorosa discussione con guido, la notte è
agitata
con brevi sonni, brevi sogni e paure.
forse mi sono addormentata alle 4 .
alle 5 lo sbattere delle persiane contro il muro mi ha svegliata
di soprassalto.
era il buongiorno delle infermiere.
c’è il sole.
non ho ancora finito la colazione e come sempre vedo sulla
soglia della corsia il dottor……
la tasca del suo camice è rigonfia perché dentro c’è una
mela per me.
me la porge, di nascosto, ogni mattino..
conversiamo.
ormai è un’abitudine,
un pomeriggio sono arrivati dei fiori anonimi…
mi distoglie dai pensieri l’infermiera di turno che mi fa
un cenno.
tradotto significa ‘stasera frittata in cucina!’
continuiamo a trasgredire la regola ospedaliera. tutti lo sanno.
sono giunonica ormai a causa della terapia.
decido di divertirmi stasera perché tanto guarirò.
ma sì.
………………………………………….
21 dicembre
renato è qui in visita.
sono già separata da guido e osservo
renato, forse sperando in una riconciliazione?...non so…
ma quella sera oltre agli auguri mi dice che si
sposerà.
se ne va ringraziandomi per averlo capito, per
non aver fatto domande.
in realtà non ho capito niente.
sono confusa ed invece d’essere felice nel giorno
del mio compleanno, butterei dalla finestra, e molto volentieri, quel
bellissimo servizio per la fondue bourguignonne che mi piaceva tanto
la campagna
bianca di neve era,
all'occhio,
meravigliosa.
inverosimili ricami di ghiaccio
sulla superficie dello stagno.
nel silenzio, gli uccelli.
sul davanzale passerotti
infreddoliti, la testa sempre più sul petto e le alucce tremanti.
il roseto era un intarsio
ghiacciato.
ascoltavo il rumore delle mie
scarpe sulla neve asciutta e mi giravo per osservare le impronte.
bianco.
tutto era bianco.
pattinavo nei fossati e finivo
lunga distesa, bagnata ed arrabbiata.
la mia infanzia é sempre stata una
lunga e continua non consapevole osservazione.
sotto il mio albero preferito, dopo
averne scosso fortemente il tronco sottile, restavo appoggiata a lui
perché quel magico muro bianco di brina che cadeva in
cerchio intorno a me mi faceva sentire separata da tutti
ma unita all'albero.
erano pochi istanti ma sempre
sorprendenti.
seguivo le impronte degli animali e
tanta era la mia perplessità quando le orme scomparivano
all'improvviso !
non avrei potuto tradurre le mie
infantili sensazioni ma sentivo che qualcosa comunicava con me.
natale
ma che natale è questo?
nessun preparativo, nessun albero, nessun pacchetto
infiocchettato, gli amici, l’atmosfera, i sogni, le speranze.
ma che natale è questo?
ma che natale è…..in questo letto?
la memoria vaga nello spazio, nel tempo, crudele
ed inevitabile.
la casa dove sono nata col giardino in fiore, il
ciliegio dove mi si trovava regolarmene arrampicata sui rami a mangiarne i
frutti, i campi di grano
e tutta l’atmosfera della campagna emiliana.
e minou, la mia adorata gatta che non c’è più.
nevica e se ci fosse stata, avrebbe piegato
orecchie, occhi e testa rotonda a seguire il cadere dei morbidi fiocchi e
con loro un metro di bianco silenzio.
vorrei coccolare minou, donata da erik, un
bambino dagli occhi azzurri e frangetta liscia e bionda, poco prima della
fine di una mia convalescenza in
svizzera.
minou sapeva che il collarino rosso significava
‘festa‘ ‘amici‘ e cioè: sarò al centro dell’attenzione…
ma tornando al natale, mia madre era bravissima a
preparare l’albero ed il presepe.
vedevo letteralmente trasformare nelle sue mani
montagne, da pezzetti di legna asciutta. casette, casupole,
palazzi, dalle confezioni di cartone di prodotti alimentari .
e dalle scatole comparivano finestre, porte,
tetti spioventi.
il muschio lo avevamo portato io e zio
bruno, quasi coetanei.
sembrava velluto e lo appoggiavo alle guance per
annusarlo e sentirne l’umida freschezza, prima che diventasse prato,
colline o montagne,
coperte di farina.
c’era sempre un laghetto fatto con
uno specchio e nascosto nel muschio sapientemente.
l’albero era doverosamente sovraccarico e
festoso.
e il partito…..offriva ai bambini un omaggio che
consisteva in un sacchetto di carta, uguale a quelli usati per il
pane, con dentro piccoli doni (caramelle, giocattoli, arachidi) e che
andavo a prendere con la mia bicicletta verde smeraldo, senza capire
perché.
come per tutti i bambini che potevano viverlo, il
natale aveva
un sapore ed un colore particolari.
ricordo un pomeriggio in cui la nonna fece
un dolce.
l’avevo visto dalla finestra a piano terreno, sul
tavolo della cucina ed
era una specie di cupola di
cioccolato con delle cosette bianche sopra.
le chiesi cosa fossero
‘spicchi d’aglio’ rispose
ne fui disgustata .
non riuscivo a capacitarmene.
seppi più tardi dalla mamma che era
un dolce tipico chiamato
‘porcospino’ .
alice, nonna bugiarda !
ho tanto tempo ‘da perdere’ in ospedale e i
ricordi tornano al
passato, molto lontano.
al primo bacio sulla sabbia del fiume po.
agli adolescenziali innamoramenti.
ai giochi ed ai capricci infantili.
alla prima bicicletta verde smeraldo.
agli abiti cuciti dalla mamma.
adoravo soprattutto l’abitino di piquet di cotone
giallo. l’altro verde
di taffetas e quello bianco di piquet millerighe
con i bordi blu ricamati a mano.
e poi alla, menomale, mancata violenza da parte
di tre idioti in una strada di milano, dove mi aspettavano, motore acceso,
portiere aperte,
su una fiat 1500.
ripenso al mio rapporto con guido, al suo
nirvana,
la macrobiotica, yin-yang,
yin-yang.
e ad altri amori piccoli, piccoli, grandi,
grandi, che mi hanno dato e tolto, compreso quello con il
famoso giornalista……
che mi aspettò in un rinomato albergo di milano.
ma in camera sua c’era, al mio arrivo, un’altra
donna.
mi osservo e ripenso alla mia pelle che fu sempre
adorata, proprio quella pelle che non ho più e che non potrò offrire.
………………………….
devo calmarmi
non mi va più
di fare l’ennesimo bilancio
dicembre
in ospedale
prima
di natale
mi sento
così male
….
minou
dopo 4 anni insieme
sei tu
minou
la notte
che sali
leggera
sul letto
e non è il vento
che muove
la tenda sottile
……….
e torniamo
al natale
filastrocca
dai ricordi di bambina,
torna, vivo, un bel presepe
con il muschio e le statuine
sui sentieri infarinati
poi, nell’angolo un abete
profumato di dolcezze
e mandarini assai invitanti
che creavan l’atmosfera
più gioiosa ed impaziente
quell’argenteo luccicare
delle stelle luminose
sulle case di cartone
eran certo il più bel dono
che potessi immaginare
ancor riluce quel bagliore
nello spazio e dentro al cuore
come il fuoco che brillava
sulla pietra del camino
buon natale! che sia felice
generoso di ore liete
e di sogni realizzati
casa -
milano
dalla sera
del mio compleanno sono immobile a letto.
che giorno
è, che ora sarà?
la mamma
ed una delle tante zie o cugine che l’aiutano mi girano intorno
indaffarate, mi rimboccano le coperte, mi accarezzano delicatamente, mi
parlano, sorridono e fingono di non vedere che non ho più capelli.
sono
rimasti nella mano della mamma un mattino mentre cercava di pettinarmi.
non ho
pelle.
i ‘grandi
laghi’ si formano copiosi e mi strappo quasi in uno stato incosciente,
rabbioso, disperato, la pelle di dosso.
è
difficile da spiegare. una sera nell’accudirmi mia madre
vide staccarsi la pelle di un intero arto.
…….
rischio la
setticemia e le lenzuola vengono cambiate anche cinque volte al giorno ……..
….
senza
pelle ho freddo e le lenzuola vengono prima riscaldate.
non posso
indossare nulla e per compiere tutte queste azioni passano ore.
alla fine
esausta e nel caldo delle lenzuola, dolorante, addolorata, mortificata,
amata dai familiari, mi addormento anche se so già che sarà per pochi
minuti.
so di
essere gonfia di cortisone, e di avere un aspetto mongoloide ma sono
perfettamente lucida anche se oggi al risveglio mi è sembrato di vedere la
porta della camera spostata un po’ più in là e i mobili a sinistra invece
che a destra.
perche?
le
persiane sono socchiuse ed il televisore acceso.
ma non
vedo, non leggo i titoli, non sento bene ed ho perduto il gusto.
non ho nemmeno
fame.
una zia e
sempre seduta sulla panchina vicino al letto.
la mamma
in cucina parla con un’altra zia e così lo sferruzzare della prima e il
parlottare sottovoce delle altre mi fanno chiudere gli occhi e
in questo stato tangibile di protezione affettuosa ‘vedo’ un gomitolo
ingarbugliato di colore grigio-azzurro che lentamente si dipana da
solo fino a diventare una sfera perfetta, luminosissima e dai contorni
puliti.
‘sento’
la sua perfezione e sto ‘comunicando’.
chiedo di
morire, di non farmi più soffrire, e di non far soffrire mia madre.
mi
risponde ‘no’
so cos’è
ma non mi sorprende,
mi
sorprende il ‘no’ e la invoco nuovamente.
riappare
il giorno dopo e la risposta è ‘no’.
sono quasi
indispettita perché mi sembra così naturale il dover morire che
l’essere contraddetta è come non essere capita.
il giorno
seguente la rivedo, sempre luminosa e perfetta.
le chiedo
di farmi vedere dove andrei se morissi.
questa
comunicazione mentale è così spontanea…
mi sono
sentita letteralmente sollevare dal letto e mi sono ritrovata nel
compartimento di un treno lunghissimo di cui vedevo la fine perché era
stazionato in curva.
il treno
parte e attraversa montagne bianchissime e boschi.
grossi
e lenti fiocchi di neve cadevano in un silenzio irreale ma sereno
fino alla stazione di…, con i suoi colori stinti, tra il rosa e
l’arancione, le aiuole, la panchina di sasso.
il mio
corpo viene depositato su di essa e trovo logico che il treno riparta
mentre osservo le margherite nel prato.
poi il
corpo svanisce ma io sono sempre lì e ‘cammino’ tra la gente del mio paese
di origine.
strano.
avevo chiesto alla mamma di seppellirmi nel campo di grano vicino alla
nostra casa, dove c’è il pozzo.
i miei
primi 9 anni in quella casa sono un ricordo indelebile e mi rivedo tornare
a casa da scuola di corsa per fermarmi ai bordi dello stagno.
sdraiata a
pancia sotto prendevo i girini con le mani e d’inverno pattinavo sulla
superficie ghiacciata.
quel
giorno era pieno di sole ed ho cominciato a fare giravolte su me stessa
ubriacandomi nel sole.
ero
felice. una felicità pura. un’essenza.
mi ritrovo
nel letto e vengo colta dalla nausea. non voglio essere lì. mi sembra
che la camera abbia l’odore del dolore e della malattia.
voglio
cantare.
che buffo,
non sono certo canterina ma mi sembra l’unica cosa da fare.
non sento
improvvisamente nessun dolore, nemmeno ai piedi che ormai sono rivolti
all’ingiù.
e con la
voce che mi resta canto.
mia madre
sorpresa viene a chiedermi come mai con un tono di chi si aspetta
il peggio e tenta un autocontrollo temendo chissà cosa.
‘ne ho
voglia’ – le dico.
non mi
crede. è spaventata.
torna
in cucina in lacrime.
ma perché?
certo non
può capire e mi fa venire in mente la notte di capodanno quando, dopo ore
di dolore e fatica per cambiare le lenzuola, sentiamo il tipico rumore dei
mortaretti.
io
sfinita, lei sfinita. seduta sul bordo del letto.
ci
guardiamo e in quello sguardo c’è tutto. le parole sono superflue.
come
possiamo ci abbracciamo e ci facciamo gli auguri mentre le lacrime scendono
sui nostri visi.
la
situazione è terribile.
ne siamo
coscienti.
impotenti
e pronte a combattere.
ma non può
capire perché io canti.
gli occhi pieni di vento
le guance pizzicate dal sole
inebrianti giravolte e capriole
sul prato appena nato
di quel giorno scolare
infantile saluto alla primavera
unica
io
nell‘universo
….
aprile – casa
il medico omeopatico di basilea -
chiamato da mia madre e non so ancora oggi in che lingua si spiegò e come -
entra leggero nella stanza.
ha i capelli bianchi e gli occhi azzurri.
il viso sorridente. alto, oppure lo è
perché io sono distesa?
so che ho poco tempo e senza parlare ce lo
diciamo.
lascia la camera dopo pochi istanti e non
trovo anormale questo comportamento.
dirà ai miei genitori che sto morendo e di
provare solo col cortisone a dosi elevate…
so che è vero. sto morendo. lo sento.
non ho bisogno che mi venga detto.
ma sono pronta.
sono stanca
……………
dopo aver sentito chiudere la porta vedo un
grande cancello bianco, tutto curve e riccioli, dietro al cancello una
bianca diligenza di elegante fattura in un giardino bianco.
mi avvicino al cancello che si apre e rimango
sulla soglia.
non oltrepasso. non salgo sulla diligenza
che aveva la portiera aperta.
non parto.
almeno impazzissi per non essere consapevole.
………………………………
è
venuto bruno, lo zio con solo qualche anno di differenza, l’amico
d’infanzia.
vedo
dall’espressione dei suoi occhi come sto e come sono e come appaio.
da
far paura.
non
deve dire niente.
ma
dice: sei sempre la mia nipote preferita.
mi
emoziono perché è la solita frase che vuol dire altre cose.
ma
tant’è.
vengono
anche guido e renato e provo una sensazione spiacevole.
vengono
a trovare la quasi-morta?
ma
io non sono morta!
vi
osservo e vi vedo perfettamente fuori e dentro.
andatavene!
maggio -
casa
mamma
vuole che provi ad alzarmi.
incredibile.
non riesco
nemmeno a muovermi, come faccio ad alzarmi, mamma?
ma lei e,
la cugina, insistono e dapprima mi siedono sul letto o fanno un tentativo
perché il dolore è immenso.
seduta sul
letto col loro sostegno ho paura, terrore, vedo le cose da un’altra
angolatura e lo spazio, il vuoto intorno a me mi terrorizzano, dopo tanti
mesi passati a guardare il soffitto.
sono a due
passi dall’armadio.
quella è
la meta. fare un passo per andare all’armadio.
un passo.
uno solo.
da seduta,
le gambe penzoloni e i piedi riversi all’ingiù, sento dolori fortissimi
agli arti che diventano blu.
trascorreranno
settimane di dolorosi tentativi prima che io possa muovere la gamba
destra per fare il passo verso l’armadio.
ma
quando ci riuscii piansi e amai l’armadio che sembrava
accogliermi in quello sforzo indicibile.
…………………………………
tempo
dopo, attaccandomi ai bordi del letto, alle sedie, ai mobili arrivai per la
prima volta, dopo lunghissimi mesi, in bagno dove mi vidi.
non ho
parole per dire cosa provai.
chi era
quella lì che mi guardava con occhi estranei e spaventati.
chi era
quella lì senza capelli, gonfia, senza pelle.
chi era
quella pazza con la faccia cushingoide?
chi era.
se non me.
se non me
stessa
se non me
stessa
se non me
stessa
come
convincermi che ero io?
come?
mi
appoggiai al bordo del lavandino e piansi perché altro non avevo da fare.
e
piangevo in un misto di gioia e dolore anche perché finalmente
potevo andare in bagno da sola ed avere una mia piccolissima vita privata,
perché potevo guardare fuori della finestra, accarezzare con lo sguardo le
cose di casa mia, ritrovate e piangevo la mia impossibile
esistenza.
sento le
voci sommesse della mamma e della zia, come se in casa ci fosse un morto e
decido di raggiungerle silenziosa.
tra grandi
dolori e speranze di farcela, spaventata dagli spazi del salotto.
quando
arrivai, mia zia quasi svenne e mamma mi sorrise.
mi guardo
intorno.
si vede
che la casa è stata accudita da mani diverse dalle mie.
gli
oggetti sono stati spostati.
c’è
un’altra atmosfera ma sono felice.
felice al
punto che chiedo di aiutarmi a mettermi seduta e fra cuscini,
fasciature, orpelli di ogni genere, disegno un paesaggio naif.
uno fra i miei migliori.
la mamma
tuttavia non è contenta della mia situazione e chiama il professor….. a
domicilio che chiede l’ennesimo ricovero non appena
riesco ad essere più indipendente nel camminare.
non riesco
a crederci.
mi sento
manipolata.
buttata
fuori di casa.
perdo il
controllo del mio ambiente.
mamma, non
vedi che sto bene?
……………
viene a trovarmi nonna alice. lei che aveva
deciso da anni di non spostarsi più da casa sua.
è un onore.
lei è stata una specie di capo indiscusso
nella famiglia di mamma e della parentela.
ha tirato le fila di tutto e di tutti.
e ora è qui come se volesse provvedere lei a
guarirmi.
soffro di un maledetto herpes al nervo sciatico.
odio tutto e tutti. vengo presa dal panico, dalla
paura, dall’ira violentissima ed auguro a tutti di stare male.
poi, come sempre, tutto cambia, tutto in qualche
modo finisce.
e riprendo con entusiasmo.
mi metto davanti allo specchio aiutata dalla
sedia.
poi guardandomici dentro cerco di portare le
braccia lungo il corpo ma perdo l’equilibrio.
e così per mesi.
fino al giorno in cui mi vedrò dritta, con le
braccia lungo il corpo e muovo i primi passi ‘normali’.
sette.
sette passi.
lo spazio dalla sedia allo specchio verticale.
la notte per i mesi a seguire, senza essere vista
da nessuno cerco di scendere le scale.
ma la discesa dei gradini mi fa girare la testa.
allora scendo di spalle un gradino alla volta.
dapprima un solo gradino.
e poi due gradini
e poi tre……
e finalmente potrò fare 12 gradini in modo quasi
accettabile.
nel tempo riprenderò a camminare, correre,
muovermi in modo naturale, anche se non dimentico mai che posso cadere,
farmi male, che devo fare attenzione.
vivere con cautela.
dio mio.
casa
– milano
i
miei capelli erano belli, lunghi, corti, ricci, sciolti, raccolti,
spettinati, neri o rossi.
stavano
come volevo. docili.
non
avevo più capelli, non uno.
la
pelle troppo debole o assente non poteva tenere una capigliatura .
colei
che vedevo nello specchio senza ciglia, sopracciglia, capelli era quello
che restava di me.
ricordai
come guido accarezzasse i miei capelli rossi.
dio,
mi sembrava di sentire ancora quelle mani.
dove
sono i miei capelli.
avrò
più i miei capelli.
buttate
via questi pettini, chè non ho capelli da pettinare.
buttate
via queste forcine, questi fiocchi, questi cerchietti colorati.
buttate
via tutto,
buttatemi
via.
vorrei
sparire come l’acqua del lavandino e andarmene dal quel foro, vorticosamente.

monza
- ospedale - letto 7a
dove
resterò un anno intero.
ali
baba non è un uomo.
è
una bella signora di 36 anni.
conosciuta
mesi prima in quell’ospedale era stata dimessa ma poi tornata.
non
aveva più i suoi capelli biondi. chemio.
aveva
subito una mastectomia ed era consapevole che il tumore era salito al
cervello.
la
si poteva incontrare in bagno prima delle altre, alle cinque. senza
capelli e senza un seno con gli occhi ancora assonnati e di chi aveva
pianto.
al
termine delle sue abluzioni aveva un bel turbante turchese ed una
vestaglia morbida a righe bianche e turchesi,
delicata,
gli occhi grandi e sorridenti. un leggero trucco.
ridevamo
di noi stesse.
io
non camminavo bene e sembravo una papera e lei barcollava per la chemio.
passeggiavamo
lungo l’interminabile corridoio sottobraccio. due cervelli senza corpo…
e
ridevamo di tutte le altre persone, malate e non. medici, personale
paramedico, parenti .
e
parlavamo di tutto e dei nostri amori.
tutto
era motivo di ironia e le piaceva il soprannome che le avevo dato.
ali
baba.
quando
era molto stanca arrivava zigzagando in camera mia per giocare a carte.
aveva
una fortuna sfacciata.
si
arrabbiava se perdeva e spesso piangeva perché non vedeva più le carte e
diceva: gioca e gioca anche per me.
e
io lo facevo.
…
era
assillata dal pensiero di lasciare il marito che, secondo lei, doveva
risposarsi perché era ancora giovane e prima di morire lei voleva
risistemare la casa…’perché sai gli uomini…’
adorava
suo marito e me lo descriveva con l’entusiasmo di una ragazzina. ormai lo
conoscevo nei minimi particolari.
le
adolescenti – diceva – non sanno da dove cominciare a fare l’amore.
rideva
e la sua dolcezza ti travolgeva, ti strappava un sorriso, tuo malgrado,
nonostante tutto.
perché
in fondo all’anima volevo piangere.
ero
più giovane di lei ma lei era infinitamente più giovane di me. persino più
giovane del figlio 17enne.
avrei
voluto passare il natale con lei ma fu dimessa perché la sua vita era
alla fine.
rimasi
da sola a guardare tutti i regali che mi avevano portato infermieri,
medici, malati, parenti e amici.
ma
il suo non c’era.
tenera
ali baba.
che
vuota questa stanza senza te.
aspettami
ali.
mi
mancano le tue moine. il tuo sorriso.
ciao
ali baba.
monza –
ospedale - letto 7a
anna, la
mia infermiera preferita mi ingozza perché ‘devo’ mangiare e con le lacrime
agli occhi si avvicina al viso deturpato e gonfio e mi dice sottovoce:
scema, non
crederai di morire. mangia e piantala.
quando è
il suo turno ce ne accorgiamo per il modo che ha di entrare in reparto
e di far sentire i suoi zoccoli bianchi .
se c’è lei
tutte dormiremo.
quando di
turno ci sarà …. nessuno dormirà e tutte avremo
bisogno di qualcosa.
dopo i
medici non puoi fare a meno dell’infermiera, uomo o donna che sia.
è a loro
che rivolgiamo tutte le nostre piccole, grandi, superflue, cretine o
importanti necessità e le esigenze più intime
ma le
infermiere come anna sono rare, così come agnese ed orsola.
sono
stanca di stare in questa cameretta da sola, perché troppo grave.
vedo un
muro anonimo, le veneziane abbassate e le finestre
chiuse. non si sa mai…
pavimenti
striati di freddo linoleum
non voglio
stare qui !!!!
monza – ospedale – letto 7a
il primario L… non c’è. rimarrà assente tre
settimane e in quelle settimane i suoi collaboratori testeranno su di
me altre terapie compreso i P UVA che sarebbe come dire fare il
contrario di quello che mi serve per vivere.
due minuti in piedi dentro quella macchina
mi hanno fatto cadere la pelle a brandelli e le infermiere sono accorse
piangendo e chiamando aiuto perché sapevano che non avrei dovuto sottopormi
ai P UVA.
odio il medico e glielo dico.
risponde ‘se crede di saperne di più. faccia il
medico ! e non mi faccia chiamare alle due notte se sta male.
cosa posso farci se lei ha questa malattia?’
confessava così il suo errore, la sua impotenza,
la sua disperazione, la sua sconfitta.
mi fa pena e non lo rivedo per settimane.
quando il primario rientra è arrabbiatissimo e
tenta di correre ai ripari come può.
e questo significa mesi e mesi di degenza.
mesi e dolore. ogni volta che la pelle tenterà di
ricostruirsi basterà toccarla per romperla e…..piangere… basterà
socchiudere la bocca perché si formino letterali crepe sul viso.
i medici mi danno per spacciata.
sono nuda nel letto a riflettere su quello che mi
succederà per l’ennesima volta..
il giorno che ho voluto alzarmi per andare da
sola in bagno, avvolta sommariamente in una ‘traversa’ ho incrociato lo sguardo
del dottor S… che rimane a bocca aperta incredulo.
non morirò.
ma nel frattempo succedeva una cosa
particolare.
nonostante tutto in ospedale mi sentivo ‘sicura’
‘protetta’ e mi piaceva la sera andare nell’acquario - così chiamavamo una
grande stanza la cui parete esterna era a vetri e da dove si vedeva
la brianza - per giocare a carte, nella promiscuità femminile e
maschile .
nessuno chiedeva niente.
tutti malati
tutti uguali.
tutti belli.
tutti perfetti.
la nostra società non era quella esterna. era
quella lì.
e lì stavamo bene, tra ‘noi’.
con o senza pelle
da quanto tempo non vedo il mondo attraverso un
filo d'erba?
in estate il vento muoveva l’erba al suo
ritmo.
il prato ondeggiava, si abbassava, si
alzava, si fermava un attimo e ricominciava.
da piccola che ero non mi si vedeva distesa o
inginocchiata dentro l'erba che m'avvolgeva tutta. da là guardavo il
mondo. tra un filo e l'altro osservavo la mia casa.
si apriva una persiana al piano di sopra. era mia
madre che mi cercava e chiamandomi ricevevo la sua voce a ondate, come il
vento. non rispondevo mai. la guardavo. non mi ha mai chiamata con
vezzeggiativi o diminutivi soliti alle madri. violetta ero e violetta sono.
era il timbro della voce a mutare, non il nome.
a volte se il vento mi tradiva abbassando troppo
l'erba e lasciando scoprire parte del vestito bianco, giallo o verde
smeraldo, che amavo tanto, lei diceva: " ma si può
sapere cosa fai sempre in mezzo all'erba? non puoi giocare come tutti
gli altri bambini? "e non rispondevo ancora, cercando di restare più
che potevo appiccicata al terreno dove giravano piccole formiche
e ciarlieri grilli. stavo bene anche sola. non sempre. Spesso.
un amico apicoltore mi aveva insegnato ad
intrecciare piccole gabbiette per le farfalle. se riuscivo a prenderle,
dapprima le imprigionavo poi le lasciavo volare via,
seguendole con gli occhi zigzagare sopra i fili d'erba.
chissà se conoscevano la paura.
ma, secondo i miei pensieri di bambina, quelle
piccole farfalle blu, adoravano il grano perché era là che ne
trovavo tante. camminare tra le spighe era divertente e
frusciante, mentre l'erba era silenziosa. da dietro i miei fili
d'erba vedevo mio padre nel giardino. belle le rose, lungo la siepe, e
belli tutti i fiori di tutte le stagioni: I gigli, i garofani piccoli
piccoli, le viole, i tulipani gialli bordati di rosso e gli sferici
crisantemi. bello il colchico. mangiavo il dolciastro bulbo delle
rose e succhiavo il fiore di trifoglio.
e intanto restavo nascosta nel prato anche per
ore mentre il mondo mi girava intorno e il giorno andava spegnendosi.Mai
annoiata, mai stanca d'osservare. poi il mio nascondiglio mi veniva tolto
e tagliato e i contadini, che ormai conoscevo tutti,
lavoravano e mi salutavano ridendo, come di qualcosa che non capivo bene.
poi, distesa sull' erba ingiallita,
asciugata dal sole, ne sentivo il penetrante profumo e guardavo il cielo,
non più nascosta, non più introvabile.
e mia madre aprendo le persiane della finestra al
primo piano, mi chiamava dicendo: " ma si può sapere cosa fai
sempre sull'erba? non puoi giocare come tutti gli altri
bambini?
"il sole pizzicava le
guance. indugiavo al suo calore e quando mi giravo, facendo cantare
il fieno sotto di me, mia madre non c'era più.
si udiva il ronzio degli insetti. le api erano
sui fiori o nelle arnie, allineate ai bordi del prato che, sapevo, i
miei genitori avevano concesso al signore delle gabbiette. il silenzio
della campagna estiva era carico di suoni. bastava ascoltarli.Ho nostalgia dei
miei alti fili d'erba.
a seconda della distanza, dietro un solo esile,
sottile, filo d'erba, si nascondeva un albero intero, oppure tutta la
figura di mio padre o di mia madre ed io spostandomi a destra o a sinistra
di esso li facevo ricomparire e poi scomparire in un eterno gioco.
tutto il mondo dietro un filo d'erba, un esile,
verde, sottile, alto filo d'erba.

milano – ospedale
il dottor C … ogni volta che mi ribello,
chiedo informazioni sul mio stato di salute o altro, mi dice di essere più
umile.
lo detesto, con quella faccina da ‘io sono il
medico, tu la paziente’.
e resto nel letto a seguirlo con gli occhi
mentre fa il ‘bravo’ dottore con le malate degli altri letti,
promettendo guarigioni rapide e indolori.
ricordo il giorno di natale quando ci annunciò un
‘super pranzo’ che consistette nel solito piatto con l’aggiunta di una mini
bottiglia di finto champagne e una fetta di panettone che verrà dato anche
alle diabetiche…
è natale…
rifaccio per l’ennesima volta la medicazione alla
vicina di letto che ha un tumore alla coscia.
se mi vedessero mi butterebbero fuori ma lei ha
male e sente la necessità di tenere ‘pulita’ la parte malata.
dal terzo letto di fronte, numero 16, si
avvicina una paziente nuova che lamenta la perdita del figlio. ‘era così
buono, gentile…’ e piange. ‘sarà sicuramente in paradiso, povero figlio’
sinceramente non ho parole per consolarla. non so
cosa dirle che non sia banale e scontato.
farfuglio che se suo figlio è in paradiso, la
starà vedendo e non sarà contento di quelle lacrime
mi sento ipocrita ma lei mi guarda dritta
negli occhi.
quasi si risvegliasse da qualcosa.
mi abbraccia e dice che sono una santa e che le
dispiace che io sia malata e di dover passare il natale qui. ma
avendomi conosciuta le sembra tutto diverso.
‘oh, scusi’, aggiunge per l’abbraccio.
le scuse non erano per quello, ma per avermi
‘toccato’ con le mani ‘malate’.
mi sento sempre più imbecille ma l’aiuto
tenendole la mano…malata.
la notte chiedo all’infermiere di turno di andare
in biblioteca a prendere un volume che mi interessa.
mi guarda come si guarda una pazza (è
proibito, ovvio) ma ci va e così posso leggere tutto sulla mia
malattia e sulle nulle speranze che dovrei avere.
..prognosi infausta…
le malattie….spaventano le persone e le
nostre sono pressoché sconosciute.
molte derivano dal sistema immunitario ed altre
da stress emotivi.
dopo tutte le recidive terribili subite, gli
andirivieni da un ospedale all’altro, le assenze da casa, non ho
segni visibili sulla pelle a parte l’esito di una cicatrice sotto il labbro
inferiore, prodotto di un morso di ‘cibìn’, cagnolino ‘amico’
mio di quando ero bambina.
quel giorno trascese nel suo entusiasmo.
……………………………
mi secca molto quando mi dicono ‘che peccato…una
così bella ragazza….’
che connessione c’è tra malattia e bellezza?!
e ancora mi sorprende che si meraviglino se una
donna preparata, sufficientemente colta, di livello sociale medio elevato,
si trovi in questo ospedale.
l’idea comune è che la ‘gente bene’ sia nelle cliniche
private evidentemente.
tengo un diario sul comodino, con la
disapprovazione palese della suora.
M…….un medico giovane che stimo vi ha
scritto: brava violetta, la vita bisogna morderla.
ne ho fatto tesoro.
e D…. un altro medico aggiunse ‘ah, se
tutte le pazienti fossero come te!’
prendimi morte, prendimi.
sono qui dietro l’albero
carico di galaverna.
non mi vedi?
prendimi morte, prendimi.
sono qui sul ciliegio.
non vuoi assaggiare
anche tu
questi rossi frutti
prima di prendermi?
prendimi morte, prendimi
se ne sei capace.
fuggiro' nei campi
dietro le spighe di grano,
sotto l’acqua dello stagno,
dietro i grossi e freschi
muri della mia casa,
sotto i banchi di scuola,
nei fossi e sui fienili.
non mi prenderai
tanto facilmente.
fatica anche tu
come io ho faticato
a vivere.
guadagnati questa impresa.
corri e prendimi
se ne sei capace.
so che sei vicina.
morte!
che nome hai.
da bambina avevo una cameretta mia accanto
a quella dei genitori.
un alto lettone di ferro laccato e la testiera a
semicerchio era piena di fiori.
la notte attraverso le persiane vedevo il cielo
stellato e incollata ai vetri guardavo ed ascoltavo.
la luna mi sembrava un faccione rotondo anche se
mamma mi spiegava che non era così.
ma ero certa che ci fossero due
occhi, una bocca ed un naso !
l’acqua dello stagno scintillava e sotto la luce
lunare. le rane con i loro cra-cra chiacchieravano tutta la notte.
i raggi di luce inciampavano sulle cose o
andavano dritti lontano lontano.
i fiori del giardino non avevano più colore o
addirittura, nel buio, assumevano forme minacciose, o così mi pareva.
sagome nere, draghi, orchi, mani artigliate!
la notte era affascinante. le cicale, i grilli,
le rane, il fruscio delle foglie sotto il vento leggero o le nuvole che
passeggiavano modificandosi continuamente.
nella cameretta c’era un secondo letto dove mamma
metteva i regali della befana, oltre a quelli nella calza appesa al
camino al piano inferiore.
io mi alzavo di notte per vedere la befana ma non
la vidi mai.
eppure la mattina dopo i regali c’erano!
e nella semi-oscurità del mattino che arrivava,
vedevo la carrozzella di paglia rosa e la bambola tanto desiderata.
andavo ad annusare l’odore ‘nuovo’ per poi
tornare sotto le coperte. felice.
non so se mia madre ha mai saputo di queste mie
veglie notturne.
non l’ho mai vista portare i doni sul letto.
o forse c’era davvero la befana.
i pioppi che conosco io, sono quelli della
campagna ferrarese. sono alti e la chioma, dalle
foglie a forma di cuore, che poggia su un fusto dritto,
sottile e biancastro, s'innalza, come a toccar le nuvole,
schioccando anche sotto il vento più gentile.
io li conosco come alberi che crescono in fila
indiana, a distanze esatte, lungo i sentieri che delimitano i campi
di grano o sulla cresta degli argini.
quando prendevo il treno con mia madre, per
andare in visita da qualche parte, i pioppi mi venivano incontro rapidi e
dal finestrino li ammiravo stagliarsi, tanti e solitari, sullo sfondo del
cielo.
la mia campagna era piatta, senza montagne.
Silenziosa. Sparse le case contadine. ma si poteva sentire il picchio sui
tronchi e le rane nello stagno, dove un tempo si lasciava macerar la
canapa.
i miei pioppi crescevano anche in molte file indiane,
formando tanti corridoi e da qualunque di essi io sbucassi, vedevo sempre
spuntar dall'altro lato il cielo.
le stesse linee parallele, da un'altra
angolatura, diventavano diagonali e scendevano in quel punto dolcemente
verso la riva del po. pigro, tortuoso, azzurro o
color della terra durante le sue piene.
mi lasciavo rotolar giù dagli argini per poi
risalire, carponi, fino all'ombra dei pioppi chiacchierini. nessuna bufera
poteva renderli minacciosi. erano allegri per natura.
e le foglie si potevano anche ricamare
tra quelle sul terreno, raccoglievo la più bella,
la più verde, quella più 'a cuore'. l'ultima appena caduta.
spesso l'aspettavo.
e con uno stuzzicadenti, seguendo le tantissime
sue venature, facevo centinaia di piccoli fori, uno dietro l'altro.
precisi. pazienti.
infine, controluce, lasciavo che il sole,
attraversandola, l'illuminasse, rendendo vivo il mio
ricamo. certo non pensavo di far loro del
male ma a quanto le avrei rese belle !
e da sotto i pioppi durante le giornate di vento,
guardavo in su l'agitar festoso, lo sbattere e gli schiocchi delle foglie
spesse.
nessun albero canta come questo.
nel vento è la sua vita.

milano – casa
sono a casa.
80 kg.
48 quando è cominciata la malattia.
mi accorgo che grassa come sono non sono più in
grado di comportarmi come prima.
non mi muovo come prima.
le stesse cose che dicevo ora sembrano dette da
un’altra persona.
apparentemente sono un’altra e da ‘altra’
mi devo porre al prossimo
mi rendo anche conto che il malato è il primo a
dover sorridere se vuole un sorriso.
chi mi rivede non mi riconosce assolutamente e
quando ci riesce non nasconde lo sgomento.
non posso più indossare gli abiti della mia
boutique preferita.
non posso acconciare i capelli come vorrei.
qui c’è un corpo da nascondere.
eppure sono sempre io !
non vi ricordate più di me?
dietro questo contenitore ci sono sempre io
!
deficienti…..
ma sono viva
viva perchè mia madre mi ha fatto rinascere
quasi morta che ero, senza un centimetro di
pelle, incapace di qualsiasi movimento, senza fame, senza sete, senza
voglie, lei mi prendeva dentro le sue braccia e le sue gambe, nel letto.
così il calore del seno e del suo ventre mi
penetrava, come le parole, le carezze, la promessa di un futuro.
con una speranza infinita, con una certezza
coinvolgente e rassicurante. con profonda e determinata fede nella vita.
non sentivo più il dolore e mi addormentavo.
ero di nuovo feto dentro lei.
la notte la svegliavo decine di volte perchè mi
spostasse un braccio, perchè mi girasse piano la testa o mi togliesse il
cuscino.
e lei, tutto eseguiva. dormendo. sfinita.
dolorosamente viva, per me. …………..
mio malgrado assumo un’espressione da cane
bastonato.
ferita nel corpo e nell’anima.
mi chiudo in casa. non voglio più uscire e quando
tornerò a farlo sentirò gli occhi di mia madre dietro le tendine della
finestra, che mi seguiranno, in non so quale stato d’animo, per questa
figlia irriconoscibile.
una figlia che fa pena.
le pesa l’opinione altrui perchè quella là, sul
marciapiedi, che cammina appoggiandosi al muro è sua figlia.
nei tre anni a seguire mi riprenderò bene.
andrò ancora in bicicletta.
tornerò anonima.

oggi
vi odio
tutte
donne
che potete
mostrare
il corpo
nudo
donne
che fate
l’amore
donne desiderate
donne che date emozioni
donne adolescenti
pronte a incominciare
donne vissute
che insegnate ai puri
donne dolci e sensuali
appaganti femmine felici
oggi
che sono sola
vi odio
tutte
milano
guido viene a trovarmi
siamo separati ormai e sono diventata l’amica cui
confidare i suoi nuovi amori.
ama, sembra non riamato, una giovane ed è
disperato.
‘sai, è dolce, bella, fantastica’.
io che mi vedo riflessa nel famoso specchio
verticale mi sento morire.
guido è stato quello che entrando nella mia vita
come un ciclone mi ha fatto conoscere filosofie orientali, yoga, yin-yang,
ironia, risate, dolcezza e la mia femminilità.
ho vissuto con la sua famiglia lontana da milano
ed ho avuto sorelle e fratelli, cui devo molto.
ma la vita con lui fu difficile.
lo aiutai a trovare un lavoro. finalmente
avevamo un appartamentino ed io avevo ripreso il mio ruolo di
segretaria.
avrei voluto un figlio, anzi una bimba con i
capelli rossi e le lentiggini, perché così avrei voluto essere io.
ma scoprii attraverso piccole astuzie
dolorose che si era brutalmente drogato in passato e che ora fumava di
nascosto.
mi crollò il mondo addosso.
la giovane signora borghese che cade per terra.
ben mi sta, accidenti.
lo buttai letteralmente fuori di casa, visto che
non voleva comunque smettere.
gli trovai una stanza in affitto in piazza duomo,
dove lo accompagnai in macchina, dopo aver messo tutte le sue cose
macrobiotiche e non, nella mia valigia rossa.
ci misi anche l’aria che respirava probabilmente.
lo lasciai sul marciapiedi e quando tornai,
appoggiata alla porta d’ingresso piansi cercando aria per respirare.
ricominciai un altro bilancio.
gli amici, gli errori, i miei genitori, il
futuro.
mi trovai seduta in terra con la gatta fra le
braccia.
a guido
commiato
più della parola contava
il gesto, l’abbraccio, il sorriso
……….
protesto
ho strappato
poesie e poesiole
d’amore
perché tu
non credevi
alle parole
……
ma la parola
è il mio mangiare
e scriverò
scriverò
scriverò
fino a soffocare
milano
da qualche anno sto bene se per bene si intende
non avere la malattia di base ma possedere tutte le complicanze possibili e
conviverci, dietro un’apparente normalità.
di notte mi sveglio in preda all’angoscia e se
sto male voglio tornare in ospedale, perché mi sento sicura.
scrivo di notte, di getto, con la mia piccola
olivetti.
ordinatamente, ripongo i fogli in un
cassetto.
cerco di togliermi il peso di una storia di
malattia.
scrivo cose che non rivelerei nemmeno a mia madre
per non farla ulteriormente soffrire.
sono quasi certa che mi risveglierò domani e
tutto sarà stato un incubo.
………………………………………….
pinuccio mi telefona e parliamo a lungo.
so che vuole essermi solo amico
‘non si può non amarti – dice – ma perderei
l’amica’
è sincero.
mi sarà amico sempre.
io vorrei e lui ride.
sento il bisogno di un abbraccio.
biglietto - settembre
grafomane
fifona
romantica
ma sei tu !!
pinuccio
ottobre
raccoglietemi
senza esitare
non lasciate
al tempo
la vittoria
di passare
biglietto - milano
sei una persona
nata stella
ovunque ti metti
brilli
gabriella
sono viva
uomo toccami
e
parla tanto
da sorprendermi
percorrimi tanto
da sfinirmi
piangi tanto
da tornar bambino
proteggimi tanto
da soffocarmi
allontanati tanto
da ingelosirmi
corteggiami tanto
da morirne
adorami tanto
da innalzarmi
sono viva
uomo toccami.
la verità di silvia
‘non rompere più
le palle
con la tua malattia
abbiamo tutti dei problemi !
non s’accorge
certo
del mio scoordinare
anzi
sul suo bel collo
eretta
si compiace
a teorizzare
di franchezza
e buona fede
affetto
e comprensione
sincerità
e fin di bene
san valentino
non c’è un valentino per me.
la solitudine mi schiaccia.
vivere è difficile.
dietro un aspetto anonimo ho tutti i miei problemi.
ieri in metropolitana e poi sul tram avrei
voluto sedermi.
non volevo chiedere ma mi sentivo svenire.
non sono nemmeno pallida.
il cortisone mi ha regalato due belle
guance rubiconde.
il timore di un’altra ricaduta è sempre presente.
la mente sempre vigile su ogni sintomo .
non posso programmare un futuro.
nemmeno una vacanza.
la malattia non si prenota.
arriva da sola.
e gli amici non aspettano me per i loro progetti.
programmano a lunga scadenza.
sono fuori dal gioco.
‘ti inviterei volentieri nella casa in montagna,
ma se ti succede qualcosa?
sai che responsabilità. anche per te intendo. non
hai idea che rimorso avrei’
grazie lo stesso.
metropolitana
non cede
il posto
la ragazzina
nel pull di missoni
sui jeans stretti stretti
bellissima
e come potrebbe
i suoi occhi
coscientemente
innocenti
guardano
ma oltre
oltre
oltre
febbraio – milano
ricovero in neurologia per problemi agli arti.
rispetto ai precedenti, qui rimarrò un periodo breve fatto di
esami di tutti i tipi compreso il midollo, etc.
patologie ed ambiente diverso.
mi sento come estranea.
i medici incuriositi dalla mia patologia di base si
avvicinano al letto per chiedermi….ah, a proposito, ha qualche lesione da
farmi vedere, così per curiosità personale….
mi viene male allo stomaco.
le altre pazienti allungano gli occhi per poi chiedere…. ma non
sei contagiosa vero?..se sei qui…
non ho lesioni, non sono mai stata contagiosa.
la pelle è sana.
i problemi sono altri, purtroppo .
le mie difese immunitarie sono ridotte.
(…e non parlo quasi più con le mie cellule.
nel letto del mio dolore che temevo non finisse mai, che più di
così non poteva essere, che basta era ora di finirla, che come può vivere
una persona in queste condizioni?....portavo la mente dalle dita dei piedi
e su su su su su fino ai capelli, pezzetto per pezzetto e
‘dicevo’ alle varie parti del corpo:
‘tu stai bene’
‘tu sei sana’
‘tu stai bene’
‘tu sei sana’
‘tu fegato sei perfetto’
‘tu stomaco sei una roccia’
etc etc etc etc
…
di fronte al dolore siamo soli, anche quando circondati
d’amore e tenerezza.
è una lotta a due nell’unicità del corpo-mente.
a noi due malattia !
vedrai con chi hai a che fare… )
……
……comunque sia nel nuovo reparto riesco a
divertirmi.
una signora che non riesce a stare ferma col corpo, per una
specifica malattia, ogni volta che mi vede, anche da lontano mi domanda se
voglio una sigaretta.
‘non fumo, grazie’
e così tutti i giorni. tutti le volte che
passo davanti alla sua camera, mi vede e…
stessa domanda.
stessa risposta.
e lei: ‘ah, credevo fumassi’
devo ammettere che mi è simpatica.
gli uomini sono a due passi.
stessa corsia .
vado spesso nel salotto di ricreazione a disegnare.
mi sono portata una valigetta piena di pennarelli, acquarelli,
pantoni e ovviamente attirano l’attenzione.
quando disegno, piero, colpito da paralisi, rimane a
guardarmi.
non guarda il disegno. guarda me.
mi piace la sua faccia e lui, come può, riesce a dirmi
qualcosa di lui.
non si regge bene e si sposta come facevo io attaccandosi ad
oggetti vari.
decido di aiutarlo.
la prima volta lo accompagno con la sua carrozzella a prendere
il caffè a piano terra.
poi senza carrozzella ma, io sono troppo fragile e lui troppo
debole. quando risaliamo, sono sfinita.
un giorno, mi fa capire anche aiutandosi con i gesti, che
quando venne colpito dall’emiparalisi una certa parte del suo corpo si
trovava proprio da quel lato….
ridiamo per dieci minuti e gli voglio bene per avermi fatto
partecipe di questa cosa intima, privata, sua.
ammiro la sua ironia.
passiamo diverso tempo assieme e quando esco dall’ospedale
abbiamo il magone.
rimane davanti alla porta aperta dell’ascensore per salutare.
non dice niente ed aspetta che io schiacci il bottone per
scendere.
ma non vuole che lo faccia.
sono secondi lunghissimi che non posso descrivere.
lui rimarrà in ospedale.
tornando a casa ripenso all’infermiera che disapprovava
l’amicizia con piero (c’era di ‘più’ nel reparto e tutti lo sapevano)
mi arrabbiai e risposi che io partivo dal presupposto che
se in una persona c’era anche solo un pizzico di normalità, ammesso
che abbia un senso la parola, era su quel pizzico che bisognava lavorare.
lei partiva dal presupposto che fossimo tutti matti e quindi non
c’era nulla da recuperare.
quel reparto non mi era piaciuto.
nessuno mi diceva cos’avevo o perché avevo dei problemi
alle gambe.
hanno ritenuto di non indagare altrimenti, nemmeno la tac o
un altro esamino qualsiasi.
allora perché questo ricovero !?
mi hanno dimessa.
perfettamente sana.
evviva.
se mi fossi rotta un arto, mi avrebbero ingessato e dopo 40
giorni, sarei stata come prima.
ma di me non sanno molto.
tutti questi controlli non portano a niente
come se io gestissi la malattia a mio modo e quindi al di fuori
di qualsiasi letteratura medica.
divento la paziente scomoda.
quella che non sta zitta e per di più non si riesce a
guarire.
non si divertono, non mi diverto.
p.s.
piero mi fa scrivere sul diario, dato che lui non può:
ricordandoti, ti faccio i miei migliori auguri di
pronta guarigione e che la vita ti sia sempre
felice
piero
un’infermiera di nascosto disegna un pupazzo sul diario e
scrive:
ciao, sono uno scarabocchio che viene a trovarti
tra i tuoi disegni.
sorpresa!
manu (ela)
…………………
non avrei mai immaginato che il mio corpo avrebbe
dovuto subire questa violenza.
sono come separata dal corpo. il cervello da una
parte e lui dall’altra.
il destino vuole che io dimentichi questo corpo,
la materia.
devo scordare, cancellare dai ricordi quanto gli
uomini mi hanno amata anche per il mio corpo.
la mia vita sentimentale è stata
forse disordinata ma limpida nello stesso tempo.
spontanea. vissuta fino in fondo.
ho avuto molto ed ora la realtà cambia
tutti i sogni.
…..
il mio corpo non è bello.
a qualcuno piacerebbe un bel cervello, un bel
fegato e bei polmoni… un bel cuore ed un’interessantissima circolazione?
no, eh?
milano - incontri
ah, ma stai proprio bene, sai.
tu sì, sei fortunata. ti alzi quando vuoi, lavori
se ne hai voglia, non hai marito o figli da seguire.
sei libera.
non ti rendi nemmeno conto di cosa significhi una
famiglia.
i bambini che tutti i giorni ne hanno una.
….
e io devo fare la spesa, stirare, andare a pagare
la fattura del telefono.
anzi, devo lasciarti perché devo andare in
tintoria.
sono proprio contenta di averti vista.
dirò a mio marito che adesso fai la signora.
si, si, grazie, te lo saluto.
ah, che stupida.
dimenticavo di dirti che siamo riusciti a
prenotare l’aereo per quel viaggio in marocco.
chissà che caldo. per te non andrebbe bene.
vuoi che ti porti qualcosa? comunque una
cartolina….
ciao!
mamma è malata
riprendimi
dentro
di te
e fammi
tornare
al nulla
chè io
non rinasca
più
per perderti
milano – casa
nooo, non sento pericoli per te.
semmai dovrai superare delle prove. non è ancora
l’ora.
sento una presenza, tra me e te e le
chiederò aiuto per la tua salute’
la osservo tra il divertito ed il perplesso
perché non c’è proprio nessuno tra me e lei e se ci fosse che si sbrighi a
guarirmi e termini quest’incubo che ormai dura da nove anni!
pina, era venuta a trovarmi. da molto tempo non
la vedevo. non ricordavo i capelli platinati, il trucco un po’ esagerato
che la rendeva certamente ben visibile.
ed era invece così diversa dall’apparenza e
molto dolce.
sensitiva e cartomante parlava della
relatività del tempo e delle circostanze ed avvenimenti che si ripetono.
‘dio mio, no’ pensai.
sospirava e ti lasciava lì percorsa da una
sottile angoscia.
diceva che anch’io ero sensitiva ma che ne avevo
paura.
……….
devo ammettere che qualche mese prima di entrare
in ospedale, la prima volta, una ragazza sconosciuta mi aveva letto la
mano.
ero molto reticente ma eravamo in compagnia e non
rifiutai.
disse che mi sarei ammalata molto gravemente, che
avrei insegnato e che le mie mani erano adatte a suonare il piano e a
disegnare.
tutto vero.
……
pina è convinta che sono già vissuta, nel
medioevo.
…ovviamente…
…
la accompagno alla porta e la osservo nella sua
morbidosa pelliccia color miele e i tacchi a spillo degli stivali.
leggera.
pina ha portato via le mie tristezze e mi ha
rallegrato.
una specie di ‘arrivano i nostri’, al momento
giusto.
il bene che mi ha regalato la porterà alla sua
massima aspirazione. la reincarnazione.
‘dai, pina!’
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