crisalide

 

la farfalla non conta gli anni

ma gli istanti

per questo il suo breve tempo le basta

rabindra nath takhur

 

 

diario, memoria, dolore, vicissitudini, poesia, prosa, amore, speranza, trasformazione

di  violetta  maria

 

 

 

 

testo finalista al premio pieve

e depositato presso l’archivio diaristico nazionale

di pieve santo stefano – arezzo

 

www.violettanet.it

 

 

 

 

 

 

la scuola

era un edificio a due piani e sopra

l'ingresso principale c'era scritto in

caratteri in rilievo e blu

' scuola elementare  '.

tutt'intorno un cortile, dove nelle ore di

ricreazione, giocavo con i compagni 

bambini e bambine.

il  viso accaldato, i capelli scarmigliati

dai quali scendeva stropicciato un

fiocco che la mattina era perfetto

e inamidato. bianco a pois rossi.

stando alle fotografie,

avevo un faccino simpatico.

andare a scuola mi piaceva.

e mi piaceva l'odore dei quaderni ,

delle matite,

dei banchi ormai vecchi e

scarabocchiati da

chissà quali altre mani.

sempre nel banco in prima fila 

davanti alla cattedra.

l'insegnante veniva da ferrara 

quotidianamente

e spesso durante l'ultima mezz'ora

ci faceva fare analisi grammaticale.

chi terminava  prima e bene

poteva uscire in anticipo.

inutile dire che uscivo sempre per

prima ma fuori dalla scuola,

sola, senza compagni,

non ero contenta e si

smorzava la gioia di aver

fatto bene l'analisi.

allora non andavo a casa

ma passavo a salutare

il nonno che faceva il barbiere e per

gioco mi dava un affettuoso scappellotto.

ero comunque inquieta.

quando ero con i compagni mi 

stancavo e volevo fare

qualcosa di diverso, da sola.

se ero sola andavo a cercare qualcuno.

sempre di corsa.

se andavo a scuola, andavo di corsa.

se tornavo da scuola, tornavo di corsa.

se dovevo fare delle commissioni per la mamma

le dicevo ripetutamente  'NO'  mentre

andavo esattamente dove dovevo

recarmi e di corsa o con la bici.

ancora oggi ho l'impressione di correre.

 

 

 

 

 

 

amici miei

 

 

quale sottile legame

tra voi

e la solitudine

mia

possiedo

e non altro

un diario

con i vostri beneaugurati

messaggi

 

rifugio epistolare

come grembo materno

per colmare

crepe affettive

sempre più profonde

 

 

 


 

……………………….…

 

in un ospedale di milano – letto  1

 

il ‘giro’ dei medici è terminato.

le infermiere portano il carrello dei farmaci e medicazioni in corsia.

letti da un lato, letti dall’altro.

una camerata di 18  pazienti.

 

“preparate i sacchi, bellezze”

agnese, l’infermiera, entra sorridente con un paio di paraventi, per chi

si vergogna a restare nuda.

l’aggettivo ‘bellezze’ non aveva doppi sensi, anzi  era affettuoso.

in quella stanza enorme almeno dieci donne erano deturpate da malattie

dermatologiche.

io avevo una rarissima grave malattia autoimmunitaria praticamente

fatale che…..

…..

il ‘sacco’ era un lenzuolo nel quale si veniva avvolte per circa un’ora e mezza dopo che l’infermiera aveva passato sul corpo la crema, la pomata, l’unguento adatto alla malattia.

idrocortisone, catrame, eccetera

e i sacchi diventavano di tutti i colori.

lo ziehl è rosso, l’aureomicina gialla, il catrame ovviamente nero e così via.

se l’applicazione doveva essere ripetuta nel pomeriggio, si aveva fretta perché dovevano entrare i parenti, i quali, sorridevano, salutavano ma arricciando il naso.

l’odore del reparto era molto particolare.

 

benché vietato, si sedevano sul bordo dei letti soffocando,  numerosi, l’ammalata.

chi aveva un familiare malato di una semplice verruca, sospirava di sollievo, perché una persona coperta di psoriasi pustolosa  o una devastante acne era  altra cosa .

‘ dio, come mi dispiace ’   e ti sorrideva  in faccia per nascondere i suoi reali pensieri, peraltro leggibilissimi.

 

c’era anche il visitatore, apparentemente diverso. 

entrava giubilante, carico di fiori, cioccolatini (che non avremmo potuto mangiare)  e pizza ‘appena comprata qui sotto!’.

salutava tutte gioiosamente e si dirigeva verso la parente raccontandole le ultime novità del condominio e gridandole prima di uscire (cioè circa dieci minuti dopo) ‘non pensarci troppo, su.  vedrai che i medici risolveranno tutto. sono qui per questo, no?’ ‘ buonasera, ‘sera a tutte e auguri ’  e spariva volteggiando come un folletto

 

ma c’era anche  il parente che si vergognava della ‘disgrazia’ occorsa in famiglia.

paragonava con gli occhi le altre malate, incredibilmente stupito di fronte  ai comportamenti sereni e risate affettuose dei visitatori.

tra noi  malate si tentava di scherzare anche per rasserenare i visitatori. cercavamo di coprire l’angoscia ma questo sforzo si annullava immediatamente  quando tutti uscivano per tornare a casa.

 

sentiamo che fuori c’è un’altra realtà.

da tre mesi sono qui.

le degenze minime sono di 40 giorni.

convivo con altri 17 cervelli, 17 età diverse, 17 malattie differenti.

come in carcere.

ognuna di noi ha una o più compagne preferite ed è con loro che si fa, potendo, la passeggiata in giardino, alla ricerca di un’aria più fresca o di una compagnia maschile, del reparto di fronte. dove  hanno i nostri stessi, identici problemi.

 

con le infermiere/i  più disponibili mangiamo spesso in cucina. (assolutamente vietato..) pizza o altro.

quando si rimane ospedalizzati per molto tempo, diventano persone familiari, di cui senti il bisogno.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

agnese comincia il primo dei suoi tanti giri d’ispezione notturna,

con la pila in tasca, per non svegliarci.

si avvicina silenziosa a tutti i letti, ascolta il respiro, chiede  perchè siamo sveglie, se abbiamo bisogno, se vogliamo parlare, se  abbiamo molto dolore.

non l’ho mai vista arrabbiata.

poi a passi veloci e brevi, in contrasto con l’altezza torna in cucina,

con la pila accesa nascosta in tasca. 

 

orsola invece  ha dovuto fare del suo meglio

per terminare una battaglia di cuscini.

 

nessuna di noi dormiva.

piccole parole nel silenzio. piccole risate nascoste sotto le lenzuola.

e poi un’esplosione di risate e giochi e scherzi e cuscini.

anche le pazienti immobilizzate si sono divertite  

e qualcuna  ha tentato di partecipare.

- non mancano i litigi anche aggressivi ma è sempre la

disperazione a produrre negatività

 

qui si impara a rivedere alcuni valori. anche i più banali.

per esempio riconoscere il respiro o il russare delle compagne.

spesso si sa riconoscere il pianto.

 

 

 

 

settembre – ospedale - milano

il mio direttore, in visita, è sconvolto.

si rende conto solo ora della serietà della situazione.

io, la sua segretaria, non appaio più come la donna in carriera.

la segretaria bella, perfetta, efficiente,  capace.

sono qualcosa  di diverso.

non sa bene nemmeno lui ma senza dirlo mi  dice che è dispiaciuto ma …

(mi dirà anni dopo, che sono stata la migliore segretaria tra tutte quelle avute).

 

avevo ricevuto l’incarico di progettare nuovi uffici da un esistente capannone.

il lavoro era ormai  alla fine ma per la malattia non ho potuto vederlo terminato.

ho dato le dimissioni.

 

mi sento male.

mi sento inutile,

non posso più lavorare, come mutilata.

cado nello sconforto più profondo.

e ancora non avevo idea di come sarebbe stata grave la ricaduta.

 

 

 

 

 

 


 

milano - ospedale

 

dopo un’illuminante e dolorosa discussione con guido, la notte è agitata

con brevi sonni, brevi sogni e paure.

forse mi sono addormentata alle 4 .

  

alle 5 lo sbattere delle persiane contro il muro mi ha svegliata di soprassalto.

era il buongiorno delle infermiere.

c’è il sole.

 

non ho ancora finito la colazione e come sempre vedo sulla soglia della corsia il dottor……

la tasca del suo camice è rigonfia perché  dentro c’è una mela per me.

me la porge, di nascosto, ogni mattino..

conversiamo.

ormai è un’abitudine,

un pomeriggio sono arrivati dei fiori anonimi…

 

mi distoglie dai pensieri l’infermiera di turno che  mi fa un cenno.

tradotto significa ‘stasera frittata in cucina!’

continuiamo a trasgredire la regola ospedaliera. tutti lo sanno.

sono giunonica ormai a causa della terapia.

decido di divertirmi stasera perché tanto guarirò.

ma sì.

 

………………………………………….


 

 

 

 

21 dicembre

renato è qui in visita.

sono già separata da guido  e osservo renato, forse sperando in una riconciliazione?...non so…

ma quella sera oltre agli auguri mi dice che si sposerà.

 

se ne va ringraziandomi per averlo capito, per non aver fatto domande.

in realtà non ho capito niente.

sono confusa ed invece d’essere felice nel giorno del mio compleanno, butterei dalla finestra, e molto volentieri,  quel bellissimo servizio per la fondue bourguignonne che mi piaceva tanto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la campagna 

bianca di neve era, all'occhio, 

meravigliosa.

inverosimili ricami di ghiaccio sulla superficie dello stagno.

nel silenzio,  gli uccelli.

sul davanzale passerotti infreddoliti, la testa sempre più sul petto e le alucce tremanti.

il roseto era un intarsio ghiacciato.

ascoltavo il rumore delle mie scarpe sulla neve asciutta e mi giravo per osservare le impronte.

bianco.

tutto era bianco.

pattinavo nei fossati e finivo lunga distesa, bagnata ed  arrabbiata.

la mia infanzia é sempre stata una lunga e continua  non consapevole osservazione.

sotto il mio albero preferito, dopo averne scosso fortemente il tronco sottile, restavo appoggiata a lui  perché quel  magico muro bianco di brina  che cadeva in cerchio  intorno a me  mi faceva sentire  separata da tutti ma unita all'albero.  

erano pochi istanti ma sempre sorprendenti.

seguivo le impronte degli animali e tanta era la mia perplessità quando  le orme scomparivano all'improvviso ! 

non avrei potuto tradurre le mie infantili sensazioni ma sentivo che qualcosa comunicava con me.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

natale

 

ma che natale è questo?

nessun preparativo, nessun albero, nessun pacchetto infiocchettato, gli amici, l’atmosfera, i sogni, le speranze.

ma che natale è questo?

ma che natale è…..in questo letto?

 

 

la memoria vaga nello spazio, nel tempo, crudele ed inevitabile.

 

la casa dove sono nata col giardino in fiore, il ciliegio dove mi si trovava regolarmene arrampicata sui rami a mangiarne i frutti, i campi di grano

e tutta l’atmosfera della campagna emiliana.

 

e minou, la mia adorata gatta che non c’è più.

nevica  e se ci fosse stata, avrebbe piegato orecchie, occhi e testa rotonda a seguire il cadere dei morbidi fiocchi e con loro un metro di bianco silenzio.

 

vorrei coccolare minou, donata da erik, un bambino dagli occhi azzurri e frangetta liscia e bionda, poco prima della fine di una mia convalescenza in svizzera.

 

minou sapeva che il collarino rosso significava ‘festa‘ ‘amici‘ e cioè:  sarò al centro dell’attenzione…

 

ma tornando al natale, mia madre era bravissima a preparare l’albero ed il presepe.

vedevo letteralmente trasformare nelle sue mani montagne, da pezzetti di legna asciutta.   casette, casupole, palazzi, dalle confezioni di cartone di prodotti alimentari .

e dalle scatole comparivano finestre, porte, tetti spioventi.

il muschio lo avevamo portato io e  zio bruno, quasi coetanei.

sembrava velluto e lo appoggiavo alle guance per annusarlo e sentirne l’umida freschezza, prima che diventasse prato, colline o montagne,

coperte di farina.

 

c’era sempre un laghetto  fatto  con uno specchio e nascosto nel muschio sapientemente.

 

l’albero era doverosamente sovraccarico e festoso.

e il partito…..offriva ai bambini un omaggio che consisteva in un sacchetto di carta, uguale a quelli usati per il pane,  con dentro piccoli doni (caramelle, giocattoli, arachidi) e che andavo a prendere con la mia bicicletta verde smeraldo, senza capire perché.

 

come per tutti i bambini che potevano viverlo, il natale aveva

un  sapore ed  un colore particolari.

ricordo un pomeriggio in cui la nonna  fece un dolce.

l’avevo visto dalla finestra a piano terreno, sul tavolo della cucina ed

era una specie di  cupola  di cioccolato con delle cosette bianche sopra.

le chiesi cosa fossero

‘spicchi d’aglio’ rispose

ne fui disgustata .

non riuscivo a capacitarmene.

seppi più tardi  dalla  mamma che era un dolce tipico chiamato 

 ‘porcospino’ .

alice, nonna bugiarda !

 

 

ho tanto tempo ‘da perdere’ in ospedale e  i ricordi tornano al

passato, molto lontano.

al primo bacio sulla sabbia  del fiume po.

agli adolescenziali innamoramenti.

ai giochi ed ai capricci infantili.

alla prima bicicletta verde smeraldo.

agli abiti  cuciti dalla mamma.

adoravo soprattutto l’abitino di piquet di cotone giallo. l’altro verde

di taffetas e quello bianco di piquet millerighe con i bordi blu  ricamati a mano.

e poi alla, menomale, mancata violenza da parte di tre idioti in una strada di milano, dove mi aspettavano, motore acceso, portiere aperte,

su  una fiat 1500.

 

ripenso al mio rapporto con guido, al suo nirvana, 

la macrobiotica, yin-yang, yin-yang.

 

e ad altri amori  piccoli, piccoli, grandi, grandi, che mi hanno dato e tolto,  compreso quello con il famoso  giornalista……

che mi aspettò in un rinomato albergo di milano.

ma in camera sua c’era, al mio arrivo, un’altra donna.

 

mi osservo e ripenso alla mia pelle che fu sempre adorata, proprio quella pelle che non ho più e che non potrò  offrire.

………………………….

 

 

devo calmarmi

non mi va più

di fare l’ennesimo bilancio

 

 

 

 

 

 

 

dicembre

 

in ospedale

prima

di natale

mi sento

così male

….

 

 

 

 

 

 

 

 

 

minou

dopo 4 anni insieme

 

sei tu

minou

la notte

che sali

leggera

sul letto

e non è il vento

che muove

la tenda sottile

……….


 

 

 

 

 

e torniamo al natale

filastrocca

 

dai ricordi di bambina,

torna, vivo, un bel presepe

con il muschio e le statuine

sui sentieri infarinati

 

poi, nell’angolo un abete

profumato di dolcezze

e mandarini assai invitanti

che creavan l’atmosfera

più gioiosa ed impaziente

 

quell’argenteo luccicare

delle stelle luminose

sulle case di cartone

eran certo il più bel dono

che potessi immaginare

 

ancor riluce quel bagliore

nello spazio e dentro al cuore

come il fuoco che brillava

sulla pietra del camino

 

buon natale!  che sia felice

generoso di ore liete

e di sogni realizzati

 

 


 

casa - milano

dalla sera del mio compleanno sono immobile a letto.

che giorno è, che ora sarà?

la mamma ed una delle tante zie o cugine che l’aiutano mi girano intorno indaffarate, mi rimboccano le coperte, mi accarezzano delicatamente, mi parlano, sorridono e fingono di non vedere che non ho più capelli.

sono rimasti nella mano della mamma un mattino mentre cercava di pettinarmi.

non ho pelle.

i ‘grandi laghi’ si formano copiosi e mi strappo quasi in uno stato incosciente, rabbioso, disperato, la pelle di dosso.

è difficile da spiegare.  una sera  nell’accudirmi  mia madre vide staccarsi la pelle di un intero arto.

…….

rischio la setticemia e le lenzuola vengono cambiate anche cinque volte al giorno ……..

….

senza pelle ho freddo e  le lenzuola vengono prima riscaldate.

non posso indossare nulla e per compiere tutte queste azioni passano ore.

alla fine esausta e nel caldo delle lenzuola, dolorante, addolorata, mortificata, amata dai familiari, mi addormento anche se so già che sarà per pochi minuti.

 

so di essere gonfia di cortisone, e di avere un aspetto mongoloide ma sono perfettamente lucida anche se oggi al risveglio mi è sembrato di vedere la porta della camera spostata un po’ più in là e i mobili a sinistra invece che a destra.

perche?

le persiane sono socchiuse ed il televisore acceso.

ma non vedo, non leggo i titoli, non sento bene ed ho perduto il gusto.

non ho nemmeno fame.

 

 

 

una zia e sempre seduta sulla panchina vicino al letto.

la mamma in cucina parla con un’altra zia e così lo sferruzzare della prima e il parlottare sottovoce delle altre mi fanno  chiudere  gli occhi e in questo stato tangibile di  protezione affettuosa ‘vedo’ un gomitolo ingarbugliato  di colore grigio-azzurro che lentamente si dipana da solo fino a diventare una sfera perfetta, luminosissima e dai contorni puliti.


 

 

 

‘sento’  la sua perfezione e sto  ‘comunicando’.

chiedo di morire, di non farmi più soffrire, e di non far soffrire mia madre.

mi risponde  ‘no’

so cos’è ma non mi sorprende,

mi sorprende il ‘no’ e la  invoco nuovamente.

riappare il giorno dopo e la risposta è ‘no’.

sono quasi indispettita  perché mi sembra così naturale il dover morire che l’essere contraddetta è come non essere capita.

il giorno seguente la rivedo, sempre luminosa e  perfetta.

le chiedo di farmi vedere dove andrei se morissi.

questa comunicazione mentale è così spontanea…

mi sono sentita letteralmente sollevare dal letto e mi sono ritrovata nel compartimento di un treno lunghissimo di cui vedevo la fine perché era stazionato in curva.

il treno parte  e attraversa montagne bianchissime e boschi.

grossi  e lenti fiocchi di neve cadevano in un silenzio irreale ma sereno fino  alla stazione di…, con i suoi colori stinti, tra il rosa e l’arancione, le aiuole, la panchina di sasso.

il mio corpo viene depositato su di essa e trovo  logico che il treno riparta mentre osservo le margherite nel prato.

 

poi il corpo svanisce ma io sono sempre lì e ‘cammino’ tra la gente del mio paese di origine.

strano. avevo chiesto alla mamma di seppellirmi nel campo di grano vicino alla nostra casa, dove c’è il pozzo.

 

i miei primi 9 anni in quella casa sono un ricordo indelebile e mi rivedo tornare a casa da scuola di corsa per fermarmi  ai bordi dello stagno.

sdraiata a pancia sotto prendevo i girini con le mani e d’inverno pattinavo sulla superficie ghiacciata.

 

 

quel giorno era pieno di sole ed ho cominciato a fare giravolte su me stessa ubriacandomi nel sole.

ero felice. una felicità pura. un’essenza.

 

 

 

mi ritrovo nel letto e vengo colta dalla nausea. non voglio essere lì.  mi sembra che la camera abbia  l’odore del dolore e della malattia.

voglio cantare.

che buffo, non sono certo canterina ma mi sembra l’unica cosa da fare.

non sento improvvisamente nessun dolore, nemmeno ai piedi che ormai sono rivolti all’ingiù.

e con la voce  che mi resta  canto.

mia madre sorpresa viene  a chiedermi  come mai con un tono di chi si aspetta il peggio e tenta un autocontrollo temendo  chissà cosa.

‘ne ho voglia’ – le dico.

non mi crede. è spaventata.

torna in  cucina in lacrime.

ma perché?

 

 

certo non può capire e mi fa venire in mente la notte di capodanno quando, dopo ore di dolore e fatica per cambiare le lenzuola, sentiamo il tipico rumore dei mortaretti.

io sfinita, lei sfinita. seduta sul bordo del letto.

ci guardiamo e in quello sguardo c’è tutto.  le parole sono superflue.

come possiamo ci abbracciamo e ci facciamo gli auguri mentre le lacrime scendono sui nostri visi.

la situazione è terribile.

ne siamo coscienti.

impotenti e pronte a combattere.

 

ma non può capire perché io canti.

 

 

 


 

 

 

gli occhi pieni di vento

le guance pizzicate dal sole

inebrianti giravolte e capriole

sul prato appena nato

di quel giorno scolare

 

infantile saluto alla primavera

unica

io

nell‘universo

….

 

 

 

 

 


 

aprile – casa

il medico omeopatico  di basilea  - chiamato da mia madre e non so ancora oggi in che lingua si spiegò e come - entra leggero nella stanza.

ha i capelli bianchi e gli occhi azzurri.

il viso sorridente. alto, oppure  lo è perché io sono  distesa?

so che ho poco tempo e senza parlare ce lo diciamo.

lascia la camera  dopo pochi istanti e non trovo anormale questo comportamento.

 

dirà ai miei genitori che sto morendo e di provare solo col cortisone a dosi elevate…

 

so che è vero. sto morendo.  lo sento.

non ho bisogno che mi venga detto.

ma sono pronta.

sono stanca

……………

 

dopo  aver sentito chiudere la porta vedo un grande cancello bianco, tutto curve e riccioli, dietro al cancello una bianca diligenza di elegante fattura in un giardino bianco.

mi avvicino al cancello che si apre e rimango sulla soglia.

non oltrepasso.  non salgo sulla diligenza che aveva la portiera aperta.

non parto.

 

almeno impazzissi per non essere consapevole.

 

………………………………


 

 

 

 

 

è venuto bruno, lo zio con  solo qualche anno di differenza, l’amico d’infanzia.

vedo dall’espressione dei suoi occhi come sto e come sono e come appaio.

da far paura.

non deve dire niente.

ma dice:   sei sempre la mia nipote preferita.

mi emoziono perché è la solita frase che vuol dire altre cose.

ma tant’è.

 

vengono anche guido e renato  e provo una sensazione spiacevole.

vengono a trovare la quasi-morta?

ma io non sono morta!

vi osservo e vi vedo perfettamente  fuori e dentro.

andatavene!

 

 

 

 

 

 


 

maggio - casa

 

mamma vuole che provi ad alzarmi.

incredibile.

non riesco nemmeno a muovermi, come faccio ad alzarmi, mamma?

ma lei e, la cugina, insistono e dapprima mi siedono sul letto o fanno un tentativo perché il dolore è immenso.

seduta sul letto col loro sostegno ho paura, terrore, vedo le cose da un’altra angolatura e lo spazio, il vuoto intorno a me mi terrorizzano, dopo tanti mesi passati a guardare il soffitto.

 

sono a due passi dall’armadio.

quella è la meta. fare un passo per andare all’armadio.

un passo.

uno solo.

da seduta, le gambe penzoloni e i piedi riversi all’ingiù, sento dolori fortissimi agli arti che diventano blu.

trascorreranno settimane  di dolorosi tentativi prima che io possa muovere la gamba destra per fare il passo verso l’armadio.

ma  quando  ci riuscii  piansi e  amai l’armadio che sembrava accogliermi in quello sforzo indicibile.

…………………………………

 

tempo dopo, attaccandomi ai bordi del letto, alle sedie, ai mobili arrivai per la prima volta, dopo lunghissimi mesi, in bagno dove mi vidi.

non ho parole per dire cosa provai.

chi era quella lì che mi guardava con  occhi estranei e spaventati.

chi era quella lì senza capelli, gonfia,  senza pelle.

chi era quella pazza con la faccia cushingoide?

chi era. se non me.

se non me stessa

se non me stessa

se non me stessa

come convincermi che ero  io?

come?

 

mi appoggiai al bordo del lavandino e piansi perché altro non avevo da fare.

e piangevo  in un misto di gioia e dolore anche  perché finalmente potevo andare in bagno da sola ed avere una mia piccolissima vita privata, perché potevo guardare fuori della finestra, accarezzare con lo sguardo le cose di casa mia, ritrovate  e piangevo la mia  impossibile  esistenza.

 

sento le voci sommesse della mamma e della zia, come se in casa ci fosse un morto e decido di raggiungerle silenziosa.

tra grandi dolori e speranze di farcela, spaventata dagli spazi del salotto.

quando arrivai, mia zia quasi svenne e mamma mi sorrise.

 

mi guardo intorno.

si vede che la casa è stata accudita da mani diverse dalle mie.

gli oggetti sono  stati spostati.

c’è un’altra atmosfera ma sono felice.

felice al punto che chiedo di aiutarmi a mettermi seduta e fra cuscini,  fasciature, orpelli di ogni genere,  disegno un paesaggio naif. uno fra i miei migliori.

 

la mamma tuttavia non è contenta della mia situazione e chiama il professor….. a domicilio  che  chiede l’ennesimo ricovero  non appena riesco ad essere più indipendente nel camminare.

 

non riesco a crederci.

mi sento manipolata.

buttata fuori di casa.

perdo il controllo del mio ambiente.

mamma, non vedi che sto bene?

……………

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

viene a trovarmi nonna alice. lei che aveva deciso da anni di non spostarsi più da casa sua.

è un onore.

lei è stata una specie di  capo indiscusso nella famiglia di mamma e della parentela.

ha tirato le fila di tutto e di tutti.

e ora è qui come se volesse provvedere lei a guarirmi.

 

soffro di un maledetto herpes al nervo sciatico.

odio tutto e tutti. vengo presa dal panico, dalla paura, dall’ira violentissima ed auguro a tutti di stare male.

poi, come sempre, tutto cambia, tutto in qualche modo finisce.

e riprendo con entusiasmo.

mi metto davanti allo specchio aiutata dalla sedia.

poi guardandomici dentro cerco di portare le braccia lungo il corpo ma perdo l’equilibrio.

e così per mesi.

fino al giorno in cui mi vedrò dritta, con le braccia lungo il corpo e muovo i primi passi ‘normali’.

sette.

sette passi.

lo spazio dalla sedia allo specchio verticale.

la notte per i mesi a seguire, senza essere vista da nessuno cerco di scendere le scale.

ma la discesa dei gradini mi fa girare la testa.

allora scendo di spalle un gradino alla volta.

dapprima  un solo gradino.

e poi due gradini

e poi tre……

e finalmente potrò fare 12 gradini in modo quasi accettabile.

 

nel tempo riprenderò a camminare, correre, muovermi in modo naturale, anche se non dimentico mai che posso cadere, farmi male, che devo fare attenzione.

vivere con cautela.

dio mio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

casa – milano

i miei capelli erano belli, lunghi, corti, ricci, sciolti, raccolti, spettinati, neri o rossi.

stavano come volevo. docili.

non avevo più capelli, non uno.

la pelle troppo debole o assente non poteva tenere una capigliatura .

colei che vedevo nello specchio senza ciglia, sopracciglia, capelli era quello che restava di me.

 

ricordai come guido accarezzasse i  miei capelli rossi.

dio, mi sembrava di sentire ancora quelle mani.

 

dove sono i miei capelli.

avrò più i miei capelli.

buttate via questi pettini, chè non ho capelli da pettinare.

buttate via queste forcine, questi fiocchi, questi cerchietti colorati.

buttate via tutto,

buttatemi via.

 

vorrei sparire come l’acqua del lavandino e andarmene dal quel foro, vorticosamente.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

monza - ospedale  - letto 7a

dove resterò un anno intero.

 

ali baba non è un uomo.

è una bella signora di 36 anni.

conosciuta mesi prima in quell’ospedale era stata dimessa ma poi tornata.

non aveva più i suoi capelli biondi.  chemio.

aveva subito una mastectomia ed era consapevole che il tumore era salito al cervello.

la si poteva incontrare in bagno prima delle altre, alle cinque.  senza capelli e senza un seno con gli occhi ancora assonnati e di chi aveva pianto.

al termine delle sue abluzioni aveva un bel turbante turchese ed una vestaglia  morbida a righe bianche e turchesi,

delicata, gli occhi grandi e sorridenti. un leggero trucco.

ridevamo di noi stesse.

io non camminavo bene e sembravo una papera e lei barcollava per la chemio.

passeggiavamo lungo l’interminabile corridoio sottobraccio. due cervelli senza corpo…

e ridevamo di tutte le altre persone, malate e non. medici, personale paramedico, parenti .

e parlavamo di tutto e dei nostri amori.

tutto era motivo di ironia e le piaceva il soprannome che le avevo dato.

ali baba.

quando era molto stanca arrivava zigzagando in camera mia per giocare a carte.

aveva una fortuna sfacciata.

si arrabbiava se perdeva e spesso piangeva perché non vedeva più le carte e diceva:  gioca e gioca anche per me.

 

e io lo facevo.

 

 

era assillata dal pensiero di lasciare il marito che, secondo lei, doveva risposarsi perché era ancora giovane e prima di morire lei voleva risistemare la casa…’perché sai gli uomini…’

adorava suo marito e me lo descriveva con l’entusiasmo di una ragazzina. ormai lo conoscevo nei minimi particolari.

le adolescenti – diceva – non sanno da dove cominciare  a fare l’amore.

 

 

rideva e la sua dolcezza ti travolgeva, ti strappava un sorriso, tuo malgrado, nonostante tutto.

perché in fondo all’anima volevo piangere.

ero più giovane di lei ma lei era infinitamente più giovane di me. persino più giovane del figlio 17enne.

avrei voluto passare il natale con lei ma fu  dimessa perché la sua vita era alla fine.

rimasi da sola a guardare tutti i regali che mi avevano portato infermieri, medici, malati, parenti e amici.

ma il suo non c’era.

tenera ali baba.

che vuota  questa stanza senza te.

aspettami ali.

mi mancano le tue moine. il tuo sorriso.

ciao ali baba.

 

 

 

 

 

 

 

monza – ospedale -  letto 7a

anna, la mia infermiera preferita mi ingozza perché ‘devo’ mangiare e con le lacrime agli occhi si avvicina al viso deturpato e gonfio e mi dice sottovoce:

scema, non crederai di morire. mangia e piantala.

 

quando è il suo turno ce ne accorgiamo per il modo che ha di entrare in reparto e  di far sentire i suoi zoccoli bianchi .

se c’è lei tutte dormiremo.

 

quando di turno ci sarà   ….   nessuno dormirà e tutte avremo bisogno di qualcosa.

 

dopo i medici  non puoi fare a meno dell’infermiera, uomo o donna che sia.

è a loro che rivolgiamo tutte le nostre piccole, grandi, superflue, cretine o importanti necessità  e le esigenze più intime

 

 

ma le infermiere come anna sono rare,  così come agnese ed orsola.

 

sono stanca di stare in questa cameretta da sola, perché troppo grave.

vedo un muro  anonimo, le veneziane abbassate  e le finestre chiuse.   non si sa mai…

pavimenti striati di freddo linoleum

non voglio stare qui  !!!!


 

 

 

 

 

 

 

monza – ospedale – letto 7a

 

il primario L… non c’è. rimarrà assente tre settimane e in quelle settimane i suoi collaboratori testeranno su di me  altre terapie compreso i P UVA che sarebbe come dire fare il contrario di quello che mi serve per  vivere.

due minuti  in piedi dentro quella macchina mi hanno fatto cadere la pelle a brandelli e le infermiere sono accorse piangendo e chiamando aiuto perché sapevano che non avrei dovuto sottopormi ai P UVA.

odio il medico e glielo dico.

 

risponde ‘se crede di saperne di più. faccia il medico !  e non mi faccia chiamare alle due notte se sta male.

cosa posso farci se lei ha questa malattia?’

 

confessava così il suo errore, la sua impotenza, la sua disperazione, la sua sconfitta.

mi fa pena e non lo rivedo per settimane.

 

quando il primario rientra è arrabbiatissimo e tenta di correre ai ripari come può.

e questo significa  mesi e mesi di degenza.

mesi e dolore. ogni volta che la pelle tenterà di ricostruirsi basterà toccarla per romperla e…..piangere… basterà socchiudere la bocca perché si formino letterali crepe sul viso.

i medici mi danno per spacciata.

sono nuda nel letto a riflettere su quello che mi succederà per l’ennesima volta..

il giorno che ho voluto alzarmi per andare da sola in bagno, avvolta sommariamente in una ‘traversa’ ho incrociato lo sguardo del dottor S… che rimane a bocca aperta incredulo.

non morirò.

 

ma nel frattempo succedeva una cosa  particolare.

nonostante tutto in ospedale mi sentivo ‘sicura’ ‘protetta’ e mi piaceva la sera andare nell’acquario - così chiamavamo una grande stanza la cui parete esterna era  a vetri e da dove si vedeva la brianza - per giocare a carte,  nella promiscuità femminile  e maschile .

nessuno chiedeva niente.

tutti malati

tutti uguali.

tutti belli.

tutti perfetti.

la nostra società non era quella esterna. era quella lì.

e lì stavamo bene,  tra ‘noi’.

con o senza pelle

 

 

 

 

 

 

 

da quanto tempo non vedo il mondo attraverso un filo d'erba?

in estate il vento muoveva l’erba al suo ritmo. 

il prato ondeggiava, si abbassava, si alzava,  si fermava un attimo e ricominciava.

da piccola che ero non mi si vedeva distesa o inginocchiata dentro l'erba che m'avvolgeva tutta. da là  guardavo il mondo. tra un filo e l'altro osservavo la mia casa.

si apriva una persiana al piano di sopra. era mia madre che mi cercava e chiamandomi ricevevo la sua voce a ondate, come il vento. non rispondevo mai. la guardavo. non mi ha mai chiamata con vezzeggiativi o diminutivi soliti alle madri. violetta ero e violetta sono. era  il timbro della voce a  mutare, non il nome.

a volte se il vento mi tradiva abbassando troppo l'erba e lasciando scoprire parte del vestito bianco, giallo o verde smeraldo, che amavo tanto,  lei  diceva:  " ma si può sapere cosa fai sempre in mezzo all'erba?  non puoi giocare come tutti gli altri bambini? "e non rispondevo ancora, cercando di restare più che potevo appiccicata al terreno dove giravano piccole formiche  e  ciarlieri grilli. stavo bene anche sola. non sempre. Spesso.

un amico apicoltore mi aveva insegnato ad  intrecciare piccole gabbiette per le farfalle. se riuscivo a prenderle,   dapprima  le imprigionavo poi  le lasciavo volare via, seguendole con gli occhi zigzagare sopra i fili d'erba.

chissà se conoscevano la paura.

ma, secondo i miei pensieri di bambina, quelle piccole farfalle blu,  adoravano il grano perché era là che ne trovavo tante. camminare tra le spighe era divertente e  frusciante,  mentre l'erba era silenziosa. da dietro i miei fili d'erba vedevo mio padre nel giardino. belle le rose, lungo la siepe, e belli tutti i fiori di tutte le stagioni: I gigli, i garofani piccoli piccoli, le viole, i tulipani gialli  bordati di rosso e gli sferici crisantemi. bello il colchico. mangiavo il dolciastro  bulbo delle rose e succhiavo il fiore di trifoglio.

e intanto restavo nascosta nel prato anche per ore mentre il mondo mi girava intorno e il giorno andava spegnendosi.Mai annoiata, mai stanca d'osservare. poi il mio nascondiglio mi veniva tolto e  tagliato e  i contadini,  che ormai conoscevo tutti, lavoravano e mi salutavano ridendo, come di qualcosa che non capivo bene.

poi,  distesa sull' erba ingiallita, asciugata dal sole, ne sentivo il penetrante profumo e guardavo il cielo, non più  nascosta, non più introvabile.

e mia madre aprendo le persiane della finestra al primo piano, mi chiamava dicendo: " ma si può sapere cosa fai  sempre  sull'erba?  non puoi giocare come tutti gli altri bambini?

 

"il sole   pizzicava le guance.  indugiavo al suo calore e quando mi giravo, facendo cantare il fieno sotto di me, mia madre non c'era più.

si udiva il ronzio degli insetti. le api erano sui fiori o nelle arnie, allineate ai bordi del  prato che, sapevo, i miei genitori avevano concesso al signore delle gabbiette. il silenzio della campagna estiva era carico di suoni. bastava ascoltarli.Ho nostalgia dei miei alti fili d'erba.

a seconda della distanza, dietro un solo esile, sottile, filo d'erba, si nascondeva un albero intero, oppure tutta la figura di mio padre o di mia madre ed io spostandomi a destra o a sinistra di esso li facevo ricomparire e poi scomparire in un eterno gioco.

tutto il mondo dietro un filo d'erba, un esile, verde, sottile, alto filo d'erba.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

milano – ospedale

il dottor  C … ogni volta che mi ribello, chiedo informazioni sul mio stato di salute o altro, mi dice di essere più umile.

lo detesto, con quella faccina da ‘io sono il medico, tu la paziente’.

e resto  nel letto a seguirlo con gli occhi mentre fa il ‘bravo’ dottore con le  malate degli altri letti, promettendo guarigioni rapide e indolori.

 

ricordo il giorno di natale quando ci annunciò un ‘super pranzo’ che consistette nel solito piatto con l’aggiunta di una mini bottiglia di finto champagne e una fetta di panettone che verrà dato anche alle diabetiche…

è natale…

 

rifaccio per l’ennesima volta la medicazione alla vicina di letto che ha un tumore alla coscia.

se mi vedessero mi butterebbero fuori ma lei ha male e sente la necessità di tenere ‘pulita’ la parte malata.

 

dal  terzo letto di fronte, numero 16, si avvicina una paziente nuova che lamenta la perdita del figlio. ‘era così buono, gentile…’ e piange. ‘sarà sicuramente in paradiso, povero figlio’

sinceramente non ho parole per consolarla. non so cosa dirle che non sia banale e scontato.

farfuglio che se suo figlio è in paradiso, la starà vedendo e non sarà contento di quelle lacrime

mi sento ipocrita ma lei mi guarda  dritta negli occhi.

quasi si risvegliasse da qualcosa.

mi abbraccia e dice che sono una santa e che le dispiace  che io sia malata e di dover passare il natale qui. ma avendomi  conosciuta  le sembra tutto  diverso.

‘oh, scusi’, aggiunge per l’abbraccio.

le scuse non erano per quello, ma per avermi ‘toccato’ con le mani  ‘malate’.

mi sento sempre più imbecille ma l’aiuto tenendole la mano…malata.

 

la notte chiedo all’infermiere di turno di andare in biblioteca a prendere un volume che mi interessa.

mi guarda come si guarda una pazza  (è proibito, ovvio) ma ci va e così  posso leggere tutto sulla mia malattia e sulle nulle speranze che dovrei avere.

..prognosi infausta…

 

le malattie….spaventano le persone e le nostre  sono pressoché sconosciute.

molte derivano dal sistema immunitario ed altre da stress emotivi.

 

dopo tutte le recidive terribili subite, gli andirivieni da un ospedale all’altro, le assenze da casa,  non ho segni visibili sulla pelle a parte l’esito di una cicatrice sotto il labbro inferiore, prodotto di un morso di ‘cibìn’,  cagnolino  ‘amico’ mio di quando ero bambina.

quel giorno trascese nel suo entusiasmo.

……………………………

 

mi secca molto quando mi dicono ‘che peccato…una così bella ragazza….’

che connessione c’è tra malattia e bellezza?!

e ancora mi sorprende che si meraviglino se una donna preparata, sufficientemente colta, di livello sociale medio elevato, si trovi in questo ospedale.

l’idea comune è che la ‘gente bene’ sia nelle cliniche private evidentemente.

 

tengo un diario sul comodino, con la disapprovazione palese della suora.

M…….un medico giovane che stimo vi ha scritto:   brava violetta, la vita bisogna morderla.

ne ho fatto tesoro.

 

e  D…. un altro medico aggiunse  ‘ah, se tutte le pazienti fossero come te!’

 

 

 

 

 

 

 

 

 

prendimi morte, prendimi.

sono qui dietro l’albero

carico di galaverna.

non mi vedi?

prendimi morte, prendimi.

sono qui sul ciliegio.

non vuoi assaggiare

anche tu

questi rossi frutti

prima di prendermi?

prendimi morte, prendimi

se ne sei capace.

fuggiro' nei campi

dietro le spighe di grano,

sotto l’acqua dello stagno,

dietro i grossi e freschi

muri della mia casa,

sotto i banchi di scuola,

nei fossi e sui fienili.

non mi prenderai

tanto facilmente.

fatica anche tu

come io ho faticato

a vivere.

guadagnati questa impresa.

corri e prendimi

se ne sei capace.

so che sei vicina.

morte!

che nome hai.  

 

 

 

 


 

da bambina avevo una cameretta mia  accanto a quella dei genitori.

un alto lettone di ferro laccato e la testiera a semicerchio era piena di fiori.

la notte attraverso le persiane vedevo il cielo stellato e incollata ai vetri guardavo ed ascoltavo.

la luna mi sembrava un faccione rotondo anche se mamma mi spiegava che non era così.

ma ero certa che  ci  fossero due occhi,  una bocca ed un naso !

l’acqua dello stagno scintillava e sotto la luce lunare.  le rane con i loro cra-cra chiacchieravano tutta la notte.

i raggi di luce inciampavano sulle cose o andavano dritti lontano lontano.

 

i fiori del giardino non avevano più colore o addirittura, nel buio, assumevano forme minacciose, o così mi pareva. sagome nere, draghi, orchi, mani artigliate!

la notte era affascinante. le cicale, i grilli, le rane, il fruscio delle foglie sotto il vento leggero o le nuvole che passeggiavano modificandosi continuamente.

 

nella cameretta c’era un secondo letto dove mamma metteva i regali della befana, oltre a quelli nella calza appesa  al camino al piano inferiore.

io mi alzavo di notte per vedere la befana ma non la vidi mai.

eppure la mattina dopo i regali  c’erano!

e nella semi-oscurità del mattino che arrivava, vedevo la carrozzella di paglia rosa  e la bambola tanto desiderata.

andavo ad annusare l’odore  ‘nuovo’ per poi tornare sotto le coperte.  felice.

non so se mia madre ha mai saputo di queste mie veglie notturne.

non l’ho mai vista portare i doni sul letto.

o forse  c’era davvero la befana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

i pioppi che conosco io, sono quelli della campagna ferrarese. sono alti e la  chioma,    dalle foglie a forma di cuore,  che   poggia su un fusto dritto, sottile e   biancastro, s'innalza, come a toccar le nuvole, schioccando anche sotto il vento più gentile.

io li conosco come alberi che crescono in fila indiana, a distanze esatte, lungo i sentieri che delimitano i campi  di  grano o sulla cresta degli argini.

quando prendevo il treno con mia madre, per andare in visita da qualche parte, i pioppi mi venivano incontro rapidi e dal finestrino li ammiravo stagliarsi, tanti e solitari, sullo sfondo del cielo.

la mia campagna era piatta, senza montagne. Silenziosa. Sparse le case contadine. ma si poteva sentire il picchio sui tronchi e le rane nello stagno, dove un tempo si lasciava macerar la canapa.

i miei pioppi crescevano anche in molte file indiane, formando tanti corridoi e da qualunque di essi io sbucassi, vedevo sempre spuntar dall'altro lato il cielo.

le stesse linee parallele, da un'altra angolatura, diventavano diagonali e scendevano in quel punto dolcemente verso la riva del po.     pigro, tortuoso, azzurro o color della terra durante le sue piene.

mi lasciavo rotolar giù dagli argini per poi risalire, carponi, fino all'ombra dei pioppi chiacchierini. nessuna bufera poteva renderli minacciosi. erano allegri per natura.

e le foglie  si potevano anche ricamare

tra quelle sul terreno, raccoglievo la più bella, la più verde, quella più   'a cuore'. l'ultima appena caduta. spesso l'aspettavo.

e con uno stuzzicadenti, seguendo le tantissime sue venature, facevo centinaia di piccoli fori, uno dietro l'altro. precisi. pazienti.

infine, controluce, lasciavo che il sole, attraversandola, l'illuminasse, rendendo vivo il mio ricamo.     certo non pensavo di far loro del male  ma a quanto le avrei rese belle !

e da sotto i pioppi durante le giornate di vento, guardavo in su l'agitar festoso, lo sbattere e gli schiocchi delle foglie spesse.

nessun albero canta come questo.

nel vento è la sua vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

milano – casa

 

sono a casa.

80 kg.

48 quando è cominciata la malattia.

mi accorgo che grassa come sono non sono più in grado di comportarmi come prima.

non mi muovo come prima.

le stesse cose che dicevo ora sembrano dette da un’altra persona.

apparentemente sono un’altra e  da ‘altra’ mi devo porre al prossimo

mi rendo anche conto che il malato è il primo a dover sorridere se vuole un sorriso.

chi mi rivede non mi riconosce assolutamente e quando ci riesce non nasconde lo sgomento.

non posso più indossare gli abiti della mia boutique preferita.

non posso acconciare i capelli come vorrei.

qui c’è un corpo da nascondere.

eppure sono sempre io !

non vi ricordate più di me?

dietro questo contenitore  ci sono sempre io !

deficienti…..

 

ma sono viva

viva perchè mia madre mi ha fatto rinascere

quasi morta che ero, senza un centimetro di pelle, incapace di qualsiasi movimento, senza fame, senza sete, senza voglie, lei mi prendeva dentro le sue braccia e le sue gambe, nel letto.

così il calore del seno e del suo ventre mi penetrava, come le parole, le carezze, la promessa di un futuro.

con una speranza infinita, con una certezza coinvolgente e rassicurante. con profonda e determinata fede nella vita.

non sentivo più il dolore e mi addormentavo.

ero di nuovo feto dentro lei.

la notte la svegliavo decine di volte perchè mi spostasse un braccio, perchè mi girasse piano la testa o mi togliesse il cuscino.

e lei, tutto eseguiva. dormendo. sfinita.

dolorosamente viva, per me.     …………..

mio malgrado assumo un’espressione da cane bastonato.

ferita nel corpo e nell’anima.

mi chiudo in casa. non voglio più uscire e quando tornerò a farlo sentirò gli occhi di mia madre dietro le tendine della finestra, che mi seguiranno, in non so quale stato d’animo, per questa figlia irriconoscibile.

una figlia che fa pena.

le pesa l’opinione altrui perchè quella là, sul marciapiedi, che cammina appoggiandosi al muro è sua figlia. 

nei tre anni a seguire  mi riprenderò bene.

andrò ancora in bicicletta.

 

tornerò anonima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

oggi

vi odio

tutte

donne

che potete

mostrare

il corpo

nudo

donne

che fate

l’amore

donne desiderate

donne che date emozioni

donne adolescenti

pronte a incominciare

donne vissute

che insegnate ai puri

donne dolci e sensuali

appaganti femmine felici

oggi

che sono sola

vi odio

tutte


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

milano

guido viene a trovarmi

siamo separati ormai e sono diventata l’amica cui confidare i suoi nuovi amori.

ama, sembra non riamato, una giovane ed è disperato.

‘sai, è dolce, bella, fantastica’.

io che mi vedo riflessa nel famoso specchio verticale mi sento morire.

guido è stato quello che entrando nella mia vita come un ciclone mi ha fatto conoscere filosofie orientali, yoga, yin-yang, ironia, risate, dolcezza e la mia femminilità.

ho vissuto con la sua famiglia lontana da milano ed ho avuto sorelle e fratelli, cui devo molto.

ma la vita con lui  fu difficile.

lo aiutai a trovare un lavoro.  finalmente avevamo un appartamentino ed io avevo ripreso il mio ruolo di segretaria. 

 

avrei voluto un figlio, anzi una bimba con i capelli rossi e le lentiggini, perché così avrei voluto essere io.

ma scoprii attraverso  piccole astuzie dolorose che si era brutalmente drogato in passato e che ora fumava di nascosto.

 

mi crollò il mondo addosso.

la giovane signora borghese che cade per terra.

ben mi sta, accidenti.

lo buttai letteralmente fuori di casa, visto che non voleva comunque smettere.

gli trovai una stanza in affitto in piazza duomo, dove lo accompagnai in macchina, dopo aver messo tutte le sue cose macrobiotiche e non, nella mia valigia rossa.

ci misi anche l’aria che respirava probabilmente.

 

lo lasciai sul marciapiedi  e quando tornai, appoggiata alla porta d’ingresso piansi cercando aria per respirare.

 

ricominciai un altro bilancio.

gli amici, gli errori, i miei genitori, il futuro.

mi trovai seduta in terra con la gatta fra le braccia.


 

 

 

 

 

 

 

a guido

commiato

più della parola contava

il gesto, l’abbraccio, il sorriso

……….

protesto

ho strappato

poesie e poesiole

d’amore

perché tu

non credevi

alle parole

……

ma la parola

è il mio mangiare

e scriverò

scriverò

scriverò

fino a soffocare


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

milano

 

da qualche anno sto bene se per bene si intende non avere la malattia di base ma possedere tutte le complicanze possibili e conviverci, dietro un’apparente normalità.

di notte mi sveglio in preda all’angoscia e se sto male voglio tornare in ospedale, perché mi sento sicura.

 

scrivo di notte, di getto, con la mia piccola olivetti.

ordinatamente,  ripongo i fogli in un cassetto.

cerco di togliermi il peso di una storia di malattia.

scrivo cose che non rivelerei nemmeno a mia madre per non farla ulteriormente soffrire.

sono quasi certa che mi risveglierò domani e tutto sarà stato un incubo.

 

 

 

………………………………………….

 

 

 

pinuccio mi telefona e parliamo a lungo.

so che vuole essermi solo amico

‘non si può non amarti – dice – ma perderei l’amica’

è sincero.

mi  sarà amico sempre.

io vorrei e lui ride.

sento il bisogno di un abbraccio.

 

 

 

 

biglietto -  settembre

 

grafomane

fifona

romantica

ma sei tu !!

 

pinuccio

 

 

 

 

 

 

 

ottobre 

raccoglietemi

senza esitare

non lasciate

al tempo

la vittoria

di passare

 

 

 

biglietto  - milano 

sei una persona

nata stella

ovunque ti metti

brilli 

gabriella

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sono viva

uomo toccami

e

parla tanto

da sorprendermi

percorrimi tanto

da sfinirmi

piangi tanto

da tornar bambino

proteggimi tanto

da soffocarmi

allontanati tanto

da ingelosirmi

corteggiami tanto

da morirne

adorami tanto

da innalzarmi

sono viva

uomo toccami.


 

 

 

la verità di silvia 

‘non rompere più

le palle

con la tua malattia

abbiamo tutti dei problemi  !  

non s’accorge

certo

del mio scoordinare

anzi

sul suo bel collo

eretta

si compiace

a teorizzare

di franchezza

e buona fede

affetto

e comprensione

sincerità

e fin di bene


 

 

 

 

san valentino

non c’è un valentino per me.

la solitudine  mi schiaccia.

vivere è difficile.

dietro un aspetto anonimo ho tutti i miei problemi.

 

ieri in metropolitana e poi  sul tram avrei voluto sedermi.

non volevo chiedere ma mi sentivo svenire.

non sono nemmeno pallida.

il cortisone  mi ha regalato due belle guance  rubiconde.

 

il timore di un’altra ricaduta è sempre presente.

la mente sempre vigile su ogni sintomo .

non posso programmare un futuro.

nemmeno una vacanza.

la malattia non si prenota.

arriva da sola.

e gli amici non aspettano me per i loro progetti.

programmano a lunga scadenza.

sono fuori dal gioco.

 

‘ti inviterei volentieri nella casa in montagna, ma se ti succede qualcosa?

sai che responsabilità. anche per te intendo. non hai idea che rimorso avrei’

 

grazie lo stesso.

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

metropolitana

  

non cede

il posto

la ragazzina

nel pull di missoni

sui jeans  stretti stretti

bellissima

e come potrebbe

i suoi occhi

coscientemente

innocenti

guardano

ma oltre

oltre

oltre


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

febbraio – milano

 

ricovero in neurologia per problemi agli arti.

rispetto ai precedenti, qui rimarrò un periodo breve fatto di esami di tutti i tipi compreso il midollo, etc.

patologie ed ambiente diverso.

mi sento come estranea.

i medici incuriositi dalla mia patologia di base  si avvicinano al letto per chiedermi….ah, a proposito, ha qualche lesione da farmi vedere, così per  curiosità personale….

mi viene male allo stomaco.

le altre pazienti allungano gli occhi per poi chiedere…. ma non sei contagiosa vero?..se sei qui…

 

non ho lesioni, non sono mai stata contagiosa.

la pelle è sana.

i problemi sono altri, purtroppo .

le mie difese immunitarie sono ridotte.

 

(…e non parlo quasi più con le mie cellule.

nel letto del mio dolore che temevo non finisse mai, che più di così non poteva essere, che basta era ora di finirla, che come può vivere una persona in queste condizioni?....portavo la mente dalle dita dei piedi e su su su su su fino ai capelli, pezzetto per pezzetto e   ‘dicevo’ alle varie parti del corpo:

‘tu stai bene’

‘tu sei sana’

‘tu stai bene’

‘tu sei sana’

‘tu fegato sei perfetto’

‘tu stomaco sei una roccia’

etc etc etc etc

di fronte al dolore siamo soli, anche quando circondati  d’amore e tenerezza.

è una lotta a due nell’unicità del corpo-mente.

a noi due malattia !

vedrai con chi hai a che fare… )

……


 

……comunque sia  nel  nuovo reparto riesco a divertirmi.

 

una signora che non riesce a stare ferma col corpo, per una specifica malattia, ogni volta che mi vede, anche da lontano mi domanda se voglio una sigaretta.

‘non fumo, grazie’

e così tutti i giorni.   tutti  le volte che passo davanti alla sua camera, mi vede e…

stessa domanda.

stessa risposta.

e lei: ‘ah, credevo fumassi’

devo ammettere che mi è simpatica.

 

gli uomini sono a due passi.

stessa corsia .

vado spesso nel salotto di ricreazione a disegnare.

mi sono portata una valigetta piena di pennarelli, acquarelli, pantoni e ovviamente attirano l’attenzione.

quando disegno,  piero, colpito da paralisi, rimane a guardarmi.

non guarda il disegno. guarda me.

mi piace la sua faccia e lui, come può,  riesce a dirmi qualcosa di lui.

 

non si regge bene e si sposta come facevo io attaccandosi ad oggetti vari.

 

decido di aiutarlo.

la prima volta lo accompagno con la sua carrozzella a prendere il caffè a piano terra.

poi senza carrozzella ma, io sono troppo fragile e lui troppo debole.   quando risaliamo, sono sfinita.

 

un giorno, mi fa capire anche aiutandosi con i  gesti, che quando venne colpito dall’emiparalisi una certa parte del suo corpo si trovava proprio da quel lato….

ridiamo per dieci minuti e gli voglio bene per avermi fatto partecipe di questa cosa intima, privata, sua.

ammiro la sua ironia.


 

passiamo diverso tempo assieme e quando esco dall’ospedale abbiamo il magone.

rimane davanti alla porta aperta dell’ascensore per salutare.

non dice niente ed aspetta che io schiacci il bottone per scendere.

ma non vuole che lo faccia.

sono secondi lunghissimi che non posso descrivere.

lui rimarrà in ospedale.

 

tornando a casa ripenso all’infermiera che disapprovava l’amicizia con piero (c’era di ‘più’ nel reparto e tutti lo sapevano)

mi arrabbiai e  risposi che io partivo dal presupposto che se  in una persona c’era anche solo un pizzico di normalità, ammesso che abbia un senso la parola, era su quel pizzico che bisognava lavorare.

lei partiva dal presupposto che fossimo tutti matti e quindi non c’era nulla da recuperare.

 

quel reparto non mi era piaciuto.

nessuno mi diceva cos’avevo o perché  avevo dei problemi alle gambe.

hanno ritenuto di non indagare altrimenti, nemmeno la tac o un  altro esamino qualsiasi.

allora perché questo ricovero !?

mi hanno dimessa.

perfettamente sana.

evviva.

 

 

se mi fossi rotta un arto, mi avrebbero ingessato e dopo 40 giorni, sarei stata come prima.

 

ma di me non sanno molto.

tutti questi controlli non portano a niente

come se io gestissi la malattia a mio modo e quindi al di fuori di qualsiasi letteratura medica.

 

 

divento la paziente scomoda.

quella che non sta zitta e  per di più non si riesce a guarire.

non si divertono, non mi diverto.

 

 

 

p.s.

piero mi fa scrivere sul diario, dato che lui non può:

 

ricordandoti, ti faccio i miei migliori auguri di

pronta guarigione e che la vita ti sia sempre felice

piero

 

 

 

 

un’infermiera di nascosto disegna un pupazzo sul diario e scrive:

ciao, sono uno scarabocchio che viene a trovarti tra i tuoi disegni.

sorpresa!

manu (ela)


 

 

 

 

 

…………………

non avrei mai immaginato che il mio corpo avrebbe dovuto subire questa violenza.

sono come separata dal corpo. il cervello da una parte e lui dall’altra.

il destino vuole che io dimentichi questo corpo, la materia.

devo scordare, cancellare dai ricordi quanto gli uomini mi hanno amata anche per  il mio corpo.

la mia vita sentimentale  è stata  forse disordinata ma limpida nello stesso tempo.

spontanea. vissuta fino in fondo.

ho avuto molto  ed ora la realtà cambia tutti i sogni.

…..

 

il mio corpo non è bello.

a qualcuno piacerebbe un bel cervello, un bel fegato e bei polmoni… un bel cuore ed un’interessantissima circolazione?

 

no, eh?

 


 

 

milano -  incontri

 

ah, ma stai proprio bene, sai.

tu sì, sei fortunata. ti alzi quando vuoi, lavori se ne hai voglia, non hai marito  o figli da seguire.

sei libera.

non ti rendi nemmeno conto di cosa significhi una famiglia.

i bambini che tutti i giorni ne hanno una.

….

e io devo fare la spesa, stirare, andare a pagare la  fattura del telefono.

anzi,  devo lasciarti perché devo andare in tintoria.

sono proprio contenta di averti vista.

dirò a mio marito che adesso fai la signora.

si, si, grazie, te lo saluto.

ah, che stupida.

dimenticavo di dirti che siamo riusciti a prenotare l’aereo per quel viaggio in marocco.

chissà che caldo. per te non andrebbe bene.

vuoi che ti porti qualcosa? comunque una cartolina….

ciao!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

mamma è malata

  

riprendimi

dentro

di te

e fammi

tornare

al nulla

 

chè io

non rinasca

più

per perderti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

milano – casa

nooo, non sento pericoli per te.

semmai dovrai superare delle prove. non è ancora l’ora.

sento una presenza, tra me e te  e le chiederò aiuto per la tua salute’

la osservo tra il divertito ed il perplesso perché non c’è proprio nessuno tra me e lei e se ci fosse che si sbrighi a guarirmi e termini quest’incubo che ormai dura da nove anni!

pina, era venuta a trovarmi. da molto tempo non la vedevo. non ricordavo i capelli platinati, il trucco un po’ esagerato che la rendeva certamente  ben visibile.

ed era  invece così diversa dall’apparenza e molto dolce.

sensitiva  e cartomante parlava della relatività del tempo e delle circostanze ed avvenimenti che si ripetono.

‘dio mio, no’  pensai.

sospirava e ti lasciava lì percorsa da una sottile  angoscia.

diceva che anch’io ero sensitiva ma che ne avevo paura.

……….

devo ammettere che qualche mese prima di entrare in ospedale, la prima volta, una ragazza sconosciuta mi aveva letto la mano.

ero molto reticente ma eravamo in compagnia e non rifiutai.

disse che mi sarei ammalata molto gravemente, che avrei insegnato e che le mie mani erano adatte a suonare il piano e a disegnare.

tutto vero.

……

pina  è convinta che sono già vissuta, nel medioevo.

…ovviamente…

la accompagno alla porta e la osservo nella sua morbidosa pelliccia color miele e i tacchi a spillo degli stivali.

leggera.

 

pina ha portato via le mie tristezze e mi ha rallegrato.

una specie di ‘arrivano i nostri’, al momento giusto.

 

il bene che mi ha regalato la porterà alla sua massima aspirazione. la reincarnazione.

‘dai, pina!’

 

 

 

 

 

 

 

 

dal diario:

ognuno è solo  (Hesse)

  

… morire sì. non essere aggrediti dalla morte (cardarelli) 

 

ogni uomo è un’isola. (kafka)

 

 

 

 

milano – da caterina

. perché non scrivi la tua storia?

- ma dai, non ne sarei capace, figurati.

 

sto mentendo. in realtà mi piacerebbe.

 

sono certa che la tua esperienza potrebbe essere utile ad altre persone.

è gentile, mentre mi parla con i gomiti sul tavolo.   fuma .   

i suoi  occhi intelligenti vedono dentro come  una sfida che ti porge.

vien voglia di conoscerla meglio e mentre si scusa per essersi vestita in qualche modo ‘ma sto traslocando ed è tutto sottosopra’  mi mostra ridendo una lunga smagliatura delle calze chiare.

bella la sua faccia – come si dice – dev’essere un ‘tipo che incontra’.

psicologa, ama scrivere anche lei.

 

. sono belle le tue poesie, cat.

- anche le tue.   dici tutto  in poche parole. ma, insisto, scrivi un libro.

 

non demorde, acciambellandosi su una poltroncina.

scrivere un libro. mi sembra così lontano e difficile.

difficile non essere fraintese.

non è come una poesia.

da dove comincio, da chi?

forse potrei cambiare i nomi..

ah, lasciamo perdere.

 

- sto scrivendo ‘corallino’, la mia favola.

rimarrà un sogno nel cassetto, ma mi diverte

e mi spaventa di meno……

 

non mi ascolta più, rapita com’è da un programma televisivo.

.  alza un po’ il volume, chiede a tutti e a  nessuno insieme

 

 

 

 

 


 

…………

 

sono passati alcuni anni.

lentamente mi riprendo.

studio pianoforte, sono socia onoraria  di abio (associazione per il bambino

in ospedale) per aver realizzato un gioco, poi  brevettato.

ne vado orgogliosa.

ho disegnato e venduto un migliaio di biglietti augurali alla libreria del politecnico.

e venduto una quindicina di soggetti ad una casa editrice che li esporterà.

insomma 'agisco', anche con le lezioni private per ragazzi fino alla prima superiore.

 

sto meglio.

voglio vivere, qualsiasi cosa succeda.   è bello dare, fare, ridere con l’amica preferita.

è bella la pioggia che cade.

bello scoprire in ogni  cosa il lato migliore.

 

ok, non è sempre così, ma oggi sono di buon umore

non voglio essere contraddetta..

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

per

per la sua terrena

irreversibilita'

la vita

va vissuta

va guardata

va sofferta

e offerta

va pianta

e rimpianta

va attesa

e goduta

va risa

e derisa

va compresa

e incompresa

va perduta

e ritrovata

va accettata

e profondamente

amata

fino a morirne

……


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

….

cara minou, amatissima minou, mi sentiiiii?

stasera dovrei uscire …

si con un uomo…

cosa metto.

come nascondere tutto ciò  che tradisce la malattia?

guarda quante imperfezioni sul viso. non le avevo mai viste.

niente mi si adatta, nemmeno la biancheria.

si vedono ematomi dappertutto, la pelle è trasparente.

 

se mi toccasse mi farebbe male.

 

doccia, depilazione, crema, poco profumo, capelli, smalto.

sembro un’altra.

mi sento bellissima e……grottesca.

ho le mani gelate, continuo a rigirarmi davanti allo specchio e nulla è come vorrei.

sto male.

vomiterei.

ridicola.

 

suona il campanello, in modo troppo insistente.

non sono sorda.

 

minou, mi guardi? come ti sembrooooo?

……

tutto è successo in fretta …

mentre beve la sua bibita lo osservo.

non è alto, non è basso, non è bello, non è brutto,

i capelli lunghi.

dimostra tutti i suoi anni.

intelligente, preparato, amiamo le stesse letture.

ha sicuramente vissuto.

manca un bottone  nel gilè.

magari russa.

 

sorrido sperando che non si sia accorto della mia radiografia ma probabilmente ha fatto la stessa cosa….

cerco di coprirmi tutta, ma lui ha già visto  e  chiede di me.

….

 

 

passiamo giorni  divertenti.

andiamo da un ristorante all’altro.

un fine settimana al mare.

 

ma..non mi basta….

no, non ci siamo.

nonostante i  suoi mille progetti sul futuro, qualcosa non mi quadra.

…..

glielo dico.

lo lascio.

….

telefona tutte le notti…

diventa una vita impossibile.

mi segue. sa ogni mia mossa e mi racconta al telefono come ero vestita o quanto ero carina con i capelli così o cosà.

comincio ad avere paura,

una paura che sotterranea avevo avuto fin dall’inizio.

con un pretesto sale da me, alle due di notte.

….

i suoi approcci vengono rifiutati.

sono sicura di non volerlo.

nel momento in cui mi picchia, mi rendo conto che nella casa non c’è nessuno.

è agosto.

tutti in ferie.

..

rivuole indietro i suoi regali.

glieli scaravento addosso.

 mi picchia

ne uscirò viva?

e mi trovo a pensare com’è diverso morire per malattia….


 

………………

 

non mi rendo subito conto che ha smesso di malmenarmi.

prende le sue sigarette prima di sbattere violentemente la porta, urlando ed insultandomi.

 

non riesco  a muovermi.

non riesco a mettere il valium nel bicchiere.

non riesco a parlare.

 

che stupida, che povera piccola arrogante

stupida che sono!!!

 

piango,  finalmente, e grido tutta la mia ingenuità.

 

non dormo per notti e notti.

sempre perseguitata dalle sue telefonate, registrate, ma che non potranno provare nulla….


 

 

 

 

 

non so  cosa sia  veramente la fede.

so che la malattia mi ha portato alle labbra il nome  dio.

a chi mi rivolgevo?

cosa c’è oltre il mio limite?

quale parte del mosaico sono?

di chi è l’universo?

guido mi diceva scherzando:

‘signorina, lei crede alla redenzione attraverso la sofferenza?’

oppure:

‘rinascerai e percorrerai da sola la tua stradina’

mi pare di intravedere  il significato ma non ne sono certa.

il sipario non è del tutto alzato.

ognuno di noi arriva per strade diverse.

…..

non pensiamoci più

 

.

 

sediamoci sul ciglio a sostare, guardandoci intorno.

qualcosa succederà.

questa   mia pelle è stata ed è una stradina.

in fondo le voglio bene.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

chi può dire

chi io sia

in questa stanza

di una casa

di milano,

italiana città

nel mondo

di una galassia

nell’universo

infinito

per esempio

come l’acino d’uva

la foglia

il ramo

la radice

………


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

dal diario

…e che il  gesino bambù sia sempre con tu.

ugo

ugo non c’è più. amico d’infanzia, ha sempre amato i giochi di parole

 

 

 

 

dal diario

..telefonato a bianca.

le  sue risate fanno bene….    

grazie bianca

 

 

 

 

dal diario

seduta sul letto a leggere le tue poesie

e non saprai mai

quanto soffro per il tuo soffrire

nadia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

dal diario 

 

v  iolenta

 

i   intensa

 

o  dorosa

 

l   luminosa

 

e   nergica

 

t   enera

 

t   remenda

 

a   ssoluta

 

 

caterina

dssa ceppellini – psicologa – pres.cons.direttivo abio brianza

 


 

 

 

 

 

 

 

dal diario

 

… il suo modo di guardare

è amoroso e gentile….

(da un compito di elisa)

 

 

 

dal diario

sono sempre qui e ti voglio bene

laura

 

 

 

 

dal diario

‘—a colei che una mattina mi ha fatto pensare---

col proposito di migliorare---

prof. zaffaroni  chir pediatrico -  primo presidente abio

 

 

 

domenica – milano

 

qual è il modo  migliore per scrivere di avere incontrato un angelo, senza che ti dicano ‘sei fuori di testa?’

‘scrivi, scrivi, dice l’amica psicologa.

forse hai il compito di comunicare qualcosa agli altri’

 

la domenica è bella e calda. la prima di settembre.

siamo sedute sulla panchina di viale argonne.

io, serenella, sua figlia ed anche  la nonna.

quattro donne di età diverse che passano qualche ora all’aperto.

tutto è normale, quasi troppo.     noioso un po’.

passano lenti i minuti intorno alle 16.

 

l’unica di noi che si muove è la ragazzina con la sua nuova bici che chiede  attenzione.

 

 

dopo poco le quattro un uomo, le braccia lungo il corpo, forse 70 anni, capelli bianchi, anonimamente vestito in blu, non molto alto, con un pretesto si avvicina.

io sono irritata.

rivolgo la parola alla mia amica e lascio che lui parli alla nonna.

io e  serenella  ridacchiamo ma tendiamo l’orecchio e…

 

‘….no, no, lei deve curare la sua flebite ma stia tranquilla. vivrà a lungo. stia serena.

e per suo figlio mi creda non c’è da temere.

durante l‘incidente una minuscola, impercettibile scheggia dell’osso cranico si è mossa ed è per questo che  ha dolore. perché va a toccare punti sensibili…..’

 

beh, se il pomeriggio era noioso….

mi rivolgo a lui ed ancora oggi mi stupisco della domanda che mi esce dalla bocca.

lei crede che io debba morire presto?

 

non si scompone, anzi si concentra e dice:

 

 

…il surrene non funziona ancora bene, anche il cuore ne  ha risentito, la spalla, le gambe…   ooooh, ma è l’occhio che  ha un problema, il sinistro.

non preoccuparti. alzati’

 

chiusi gli occhi volendo intensamente crederci.

premetto che indossavo gli occhiali scuri mentre parlava.

mi ha chiesto di toglierli. ha soffiato su entrambi e sul cuore,

ha toccato  gli arti, le mani e la spalla.

ha passato una mano a dieci centimetri dal corpo dalla testa ai piedi davanti e dietro.

‘basta cortisone. basta latte’

(cosa che mi disse anche il successore di osawa: m.kushi, anni dopo)

Ma come? lo bevo ogni giorno e prendo cortisone per sopravvivermi.

rispondo che non potrò mai. che mi servono entrambi.

‘ti sono serviti, prima.     era un altro periodo. adesso tutto è finito’.

non capisco ma lui continua a parlare. sa che mia madre ha dei problemi al cuore. 

mi chiede un fazzoletto che, dopo aver tenuto tra le  mani giunte,  mi ritorna  per  poterlo  mettere nella zona cardiaca di mamma per una notte.

negli anni a seguire mamma non avrà più problematiche di rilievo.

a domanda risponde che non fa queste cose spontaneamente.

gli vengono chieste.

cammina e si ferma dove gli viene detto di fermarsi.

sostiene che il mio karma passerà e che in vite precedenti sono stata chirurgo donna ed anche duchessa.

mi ritorna alla mente la nonna paterna che  è veramente di famiglia nobile ma io, di blu, non credo di avere niente….

 

mi lascia perplessa quando afferma :  ’adesso mi vedi così, ma mi incontrerai ancora, sotto altre sembianze, in un altro tempo.

posso andare e venire dall’infinito, ogni volta che mi viene richiesto.

stai tranquilla’

 

tranquilla???

 

 

aggiunge che ci saranno grandi cambiamenti e che la vita sulla terra non finirà.

‘io ho miliardi di anni sulle spalle e tu solo qualche centinaio’

 

‘no, non devi fare niente per me, sono io che sono venuto da te’

 

dice cose anche a serenella  (vere)

 

…………….

 

se ne va dicendo in modo scherzoso

‘io so che hai capito’

 

in quel momento mi rendo conto di essere ancora in piedi in mezzo alla gente che passeggia sul viale e vicino alle mie amiche . 

sotto gli occhi di tutti ho parlato con chi???

 

era un angelo?

e le ali?

forse le aveva sotto la maglietta blu?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

…………..

una settimana dopo. milano – dall’oculista

 

 

angelo o no, coincidenze o no, superstizione o no,

il medico rimane perplesso.

all’occhio non ho più nulla.

non so.

l’importante è vedere  questo mondo

che mi attrae e distrugge, che dà e toglie, che lusinga e delude.

 

ci fosse almeno minou a farmi compagnia

………………………..  

inesorabile come la mia vita, il tempo passa e

d anche le visite subite, nuda, davanti a trenta medici,

italiani e stranieri,

in italia e all’estero che osservandoti tutta, 

commentavano fra loro:

‘scommetti che  si tratta della patologia XX’

‘no, caro collega, si tratta di yy…’

‘ma figuriamoci  non vedi che è polimorfa…’

‘fotografatela tutta…’

…..

 

non sono mai stata tanto fotografata.

credo di essere  in tutta la letteratura medica

…………… 

beh questi tempi sono passati.

ho ricevute le scuse dei medici

che scommettevano ad alta voce sulla mia vita.

cosa me ne faccio delle vostre scuse?

 

……………………..


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

…. cortisone

piccola, cara, pastiglietta bianca, stamattina mi sei simpatica.

da un lato una sigla, dall’altro l’intaglio a croce, perché, se voglio, ti prendo intera, mezza, un quarto.

non posso non prenderti.

ogni giorno questo incontro. io e te.

io che ti amo e ti odio.

tu che mi salvi e mi uccidi.

si, non sei eccezionale.

in fondo non mi guarisci.

‘blocchi’ un processo.

come?  eh, già, quel ‘bloccare’  mi tiene in vita…

ok, pastiglietta.

 

ti ricordi quando ero seduta su quella panchina smaltata di bianco tanto tempo fa?

sì, quella, su cui gli spazi lasciati dai piccoli pezzetti di vernice, staccatisi nel tempo, sembrano mosche a riposare?

 

su quella panchina riflettevo sulle scommesse fatte dai medici e sui viaggi esotici, di cui parlavano serenamente mentre, in mezzo a loro, rimettevo corpo e malattia nella biancheria…

ero una scommessa, non una vita,

dopo la visita se ne erano andati, bianchi avvoltoi lungo il corridoio bianco, dell’ospedale bianco…

 

ah, sì, vero. anche il medico svizzero nel super lussuoso studio in place… mi suggeriva di tornare in italia, perché….era meglio.

ricoverarmi in svizzera era oneroso ma soprattutto non mi avrebbero guarita.

 

contavano tutti sulla mia intelligenza e comprensione circa la

situazione ma non mi sento affatto intelligente!!

 

comunque, cara pastiglietta, fai ciò che devi, altrimenti non avrò alternative.

a meno che tu non voglia dirmi che la morte è l’unica alternativa alla mia vita.

 

 

 

 

 

 

e

finalmente

finalmente

finalmente

mi sono innamorata.

tutto  viene rimesso in discussione.

dissotterro l’ascia di guerra.

questo corpo combatterà ancora?.

riuscirò a spogliarmi senza vergognarmi?.

guarderò in faccia il mio partner?.

io, io, sono guarita?.

 

aaaaaaah se la smettessi di farmi domande.

e poi devo fare un disegno per un amico.

 

 

 

 


 

 

sì, sì

mi alzo

ubbidiente

per un notturno

spuntino

che

la tua bambina

non deperisca per

troppo amore

 

dal diario

per un attimo il desiderio di un bambino

  

dal diario

fede

fede

fede

fede

fede

fede

fede

fede

fede

fede

fede

fede

fede

 

 

 

biglietto sulla porta di casa:

 

studente universitario

follemente innamorato di te

telefono   xxx

qualunque ora del giorno e della notte

 

 

 

evviva

sono viva

 

 

leggo sul muro del mezzanino metropolitano

una rosa rossa

per dirti che ti amo

una carezza

per non sentirti

più lontano

un bacio

per il patto che ci unisce

il distacco

per un amore che finisce

marco

 

marco…vorrei conoscerti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ore 12  -

 

dal 9 novembre

non sono più la signora ….

sono ‘libera di stato’

voluto, ma  faticoso

affrontare anche questo  evento.

………………………

 


 

 

 

c’è una gatta nuova nella mia vita: irina   !!

vorrei essere un gatto

vedere il mondo attraverso i suoi bellissimi e dolci occhi.

www.violettanet.it/poesie_violetta/irina.htm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

stride

un’amicizia

che  col tempo

si fa stretta

……..

 

 

 

 

 

 

 

ammetto che:

sì, è vero, se scrivo parlo di quel che mi succede

sì, è vero, gli altri esistono quanto me

si, è vero, la vita la vivo in trincea    …

( e tu la aggiri )    

è vero, è vero.

vuoi la ragione?  te la do

è vero tutto.

tutto è vero..

anche il falso.

 

lasciami in pace


 

 

 

 

 

 

 

 

 

compleanno

continuo le mie lezioni di pianoforte.

come mi sia venuto in mente non so ma certamente ne trarrò miglioramenti anche psicologici.

 

il pianoforte è uno strumento che ho sempre ammirato ed invidiato a casa d’altri.

un oggetto che mai avrei pensato potesse entrare nella mia  esistenza.

 

do re mi fa sol la si do si la sol fa mi re do

diesis, doppio diesis, sincope, bemolle

 

l’insegnante, una dolcezza piccola, piccola, esige che io non sbagli nemmeno  un dito sui tasti e  dice che raramente un adulto ha mani duttili e predisposizione pari  a me.

quindi devo fare attenzione e concentrarmi !

non so.

so che amo questo strumento ed ho avuto la felicità di installarne uno nella mia piccola ed adorata mansarda.

 

sette amiche me lo hanno regalato in occasione del mio compleanno.

sette come le note

do re mi fa sol la si do

è bello, bellissimo, lucido, lucidissimo, nero, nerissimo.

è nato lì dove l’ho messo, dopo elucubrazioni notturne e diurne.

nato insieme alla casa.

ho percorso chilometri per trovare oggetti ornamentali neri, da affiancare a lui.

mi alzo la notte per andarlo a guardare.

silenzioso e brillante. discreto. simpatico. un nuovo amico.

parla in musica.  quella di cui necessito per stare meglio.

 

ho un pianoforte grazie a silvana, edy, laura, paola, lidia, pia, nanda.

sette amiche

sette note.

do  re  mi  fa  sol  la  si  do.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

l’oncologo mi dice

non chieda a me come mai dopo tanti anni, è ancora viva.

lei è stata un caso clinico…

….

 

l’ ortopedico mi dice

dovrebbe accendere un cero – come si suol dire – per come

ne è venuta fuori  da quella necrosi. incredibile.

sono contento per lei

 

l’oculista mi dice

chi l’avrebbe detto, come fai a vederci

dopo tutte le lesioni avute?

 

il cardiologo mi dice

ottimo, il suo cuore regge

 

il medico generico, un amico, mi vede arrivare e

ride divertito.

sa che ho mille domande  cui non  saprà rispondere

 

 

etc etc

 

avrò un angelo custode….

 

 

 

 

 

 

 

 

 

allora vado a ritrovare la mia casa natale


 

ho portato

con me

un mattone

della casa

natale

che in parte

si arrende

al tempo

ed è abbandonata

tra i campi

dell’emilia

piatta e sensuale

 

chiuso il pozzo

misteriosa

profondità

dell’infanzia

dove arrampicata

pericolosamente

ascoltavo

liquidi

echi

 

ho qui

un mattone

di me

come parte

del mio DNA


 

 

 

 

 

 

 

dal diario 

confesso di aver vissuto

scrisse il famoso poeta

 

mah…., io spicco il volo!

 

e come scrisse un giornalista

…da crisalide diventerò farfalla…

 

 

 

…..

 

galeotto fu quel biglietto sulla porta, dello studente universitario…

 

 

Friuli

che silenzio

come di gente

che dorme

nelle  case

fredde

il sole

non    può

entrare

dagli scuretti

sempre

chiusi

ma

illumina

la regione

bella

e  immobile  

silenzi

dell’anima

intraducibili

dietro

i  chiari

colori

dei visi

di confine 

posso

sentire

il rumore

della mia

solitaria

ribellione.

 

 

 

 

 

 

in silenzio

ho chiuso

la porta di casa

quando

te ne sei andato

e divisi

da una lignea

frontiera

si udiva l'urlo

della separazione

 

 

 

 

 

medaglie  ….

 

... mentre le tue labbra si muovevano ed io non sentivo più cosa dicevi, osservavo nei tuoi occhi  quello sperduto azzurro  infantile che ti porti

dietro da sempre, a parte quando diventa gelido, freddo, duro, tagliente.

eri un  bambino abbandonato e mi sono chiesta se questa nostra separazione non rappresentasse in fondo anche un ricordo.

un altro abbandono di non so chi, in un momento lontano.

ti avrei abbracciato per quell’amore universale che lega le persone, .......

era doloroso  starti vicino e il mio solo apparente distacco mentre continuavi a dire… è pazzesco …. in realtà era una corazza per non urlare o scoppiare come una bomba a mano perchè anch’ io mi sentivo sconfitta e perduta.

hai detto sei come una medaglia……da un lato meravigliosa…dall’altro  un kamikaze….ti fai del male da sola e non so perchè.

forse esiste sempre un perchè….

tutto intorno persone, mobili, oggetti, rumori di tribunale, passi, parlottii, lacrime o sguardi svuotati, documenti fruscianti e sopra a tutto questo sentivo la nostra amicizia che è stata unica, ineguagliabile. 

due compagni di viaggio sulla stessa   onda  pura.

e quell’onda ancora ci porta insieme e non ha terminato il suo andare.

quell’amicizia mi manca davvero. 

è una di quelle verità intime, personali, che sanno di verità, profumano di verità, non possono essere smentite né a noi stessi, tantomeno da altri.

l’amicizia è più forte dell’amore ma non è amore.

e quell’amicizia non regge la nostra coppia. la divide.

da quando .......  ho dovuto abituarmi a non avere più le  tue quotidiane presenze o assenze, o piccoli privilegi  o lunghi  sfibranti silenzi.

tra noi esisteva un ‘troppo/poco’ che non hai mai guardato dritto in faccia.

che io ti urlavo appena potevo, mai ascoltata.

ero solo la kamikaze in azione….

cmq era sempre l’amico a prevalere, quello che recepivo in te. 

il compagno sull’onda.     il meglio di te.

non si dovrebbe mai vivere al passato ma quell’amico dà un senso all’esserci incontrati.

e il futuro ci dirà molte cose .

questo distacco necessario riporterà le cose al loro dovuto posto. quello giusto.

potremmo esserne sorpresi.

amaramente o no ma sarebbe la verità. quella che l’anima non può confutare.

 


 

 

 

due gatte

due sorelle

due anime

due affetti

ora una

se ne va

con l’amico

eletto

e io resto

con l’altra

eletta

che guarda

sapendo

che saremo

in due

due anime

due affetti

due sorelle

come due gatte

http://www.violettanet.it/poesie_violetta/trudylulu_.htm

 

 

 

 

 

partenze…

 le due passate da poco

il cielo nero punteggiato qua e là da poche luci

fuggivo dal friuli 

e nella mattina che sarebbe presto giunta

rivedevo limpide montagne,

il lago di cornino..splendido smeraldo

incastonato nella natura..

annusavo l’odore di quell’aria che probabilmente

non avrei più respirato.

ripensavo a ciò che ritenevo di aver dato e non avuto e così tra

 rabbia e dolore mi si stringeva il cuore

e  piangevo senza pudore, senza ritegno,

senza   limiti,disperatamente.

mentre fuggivo dal friuli

come una ladra che ladra non era

anzi mi sentivo  svuotata di tutte le  speranze,

dei miei entusiasmi, della mia stupida ingenuità.

 il furgone con le mie cose

( quelle cose che avevo scelto una ad una come reliquie,

separandomi da molte fino a lacerarmi )

correva sulla strada  deserta ed io lasciavo che il rumore

del motore mi  entrasse nel cervello per non pensare.

anche la gatta non si dava pace.

non aveva mai viaggiato di notte.

eravamo entrambe nello stesso incubo e ci guardavamo

come a chiederci perché.

non ci sono perché  ma  azioni o immobilismi.

non ricordo quando io e la gatta ci addormentammo.

so che al risveglio tutto era cambiato.

i colori, l’odore, le cose, i rumori.
a sinistra vidi all’improvviso il mare.

 

 

 

 

 

 

 

settemaggio20…       ricomincio

 

grazie   

lidia b.    raffaella e loris    

luciana    sonia e famiglia     'top'

vincenza     renata    lidia p.    danilo    patrizia   

“p. men”      arturo


…basta interpretare: non fuga ma ricerca di pace. Cara Violetta, Le rinnovo l'augurio di trovare tanta serenità. Qualche volta sta dietro l'angolo...bisogna saperla trovare, bisogna poter vederla, bisogna credere che c'è per tutti noi la possibilità semplice di poter essere felici. un abbraccio

paolo menis

sindaco  di   xxx

 

ciao violetta

davvero belle e toccanti le tue poesie

a leggerle, mi ci sono immersa dentro come fossi nella tua pelle. tante volte sono partita, poi tornata, poi ripartita ... e ogni volta si chiudeva qualcosa o si apriva

qualcos'altro...

anita clara - giornalista

 

 

Cara Viola è stato bello averti conosciuto , il tuo carisma ci ha subito affascinato, come la tua intelligenza , sarà impossibile dimenticarti ; nel nostro cuore avrai sempre un posto speciale , la distanza non ci sarà nemica. Spero tu stia bene e che possa ambientarti subito.

Ogni tanto fatti sentire o tramite e-mail o tramite telefono , noi faremo altrettanto.
un forte e dolce abbraccio

lidia


Carissima Violetta,

come  solito hai voluto creare un simpatico e graditissimo stupore.
Solo tu sai fare questo, e lo fai veramente in punta di piedi, senza fare rumore.
Nello stesso modo in cui sei arrivata e nello stesso modo in cui sei partita.
Grazie di esserti ricordata di noi.

Non ti dimentichiamo.

raffaella e loris

 

 

Crisalide è un'autentica opera d'arte, ricca di indimenticabili immagini: come il cadere della neve nelle orecchie di minou, o il silenzio e la bellezza dei prati della tua - immagino felice e solitaria - infanzia. O come quella di tua madre che a sè ti stringe…….

Hai fatto partecipe anche gli altri intorno ad avvenimenti, così profondi della tua vita, e penso alle incertezze che ti avranno accompagnata in questo. Ma c'è una sola parola che - a mio parere - riassume il senso del tuo atto:        

Grazie,      grazie davvero Violetta.

arturo lini -   visual poetry and painting

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

note aggiuntive

crisalide

simbolo del luogo delle metamorfosi, da accostare alla camera segreta delle iniziazioni, alla matrice delle trasformazioni, ai tunnel, etc.

più che un involucro o protettore  rappresenta uno stato eminentemente transitorio fra due momenti del divenire, un periodo di maturazione.

essa implica la rinuncia al passato e l’accettazione di un nuovo stato, condizione della realizzazione.

fragile e misteriosa come una gioventù ricca di promesse ma dalla quale non si sa esattamente cosa scaturirà, la crisalide ispira rispetto, cura e protezione: è l’avvenire imprevedibile che si forma.

 

dizionario dei simboli

miti sogni costumi gesti forme figure colori numeri

jean chevalier

alain gheerbrant

bur  dizionari rizzoli

 

 

violetta maria    adora i gatti

nata la sera del giorno più breve dell'anno, solstizio d'inverno, nell'amatissima pianura ferrarese, adottata da milano MA girovaga PER TURISMO O LAVORO IN ITALIA ED ALL'ESTERO, scrive,  disegna,  instancabile  da sempre.

ha ideato insegne, logos commerciali,      proposte grafiche ed un gioco  ( brevettato ) che l'ha resa socia onoraria  dell'associazione per il bambino in ospedale  ( abio ) di  milano .

ha lavorato   presso il dip  CENTRO USTIONI E chirurgia plastica ricostruttiva  in qualita di segretaria di un  rinomato chirurgo   e svolto altre   mansioni  come volontaria  .

ha sempre SOSTENUTO bambini ed adolescenti nello studio DIVERTENDOSI INSIEME A LORO  .

il personaggio di una sua favola  '' corallino ''  e stato oggetto di attenzione, lettura  e corrispondenza degli allievi di una scuola elementare toscana  -  così  come altri scritti a milano .

ha ricevuto  e riceve  riconoscimenti  per  la   poesia ed  è stata finalista  al premio pieve SAVERIO TUTINO ' archivio diaristico nazionale ' con critiche favorevoli SULLE MAGGIORI TESTATE - interviste sulle principali reti televisive e suLLA rivista primapersona edita dalla fondazione DIARISTICA .     

TESI DI SARA MORETTI  -  PER SUPERARE IL GIORNO

il testo è intitolato   ‘ crisalide ’  ed è diario,  memoria,    dolore, vicissitudini,   poesia,   amore, speranza e    trasformazione dell'autrice

 

 

le  pagine di questo  sito  sono un  altro suo modo  di

c o m u n i c a r e

ruth  ceppellini   steinbrecher 

                 ruth  ceppellini   steinbrecher

 

SOMETHING IS ALWAYS HAPPENING

 

 


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Cara signora Violetta,

sono l'autrice della tesi ....... Innanzitutto vorrei tanto ringraziarla per aver reso possibile la lettura del suo diario, per me è stato molto bello poterlo leggere, tra quelli che ho studiato per la mia ricerca infatti, è uno di quelli che mi hanno maggiormente colpito, tanto che mi capita di pensarla spesso.

...... SARA MORETTI

 

 

 

Sara Moretti

 

Mi piacciono le storie di vita, mi piace stimolarne il racconto, ascoltarle con attenzione, rispetto e delicatezza, mi piace rispecchiarmi nelle storie degli altri e trarre ogni volta uno spunto per raccontare e ascoltare la mia storia.

Ho iniziato a imparare che tutto questo mi piaceva, qualche anno fa, mentre preparavo la mia tesi di laurea in Scienze dell'Educazione,

"Per superare il giorno. I possibili significati educativi della narrazione nell'esperienza della malattia".

 

Studiare le storie di malattia degli altri è stato un modo per rielaborare la mia storia, e anche per "raccontarmela" in modo diverso. La tesi è stata discussa nel Febbraio del 2001 presso la Facoltà di Magistero dell'Università degli Studi di Siena, con il Dott. Marco Milella come relatore.

Da allora narrazione e storie di vita non mi hanno più lasciato.

Fanno parte della mia storia, della mia persona, dal punto di vista personale e professionale.

Ho continuato ad approfondire l'argomento, fin dalla sua nascita mi sono interessata e ho frequentato le attività della Libera, collaborando inoltre ad alcuni progetti nell'Istituto Statale Comprensivo di Anghiari.

Mi sono diplomata alla Scuola di Specializzazione in Metodologie Autobiografiche e da un anno faccio parte del consiglio direttivo dell'Associazione.

Attualmente lavoro con l'Operativa di Strada della provincia di Arezzo, e ho condotto Laboratori di arte dell'autobiografia per insegnanti, bambini, anziani, rimanendo stupita per la passione che ogni volta scaturisce dal lavorare con le storie di vita dal punto di vista educativo e formativo, in qualsiasi contesto, con qualsiasi persona.   

 http://www.lua.it/chi/persone/moretti.html

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… - consensi e citazioni  - media o personali:

massimo griffi,  il giornale di montanelli

tina anselmi - gianni minà (grazie !)

il giornale - il giorno - l'unità - la nazione - donna più

anna - famiglia cristiana (a.b.i.o) - la repubblica - corriere aretino

giuria del concorso:

luigi santucci, natalia ginzburg, roberta marchetti, lino rizzi, vittorio dini,  paolo spriano, tina anselmi, corrado staiano, saverio tutino, nazzareno fabbretti

servizi  e interviste  su rai e tmc

 

12.11.20 .....  intervista raidue

crisalide... 

cara Viola, è proprio vero la nostalgia di poterti rivedere è tanta! ho visto la trasmissione, e ho rivissuto con te quei brutti momenti, che tanto ti hanno tolto ma tanto ti hanno dato.

Il tuo sito l'ho immediatamente segnalato a tanti amici ed anche a chi non ha avuto l'onore e la gioia di conoscerti. Sei grande! mi hai fatto tanta tenerezza, così forte ma anche così fragile.

... abbiamo lo stesso colore di capelli,

non solo non sei cambiata ma mi sei sembrata  anche più carina. T.V.T.B.

bianca e famiglia.

 

…..

ti ho visto e l'effetto è stato molto positivo:

bella donna, che si esprime bene....

il messaggio era chiaro ma non è emersa la

tua eccezionalità di persona creativa, che se

non gli va bene il mondo, è capace di inventarselo.

paola    dirigente azienda pubblicitaria

.....

 

ho avuto la gioia di vederti ed ascoltarti.

dssa sara moretti      autrice tesi laurea

...

 

...questa mattina il tempo è tornato indietro, ... con tanta nostalgia. un abbraccio forte 

franca    responsabile ospedaliero

 

...eccezionale come sempre !!! patrizia   avvocato

 

daniele   luciana     prof. g. e  d.ssa. m. zaffaroni   

fernanda    sara g.    tania    alessandra    loretta

graziella     tina    elisa    lidia    elide   

nilde    bruno     fabio     tecla     ute sdf  

 



 

 

un commento della giuria:

 

 

 

Luigi Santucci - 11 novembre 1918 - Milano  23 maggio 1999……ritenuto dalla critica il più importante narratore milanese della seconda metà del Novecento. ….Narratore a suo modo "storico", interprete di una borghesia alla quale apparteneva, Santucci si muoveva a suo agio tra la famiglia, il lavoro, gli amici, i luoghi amati. Usava una lingua pulita, elegante e ricca di vocaboli inconsueti. I critici letterari gli riconoscono unanimemente un’ironia che non è né mordace né affettuosa.      Vincitore, in Italia e all’estero, di molti premi letterari (Campiello compreso), commediografo, poeta, autore di prosa e di elzeviri, Luigi Santucci annovera fra i suoi libri Il Velocifero (Mondadori, 1965), storia d’ambiente milanese che fa rivivere figure, oggetti, interni domestici tra fine Ottocento e primo Novecento.      www.stpauls.it

 

straordinario

una capacità di analisi dall’interno del suo calvario di malata

in bilico costante tra disperazione-sgomento e disinvoltura in una superficialità solo apparente e ‘giuocata’

mentre si dipana una tremenda impietosa ma a tratti

paradossalmente gaia filosofia del sopravvivere

del corteggiare e maledire la vita.

lo stile è un suo dimesso-parlato  perfetto,

sicuro, snello, riuscendo

a scattare in continui balzi di vitalismo 

e baratri di sofferenza

senza mai una sbavatura di retorica

luigi santucci  

 


 

 

 

 

MAMMA DORME

O E’ MORTA ?

QUELL’ACCENNATO SORRISO

METAFORA DELLA SUA VITA

SEMBRA VOLERSI APRIRE IN PAROLE

E ACCOGLIENTE GESTO

 

MAMMA DORMI O SEI MORTA?

VORREI SCUOTERTI FURIOSAMENTE

PERCHE’ NON SO PIU’ QUAL E’ IL SENSO !

 

MAMMA SVEGLIATI E

SORNIONA GUARDANDOMI 

CON LA CODA DEGLI OCCHI SCURI

DIMMI SEMPRE

SEI PROPRIO TUTTA MATTA

 

PERCHÈ COSÌ IO APPAIO

MA SOLO TU SAI CHE NON SONO

E VIVRO’ COME TU NON HAI POTUTO MAI.

 

31 marzo 2005 ore 19.-

 

www.violettanet.it

 

 

 

 

 

 

 

da crisalide ebbi quindi le ali

per un volo breve

… come le farfalle ?

 

 

la farfalla non conta gli anni

ma gli istanti

per questo il suo breve tempo

le basta

rabindra nath takhur

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2008

non ricordo bene cosa pensai quando seppi che  avevo un anno di vita circa...       mese + mese –     

non era importante.

credetti al primario ed ai miei genitori.    

non pensai o non volli.

sono passati diversi anni e sono un ‘caso clinico’  proprio perchè  sono qui... a scrivere...  ma quel giorno ... quell’istante in cui  le parole arrivarono al cervello... ‘un anno circa’ non produssero ripensandoci a posteriori ....  un grande effetto.     come se fosse la 'logica' delle cose.   

tali erano e tali accettavo -  subivo - volevo ?

non so.

se oggi mi dicessero la stessa cosa  reagirei  diversamente suppongo - non perchè non sarebbe credibile ma conterei ogni giorno ogni istante  ogni momento  ogni secondo  fino ..   all’ultimo

riesco a pensare a molte cose contemporaneamente  quindi nulla potrebbe distogliermi da quel pensiero ma poi ….  che male c’e’ a morire?     

vivere è morire

tutto è come la chioma di un albero.  molte foglie e foglioline .  tante ne muoiono tante ne nascono.

perchè prendersela

perchè oggi  ripensare a quel giorno

forse non mi dispiacerebbe l’esperienza

forse  una rivendicazione

?

un anno .   

avrebbero giurato sulla loro convinzione

un anno e si sono sbagliati

un anno che non si dimentica mai

un anno -  un secolo -  un attimo -  un secondo

tutto è relativo

.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

www.violettanet.it    home page       http://violettanet.blog.tiscali.it

 

b l o g

Dedico questo post a Violacolor (e spero che non me ne voglia).    

Davvero merita immergersi nella lettura di "Crisalide", diario della sua storia.     E' un racconto crudo che arricchisce chi lo legge, è pregno di dolore e rabbia, ma c'è anche tanto amore.……    

massimo  fotoimpressioni.blog.tiscali.it  -  11.2007

THINKING BLOGGER AWARD

Nomino Violetta   con il suo diario Crisalide, che mi ha gettato in un altro mondo, che mi ha sciupato, ma che mi ha anche reso migliore

 

 

 

 

 

 

foglie

3^ premio - concorso 'un sms per salvare la foresta amazzonica' - 21 marzo 2009 - verona

presente marcia theophilo

 

foglie

come occhi verdi della foresta

vigilano

 

foglie

come mani degli alberi

proteggono

 

foglie

come cuore che batte

vivono

www.violettanet.it/poesie_violetta/amazzonia.htm  + audio

 

 

PRIMAPERSONA            APRILE 2009

A te e a tutti gli altri. Voi sani .

rivista semestrale edita dalla fondazione archivio diaristico pieve -  – presidente saverio tutino

ARTICOLO DI FRANCESCO DELLA COSTA SU BRANO TRATTO DA CRISALIDE

 

 

 

 

letture bendate

a te e a tutti gli altri voi. voi sani

di Francesco Della Costa  -  PRIMAPERSONA 2009

 

Per Violetta…….. scrivere serve a “ridimensionare” un passato ed un presente vissuti male, sofferti violentemente, deturpati da un terribile male alla pelle.

Lo scrivere una memoria della malattia “ridimensiona”, conferisce una nuova forma all’esperienza, mettendone in luce gli aspetti centrali: “la precarietà” di una vita che è anche oscillazione continua tra una forte volontà di guarire e la allarmante tentazione di abbandonarsi.

E poi, come sulla pagina che pubblichiamo, Violetta sfoga il suo disgusto per la difficoltà spesso incontrata nel ricevere attenzione e solidarietà dai medici, come, forse soprattutto, il dolore per una “solitudine mai accettata”.

Nove anni tra le cliniche e il letto di casa, tra il male e la cura che hanno rimodellato la sua bellezza giovanile, sono passati nella quasi totale solitudine.

Le persone, fuori dall’ospedale, gli amici, gli uomini che ha amato, non hanno molto tempo per la sua pelle, non hanno che qualche minuto ogni tanto da passare con lei.

Nessuno vuole fare progetti con lei, nemmeno a breve termine Soltanto la madre è al suo fianco.

Non le resta che scrivere a se stessa, che “raccontare storie” alla “pastiglietta” di cortisone con cui divide l’esistenza quotidiana. Si tratta, in qualche modo, fosse anche immaginario, di riannodare le fila di una condivisione, di un dialogo spezzato con il mondo, quel mondo che non capisce o che non vuol più nemmeno star a sentire chi sta male:

tutto ciò che ha scritto, Violetta, l’ha dedicato

“a te e a tutti gli altri voi. Voi sani”.

 

 

da  crisalide

Piccola pastiglia bianca, stamattina mi sei simpatica. Da un lato una sigla, dall’altro l’intaglio a croce perché se voglio, ti prendo intera, metà, un quarto. Non posso però non prenderti. Ogni giorno questo incontro. Io e te. Io che ti amo e ti odio e tu che mi salvi e mi uccidi insieme.

Sciogliti dentro di me e lascia andare le tue sostanze a bloccare il male.

Non sei poi eccezionale. Non guarisci. Blocchi soltanto.

Come? Oh, sì, il tuo “soltanto” mi tiene per ora ancora viva.

Grazie, allora, piccola pastiglia bianca, ma in che modo vivo?

Mi hai resa schiava. Senza te non posso stare. Se venisse una catastrofe qualsiasi (non sarebbe impossibile oggi) avrei paura di non trovarti e io morirei. Come una persona drogata e dipendente.

Andrei elemosinandoti per sopravvivere. Mi venderei per sopravvivere.

No, non sei eccezionale. Nuova ma non eccezionale.

Mh? Sì, lo so. Ti hanno concepita in modo tale da farmi morire un po’ più in là. I tuoi danni sono più lenti. Avrò qualche anno in più. Bella soddisfazione. Che gusto ci trovi a contarmi i giorni? Che gusto ci provi a tenermi sul filo, a vedermi spiare la pelle, a sentirmi piangere, a cercare energie per arrivare al mattino dopo. Che gusto ci trovi a vedere la mia faccia stanca perché non mi fai dormire. Mi sballi l’umore, mi fai collassaRe perché il surrene è bloccato? Rispondimi cretina.

Scusami, non volevo.

In fondo sono viva.

Hai ragione tu.

Ti ricordi l’anno scorso quando mi avevano detto che dovevo morire? Come no?

Quel giorno ero seduta sulla panchina di metallo, verniciata di bianco e qua e là pezzetti di vernice si erano staccati e parevano tante mosche in quell’immenso bianco.

Aspettavo il mio medico e intanto tutti quelli che mi passavano davanti, medici, infermieri, malati recidivi, si fermavano a parlare con me. Anche le piastrelle mi conoscono, ormai.

Quante volte ho camminato lungo quell’interminabile, lungo corridoio? Quante porte ho attraversato per fare esami, biopsie, radiografie, prelievi?

Quanti medici mi hanno fotografato, esaminato, osservato come un animale. E io nuda in mezzo a dieci, quindici, venti di loro, mi vergognavo del mio corpo ma sorridevo e fornivo notizie, sensazioni, proposte perché li volevo amici e volevo guarire!

Ma che vergogna sentire i loro occhi davanti, dietro e le loro mani addosso mentre si dicevano: “no, ti sbagli, questa è una forma polimorfa, da manuale. Fotografala. Scommettiamo che ho ragione?”. E mentre mi rivestivo riportando i seni e il male dentro la biancheria mi sentivo meno a disagio e pensavo: “Ma come ‘scommettiamo’ ?! Scommettiamo sulla mia vita, sulla mia pelle?! Scommettiamo! Sono diventata una scommessa! Non sono una vita, sono una scommessa!”

Ero rimasta sola nello studio. Loro se ne erano andati, avvoltoi bianchi lungo il corridoio bianco dell’ospedale bianco, scommettendo.

Scommettendo, piccola pastiglia bianca, scommettendo. A cosa serviva piangere?

Cos’hai detto? Sì, il giorno dopo uno di loro mi ha chiesto scusa. Uno. Non gli altri quindici!

Aspetta, non ho finito!

Io dunque stavo aspettando il prof. … Lo conosci, no, quello piccoletto, testa alta, petto in fuori, pancia in dentro e il camice sempre aperto, come il mantello di  Kid. Ecco, lui.

Senza nemmeno dirmi “buongiorno” mi disse: “perché non entra lunedì?”

“…?”

“Vorrei farle provare il… perché lei capisce che non può continuare con il cortisone. Sta diventando immune”.

“Ma il… l’ho già provato nell’altro ospedale e non ha avuto effetti e…”.

“Che c’entra, era un altro periodo. Così non può andare avanti. Su, Violetta, lei è troppo intelligente per non aver capito”.

“Ma, altre alternative  …”.

“Non ce ne sono”.

“Cosa significa?”.

“Significa che se le venisse un’altra ricaduta forte, non ci sarebbero possibilità e…oh, dottor … a proposito, per quella riunione di oggi…”.

E se ne andò. Senza dirmi buongiorno, senza finire il discorso.

Ma quale discorso? Un monologo.

E io restavo lì, sulla panchina bianca di metallo, improvvisamente freddo, e non mi sentivo intelligente per niente e non volevo capire il significato di niente.

Volevo soltanto piangere nelle braccia del mio medico.

Per dire un eufemismo si arrabbiò, ma confermò con altre parole quello che mi era stato appena detto. Aggiunse che non si poteva sapere se avrei avuto un’altra ricaduta. Potevo anche guarire all’improvviso, così come mi ero ammalata e lui non avrebbe avuto spiegazioni da fornire.

E allora?

Aspetta impaziente pastiglietta.

Allora il viaggio in Svizzera dall’altro dermatologo. Sai, quello bello, alto, elegantissimo, educatissimo, con lo studio in Place … a Losanna, tutto bianco e verde, con quel bellissimo arazzo nel salotto e una stupenda serra tra lo studio e l’ingresso? Proprio lui.

Conosco la mia malattia anche nella sua lingua e dopo avermi seriamente ascoltato fino alla fine, dopo avermi fotografato, davanti e dietro in dettaglio, dicendo “tres intéressant” mi ha consigliato di rientrare in Italia il giorno stesso. Di farmi ricoverare (perché in Svizzera avrei dovuto pagare moltissimo e lui sa perfettamente che non ho mezzi -  anche se non mi fa sconti sulle parcelle).

Mi consigliò i sali d’oro e la plasmaferesi e mi fece tanti auguri con lo stesso tono di chi sa di non rivederti più!

Ma il famoso medico -  nembo Kid non voleva farmi RICOVERARE per i sali d’oro e la plasmaferesi. Mi avrebbe ricoverato per fare la “sua” terapia!

Così alla fine della favola, non potevo nemmeno decidere della mia morte. Non potevo permettermi il lusso di scegliere e di offendere le proposte di  Kid. Io dovevo mettermi nelle mani degli altri. La mia vita non mi doveva riguardare!

Riguardava gli altri.

Pensa, mi salvò l’ortopedico. Sì, l’ortopedico non il dermatologo! Mi disse che il processo di necrosi alla spalla non giustificava un improvviso ricovero per sostituire il cortisone. Che mi facessi le vacanze in Svizzera. Che mi calmassi il sistema nervoso. Che si sarebbe visto più avanti cosa fare. E sono qui, con te, pastiglietta. Nuova pastiglietta. Cara pastiglietta. Bella pastiglietta bianca di cortisone. Va bene, “nuovo” cortisone. Mi farai morire un po’ più in là. Di quanto pastiglietta? Di tre, di quattro, di cinque anni?

Non lo sai nemmeno tu.

Non sai niente, come loro. Ma restiamo amiche. Ti racconterò tante storie.

Non ti annoierai, vedrai.

Intanto vai giù e fai il tuo dovere.

Cara pastiglietta, concentrati, cerca di volermi bene perché se non “funzioni” non ho davvero più alternative.

A meno che tu non voglia considerare la morte un’alternativa alla mia vita.

 

 

***

 

 

per papa'

12.10.2009

 

rannicchiato

nel letto

in disordine

dormivi

parlando

senza suono

a fior di labbra

mentre la mano

cercava qualcosa

sulle lenzuola

stropicciate .

ERO immobilizzata

dall'inevitabile .

piu tardi

sveglio

e lucido

sorridevi

e dicevi

di stare meglio

forse perché

ero  lì vicino .

tacevo

alle inconsuete

parole

che mai

mi  FURONO

rivolte

ed ora

che sei morto

continuo

a cercare

la tua approvazione .

 

 

 

 

 

 

gocce
singole
e unite
in una sola
acqua
sconvolgono
e inabissano
per sconosciuti
disegni

gocce
che dissetano
placano
rinfrescano
e
scivolano
sulle cose
vive
o inanimate
accendendo
la
terra
di colori
energia
luce
in
un battito
universale

la
vita !


- Targa Premio speciale -  ACCADEMIA DELLA POESIA
- Un bosco per kyoto ha creato un premio speciale
” Verona 2010″ -  Gocce – per salvare l’acqua con una poesia -
presidente della giuria   Marcia Theophilo

 

www.violettanet.it/poesie_violetta/amazzonia2.htm    + audio

 

 

 

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