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GRIOT

 

 

griotS -  cantori della tradizione storica


termine francese che indica i nyeeny gli artigiani o cantastorie che con i geer

- agricoltori allevatori pescatoRI -  compongono il gruppo sociale

degli "uomini liberi" Wolof della regione di Dakar...


The griots

are above all professionals who represent as a group, a well-defined social caste. Their role is multifaceted: as historians and genealogists, they are the chief repositories of the history of a region, its designated chroniclers. As musicians, their presence was traditionally required at all celebrations and rituals. Although the griot caste ia among the lowest in the social hierarchy...griots are nevertheless much admired for their talent, and they can make a great deal of money. Among them, one find the most virtuosic of singers and instrumentalists. Their education and training, exclusively oral, necessitates a lenghty apprenticeship under the direction of a teacher-most often the father, or an uncle. It is necessary to study for many years in order to master the technique of an instrument or to learn all the songs and histories, and master the ensemble work indispensable to the activities of the professional. Some griots are more or less sedentary, and their renown is confined to the limits of their village or territory. (In this case, the griot will also work at another job: fisherman, farmer, etc.) Other griots are itinerants, and their reputation and income can vary considerably.

geocities.com/ritmi2002/griots_west_africa.htm

 

 

 

l’artista Raisha Souare, griot della Guinea

cantante e compositrice di molti suoi ROMANZI , interprete carismatica ed elegante, soprannominata oggi “La tigre del Mandingo”. Raisha Souare ha cominciato la sua carriera negli anni ’90 a Parigi come corista di Sekouba Bambino (famoso griot della Guinea del gruppo Africando) e con Dianca Djabatè, dal ’98 poi come solista nel suo gruppo, del quale fa parte il famoso griot Djelì Moussa Kondè suonatore di kora. Il griot, poeta e grande musicista, è conoscitore e insegnante del Mandingo (impero del medioevo che si estendeva dalla Mauritania alla Costa d’Avorio di oggi), conserva la memoria delle genealogie dei clan, è portavoce nelle adunanze e conciliatore nelle controversie. Allestisce spettacoli sulle pubbliche piazze per gli abitanti dei villaggi che accompagnano la poesia, il canto e la musica con la danza. Nell’impero mandingo ad ogni principe era addetto un griot che lo seguiva in ogni suo spostamento e si occupava del suo protocollo. Ai giorni nostri, pur esistendo ancora la figura del griot “privato” ESISTE ANCHE QUELLO 'PUBBLICO'.......
http://www.unitn.it/unitn/numero68/dunga.htm

Attraverso la ripetizione di parole e immagini aiuta a memorizzare eventi, storie e racconti tramandati prima attraverso la tradizione orale (dal cantastorie, dal griot africano, dal bardo celtico, ecc.,) e più tardi trascritte con un codice linguistico
http://digilander.libero.it/costalta/lingua10.html


L’arte e la funzione del narrare, in Africa, sono appannaggio del griot, che nell’antichità rappresentava la casta nobile. Egli era il consigliere del re, il “saggio per eccellenza”, da consultare prima di ogni decisione importante.....
Attualmente la funzione politica del griot è notevolmente diminuita, tuttavia continua a essere il cantastorie per eccellenza, il depositario di un sapere che viene ancora tramandato di generazione in generazione. I giovani che volevano diventare griot dovevano dedicarsi per lunghissimi anni allo studio di alcuni generi letterari come la poesia, i canti dinastici o le epopee della tradizione.
Per quanto riguarda la
relazione tra griot, anziani e comunità di appartenenza, bisogna tener presente che nelle società africane il sapere non appartiene al singolo filosofo, intellettuale, individuo; è patrimonio della comunità. In generale quindi, il griot e gli anziani avevano e hanno soltanto il compito di controllare che la tradizione e i valori della cultura vengano tramandati, senza che nessuno se ne prenda il merito se non gli antenati, coloro che hanno tracciato le strade che ancor oggi l’Africa percorre. “Il più grande libro è il popolo”, capace di esprimere la “vitalogia”, ossia la logica della vita, la scienza della vita riflessa, di superare la dicotomia anima e corpo e mondo dei vivi e mondo dei morti.

insenegal.org

 

Ma cos’è un griot? «E’ una biblioteca naturale.

È un anziano custode dei segreti e delle tradizioni della sue gente. In Bambara (la lingua del mio paese) Griot si dice Djeliya che significa, umanità, nobiltà e anche “colui che ha il dono della parola”».
www.larticolo.it

 

L’oralità cos’è?
L’oralità è “l’insieme di tutti i tipi di testimonianza trasmessi
verbalmente da un popolo sul suo passato”. L’oralità è, semplicemente, l’arte del narrare. Spesso si tratta di favole, canzoni, proverbi raccontati oppure cantati dal griot o dagli adulti di una comunità.

 
Cos’è un Griot?
Un griot o una griotte è colui che si specializza nell’arte del narrare: i modi di raccontare, con i gesti e i toni della voce umana. Le sue performance sono abitualmente interattive col pubblico per suscitare emozioni ed insegnare qualche cosa o trasmettere delle storie.

 

A cosa serve l’oralità?
L’oralità serve, sia per divertire, sia come veicolo per trasmettere delle storie. L’oralità insegna lezioni di moralità, permette di fare commenti sulla società e ciò che succede in essa.
Nella cultura orale, la storia, il sapere, gli usi e costumi, le tradizioni, le regole sociali, tutto si tramandava da bocca ad orecchio, ossia con la parola. Quindi chi sopravviveva più a lungo, più cose sapeva e più esperienza di vita aveva. Più anziano diventava, più saggio diventava, perché era forgiato dall’esperienza della vita. Allora,
gli storici del villaggio erano i griot. I nonni tramandavano le regole della società e le storie del villaggio tramite favole, parabole ed indovinelli.

http://digilander.libero.it/vocidalsilenzio/attikossi.htm
http://www.muspe.unibo.it/cimes/sdm/suoni91.htm

Griots       suonatori di tamburo e di tromba
Per le antiche colonie francesi dell'Africa occidentale, la letteratura specialistica, usa il termine griot per indicare non solo i cantori di lodi ma spesso tutti i musicisti. L'etimologia della parola è controversa; potrebbe derivare dal vocabolo portoghese criado.
Oggi meno che in passato, i griot hanno uno status particolare in alcune zone dell'Africa occidentale, formarono una casta separata.
Balla Fassekè Kouyatè fu il primo griot, fedele compagno dell'Imperatore Soundiata Keita circa alla metà del dodicesimo secolo siccome parte del suo seguito, il famoso principe guerriero autore di eroiche imprese fece diventare celebre anche il griot Balla. Egli seguiva il principe nelle sue imprese e decantava la folli avventure ed eroiche gesta a chiunque incontrasse.

www.djembemania.com

 

 

In tante società dell'Africa occidentale il personaggio del griot

è quello che gira in continuazione, tra villaggio e villaggio, cantando le storie delle famiglie famose e la storia delle comunità. Nei tempi antichi, i griot furono i consiglieri dei re, gli inviati tra le famiglie nobili, i portavoce, ed i custodi della storia e dei costumi del loro popolo.
I griot erano, e sono, i custodi della parola; conoscono i misteri delle età, e li trasmettono tramite le loro storie, cantate in onore di personaggi famosi e in momenti di raduno comunale, tipo le feste, le nascite, i funerali, ed i riti di passaggio dei ragazzi nel mondo degli adulti. I griot erano, e sono, i maestri della lingua parlata e quelli che stanno al centro del circolo del raduno, tenendo vivi per la comunità i legami tra passato e presente.
All'inizio del ROMANZo La promessa di Hamadi, uscito nel '90 e scritto "a quattro mani" da Saidou Moussa Ba, del Senegal, e Alessandro Micheletti, leggiamo che i griot sono:
[i custodi] della memoria dei nostri popoli.
[...]sono gli scrigni delle parole,
gli scrigni che custodiscono i segreti dei secoli.
Conoscono tutte le storie passate e presenti,
tutte le leggende dei re, degli uomini, degli animali;
le conoscono e le cantano di villaggio in villaggio...
in modo che non vadano perdute.

james walker - www.eksetra.net

 

 

 

PENSARE AFRICANO
I miti
Tutte le forme letterarie africane usano dei simboli anche se alcu-ne storie sono più ricche di simboli di altre in quanto rappresentano tradizioni arcaiche. In genere ogni storia si struttura attorno ad un tema generale dal quale e verso cui tutto il racconto si svolge. Ogni mito ha un senso profondamente religioso anche quando tratta di argomenti cosmologici ed antropologici. Tutti i miti hanno valore morale e religioso. Essi sono vere e proprie creazioni del pensiero aventi fondamento immaginativo e speculativo. Ogni mito nasce dalla vita e la sua struttura una logica ben precisa. In questo senso, i miti stimolano il pensiero e sono oggetto di speculazione.


Nomi di persone
I nomi di persone e di luoghi hanno sempre un significato e c'è sempre una storia che li accompagna. Così, ad esempio, il nome "Ndem mboh", cioè "Dio il Creatore" allude all'eternità di Dio e fa sì che il finito, colui che porta questo nome, partecipi all'infinità dell'infinito. I nomi di persone e di luoghi caratterizzano la forma e il valore che rappresentano.


L'età del "Pensare" africano
(…) Il pensiero non ha colore né età, né è di ordine materiale, perciò, finché l'uomo vive, vive il pensiero. E antico quanto l'uomo ed è giovane quanto è giovane la vita.


ASPETTI DELLA CIVILTÀ AFRICANA
Nel processo di mutamento culturale delle società tradizionali, avviato dallo scontro-incontro con l'Occidente, si sono verificati e continuano a verificarsi alcuni fenomeni particolari che dagli studiosi vengono designati con termini quali: disintegrazione culturale, deculturazione, detribalizzazione, vuoto culturale, integrazione culturale, selezione, fusione, ecc.


"Ospitalità"  -   "ospite"
Il termine ospitalità in Kimbundu si traduce con la parola ujitu. Ujitu è però la parola che si usa anche per designare il termine italiano "offerta", o meglio, "l'arte di fare offerta".
Il termine ospite, invece, si presenta in kimbundu con varie accezioni:
a) Mujitu - designa l'ospite in generale, e in quanto tale il termine non si discosta da ujitu, appena visto. Questa appartenenza allo stesso campo semantico di mujitu e ujitu, già può darci un'utile indicazione per la nostra ricerca.
b) Musonhi deriva dalla parola soizui, plurale jisonhi, e significa "vergogna". Qui, però, il termine si riferisce a quella vergogna sinonimo di timore reverente e ossequioso; pertanto musonhi è quel tipo di ospite che si comporta dinanzi alla persona che lo ha ospitato in modo scrupoloso e cerimonioso. È il caso, ad es., dei rapporti che in Africa si stabiliscono tra generi o nuore con i rispettivi suoceri.
c) Ngenji - è l'ospite visto come il viandante, pellegrino e forestiero.
d) Nzeizza - il termine deriva dal verbo kuitzenza, che significa "trattare con delicatezza", come quando si ha a che fare con un oggetto fragile.
e) Mukunji - è l'ospite visto in qualità di qualcuno che porta o racchiude dentro di sé un messaggio. In questa accezione vanno compresi i messaggeri, gli araldi, i missionari, i negoziatori di trattati, gli invitati a recare notizie o intimazioni dall'uno all'altro gruppo etnico amico o nemico, e la loro missione può comportare l'attraversamento di territori occupati da gruppi etnici ostili o poco noti.

www.kaleidon.it
www.amicideipopoli.org

 

 

 

Le griot est le maître de la parole

la mémoire de l’Afrique de l’Ouest et le gardien des traditions et des coutumes. On dit chez nous « Si un griot meurt c’est toute une bibliothèque qui se perd ». Le griot est aussi le conseiller du roi et des chefs traditionnels. Il joue un rôle de médiateur entre les peuples pendant les moments de guerre. Dans les périodes de paix, il intervient régulièrement dans la vie des familles et des couples. Par exemple, quand un homme veut demander la main d’une femme, il fait appel au Sotigui Kouyaté
griot qui connaît tout le monde. Il est même capable de tracer la généalogie des familles africaines de l’Ouest. Je tiens à signaler qu’on ne devient pas griot quand on le veut, mais on hérite ce métier de père en fils et de mère en fille. On peut le devenir aussi par alliance c’est-à-dire que la femme d’un griot devient griotte et aussi les enfants. Le griot est une caste au Mali, ce qui ne veut pas dire une caste d’origine religieuse comme est le cas en Inde mais plutôt un métier et celui du griot c’est la parole et les conseils qu’il prodigue à celui qui en a besoin. Il n’est pas directement rémunéré comme dans les autres métiers mais sa rémunération est laissée à la générosité de chacun. C’est un métier qui reste, malgré tout, aussi mal compris depuis l’époque coloniale jusqu’à aujourd’hui. En fait, quand les colonisateurs français sont venus au Mali, ils ont dit qu’ils ont trouvé des braves gens travailler et d’autres qui ne faisaient rien et vivaient au dépend de la société. Ils parlaient justement des griots dont il ne saisissaient pas l’utilité. Même en Afrique, ce métier n’est pas bien connu car il est spécifique de la zone de l’Afrique de l’ouest.

interview Hanene Zbiss - realites.com.tn

 

 

 

 

La «parola» a rischio di estinzione
In bambara, una delle lingue principali del Mali, griot si dice jely.

Dalla stessa radice semantica deriva il termine jeliya, che può essere tradotto come «umanità» e «nobiltà», ma al contempo sta a significare «colui che ha il dono della parola». Con la sua sacralità, quella che richiama la memoria delle origini, ogni griot riesce a trasmettere alle nuove generazioni il senso collettivo dell’identità e le immagini del tempo passato. Il grande prestigio e il ruolo quasi fiabesco rivestito da ogni griot nella società tradizionale ha indotto anche la cinematografia africana a rappresentare in importanti lungometraggi le storie quotidiane di questi personaggi. Il passaggio dall’oralità al cinema, dove i temi e i modi del racconto verbale vengono piegati e ridisegnati per adeguarsi ai nuovi codici espressivi della celluloide, hanno prodotto autentici capolavori. È il caso di Keïta! L’héritage du griot, il film del regista-cantastorie Dani Kouyaté prodotto nel 1994 in Burkina Faso. In esso vengono magistralmente rappresentati i racconti «magici» dell’anziano griot Deliba. L’esperienza conduce il protagonista a lasciare il villaggio per recarsi in città per iniziare il giovane Mabo alla conoscenza di sé attraverso la storia dei suoi antenati. La trama, che si ricollega alla storia mitica del re Sundiata Keita, propone spunti di riflessione specie sull’incompatibilità moderna tra la conoscenza tradizionale e il sapere istituzionale di tipo occidentale, imposto dalle scuole e dagli organi dell’istruzione fortemente globalizzanti. ...

www.gesuiti.it

 

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