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gatti and
co_luis
sepulveda


Luis Sepùlveda
Historias marginales
Le rose di Atacama - insieme di 35 racconti - 155 pagine
in l'amore e la morte
l'eutanasia dell'amatissimo gatto Zorba
Nato ad Ovalle in Cile nel 1949, militante di Unità Popolare,
fu costretto ad abbandonare il suo paese in seguito al colpo di stato che
mise fine al governo di Allende. Il suo impegno di militante ecologista lo
ha spinto a partecipare a diverse missioni di Greenpeace. Attualmente vive
tra Germania, Parigi e la Spagna. Si è imposto all’attenzione del pubblico
con IL ROMANZO Il vecchio che leggeva ROMANZI d’amore, creandosi una schiera
di fedeli lettori che amano l’ambientazione sudamericana ed i valori
espressi nei suoi racconti.
rainews24
zorba - l'amore e la
morte ...
Questa mattina il postino mi ha consegnato un
pacchetto. L’ho aperto. Era la prima copia di UN ROMANZo che
ho scritto pensando ai miei figli più piccoli. Sebastiàn che
ha undici anni, e i gemelli Max e Leòn che ne hanno otto.
Scriverlo è stato un gesto d’amore verso di loro, verso una
città, Amburgo, in cui siamo stati intensamente felici, e
verso il personaggio principale, Zorba, un gatto nero grande e
grosso che è stato per molti anni il nostro compagno di sogni,
racconti e avventure.
Ma proprio mentre il postino mi consegnava la prima copiaDEL ROMANZo e io avevo la gioia di vedere le mie parole allineate
nell’ordine meticoloso delle pagine, Zorba veniva visitato da
un veterinario perchè afflitto da una malattia che prima lo
aveva reso inappetente, triste, malinconico e poi gli aveva
complicato drammaticamente la respirazione. Nel pomeriggio
sono andato a prenderlo e ho saputo il terribile verdetto: mi
dispiace, il gatto ha un cancro polmonare a uno stadio molto
avanzato.
Le ultime frasiDEL ROMANZo parlano degli occhi di un gatto
nobile, di un gatto buono, di un gatto di porto, perchè Zorba
è tutto questo e molto di più. E’ arrivato nelle nostre vite
proprio quando nasceva Sebastiàn, e con il tempo è diventato
molto di più del nostro gatto: si è trasformato in un nuovo
compagno, in un amato compagno a quattro zampe dalle fusa
melodiose.Amiamo quel gatto e in nome di quest’amore ho dovuto
radunare i miei figli e parlargli della morte. parlare della
morte a loro che sono la mia ragione di vita. A loro, così
piccoli, così puri, così ingenui, così fiduciosi, così nobili,
così generosi. Ho lottato con le parole cercando quelle più
adeguate per spiegare loro due terribili verità.
La prima era che Zorba, per una legge che non abbiamo
inventato noi, ma che dobbiamo accettare anche a spese del
nostro orgoglio, sarebbe morto, come tutto e come tutti. La
seconda era che dipendeva da noi evitargli una fine atroce e
dolorosa, perchè amare significa non soltanto fare la felicità
dell’essere amato, ma anche evitare le sofferenze
salvaguardare la sua dignità.
So che le lacrime dei miei figli mi accompagneranno per tutta
la vita. Come mi sono sentito disgraziato, debole, davanti
alla loro mancanza di difese. Come mi sono sentito miserabile
davanti all’impossibilità di condividere la loro giusta ira,
il loro rifiuto, il loro canto alla vita, le loro imprecazioni
contro un Dio che per loro e solo per loro avrebbe trovato in
me un credente, e anche davanti all’impossibilità di
condividere le loro speranze, invocate con tutta la purezza
degli uomini nel loro momento migliore.
La morale è un attributo o un’invenzione dell’umanità? Come
potevo spiegare ai miei figli che avevo il dovere di
salvaguardare la dignità e l’integrità di quell’esploratore di
tetti, di quell’avventuriero dei giardini, terrore di ratti,
scalatore di ippocastani, bullo di cortili al chiaro di luna,
eterno abitante delle nostre conversazioni e dei nostri sogni?
Come potevo spiegare che ci sono malattie che hanno bisogno
del calore e della compagnia dei sani, mentre altre sono solo
un’agonia, dove l’unico segno di vita è veemente desiderio di
morire?
e come rispondere al drastico <<perché proprio lui>> ? Già,
perché proprio lui? Il nostro compagno di passeggiate nella
Selva Nera. Che gatto folle ! mormorava la gente quando lo
vedeva correre accanto a noi oppure seduto sul portapacchi
della bicicletta. Perché proprio lui? Il nostro gatto di mare
che aveva navigato con noi su un veliero nelle acque del Kattegat. Il nostro gatto che, appena aprivo la portiera
dell’auto, era il primo a salire, felice all’idea di
viaggiare. Perchè proprio lui? A che mi serviva aver vissuto
tanto, se non sapevo rispondere a questa domanda?
Abbiamo parlato circondando Zorba, che ci ascoltava con gli
occhi chiusi, confidando in noi, come sempre. Ogni parola
spezzata dal pianto è caduta sulla sua pelliccia nera. Lo
abbiamo accarezzato confermandogli che eravamo con lui,
spiegandogli che proprio l’amore ci portava alla più dolorosa
delle decisioni.
I miei figli, i miei piccoli compagni, i miei piccoli uomini,
così teneri e duri, hanno mormorato sì, fa’ fare a Zorba
quell’iniezione che lo farà dormire, che gli farà sognare un
mondo senza neve con cani gentili, con tetti grandi e
soleggiati, con alberi infiniti.
Dalla chioma di uno di quegli alberi ci guarderà per
ricordarci che lui non ci dimenticherà mai.
Ora che scrivo queste righe é sera. Zorba riposa ai miei piedi
respirando appena. La sua pelliccia splende alla luce della
lampada. Lo accarezzo impotente, pieno di tristezza. E’ stato
testimone di tante serate di scrittura, di tante pagine. Ha
diviso con me la solitudine e il vuoto che arrivano dopo aver
messo la parola fine a UN ROMANZo . Gli ho recitato i miei
dubbi e le poesie che un giorno voglio comporre.
Zorba. Domani, per amore, avremo perso un gran compagno.
P.S. Zorba riposa ai piedi di un ippocastano, in Baviera. I
miei figli hanno fatto una lapide di legno su cui si legge:
Zorba - Amburgo 1984
- Vilsheim 1996
pellegrino
qui giace il più nobile dei gatti
ascolta le sue
fusa
*
Luis Sepulveda con i proventi dei suoi libri promuove una fiera annuale la
narrativa sudamericana
Quando sono nato ero già un fuggitivo, un latitante.
Mia madre era ancora minorenne, e mio padre, di pochi anni più grande, era
stato denunciato dal suocero. Così sono stato partorito in un albergo,
durante una pausa forzata di quella fuga d´amore con tanto di mandato di
cattura. Sarà anche per questo, che ho sempre avuto la sensazione di non
essere di alcun posto
viveur.it - milano.cronacaqui.it - sepulveda
in italia
Ecrire
c’est former des lettres qui à leur tour forment des mots et
avec les mots je peux raconter tout ce que j’ai vu
Il mio stile è sobrio,
ma non in modo ricercato. In questo senso ho sempre presente la lezione di
Hemingway, che ha detto:
'Si possono scrivere ottime storie con parole da venti dollari, ma la cosa
davvero lodevole è raccontare quelle stesse storie con parole da venti
centesimi'.
Io scrivo, prima di
tutto, per capire meglio me stesso. E questo si ottiene solo senza troppa
magniloquenza letteraria, con la sobrietà del timoniere il quale sa che, pur
avendo tutto il grande mare a disposizione, basta un lieve tocco
di timone per allontanarlo dalla rotta.
foto rafael martinez
gomarche.it
*
O si
è un seduttore o non si è uno scrittore .
Se
non si è convinti di stare usando
le
parole più belle del mondo
della necessità di raggiungere con quelle parole
un
ordine esteticamente perfetto
che
riempirà di ammirazione chi legge
non
si sta credendo in ciò che si scrive .
Non si può fare nulla in letteratura
se non si parte dalla premessa fondamentale
che si scrive per sedurre il lettore
wuz.it
"L’ispirazione è negli occhi, nel naso e nelle
orecchie"
“La gabbianella e il
gatto” è il suo unico libro per bambini, le è piaciuto scriverlo?
"Ho appena finito di scrivere
una seconda storia per bambini. Volevo fare un elogio alla lentezza e ho
scelto come protagonista una lumaca. Scrivere per i bambini mi piace molto,
mi piace stimolare la loro curiosità. “La gabbianella e il gatto” è un libro
che mi ha dato molte soddisfazioni. La favola l'ho scritta quando vivevo ad
Amburgo con la mia famiglia che è composta, tra gli altri, dai miei cinque
figli e un gatto che si chiama “Zorba”. Sono stati i miei figli che mi hanno
chiesto di inventare una storia che avesse come protagonista il nostro
gatto. E io ho incominciato a raccontargli una storia che poi si è
trasformata nel “La gabbianella e il gatto”. Volevo scrivere una storia
divertente, intensa, che trasmettesse ai ragazzi il mio pensiero sulla
tolleranza. E il libro parla infatti di fratellanza e di amicizia".
il libro parla di
fratellanza e di amicizia
Hescka Sagred - new.ticinonews.ch
*
La politica e la vita errabonda
sembrano far parte del patrimonio genetico di Luis Sepúlveda
Il nonno Gerardo Sepúlveda Tapia (conosciuto anche col
nome di battaglia Ricardo Blanco) era un anarchico andaluso che fuggì in
America del Sud per evitare una condanna a morte che pendeva sul suo capo.
Anche la sua nascita porta questi segni: nacque infatti in una camera
d'albergo mentre i suoi genitori fuggivano a seguito di una denuncia -
sempre per motivi politici - contro suo padre fatta dal ricco nonno materno.
Il giovane Luis crebbe a Valparaíso con il suo nonno paterno e con uno zio
(anch'egli anarchico) che gli istillarono l'amore per i ROMANZI di avventura
di Salgari, Conrad, Melville. La vocazione letteraria si manifestò poco
dopo: a scuola scriveva racconti e poesie per il giornalino d'istituto.
Quindicenne si iscrisse alla Gioventù comunista. A diciassette anni iniziò a
lavorare come redattore del quotidiano Clarìn e poi alla radio. Nel 1969
vinse il Premio Casa de las Americas per il suo primo libro di racconti: "Crònicas
de Pedro Nadie" ed una borsa di studio di 5 anni per l'Università Lomonosov
di Mosca. Nella capitale sovietica rimase però solo pochi mesi; venne
infatti espulso per "atteggiamenti contrari alla morale proletaria" a causa
dei contatti con alcuni dissidenti (secondo altri avrebbe avuto una
relazione con una professoressa che, oltretutto, era moglie del direttore
dell'Istituto ricerche marxiste) e dovette rientrare in Cile.
Anche il periodo successivo non è dei più tranquilli. Abbandonò la casa
paterna per contrasti con il padre e, al contempo, venne espulso anche dalla
Gioventù comunista. Si trasferì allora in Bolivia dove militò tra le file
dell'Ejército de Liberaciòn Nacional. Tornato in Cile e conseguito il
diploma di regista teatrale, continuò a scrivere racconti, e lavorò ad
allestimenti teatrali e alla radio (oltre ad essere responsabile di una
cooperativa agricola). Entrò anche a far parte del partito socialista e
della guardia personale del Presidente Allende. Per questo, a seguito del
colpo di stato militare di Pinochet, venne arrestato e torturato. Passò
sette mesi in una cella minuscola in cui era impossibile stare anche solo
sdraiati o in piedi. Grazie alle forti pressioni di Amnesty International
venne scarcerato e ricominciò a fare teatro ispirato alle sue convinzioni
politiche. Questo gli costò un secondo arresto ed una condanna all'ergastolo
che, poi, sempre su pressione di Amnesty International, fu commutata nella
pena dell'esilio.
La condanna fu commutata in 8 anni di esilio, nel 1977 lasciò il Cile per
volare in Svezia dove avrebbe dovuto insegnare lo spagnolo. Al primo scalo,
a Buenos Aires, Sepulveda scappò con l'intenzione di recarsi in Uruguay.
Molti dei suoi amici argentini e uruguayani erano in prigione o erano stati
uccisi dai governi dittatoriali di quei pase, perciò si diresse prima verso
il Brasile, a San Paolo e poi in Paraguay, paese che dovette in seguito
lasciare per problemi con il regime locale.
Si stabilì infine a Quito, in Ecuador ospite del suo amico Jorge Enrique
Adoum. Qui riprese a fare teatro e prese parte a una spedizione dell' UNESCO
dedicata allo studio dell'impatto della civiltà sugli indios Shuar.
Durante la spedizione ebbe modo di vivere per 7 mesi a stretto contatto con
gli indios e arrivò a capire i motivi per i quali i principi del
marxismo-leninismo che aveva studiato non erano applicabili all' America
Latina in quanto abitato per la maggior parte da popolazioni rurali
dipendenti dall'ambiente naturale.
Nel 1979 raggiunse le Brigate Internazionali Simon Bolivar che stavano
combattendo in Nicaragua, dopo la vittoria nella rivoluzione iniziò
a lavorare come giornalista e l'anno successivo si
trasferì in Europa.
Si stabilì ad Amburgo per la sua ammirazione nei confronti della letteratura
tedesca, (aveva imparato la lingua in carcere) specialmente per i ROMANtici
come Novalis e Holderlin e lavorò come giornalista facendo molti viaggi tra
Sud America e Africa.
Nel 1982 venne in contatto con l'organizzazione ecologista Greenpeace e
lavorò fino al 1987 come membro di equipaggio su una delle loro navi,
successivamente agì come coordinatore tra i vari settori
dell'organizzazione.
Dal 1996 vive a Gijon in Spagna.
http://it.wikipedia.org/wiki/Luis_Sepulveda
*
interview
Dans vos
romans, la manière de raconter est typique des latino-américains. C'est
comme une revendication. On retrouve cet humour, cette manière de raconter
qui ne s'ajuste pas toujours à la vérité. Comment pouvez-vous écrire entre
la vérité et cette imagination ?
Je me considère fondamentalement comme un écrivain
espagnol. Je suis Chilien parce que je suis né au Chili. Très précisément,
je suis né dans un hôtel qui se nommait « Hôtel du Chili » ! Je suis
héritier de cette très riche tradition littéraire latino-américaine, de
cette forme d'écriture. J'aime passionnément ma langue. Appartenir à un
groupe humain de presque cinq cent millions de personnes unies par la même
langue est un cadeau de la vie. Moi, je jouis de ce cadeau et j'en suis
reconnaissant. Mes origines sont multiples, et en partie espagnoles, mais je
me considère comme un homme qui a fondé sa propre lignée. Je vis où je veux,
le temps que je veux, parce que je suis un homme libre. Je ne me prive pas
d'utiliser les synonymes de tel ou tel pays parce qu'ils me semblent plus
séduisants que d'autres. Je ne me prive pas de prendre les choses les plus
riches que possède la langue espagnole, uruguayenne ou argentine. C'est
extraordinaire d'être réunis autour d'une table avec des invités venant de
pays d'Amérique latine et d'écouter tous ces mots différents.
Je vous
assure que l'on se comprend très bien. C'est une langue tellement riche,
jeune et dynamique, si audacieuse, qui est encore en gestation.
perso.orange.fr
Que peuvent nous apprendre les Indiens Shuars d’Amazonie,
avec qui vous avez vécu et qui ont inspiré Le vieux qui lisait des romans d’amour
?
Que les êtres humains font, eux aussi, partie de ces
espaces naturels. Le seul enseignement possible, c’est l’enseignement de la
diversité. L’existence de ces populations autochtones démontre que la
diversité est possible. Et cela nous engage à défendre cette diversité.
routard.com
Lo scrittore cileno Luis Sepúlveda (1949)
ha una
biografia che farebbe felice il tipico editore americano, solito prediligere
i narratori che, prima di dedicarsi integralmente alla scrittura, hanno
fatto mille mestieri. Uomo di sinistra, con tendenze anarchico – comuniste,
è stato giornalista, ricercatore per l’UNESCO, guardia del corpo del
presidente Salvador Allende (1908 – 1973), guerrigliero, regista
cinematografico e teatrale, responsabile di una fattoria, studente
all’università di Mosca da cui fu cacciato, pochi mesi dopo l’arrivo, con
l’accusa di condotta immorale; secondo alcune fonti avrebbe avuto contatti
con il mondo della dissidenza, secondo altre sarebbe stato l’amante della
moglie del direttore dell’Istituto per il Marxismo - Leninismo. I suoi
scritti hanno vasta diffusione e sono stati tradotti in molte lingue e, in
vari casi, usati per spettacoli teatrali e trasferiti sul grande schermo ..
umberto rossi - quotidianoligure.it
*
Luis Sepúlveda
Ryszard
Kapuscinski Simplemente un Maestro
Una tarde invernal de 1986 cuando Bonn era todavía la
capital de la República Federal Alemana y todo el mundo coincidía en que lo
mejor de aquella ciudad-ministerio era el tren que llevaba a Colonia, entré
a una “Brauerei” para combatir el frío entre la cálida camaradería que
siempre se da en las cervecerías alemanas, y para leer el atado de prensa
latinoamericana que llevaba conmigo.
Así, entre sorbo y sorbo a una estupenda cerveza rubia, revisaba el último
número de “Veja”, la mítica revista brasileña, y no presté atención al
recién llegado que formuló el muy cortés “Darf ich bitte…?” para sentarse
también a la mesa para diez o más personas y que ocupábamos tres tipos,
todos con olor a tinta, pues en Bonn de cada diez personas siete eran
periodistas y los otros tres estaban ahí por error. El recién llegado se
sentó, ordenó una cerveza y de pronto, indicando mi atado de periódicos y
revistas, preguntó en español si le permitía echar un vistazo al último
número de “Análisis”. Entonces me fijé en ese hombre alto, corpulento, de
ojos casi transparentes y una cabellera cana que le daba un aire de profesor.
Le pasé la revista chilena y cumplí con la regla de cortesía alemana de
darle la mano, decir mi apellido y preguntarle cómo estaba.
Kapuscinki, muy bien, gracias, ¿y usted?- contestó.
¿Ryszard Kapuscinski?- supongo que debo haber balbuceado, pues no todos los
días se conoce a un escritor y periodista al que se admira a ultranza.
De él he leído “Ebano”, esa recopilación de artículos magistrales, le debo
el haber entendido medianamente Angola, Mozambique y Cabo Verde, parte del
dolido y sufrido corazón de África, “La guerra del fútbol”, y otros muchos
textos que seguía con pasión en el Frankfurter Allegemeine Zeitung, el
legendario FAZ , un periódico conservador de un respeto por la información
que ya quisieran muchos medios autodenominados “progresistas”. Lo que más
admiraba de sus trabajos era su tomar partido, porque en el periodismo la
neutralidad no existe, y a partir de ahí su insistente ética que nunca
consideró “carne de noticia” a los protagonistas de todas las guerras
civiles, guerras inducidas por el primer mundo, y revoluciones que le tocó
cubrir como corresponsal de la PAP, la agencia polaca de noticias. Con su
esfuerzo que siempre fue una pedagogía de la información, Ryszard
Kapuscinski escribió día a día la historia de los de abajo, la historia de
la carne de cañón condenada a no tener memoria pues todas las tragedias
serían descafeinadas por la historia oficial.
Aquella tarde, me hizo muchas preguntas sobre Chile, se interesó por el
esfuerzo que significaba sostener una revista como “Análisis”, y nos
despedimos tras darnos las direcciones y los números de fax.
En los años siguientes nos escribimos dos o tres veces, el fax fue un
invento perverso que no conserva los textos, se van borrando desde los
márgenes hacia el centro, pero siempre guardé en mi memoria con orgullo esa
conversación en una cervecería de Bonn.
Volvimos a encontrarnos en el años 2002, ambos como miembros del jurado
internacional del Premio Grinzane Cavour, en Turín, Italia. En cuanto nos
fue posible escapamos de la parte oficial y para nosotros excesivamente
académica del Premio, y nos echamos a andar por Turín, en medio de la
neblina de enero, buscando un lugar tranquilo donde beber un vino y
contarnos cómo y cuánto había cambiado el mundo desde la tarde en que nos
conociéramos. Me hizo narrar varias veces mi visión de la caída del muro de
Berlín en el “check point Charlie”, y a mi vez le pedí que se explayara
sobre el tema que más le preocupaba: el fin del derecho a estar informados,
la manipulación mercantil de la libertad de prensa cada vez más envilecida
por el poder de los grandes grupos económicos, y en caso específico de
Polonia, la monstruosa convicción de que el capitalismo salvaje es sinónimo
de democracia.
La estupenda grapa que nos ofreció en patrón del “Mama Licia” no conseguía
alejar el sabor amargo de sabernos testigos del empobrecimiento de la labor
informativa, de los profesionales que salen de las escuelas de periodismo
cada vez peor formados, de la estupidez de creer que el periodismo de
investigación se hace en google, de la prostitución galopante del periodismo
y la literatura cuyo único norte es “triunfar”, aunque nadie sepa por qué ni
para qué.
Tras el encuentro de Turín quedamos contactados por correo electrónico, y
cada vez nos seducía más la idea de reunir a un grupo de periodistas de la
talla de Gianni Mina, Ignacio Ramonet y él mismo, para realizar talleres de
lectura contemporánea de la información.
El año 2003 Ryszard Kapuscinski recibió el premio Príncipe de Asturias de
comunicación y humanidades, y una vez más nos echamos a andar por la ciudad
de Oviedo buscando un lugar donde beber un vino tranquilos y al margen del
protocolo que lo ofuscaba. Recuerdo que encontramos un bar extrañamente
silencioso y medio vacío muy cerca de un edificio conocido como La Jirafa,
recién habíamos pedido dos copas de vino, cuando una joven periodista lo
reconoció desde la calle, entró, y le solicitó una breve entrevista.
Nunca he leído nada suyo, ¿me explica de qué hablan sus libros?- consultó la
periodista, y Ryszard Kapuscinski, ese hombre que hablaba perfectamente
español, francés, portugués, italiano, inglés, ruso, que había vivido e
informado los sucesos más relevantes de la segunda mitad del siglo XX, que
había sobrevivido 30 revoluciones y en cuatro ocasiones estuvo a punto de
perder la vida, y que además era autor de una veintena de libros de lectura
obligatoria para cualquiera que se sienta digno de ser un periodista,
simplemente respondió: “mis libros no hablan”.
Al año siguiente, en noviembre de 2004, hacía un frío atroz en Varsovia, y
yo salía de una radio que, según mi traductora, era la emisora más
progresista de Polonia. Había concedido una entrevista que comenzó con una
declaración de principios del periodista que me entrevistó: “nosotros en
Polonia hacemos otra lectura del régimen de Pinochet, consideramos que él
salvó a Chile del comunismo y los chilenos debían mostrarse agradecidos”.
Tras mandarlo a la mierda y suspender la entrevista llamé a mi amigo Ryszard
Kapuscinski pues necesitaba ver la cara amable de Polonia.
Una vez más me habló de la ideologización de todo en nombre de una
pretendida libertad que supuestamente es para desideologizar. Esa era parte
de la guerra sin soldados que tanto le preocupaba, esa guerra de mentiras
para justificar el hedonismo que sostiene a la sociedad occidental, a la
cultura de la insolidaridad y del revisionismo histórico.
No volvimos a vernos, quedó pendiente una cita para junio de este año, en
Turín, a la que acudiré y con el recuerdo de mi amigo Ryszard Kapuscinski
caminaré hasta encontrar un lugar tranquilo para beber un vaso de vino y
hablar de las embarcaciones que día a día llegan a playas mediterráneas
cargadas de sobrevivientes famélicos y de africanos muertos mucho antes de
empezar el viaje; muertos por siglos de expoliación y abandono. Y mi amigo
dirá: “Su historia es muy trágica, pero el hecho de que esa gente sobreviva
y sepa reírse, nos dice que tienen un alma maravillosa”. Eso dirá mi amigo,
el Maestro Ryszard Kapuscinski.
Este artículo de Luis Sepúlveda fue redactado especialmente para el libro
Ryszard Kapuscinski Reportero del Siglo.
www.editorialauncreemos.cl
www.lemondediplomatique.cl
http://eltitulopuedeesperar.blogspot.com
Ryszard Kapuscinski
è nato a Pinsk,
in Polonia Orientale, oggi Bielorussia, nel 1932. Dopo gli studi a Varsavia
ha lavorato fino al 1981 come corrispondente estero dell'agenzia di stampa
polacca PAP. Nel corso della sua lunga carriera ha avuto numerosi
riconoscimenti tra cui, nel 2003, il Premio Grinzane per la Lettura e il
Premio Principe de Asturias. È morto a Varsavia il 23 gennaio 2007.
feltrinelli.it
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